Un nonno racconta alla nipotina aneddoti e storie della terra sulla quale ha vissuto per generazioni anche la sua famiglia. Sono dodici capitoli, concepiti come se fossero le altrettante stazioni di un itinerario ben preciso, da farsi in bicicletta. Il percorso segue dolcemente le curve di livello e la cartografia della zona: la lunga e ampia striscia di arenaria, mai più alta di 200 m (o poco più), che nelle Marche precede il Pesarese e culmina nel Monte San Bartolo. Per lo più si narrano vicende semplici, che si svolgono al di qua e al di là della impercettibile cresta che divide l’interno dal litorale e che, pure, solca il confine di due dimensioni reciprocamente altre, perché battute da venti, e anche da stagioni e destini, diversi. Affiorano così spezzoni, o ricordi, di epopee familiari, di piccoli e grandi eventi di una civiltà perduta, ma sedimentata, di contadini e di padroni, che per lungo tempo è parsa immutabile, salvo il procedere inesorabile delle acque marine, che si sono mangiate case, poderi, ville gentilizie e intere esistenze. Ma, paradossalmente, nell’erosione di uno scenario che continua a restare fascinoso si conserva e si rinnova comunque la memoria, talvolta anche terribile, di ciò che è stato.

Se fosse tutto qui, il libro sarebbe poca cosa. Per certi versi lo è realmente, ma nel senso diverso, opposto, di una cosa, cioè, tanto piccola quanto celata e preziosa. Il suo contenuto è paragonabile a quegli insetti preistorici che sono rimasti imprigionati, conservandosi miracolosamente intatti, in un guscio d’ambra; osservarli in controluce permette simultaneamente di accedere intuitivamente, quasi dolcemente, alla verità di epoche lontane, e di prendere coscienza, però, della loro persistente e invariabile presenza. In sostanza, e fuor di metafora, c’è un cosmo intero in questo libro, con un ritmo da eterno ritorno. Ciò si può affermare per due motivi: un certo, e sapiente, uso della lingua, che allude in modo elegiaco ad un tempo di cui provare nostalgia; un amaro fil rouge, la cui esistenza, al principio lieve, quasi edulcorata, diventa via viar incombente, fino ad un drammatico epilogo. Sul valore del ricorso studiato ad una terminologia dialettale ed arcaica, e confidenziale, funzionale anche alla trasmissione generazionale di un sapere di comunità, i critici si sono già parzialmente soffermati e ad essi si può facilmente rinviare con profitto (anche per moltepli esemplificazioni del vocabolario dell’Autore). Sul climax che percorre il racconto, non si può che lasciare al lettore la sottile inquietudine che è correlata alla sua conclusiva rivelazione e ad un orgoglioso colpo d’arma da fuoco. Qui è sufficiente osservare che – almeno a parere di chi scrive – lo sgretolarsi della materia cui è ispirato il titolo dell’opera sembra essere la pervasiva sanzione geologica di una condizione sociale naturalmente soccombente, fiera di riscatti soltanto episodici, rabbiosi e perdenti. E intanto il paesaggio ammalia e cattura sempre, nonostante tutto. Bene è stato scritto: “Il messaggio sotto o dietro le righe del testo, mentre si vaga e divaga in salita e in discesa, a caldese o vernìo, nei posti baciati dal sole o dall’ombra è: guardatevi attorno, è bellissimo, drammatico e bellissimo”. Arenaria è stato candidato allo Strega; avrebbe meritato la vittoria.

Recensioni (di Mario Barenghi; di Giulia Caminito)

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Si sa che i film non sono mai la stessa cosa dei grandi libri da cui possono essere tratti. Ciò non toglie, però, che possano essere cosa diversa in modo più che degno e, anzi, originale. Così è anche per questo Martin Eden cinematografico, che ha poco da spartire con quello letterario di Jack London, se non per la struttura base del racconto. La collocazione spazio-temporale – una Napoli sospesa in un tempo indefinito e fluttuante, tra inizio del Novecento, anni Venti, anni Cinquanta e anni Settanta – è del tutto eccentrica. Resta l’idea del giovane di umilissime origini, un po’ marinaio e un po’ operaio, che si innamora di una ragazza benestante e conosce l’enorme potere della lettura e della scrittura come strumenti di emancipazione. Ci scommette tutto, lasciandosi ispirare dal suo mentore, l’enigmatico Russ Brindessen, e rischiando la solitudine più triste e la povertà. Poi, all’improvviso, arriva il successo editoriale e di pubblico, ma la redenzione sperata non arriva, né quella individuale, né quella collettiva. Perché – come afferma lo stesso protagonista all’inizio del film, che lo ritrae al termine della sua parabola – “il mondo vince sempre” e ciascuno non può che abbracciare il suo destino.

Luca Marinelli, l’attore che interpreta Martin, è stato molto lodato. Eppure è eccessivo, ipercaratterizzato, quasi forzato. E poi passa con troppa enfasi da un Harrison Ford in versione guappo a un Edward Furlong nuovamente in forma ma calato nei panni di un poeta maledetto. Ad essere sinceri, Marinelli, che è stato anche premiato, è l’unica cosa sproporzionata e non calzante della pellicola. Molto meglio, senza dubbio, è l’interpretazione di Carlo Cecchi (Russ Brindessen), che in una scrittura tanto teatrale non può che spiccare e ribadire tutto il suo spessore. Le parti migliori di Martin Eden, comunque, sono il film stesso e la sceneggiatura: il film, per l’aura e i colori caldi tra la favola e l’operetta, in un assemblaggio che profuma d’antan, con inserzioni sempre precise e azzeccate di registrazioni d’archivio belle ed evocative; la sceneggiatura, per le implicite ma evidenti venature nazionali del personaggio Eden, costruito montando il tratto più fotogenico e impulsivo di differenti e forti eroi del riscatto meridionale e sociale. Martin, infatti, anche nella sua completa illusione, assomiglia a Luca Marano, tratto di peso da Le terre del sacramento di Francesco Jovine e condito con un pizzico di Rocco Scotellaro e un pizzico di Nicola Chiaromonte. Fornito di coraggio, di slancio utopistico e di una conquistata coscienza, il ragazzo viene fatto vagare con intenzione drammatica nelle transizioni costantemente e tristemente interrotte del Novecento italiano, alla ricerca (tutto qui) di un semplice traguardo di umano riconoscimento. In fondo, sotto traccia, si agita anche uno spirito leopardiano. A Venezia andavano premiati soprattutto Pietro Marcello, il regista, e Maurizio Braucci, lo scrittore partenopeo che tanto bene lo ha affiancato.

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Simon Renoir ha lasciato la polizia per darsi all’insegnamento: ha studiato da pittore – non poteva essere altrimenti, con quel nome… – e il Prof. Foglian, suo caro amico, gli ha procurato una docenza all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Ma il richiamo di Firenze è troppo forte. Il commissario Mezzanotte lo sta cercando, ha bisogno di lui e delle sue intuizioni, perché c’è un nuovo serial killer in circolazione. La verità è che Simon cerca solo l’occasione buona per tornare a casa e provare a scacciare i fantasmi familiari che ancora lo tormentano. Il nuovo criminale, intanto, è un osso duro, non si limita a uccidere. Inscena impressionanti e complesse esecuzioni, che ricordano la morte di alcuni santi martiri: prima San Sebastiano, poi San Lorenzo, poi ancora San Bartolomeo. Le vittime sembrano avere anche qualcosa d’altro in comune e, mentre gli inquirenti cercano, come da migliore tradizione, dalla parte sbagliata, quella più facile e scontata, Simon è attirato da un luogo particolare, che con il suo magnetismo può aiutarlo a superare i suoi tormenti più profondi e a circoscrivere il caso nella dimensione giusta. La cosa certa è che, prima di risolvere l’enigma, il pittore-poliziotto rischierà veramente tutto.

Non è un giallo di fresca pubblicazione, risale a diversi anni fa. Proviene dal ricco serbatoio di un editore che delude raramente, e al quale è sempre opportuno rivolgersi in carenza di nuovi titoli attraenti sugli scaffali delle librerie. Il romanzo in effetti merita una segnalazione, ma non per via dell’intreccio, visto che non è particolarmente originale. Sono tanti gli ormai classici (troppo classici) stereotipi che ne popolano le pagine: la cocciuta e miope ostinazione del titolare dell’indagine; la figura del giornalista un po’ impiccione; il “cattivo” scenografico; la contaminazione pseudo-religiosa… C’è però un motivo interessante, che non è così frequente e che è reso, sul piano del tono e del mood complessivo della narrazione – grigio, triste, piovoso – in maniera molto efficace. Le vittime sono tali a causa del loro dolore, dalle stesse scelto come condizione invincibile: hanno inseguito, cioè, la morte già nel corso della loro vita; per questo sono state perversamente elette dal loro carnefice come esempi perfetti di ammonizione e di redenzione. La soluzione del giallo avviene per l’improvvisa rottura del medesimo straziante incantesimo, che per un attimo sembra aver colpito anche il protagonista, in quanto afflitto da un dolore altrettanto profondo. Ma Simon – che pure incorre in questa sorta di irresistibile e fatale colpevolizzazione – si salva, perché è giusto che la vita continui, anche dopo gli eventi più tragici e spiazzanti, e nonostante le pene che questi possono portare. È la concretezza imperfetta di Mezzanotte a risolvere il dramma. In tale lezione, e non è poco, Dio del Sagittario ha fatto centro.

L’Autore

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Se in qualche sera estiva si accetta il rischio di abbandonarsi a possibili scoperte televisive, non è improbabile che si venga ricompensati. Rai3 è stata in grado di riproporre l’ottimo Identity (2003), di James Mangold, che ha enfatizzato, senza perderci nulla, il soggetto classico di Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. La7 ha ripescato addirittura l’originalissimo, eretico Gloria-Una notte d’estate (1980), di John Cassavetes, con la strepitosa e spiazzante interpretazione di Gena Rowlands, che a suo tempo assicurò al film il Leone d’oro. Per chi non l’avesse mai fatto, Gloria è davvero da vedere, sempre e comunque; e anche indipendentemente dal finale, che ho appreso essere stato, ingiustamente, criticato, perché considerato artificioso e posticcio. Comunque sia, il colpo di scena definitivo – almeno per chi scrive – lo ha riservato Rai5, che to be honest non è parca di piccole, rare perle anche durante l’ordinaria e desolante amministrazione dei mesi di schiavitù. Rai5, infatti, ha mandato in onda Solo gli amanti sopravvivono (2013), di Jim Jarmusch, una pellicola che gronda sovrana e nobile sprezzatura, la stessa che esige dallo spettatore, e che pertanto può comunemente restare senza riscontri, se non spaventare e allontanare. In verità è un imperdibile, raffinato esercizio manierista, che si risolve in tre proposte: un’interpretazione un po’ gotica dell’eterno dissidio tra istinto e ragione; un inno struggente all’amore e all’arte, rappresentati come i più grandi presidi di una buona esistenza; un rovesciamento quasi ironico de Il cielo sopra Berlino di Wenders. I protagonisti, infatti, non sono angeli, ma due vampiri, marito e moglie da centinaia di anni. Lui (che ha quasi le sembianze di un Manuel Agnelli allo stato eremitico) si chiama Adam e vive a Detroit, recluso in una casa della periferia più degradata, colleziona chitarre e compone pezzi sofisticati. Lei (la si potrebbe confondere con un’Alba Rohrwacher ancor più anemica dell’originale) si chiama Eve e vive a Tangeri tra migliaia di libri e frequenta ogni notte un caffè in cui incontrare Christopher Marlowe, drammaturgo inglese del Seicento, caro amico da tempo immemore, a quanto pare, e anch’egli vampiro. Adam vuol farla finita, gli zombie (così chiama gli umani) sono degradati a tal punto da non riuscirgli più sopportabili: anche il loro sangue è ormai contaminato, tanto che per nutrirsi in sicurezza i vampiri devono farsi aiutare da medici compiacenti. Eve vuole salvarlo e parte da Tangeri per stargli vicino. Ma gli spiragli di serenità che la coppia ritrova sono interrotti dall’arrivo improvviso e sguaiato della sorella di lei, Ava, che li riporta alla realtà e li costringe ad una fuga appartenente definitiva e alla ripetizione invariabile della loro irriducibile natura. Gli sguardi pulp di Adam e l’eleganza genetica di Eve sono esaltati da una colonna sonora ancor più suggestiva. Sul divano, alla fine, manca un bicchiere di assenzio, per farla completa anche da questa parte dello schermo.

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Libera è una bambina selvatica, cresciuta da sola nei boschi dell’Appennino, alle Terre Soprane, tra l’Emilia e la Toscana. È stata abbandonata? Forse non l’hanno voluta, a causa di una malformazione che l’ha privata di una mano sin dalla nascita. Non sa parlare, o meglio non lo sa fare allo stesso modo con cui lo fanno tutti gli altri uomini, quanto meno quelli che abitano nelle Terre Sottane, in pianura. Però sente e capisce soprattutto la lingua degli animali e interloquisce con loro. È così che riesce a comunicare con l’Uomo-Somaro, che le spiega che proprio lei ha una missione importantissima da compiere: ritrovare il “Mezzo” Patriarca dei Cinque Popoli, quello che è scomparso nel 1945, durante la guerra di Liberazione, rifugiandosi dove abitano gli uomini. Se Libera, che è nata proprio in quell’anno, non lo troverà, gli uomini e i Popoli si separeranno per sempre, a tutto vantaggio degli antichi Semidei dell’Appennino, che, a quanto pare, non hanno mai gradito quell’alleanza. E infatti fanno di tutto per ostacolarla. Ma il viaggio di Libera, lunghissimo e pericoloso, termina in un giardino di Modena, dove finalmente ritrova il “Mezzo” Patriarca che stava cercando e incontra anche l’Autore. Prima di tornare indietro, però, Libera deve tenere fede alla promessa che ha fatto a coloro che l’anno aiutata, agli strani e misteriosi nocchieri dell’aldilà che le hanno indicato la strada giusta. Anche questa missione ha successo e, nonostante i Semidei le tendano un agguato potenzialmente mortale, Libera riesce a ritrovare l’Uomo-Somaro, che la salva definitivamente. Non le resta che continuare a diffondere il messaggio che, in conclusione, funge da morale della favola: “Resistere. Lottare. Immaginare”.

Questo romanzo, per il suo contenuto apparentemente criptico e per la scrittura antica da cui è alimentato, è molto singolare; così singolare da correre il pericolo di attirare l’attenzione di pochi o di essere banalizzato. Tuttavia è una lettura che dà soddisfazione. La dà perché offre una proposta in cui il racconto non risponde ad alcuno degli standard più diffusi e, ciò facendo, stimola il gusto della scoperta, pagina dopo pagina. Si nutre, in particolare, di un tono da leggenda, quasi da fiaba, talvolta grave e talvolta leggero, eppure appropriato alla materia e ai luoghi d’ambientazione. La materia, infatti, non dev’essere rigorosamente e attentamente districata, dev’essere intuita: così si addice alla narrazione mitica, sempre, e tanto più in questo caso dove viene in gioco una simbologia che tende alla riconciliazione tra l’uomo e una parte ben precisa delle forze naturali, di quelle che ne hanno consentito, storicamente, un’emancipazione armonica. Che questa rappresentazione, poi, venga allestita nell’Appennino tosco-emiliano – e sul tracciato eroico della Via Vandelli – è il valore aggiunto che conferisce allo stile dell’Autore credibilità e verosimiglianza: non c’è niente di più denso e misterioso delle foreste degli itinerari canossiani. La selva, in effetti, è l’altro fattore forte del libro: per l’aperto riferimento dantesco, visto che anche Libera compie un viaggio nell’oltretomba, e lo fa in un momento cruciale della sua vita e della storia dell’umanità; ma anche perché Meschiari ha colto perfettamente che la selva ha molto a che fare con il nostro tempo, e ha scelto di assecondare, per le ragioni di riconciliazione di cui si è detto, il ritorno ad una certa selva (alleata e vitale) piuttosto che l’affermazione definitiva di un’altra selva (artificiale e disorientante). Meschiari è da leggere, quindi: come se si leggesse Il libro della giungla di Kipling, per certi versi, anche se il passo è quello nostrano e affidabile del miglior Pederiali e della più felice tradizione affabulatoria modenese.

Recensioni (di Monica Bedana; di Rossella Pretto)

L’Autore a Radio Radicale

I primi due capitoli

Arte cosmographica (di Matteo Meschiari)

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Erminio Squarzanti, un immaginario socialista ferrarese, racconta la sua storia di confinato a Ventotene, durante il fascismo. Sbarcato lì nel 1939, incontra Sandro Pertini, dalla cui austera e determinata compostezza è immediatamente affascinato. Sull’isola, nel variegato arcipelago degli antifascisti, conosce anche Spinelli, Rossi e Colorni, i famosi autori dell’altrettanto famoso manifesto Per un’Europa libera e unita: li vede già immersi nei fitti conciliaboli che nel 1941 portano alla stesura del documento e partecipa lui stesso alla discussione di un primo elaborato, con tono assai critico. Nel frattempo, però, Erminio familiarizza con un altro confinato, anch’egli un personaggio immaginario, Giacomo Pontecorboli, fisico romano che ha lavorato con Fermi e ha conosciuto Majorana. Si tratta di una figura misteriosa, taciturna, immersa nei suoi pensieri. La sua attenzione è costantemente catturata dal vecchio orologio della piazza principale e da strani ragionamenti sullo spazio e sul tempo. Del resto Pontecorboli confida a Erminio di aver addirittura costruito una macchina del tempo, come nel romanzo di Wells, e di aver anche visto Majorana scomparire proprio a bordo di quel mezzo. Per Erminio, quindi, è del tutto naturale credere che Giacomo stia fantasticando, un po’ come sta facendo lui stesso, impegnato a leggere ogni evento attraverso la lente della mitologia classica. Gli dei dell’Olimpo, però, c’entrano sul serio. Perché Ares e Poseidone parteggiano per le camicie nere, e Giacomo ne morirà. Ma Ermes e Atena, invece, seguono e spalleggiano i confinati, per i quali, come per le sorti della guerra e dell’Italia, arriverà il kairos, l’8 settembre 1943, il momento opportuno per il cambiamento.

La macchina del vento segue l’atmosfera e le contaminazioni (storia e “fantastico”) già sperimentate con Proletkult, anche se l’effetto sembra un po’ più fiacco. Non che manchino idee o scorci interessanti: ad essere di per sé buona è la ricostruzione di che cosa fosse il confino in età fascista; anche il richiamo di tanti nomi di confinati, più o meno celebri, è meritevole, perché sollecita il doveroso ricordo di protagonisti la cui esperienza e i cui ideali sono stati parte determinante del patrimonio politico e culturale su cui si è fondata la Repubblica. Ma la trama è piuttosto esile e, a tratti, la lettura può anche risultare noiosa. Il libro, però, si salva per due motivi. Innanzitutto può funzionare da ipertesto e stimolare la lettura di altri ottimi volumi, anch’essi pubblicati di recente: la voce Europeismo di Spinelli, ripubblicata da Treccani con un saggio di Giuliano Amato; il curioso W W W W – Wars of Worlds of Wells and Welles, che non ripropone La Macchina del Tempo – quella va assolutamente riletta nella traduzione di Michele Mari, per Einaudi – ma raccoglie i due famosi pezzi sull’invasione aliena, quello del grande campione della fantascienza e quello dell’ipnotico e istrionico regista, accompagnati da un suggestivo corredo di due pezzi critici e di alcune belle immagini. L’ultimo Wu Ming 1, ad ogni modo, si segnala anche per il fatto che al suo interno c’è un messaggio che non va sottovalutato, soprattutto sul piano della ricerca sulla storia dell’europeismo novecentesco. L’Autore fa leggere al suo personaggio – il giovane Squarzanti – il Manifesto di Ventotene, ancora clandestino. E gli attribuisce una serie di rilievi, né ingenui, né infondati. Facendo questo, certo, il romanzo prova a servirsi della macchina del tempo per dirci qualcosa sui vizi di un certo modo di concepire l’europeismo contemporaneo e su alcune sue amnesie e mancanze costitutive. Al contempo, però, invita anche a rammentare che il federalismo europeo degli antifascisti italiani rappresentava una galassia molto ricca e percorsa da proposte tanto sfortunate quanto veramente rivoluzionarie o decisamente originali. Chissà che ai lettori de La macchina del vento venga voglia di saperne di più e di approfondire, ad esempio, i pensieri e le opere di Silvio Trentin o di Umberto Campagnolo, che pure non vengono trattati e che, viceversa, meritano tuttora di essere riscoperti e meditati.

Una recensione (di Edoardo Zambelli)

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Vola una libellula, in città, e incontra altri insetti: di ciò racconta la poesia che apre questa piacevole raccolta. Pare quasi di vederla, la libellula, così leggera, nella sua disorientata e breve avventura destinata a concludersi la sera, con la fine della giornata e della vita, in compagnia di una lucciola. È in questa sembianza, forse, che si vede l’Autore? I protagonisti del volume, per la verità, sono anche tanti altri: uno sfortunato coltivatore di radici, che per volerle illuminare finisce per ucciderle e per morirne disperato; un malinconico elefante, dal naso di ottone, che pur di farsi accettare e amare, si mette in dieta e perde definitivamente anche ciò che lo rendeva unico; un giovane che si crogiola nella disperazione e che come tale non può che dar vita ad una prole infeconda; una giocoliera sfrenata e appassionata, e per la sua arte incompresa e condannata, come capita spesso ai grandi artisti; una voragine ingorda e onnivora, quasi un buco nero, alimentato dall’incessante forza del pensiero; un fachiro eccezionale, capace di ogni sforzo, certo, ma non di essere un comune, e globalizzato, consumatore; un abilissimo scultore, che scolpisce di tutto, pure la Luna, togliendo però al mondo il suo consueto e irrinunciabile “caos rotondo”; un terrorista talmente determinato da toglierci il sonno al solo pensiero… La rassegna potrebbe continuare, con la sua simpatica geografia, visto che quasi tutte le poesie hanno specifici e improbabili luoghi di elezione: Ventotene, l’Alaska, Borgoricco, Zelarino, Pordenone, Tolmezzo, Canelli, Buffalora, etc. È un mondo tutto fantastico, e al contempo, però, sembra più vero di quello che normalmente ci circonda, perché lo scherzo, talvolta, va anche al di là di quanto possa riuscire il ragionamento.

La quarta di copertina avverte che in questo libro si trovano trenta “racconti in rima”, e l’Autore specifica, in una nota conclusiva, che si tratta del frutto di un puro divertissement, di un esercizio per lo più estemporaneo, anche se coltivato per quasi vent’anni. Sul sito dell’editore, poi, in un articolo confezionato per l’occasione, è sempre l’Autore a chiarire che le storielle fantasiose ed eccentriche che ha scritto altro non sono che composizioni “gratuite”, “infondate”, scaturite dall’ascolto di ciò che le parole, sole e semplici, possono suggerire. Apparentemente, dunque, ci troviamo di fronte a qualcosa di totalmente disimpegnato, di giocoso. La verità è che si tratta di qualcosa di molto più interessante, perché è proprio nel gioco e nel disimpegno che l’auscultazione delle parole e delle loro possibili associazioni consente di dare voce ad una poesia singolarmente autentica e pulita. Vengono alla mente le filastrocche dell’infanzia; c’è del Gianni Rodari, sullo sfondo. Ma ogni pezzo, oltre a nascondere una sua morale, è anche un ritratto, e un po’ è pure un inno alla vita, o meglio alla vitalità, con un originale effetto fusion tra Edgar Lee Masters (ma remixato da De André) e Boris Vian (in Non vorrei crepare). Forse è solo una coincidenza o forse, invece, è l’ennesimo affiorare di quel rizoma che sempre connette sensibilità affini: prima di avere il tempo di aprire questo volumetto, soltanto qualche giorno prima, un amico, un poeta vero, mi segnala un bellissimo intervento radiofonico di Stephen Fry, un’appassionata laudatio della lingua e delle sue enormi virtù. Ecco, di queste intrinseche virtù Scarpa – un vero folletto dei nostri tempi, sempre più lucreziano, e sempre più epicureo – dà un saggio tanto esemplare quanto accessibile a tutti.

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Su DF, piccolo comune rivierasco che possiamo pensare collocato nel sud del nostro paese, si abbatte improvvisamente un fenomeno straordinario: dapprima in singole, poche unità, poi a vere e proprie ondate, migliaia di cadaveri, tutti uguali, invadono e sommergono ripetutamente il litorale e la città intera. Il romanzo racconta, con le voci dirette degli abitanti, che cosa accade a DF, e in particolare come reagisce la comunità, dal più umile pescatore al sindaco. Da questo punto di vista, la distopia messa in scena da Giulio Cavalli è tanto orribile quanto fin troppo prevedibile. Al cospetto dell’oscura minaccia, che rimane sempre costante, si attiva il più scontato ed esiziale bisogno di rimozione, con tutto ciò che ne consegue: il ripiegarsi di ciascuno, e del paese intero, su se stesso; la coltivazione di un impossibile sogno sovrano; la costruzione di una barriera sul mare; lo stoccaggio dei corpi in appositi magazzini e la loro successiva lavorazione a fini industriali; la censura di qualsiasi ricostruzione critica; l’eliminazione delle figure più scomode… Anche il finale, ai limiti dell’horror, non è nulla di nuovo: basta rivedere Alien3 (uno dei meno riusciti di quella serie, tra l’altro…) per afferrarne il senso profondo. Il valore aggiunto di questo romanzo, dunque, non è nel suo lato distopico; né, pertanto, nella feroce rappresentazione, a quel lato chiaramente sottesa, di quali siano le mostruosità che si possono intravedere nel modo con cui ci si rapporta alle grandi questioni delle migrazioni e del loro impatto. Carnaio è un libro da leggere soprattutto per tre ragioni: 1) perché è una sorta di originale e fedelissima Antologia di Spoon River del più tipico provincialismo italiano, con una carrellata di personaggi memorabili, campioni assoluti di una umanità che sa essere grande solo nella mediocrità e nella solitudine della sua ambizione; 2) perché grazie a questo bestiario Cavalli suggerisce efficacemente che alcune classiche dinamiche di abbrutimento sociale e di ulteriore e drammatico arretramento istituzionale non poggiano su mali facilmente identificabili, ma dimorano in paure ed egoismi elementari, tanto banali quanto sottovalutati o mal sorvegliati o, peggio ancora, assecondati con convinzione perché ritenuti naturali, se non sacrosanti; 3) perché, infine, lo stile segue rigorosamente e coerentemente il contenuto, per il tramite di una scrittura a briglia sciolta, che sembra sgorgare liberamente dalla mente e dal cuore dei vari protagonisti, con un risultato di disperante verosimiglianza. È il sempiterno, insuperabile e mortificante paesone nazionale a portare nel suo ventre inclinazioni terribili: a questo vuole arrivare Cavalli, e ci arriva fino in fondo.

L’Autore a Fahrenheit

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Dal ricordo di una Roma e di una giovinezza ormai scomparse l’Autore fa riemergere il suo primo incontro con Arthur Patten, Arturo, avvenuto in un cineclub nel quale si proiettava un film di Tarkovskij. È l’inizio del racconto commosso di una amicizia e di una frequentazione durature, ma anche di una lunga riflessione itinerante, il cui perno è l’interpretazione di un sonetto di Metastasio, che dà anche il titolo al libro. Trevi, in particolare, si muove tra alcune vie e alcuni edifici del centro storico della Capitale: da Via dei Cappellari, dove c’è la casa natale del famoso poeta e drammaturgo, a Piazza della Chiesa Nuova, dov’è collocata una sua statua, fino a Via del Corallo, dove ha abitato Amelia Rosselli, e nei cui pressi si trovava anche la dimora romana di Arturo. Proprio in compagnia di Arturo, Emanuele conosce Cesare Garboli, nel corso di una fortuita conversazione notturna vicino a Santa Maria della Pace: il momento esatto in cui il problema di Metastasio e del suo sonetto irrompono a tutti gli effetti, per la prima volta, nell’universo dell’Autore. Ma qual è l’enigma? Difficile dictu, almeno dal punto di vista filologico. In fondo le letture possono essere veramente tante. Trevi fornisce una possibile lezione in un paio di punti: a p. 62, con un richiamo della bellissima Autopsicografia di Pessoa; e alle pp. 207-209, in una delle appendici, con un rinvio ad una tesi di Cesare Galimberti. Metastasio si sorprende di quanto sia la sua stessa arte, frutto di pura fantasia, a scuoterlo. E nel sorprendersi si rende conto che, forse, è la vita stessa una favola, una menzogna addirittura più grande di quelle che lui stesso si sforza di creare. Quindi, anche se non coincide col Vero, l’arte può essere meno falsa, più profonda della realtà; in un certo senso, giacché la sua esperienza consente di acquisire questa consapevolezza, l’arte è ciò che più si avvicina al Vero prima di poter immaginare di riuscire ad afferrarlo. Ecco, allora, qual è il senso del libro di Trevi: nel parlare dell’imprinting che ha ricevuto in prima persona dall’arte e da alcuni suoi grandi testimoni – qui raffigurati e seguiti fedelmente nei luoghi e nelle ossessioni che li hanno resi iconici – non vuole soltanto ammaliarsi e perciò ritrovarsi; vuole anche darci l’opportunità di capire che cosa tutto questo possa significare, se solo lo vogliamo, per la vita di ciascuno di noi.

Recensioni (di Paolo Gervasi, Daniele Giglioli, Angelo Guglielmi, Beatrice Manetti, Marco Renzi, Gianluigi Simonetti, Fabrizio Spinelli)

Sogni e favole a Fahrenheit

Un’intervista all’Autore

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Un po’ scrittore, un po’ poeta, e un po’ anche etnografo, Davide Bregola segue l’alternarsi delle stagioni da una casa galleggiante ancorata in riva al Po nei pressi di Felonica, in provincia di Mantova. Perché proprio lì? Il fatto è che “[c]erti posti è come se dicessero: Ti diamo un punto di vista, prova a sollevare il tuo mondo”. Ma il diario di Bregola va oltre questo obiettivo. L’osservazione, pur intima e concentrata, registra trasformazioni di ampia portata e di lungo periodo, nella natura circostante, grande e piccola, e nel microcosmo socio-economico della zona. Sono le terre di Giovannino Guareschi, e quindi di Peppone e Don Camillo, anche se oggi l’epos del Fiume, e di un Paese in crescita e alla ricerca di un’identità, è sostituito dal resoconto di processi di rururbanizzazione e speciazione. πάντα ῥεῖ: è proprio il caso di dirlo, e di viverlo, perché lì “ci sono l’essenziale, la frugalità, l’insensato”. Proprio l’identità del passato, in generale, non pare rispecchiarsi in quella del presente, tanto più nella provincia dismessa e spopolata della Bassa, dove le gite in canoa e le ricorrenze colorate delle comunità Sikh si alternano alle incursioni notturne e clandestine dei pescatori dell’est. Allo stesso tempo, tuttavia, lo “spleen padano” consente di cogliere immagini e sensazioni di insperata e pacificante continuità. In questo trascorrere, dai segni così contraddittori, di eterna e disorientante decostruzione permanente, Bregola dispone di nocchieri qualificati: Hermes, il pescatore, che gli fa da scorta sul suo batèl; e Jenny, un’enigmatica presenza femminile, la cui voce sembra l’espressione più matura della sofferenza che deriva dal senso della perdita e, simultaneamente, della coscienza dell’immutabilità del paesaggio e delle sue radicate certezze. Le sembianze editoriali collocano il volume in uno spazio di programmatica, nobile marginalità. Ad essere sinceri, quello di Bregola è il libro dell’anno. È un travelogue originale, scritto con i piedi piantati in un unico luogo, con un linguaggio che concilia asciuttezza e raffinatezza, e con un’ispirazione che piacerebbe sia a Zanzotto, sia a Celati. Viene da pensare che, nel 2019, il viaggio in Italia non possa che essere questo.

Il trailer del libro

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