Venezia è il palcoscenico su cui si muovono tre personaggi apparentemente eccentrici. Nereo Rossi è uno dei radiotelecronisti più bravi e ammirati, e ora teme, a causa di una malattia, di non riuscire più a dominare le parole. Adriano Cazzavillan insegna lettere in un liceo, è sposato e ha due figli, e sogna di diventare uno scrittore affermato. Carletto Zen accompagna i turisti negli appartamenti che hanno prenotato per le vacanze, e che lui stesso riordina e pulisce per i rispettivi proprietari; vorrebbe trovare una donna che lo ami, e di cui essere innamorato. I tre sono protagonisti microsistemi assai lontani e, dunque, di storie diverse, che si alternano l’una all’altra, in tanti brevissimi capitoli. Nereo si racconta, rivolgendosi alle sue care parole e cercando di capire che cosa fare, e come farlo, prima che queste scompaiano dal suo orizzonte: si intuisce che non è giunto in laguna per caso e che una missione finale da compiere, e che questa non coincide con la scrittura dell’autobiografia che un giovane editor cerca di ritagliargli su misura. Cazzavillan è sospeso tra l’invidia che prova per un suo collega e la quotidianità della sua vita familiare: la prima prevale presto sulla seconda, e ciò determina una brusca accelerazione delle ambizioni letterarie, ma anche un’avventura inattesa e del tutto sorprendente, per quanto solo virtuale. Carletto pare condannato a un’esistenza modestissima e neanche le sue straordinarie doti di amatore gli possono garantire di fare l’incontro che tanto attende: è sgraziato e impacciato, ed è bersagliato da una frustrazione pressoché invincibile. Le traiettorie dei tre seguiranno implacabilmente il loro corso, che, pur non essendo così confortante, non è quello previsto, né quello prevedibile. Come se la vita che conduciamo fosse un fattore puramente organico, doverosamente recalcitrante ad esaudire le nostre volontà.

Con questo libro Scarpa torna alla libertà di Occhi sulla graticola, il suo primo successo. La scrittura è divertita e sfrontata, come allora. E come allora lo sguardo è del tutto disincantato, fresco, illimitato. La differenza è che allora, nel bel mezzo degli anni Novanta, se ne parlava come di un nuovo linguaggio, quello della pulp generation. Forse era vero, forse no. Probabilmente no, o non del tutto. Perché era vero che si trattava di uno stile inedito, ma non era vero che la definizione pulp potesse rivelarsi così adeguata a identificarne univocamente le sue voci e, soprattutto, a sintetizzare verosimilmente le molte implicazioni di quella singolare sensibilità. Quanto meno non era vero per Scarpa, che in questo suo ultimo ritorno al futuro si rimette a nudo: un po’ rilanciando l’originalità e la sfrontatezza della sua penna, un po’ rivelandoci uno spicchio ulteriore di una specifica idea della scrittura e di un coerente approccio al mondo e agli uomini. Quella di Scarpa è una prospettiva che, pur non giudicando, giudica a fondo, eccome. Rappresenta i suoi eroi come doverosamente fragili, disinibiti e sciolti, non perché rivestano la funzione di macchiette satiriche, ma perché possano avere concretamente la possibilità di affrancarsi – di affrancarci – dai condizionamenti di un Super Io tirannico e perverso, alimentato da una realtà convenzionale e capziosa. Tanto è vero che la chance per emanciparsi sta sempre al di fuori di una cornice sociale di presunta normalità: al di fuori del comune senso del pudore, diremmo in primo luogo, ma anche al di là delle comuni ipocrisie, di fronte alle quali, in verità, anche il sogno, la realtà virtuale o l’istinto di vendetta possono veicolare ciò che di meglio ci potrebbe accadere. Il contesto, viceversa, è sempre scontato e opprimente, coscienzioso e ambiguo, occhiuto e onnipresente, come il cipiglio di un gufo, la condanna severa dalla quale sembra vano fuggire.

Recensioni (di Tamara Baris; di Mimmo Cangiano; di Massimiliano Parente; di Pietro Spirito)

Scarpa presenta il suo libro

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All’inizio degli anni Novanta Andrea suona la chitarra in un gruppo rock e passa le sue giornate di giovane studente a leggere da solo, sui gradini dell’università. Un giorno conosce Q, chitarrista e benzinaio, con cui condivide lunghe partite a scacchi in una birreria all’aperto; e scopre il grunge. Così esce dal gruppo, smette di studiare e comincia a suonare proprio assieme Q, che lo introduce all’amicizia di Squama, Sasquatch e Chico, allegri e incoscienti sfaccendati. Per il protagonista comincia anche un lungo periodo introspettivo, che gli ricorda i problemi della sua famiglia e lo porta alle soglie della depressione. La musica dei Pearl Jam, di Ten in particolare, scandisce le emozioni e le avventure dei cinque ragazzi, dediti a serate alcoliche, viaggi lisergici e feste scatenate. Dopo l’ennesima devastazione, Andrea parte in treno con Q, verso la Francia, l’Inghilterra e la Scozia, per un viaggio da vivere giorno per giorno: suonano per le strade, dormono dove capita e fanno incontri più o meno fortunati. La fame, la sete e la nostalgia li riportano a Roma, ma solo per ripartire di nuovo verso Amsterdam, ritornare ancora, rischiare la vita in un brutto incidente e capire che forse è venuto il tempo di passare oltre e definire per sempre un sodalizio decisivo.

“I dischi e i libri sono specchi, più o meno deformanti, in cui cerchi te stesso, le parole e i suoni che sei. E quando li trovi, è allora che esisti, totalmente, pienamente, che sei, senza propaggini, senza scaturire oltre i limiti, solo nel tempo che permane, nel preciso istante”. Basterebbe questo estratto per farsi l’idea, ingannevole, che Anni luce sia un concentrato di luoghi comuni triti e ritriti, e per etichettarlo come il più tipico romanzo generazionale, con Eddie Vedder a fare la parte che in altra epoca è toccata a Jack Kerouac (che pure viene citato nel testo…) e con l’Autore a raccontare nuovamente (assieme a Kafka, ugualmente citato…) l’impossibilità della giovinezza eterna e la funzione catartica di alcuni classici riti di passaggio. C’è da sperare che non sia per queste virtù che Anni luce è stato pronosticato come uno dei potenziali candidati allo Strega di quest’anno. Se così fosse, allora sarebbe bene che i giurati si facessero un esame di coscienza: se intendessero premiare un romanzo a sfondo musicale sull’adolescenza profonda, meglio rileggere L’erba cattiva di Ago Panini, fare un doveroso confronto e trarne ogni conseguenza, sia pur fuori ogni tempo massimo. Il racconto di Pomella, in verità, merita consensi per altre ragioni; in particolare per i vari e sparsi frammenti in cui si parla del grunge, del falso dualismo tra Nirvana e Pearl Jam, dell’evoluzione che questi hanno affrontato (da Ten a Vitalogy) e dell’individuazione delle loro radici (come, forse, di quelle di tutto il grunge) nella ruggine e nelle interruzioni di una narrazione, e di una classe, popolare che si scopre intimamente stanca, delusa e depressa (sul punto scrivere di – e citare – Steinbeck è calzante). Insomma, Anni luce fa venire la voglia di ripescare un intero arsenale di buona e sana musica, ed è questa la sua bontà.

Recensioni (di Francesca Fiorletta; di Gianni Montieri)

Una famosa performance dei Pearl Jam

Un pezzo di Pomella sui 25 anni di Ten

Il sito dell’Autore

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Al primo piano di un condominio, in Israele, vicino a Tel Aviv, abitano Arnon e Ayelet, una giovane coppia. La voce narrante è quella di Arnon, che racconta allo scrittore, suo amico, gli eventi recenti che lo hanno sconvolto. Arnon è convinto che la figlia Ofri abbia subito una violenza per mano di un anziano signore, che vive in un appartamento sullo stesso pianerottolo, con la moglie. Ne è così persuaso, che, nonostante tutti tendano ad escludere che il fatto sia realmente accaduto, Arnon arriva a farsi giustizia da solo, finendo per essere preda in prima persona, in una sorta di fatale contrappasso, di un impulso incontrollabile e irrimediabile, che pare, però, voler rimuovere completamente. Nel frattempo, al secondo piano, Hani scrive una lettera alla sua migliore amica, emigrata negli Stati Uniti, e le confida tutte le difficoltà del rapporto con il marito Assaf, spesso all’estero per lavoro. In realtà la confessione che vuole farle è un’altra: forse è un sogno, forse no; ma sente di aver vissuto un’improvvisa e magica avventura con il fratello di Assaf, rifugiatosi da lei per nascondersi, perché ricercato dalla polizia e dai clienti che ha truffato in uno spericolato calembour di speculazioni immobiliari. Al terzo piano, infine, c’è Dvora, giudice in pensione, che ritrova una vecchia segreteria telefonica e, dopo avervi sentito la voce registrata del marito defunto, ex giudice anch’egli, decide di incidere il racconto di ciò che le è successo nell’ultimo periodo: ha partecipato ad una manifestazione contro le politiche governative, è stata in mezzo ai giovani e ha cercato di aiutarli, ha conosciuto per caso il vecchio e misterioso Avner e ha deciso di vendere l’appartamento; soprattutto, però, è tornata in contatto con il figlio Adar. Ed è un’occasione, questa, che ha pensato di non voler perdere.

In quest’ultimo romanzo di Nevo ad ogni piano dell’edificio in cui vivono i protagonisti corrisponde una storia diversa, con donne e uomini che si sfiorano, si intravedono appena e sperimentano situazioni e pulsioni particolari, che paiono l’una indipendente dall’altra. Anche lo stile, di volta in volta, sembra cambiare, in una ricerca di piena e coerente corrispondenza tra la personalità, l’inclinazione dell’attore principale e il tono della sua voce. Queste storie, tuttavia, non sono slegate. I loro (anti)eroi – Arnon, Hani e Dvora – hanno molte cose in comune: 1. abitano nello stesso luogo, anche se si conoscono solo superficialmente; 2. affrontano un’esperienza individuale di crisi, che in larga parte ha a che fare con la loro vita di coppia e familiare; 3. per comprendere e superare il problema che li affligge, scelgono (o meglio, hanno bisogno) di confrontarsi con un interlocutore via via più lontano, più profondo. La combinazione di questi tre elementi tradisce l’espediente che l’Autore ha coltivato. Così rappresentate, infatti, le tre storie emergono per quello che realmente vogliono mettere in scena: i tre luoghi psichici di uno stesso soggetto (Es, Io e Super-io), alle prese con una vera e propria seduta psicanalitica, che è anche la seduta alla quale l’Autore sottopone buona parte della nostra quotidianità più spicciola e dei reconditi anfratti di cui essa è spesso costituita. Ma Nevo si guarda bene dal seguire questa strada fino in fondo: non pare che il suo obiettivo sia quello di eleggere il paradigma freudiano a chiave di lettura e criterio risolutore di qualsiasi incidente di percorso della vita affettiva. Ciò che lo preoccupa non si muove sul piano strettamente introspettivo, il suo vuol essere un apologo – a formazione progressiva, piano dopo piano – sull’indispensabilità delle relazioni e sui pericoli, per il singolo come per la società in cui vive, della ricerca autoreferenziale della felicità. Può apparire singolare, specie ai lettori più ingenui, che sia uno scrittore israeliano a fornirci la descrizione più semplice e incisiva dello stato di smarrimento emotivo che è così tipico dei contesti più strettamente occidentali. Il fatto è che, da tempo, dobbiamo proprio alla letteratura israeliana e alla sua rigorosa esperienza, ormai affermata e radicata, la capacità di interpretare al meglio tutti i nostri disagi; e ciò perché, sia pur nella sua estrema singolarità, Israele, soprattutto se visto da vicino, ci pare sempre di più l’avanguardia più ricettiva delle trasformazioni e dei problemi che più ci riguardano.

Recensioni (di Eleonora Barbieri, Annalena Benini, Sandee Brawarsky, Michele FazioliAyelet Gundar-GoshenElena Loewenthal)

Tre interviste all’Autore (da ilmanifesto.it, da letteratura.rai.it, da stradanove.net)

I labirinti invisibili di Eshkol Nevo

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Il vecchio è accompagnato da una ragazza e da un cane. Ha una meta precisa, vuole raggiungere Scano Boa, l’ultima isola sabbiosa tra la foce del Po e il mare. Lì potrà darsi alla pesca dello storione, per guadagnare al più presto i soldi che servono a pagare la multa che trattiene il figlio in prigione. È per questo che si è portato dietro la nipote, Flavia; per conservare ciò che gli resta di una famiglia che sembra sfuggirgli. Il guardiano del faro gli dà una mano, per cominciare. La sua determinazione è rabbiosa, e la fatica, le privazioni e l’ostilità degli altri pescatori non sembrano poterlo ostacolare. Trova un aiutante, il mulatto, e alcune catture vanno anche a buon fine. Lo domina, però, un’ossessione integrale, che finisce per allontanargli definitivamente anche Flavia e il giovane aiutante. In tanti non lo capiscono, perché sanno che la sua è un’ostinazione senza speranza e autodistruttiva. Il vecchio sa bene di che cosa si tratta: “non è che noi siamo cattivi, ma sono piuttosto le cose a renderci crudeli”. È una sfida con il fato che la vita gli ha riservato, una lotta con la fortuna e con la violenza degli elementi, la scarsità dei mezzi e la debolezza dell’età, una missione che si illude di poter compiere solo su quel terreno, di naufragio in naufragio, di umiliazione in umiliazione, fino ad una resa tragica e quasi scenografica. Con un riposo che pare essergli negato anche dopo la morte.

Cibotto se n’è andato l’estate scorsa, mentre ero preso da un trasloco. Ho cercato Scano Boa subito, per risentirne a caldo la voce, la corrente, e per lasciarmi commuovere. Ma tra gli scatoloni non l’ho più ritrovato. L’ho ricomprato usato qualche settimana fa, in questa piccola edizione tascabile, e l’ho apprezzato ancor più di quanto non avessi fatto alla prima lettura. Un Grande Veneto, Cibotto; innamorato della sua terra come lo sono stati Comisso, Parise e Zanzotto. Ma anche un grande talento epico, che tra Melville, Faulkner e Caldwell non sfigura. Il suo vecchio pescatore è come il capitano Achab; il Delta del Po è l’orizzonte di una lussureggiante e fagocitante Yoknapatawpha di acqua, di limo e di vento, proiettata verso il mare; e gli altri personaggi, tutti, sono le comparse di un ecosistema che le vuole costantemente nel loro destino, eterno e per ciò vincente, di povertà, di cinismo, di lotta e di inevitabile sconfitta. Poi, però, c’è il valore aggiunto della poesia, del senso plastico dell’immagine, di quel tanto di lucreziano istinto, passionale, che nell’anima di ogni scrittore padano è sorprendentemente innato, e che sa sempre promuovere un racconto a sceneggiatura toccante e suggestiva del valore morale della Natura, della sua impetuosa indifferenza e delle gesta disperate di chi la vive fino in fondo. Del resto, da Scano Boa – che come luogo, selvaggio ed evocativo, esiste veramente, come il faro di Pila – sono stati tratti due film, uno nel 1961 e uno nel 1996, anche se solo Lattuada (o il De Santis di Riso amaro) avrebbe potuto trarne spunto per un vero capolavoro neorealista. A pensarci bene, questo romanzo di Cibotto è più forte de Il vecchio e il mare di Hemingway, perché davvero non arretra mai, neanche al suo epilogo, ed è proprio bello immaginare che, forse, anche il grande Nobel nordamericano ne avrebbe amato l’estrema sincerità.

Una recensione

Un ricordo di Cibotto

La voce di Cibotto nel suo mondo

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La prima lettura (M. Enard, L’alcol e la nostalgia) è il racconto di un viaggio: è quello dell’io narrante, che percorre la Transiberiana da Mosca a Novosibirsk, verso la casa natale di Vlado, l’amico russo, ora improvvisamente defunto, con cui ha condiviso una stagione di eccessi e l’amore per la stessa donna. L’occasione è buona per rievocare l’agrodolce deriva del triangolo, ma anche per tuffarsi in un rapsodico e suggestivo girovagare nell’anima russa di ieri e di oggi: da Ivan il Terribile ai deportati dei Gulag, dalla Rivoluzione d’Ottobre ai contrasti stranianti della Mosca occidentalizzata, dagli umori inquieti di Dostoevskij alle storie eroiche dei cavalieri selvaggi di Joseph Kessel… L’atmosfera è quella di una eterna decadenza, che si compiace della sua ineluttabile grandezza, e pure il protagonista sembra abbracciare un destino di finale nullificazione, anche se l’amore e la sua nostalgia forse avranno la meglio. Il libro è adatto per un pomeriggio invernale, per lasciarsi andare alla prosa di un intellettuale colto e ipersensibile, di un rabdomante di tormenti e ibridazioni emotive. Si rischia di scoprire che anche le paturnie, specie quelle di fine anno, possono stare in buona compagnia e generare momenti e riflessioni quasi consolanti.

La seconda lettura (J. Baudrillard, Il complotto dell’arte) è un regalo azzeccato, una raccolta di saggi brevi e ficcanti di uno dei più originali e pensosi interpreti del nostro tempo, qui impegnato in una disamina critica dell’arte contemporanea e dei processi trans-estetici di cui essa è formidabile strumento. Il cuore del volume è l’intervento, tanto sintetico quanto denso, che gli dà anche il titolo, e che riproduce un articolo pubblicato nel 1996 sul quotidiano Libération, fonte di una discussione che tra gli addetti ai lavori si è protratta per molto tempo. La tesi è che l’arte contemporanea ha perso “il desiderio dell’illusione, a vantaggio di una elevazione di ogni cosa alla banalità estetica”, e che, ciò facendo, abusa continuativamente dell’impossibilità di un “giudizio estetico fondato”, in una strategia ammiccante e sostanzialmente commerciale. La contestazione è dura. Baudrillard, però, non assume la veste del castigatore. La sua è una prospettiva antropologica, volta a descrivere una rivoluzione generale, che non è certo così recente e che è stata anche capace di anticipare se stessa e di sublimarsi in opere particolarmente sintomatiche, come sono – per Baudrillard – quelle di Warhol. L’interrogativo ancora aperto è solo uno: saprà il pubblico accorgersi di tutto questo? Fino a che punto rimarrà complice, esso stesso, di questa grande mistificazione? Il 2017 è stato l’anno della lussureggiante ed estrema esposizione di Hirst nella Venezia di Palazzo Grassi e Punta della Dogana: anche chi c’è stato si sarà sicuramente posto, come Baudrillard, tante domande…

La terza lettura (C.G. Starr, Lo spionaggio politico nella Grecia classica) appartiene al genere dei ritrovamenti causali, tanto estemporanei quanto felici. È un lavoro che risale agli anni Settanta e che Sellerio ha pubblicato in Italia accompagnato da una prefazione di Luciano Canfora e da una lunga introduzione del curatore, Corrado Petrocelli. L’Autore, uno storico nordamericano, avverte da subito che in tema di utilizzo strategico di informazioni, pubbliche o segrete, le fonti antiche sono scarse, e che in un’indagine di questo genere il rischio dell’anacronismo è sempre molto alto. Poi, però, spulciando in Omero, nelle Vite di Plutarco, nelle tragedie, in Tucidide e Demostene e in altre opere meno conosciute, Starr dimostra che anche nelle poleis greche si assumevano decisioni importanti sulla base di ciò che si conosceva del nemico, avendo cura di raccogliere notizie nei modi più disparati (grazie alle relazioni commerciali, alla circolazione delle compagnie artistiche, ai rapporti familiari tra le aristocrazie cittadine, alle delazioni degli esiliati…). La cosa che è più sorprendente è che nell’antica Grecia era nota anche l’attività della dissimulazione e dello sviamento, magari mediante la spedizione di messaggi, o di messaggeri, artatamente ambigui, nella speranza di ingannare le potenze concorrenti; e che, comunque, spesso e volentieri, anche a fronte di notizie genuine, i governi – e le assemblee in cui se ne discutevano e condividevano le intenzioni – le hanno interpretate e usate male. C’è, infine, un’osservazione, che Starr formula in un paio di occasioni, e che sembra molto calzante per sfatare alcuni luoghi comuni: nell’antica Grecia le informazioni trattate segretamente si rivelavano molto meno efficaci e utili di quelle raccolte pubblicamente. E non è che, in questo secondo caso, non si possa parlare di attività di intelligence.

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Tra il 1076 e il 1077, nel momento più nevoso e freddo dell’inverno, Sant’Anselmo da Alberone viene chiamato a Canossa dalla contessa Matilde. È lei stessa ad andarlo a cercare sulla Pietra di Bismantova, dove l’eremita sta combattendo col Diavolo. Nel bel mezzo della lotta per le investiture, Matilde deve affidare ad Anselmo una missione per conto di Papa Gregorio VII, che proprio a Canossa sta aspettando l’arrivo dell’imperatore Enrico IV: si tratta di andare fino ad Aquileia, per convincere l’autorevole patriarca a prendere posizione a favore del Pontefice. Anselmo accetta e intraprende un lungo viaggio, che dall’Appennino reggiano lo spinge fino alle rive del Po, dove decide, assieme al misterioso mendicante Galaverna, di aggregarsi alla spedizione di Vitige, giovane re di Brescello. La carestia, infatti, obbliga il sovrano ad imbarcarsi e a solcare le pericolose e gelate acque della Padusia, alla ricerca di una misteriosa zucca gigante, capace di nutrire tutto il suo popolo. Comincia in questo modo un’avventura mirabolante, piena di incontri fantastici, di peripezie altrettanto straordinarie e di personaggi memorabili. Non sarà facile, dunque, il viaggio di Anselmo, che dovrà lottare con gli Uomini, con la Natura e con il Diavolo, e che, tuttavia, complice l’affetto per un bambino selvaggio, scoprirà il famoso tesoro del Bigatto e arriverà a destinazione.

Pederiali è veramente un autore da riscoprire, per tante ragioni. Sicuramente, innanzitutto, perché si dimostra maestro di un genere molto originale – un po’ storico, un po’ fantasy, un po’ tragicomico – che, come si suol dire, può piacere in egual misura “ai grandi e ai piccini”, e che ci restituisce l’immagine brancaleonesca di un Medioevo tanto fiero e avventuroso quanto oscuro, affamato e sgangherato. Non stupisce che proprio questo libro, edito per la prima volta nel 1980 da Rusconi, tradotto in più lingue e ora, nel 2017, meritoriamente riproposto da Kappalab, abbia avuto un grande successo, anche come lettura scolastica. C’è da dire, poi, e qui sta il secondo pregio, che la scrittura di Pederiali è chiara e pulita, ed efficace; e ciò senza perdere di una sua intrinseca e sottostante complessità, che costituisce, forse, il vero segreto di questo grande artigiano. La sua penna, infatti, sembra il terminale di una tradizione intera, quella padana, che ribolle in ogni pagina, come un buon lambrusco, e che nell’apparenza di parole ed espressioni precise e nitide colora la storia di immagini particolarmente evocative: di santi, di cavalieri, di signori nobili e crudeli, di castelli, di mostri, di maghi, di boschi misteriosi e di paludi assassine. È la sapienza dei luoghi e dei saperi popolari del Grande Fiume: un misto di cronaca antica e di racconto d’osteria, che non prova timore nell’esagerazione, perché la verità si può dire anche così, e che in Pederiali trova un onestissimo e fedele cantore.

Enrico IV a Canossa (da raistoria.rai.it)

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In una Roma estiva che si sta preparando alla visita ufficiale del ràis libico Gheddafi, Ilaria Profeti, insegnante, torna al suo appartamento all’Esquilino, e sul pianerottolo si imbatte in un ragazzo di colore, che viene dall’Etiopia e dice di essere suo nipote. Il padre Attilio è sempre stato uomo di grandi sorprese, Ilaria lo sa bene: ha dovuto attendere l’adolescenza per scoprire che non aveva soltanto due fratelli; ne aveva tre, e il terzo, nato da una relazione extraconiugale lunga e segreta, porta pure il nome paterno. Ora, però, Ilaria ha appena scoperto di averne avuto anche un quarto, di fratello, addirittura in Africa. E così è tempo di scavare, di capire, e di aiutare il giovane clandestino, novello parente piovuto chissà da quale lontano e sconosciuto passato. Si alternano, allora, storie diverse: quella del vecchio Attilio, ad esempio, e delle avventure africane nell’Italia coloniale, dove il Profeti si era distinto, facendo da scorta ad una spedizione per lo studio delle razze; quella di Ilaria e del suo amore per Piero, figlio di un potente uomo d’affari, ex capo del padre e sodale di tanti affari; quella della famiglia africana di Attilio, e in particolare del suo figlio abissino e del nipote, quest’ultimo giunto, per l’appunto, nella capitale dopo la terribile odissea che oggi affrontano tutti coloro che vogliono uscire dalla dittatura della miseria e della sopraffazione; e infine quella dell’Etiopia postbellica, corrotta e dilaniata da conflitti e violenze, e giustapposta all’Italia della Seconda Repubblica, altrettanto immersa nei suoi vizi e nella sue invincibili amnesie. Negli intrecci e nelle sovrapposizioni di questo affresco – nel quale i personaggi si rincorrono continuamente, nello spazio e nel tempo – i ritrovamenti di Ilaria saranno tanti, e non mancheranno anche il colpo di scena, nello stile un po’ ironico e beffardo che più si addice al destino di questo incredibile mondo.

Con Sangue giusto si chiude la trilogia avviata dal bellissimo Eva dorme e continuata con Più alto del mare. Anche qui la scrittura si distingue per la sua evocativa chiarezza. E anche qui è uno spezzone del grande ed eterogeneo generone nazionale ad esserne il protagonista drammatico, con una vicenda che prova a mettere in comunicazione le pagine più ambigue e vergognose del colonialismo italiano con il tipico profilo biografico di una umanità piccola e qualunquista, tanto riuscita quanto eticamente irrisolta. Non serve questo racconto, in verità, per ricordarci che gli italiani sono stati fascisti e razzisti, e che si sono macchiati di crimini e sopraffazioni difficilmente cancellabili. Il romanzo arricchisce un panorama editoriale di rinnovato e fertile interesse per gli “scheletri nell’armadio“. Tuttavia, siamo di fronte a una storia che, parlandoci anche – se non soprattutto – di chi siamo oggi, e di quale – e quanto confusa – sia la nostra genealogia morale e sociale, mette in scena un montaggio di immagini e di situazioni sinergiche che non è per nulla forzato accostare; e che consente più di qualche agnizione. Perché, in Italia, la banalità delle aspirazioni più grossolane e provinciali, come il sogno del benessere e del riconoscimento verso il quale esse tendono invariabilmente a scivolare, costituisce, da sempre, il motore infallibile di un progresso dal rombo quasi tranquillizzante, e capace di travolgere la coscienza, individuale e collettiva, e di garantire autoassoluzioni continue ed efficaci, specie in un quadro di disfacimento strutturale, molle e complice. Dunque, se siamo giusti, o meno, non è per una questione di sangue. Certo: il nostro sangue non è mai più giusto di quello degli altri; e anche quello degli altri può essere più sbagliato del nostro. Ma per Francesca Melandri il tema del sangue non è funzionale alla sola resa dei conti con il razzismo e con la parte che esso ha avuto nella storia degli italiani. Il tema del sangue è funzionale al ragionamento sul fatto che la giustizia si misura su qualcosa di diverso da una presunzione di superiorità egoista e infantile che esige di vedersi sempre soddisfatta, e che c’è comunque il margine, e l’occasione, per provarlo e per sparigliare le carte: per essere diversi, cioè, dall’eterna e appiccicosa voglia di salvarci e di non cambiare mai le nostre vite e il nostro paese.

Recensione (di David Valentini)

Conversazione con l’Autrice (su radioradicale.it)

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Vicino alla stazione di Firenze, lungo i binari, viene ritrovato un corpo. È quello di un vecchio, distinto e ben vestito. Corre l’anno 1931, ed è l’alba di una fredda giornata di febbraio. Nessuno sembra desideroso di capirci qualcosa e il caso viene affidato a un giovane commissario, Ottaviano Malossi, che fiuta subito la patata bollente. Il morto, infatti, è nientemeno che il generale Andrea Graziani, pezzo grosso del regime e già Ispettore Generale del Movimento di Sgombero delle truppe in rotta dopo Caporetto. La sua fama di fucilatore, sul fronte della Grande Guerra, lo ha sempre preceduto; anche Malossi, ragazzo del ’99, se lo ricorda. Forse è per questo che tutti si aspettano che l’indagine finisca presto e che si accerti che si è trattato di un semplice incidente. Ma probabilmente c’è qualcosa di più, e il commissario vuole comunque vederci chiaro. La verità, infatti, è ben altra: viene proprio dai campi della disfatta dell’autunno del 1917. Dai luoghi in cui si svolge una diversa storia, quella che l’Autore intreccia alla prima, e che ha come protagonista un Vecio, uno dei fanti del 1915, sopravvissuto a tante sanguinose battaglie e ritratto nelle sofferenze della dura ritirata di Caporetto e della strenua difesa del nuovo confine. Che cosa c’entra questo Vecio con la morte di Graziani? Forse i loro destini si erano improvvisamente incontrati? Malossi lo intuirà in quel di Verona, ai margini dei solenni funerali che le camicie nere dedicheranno al generale defunto. E deciderà, per quanto gli compete, di fare a suo modo giustizia.

A qualche anno di distanza dal freschissimo esordio de Sul Grappa dopo la vittoria, Paolo Malaguti torna a raccontare il primo conflitto mondiale. Lo fa, però, con un’intenzione ben precisa. Il nuovo senso di questo romanzo ci scruta sin dalla copertina e ha lo sguardo ghiacciato di Max Frechette, uno degli attori di Uomini contro (1970), di Francesco Rosi. Non è il richiamo generico a un’immagine di trincea; è il rinvio a un’atmosfera coerente, di dolore, denuncia e ribellione. È chiaro, infatti, già dalle prime pagine, che Malaguti vuol prendere una parte, senza ambiguità. Vuole stare, nel centenario che la ricorda, con chi ha subíto la Grande Guerra, con quegli italiani che, ritenuti colpevoli di condotte poco fedeli, sono stati puniti o uccisi dalle incomprensibili sanzioni e dagli ordini spietati di gerarchie tanto inflessibili quando militarmente incapaci. E vuole condannarle quelle gerarchie, come tutta quella guerra, un conflitto che ha travolto o segnato migliaia di individui semplici. Per raggiungere questo scopo, lo scrittore ha deciso di marciare col soldato, col Vecio e con la buffa, imparandone il gergo (riproposto in appendice al volume), condividendone speranze e paure, e coltivando passo dopo passo, nel fango e negli orrori, un insopprimibile senso di vuoto, di abbandono e di rifiuto, e un’istanza di riconoscimento, per la quale, tuttavia, la sola memoria non sembra più sufficiente. Era tempo, dunque, che il lungo viaggio del Vecio (così potremmo chiamarlo) venisse riscoperto, a testimonianza della sventura di un intero esercito; ma era anche tempo che questo viaggio diventasse l’antefatto di una sentenza esemplare, come spunto per la rinascita di un giudizio collettivo finalmente più giusto. È per questo che Malaguti inventa Malossi, facendogli condurre un’indagine che riporta alla luce un fatto tanto assurdo quanto realmente accaduto, per il quale il generale Graziani è da sempre rimasto tristemente famoso, e del quale ora, sia pur post mortem, può pagare simbolicamente le conseguenze.

Recensioni (di Franco Cardini; di Dino Messina; di Milena Nebbia; di Maria Emilia Piccone; di Silvia Stucchi)

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Michele Balistreri è un poliziotto dal passato oscuro. Negli anni Settanta militava in Ordine nuovo. Allora, per tutti, era Africa: perché era nato a Tripoli, e perché la sua era una storia di ribellione e di onore in salsa postcoloniale. In mezzo sono successe tante cose, e il famoso commissario Giannini lo ha salvato da una deriva molto pericolosa. Ora, nel 1986, il passato ritorna. Giulio Giuli, un tempo Ringo, è stato ucciso dentro la sua ricca casa. Di strada ne aveva fatta tanta, in politica e negli affari. Dal Fuan era passato alla Dc, e aveva sposato la bellissima Isabella Mulas, proprio lei, quella di cui Africa si era innamorato. Quella che ora Michele deve interrogare – e quindi, fatalmente, rivedere – per avviare le sue indagini. Il punto è che con Ringo e Isabella riemergono anche altre figure, altri camerati. Michele sa che deve tornare nel 1974, quando stava con Ringo, e con Dracula, Benvenuti e Boccino… E quando c’era anche Viola, figlia irregolare di un potentissimo uomo politico. Lo sa anche l’Autore del romanzo, che così alterna la crime story con la tecnica del flashback, mettendo in campo un intreccio complesso, le cui verità sono sepolte in storie di amori non corrisposti, di diari nascosti, di gelosie brucianti, di segreti di Stato e di pericolose derive, eversive e personali. Balistreri, alla fine, scoprirà tutto, anche i propri errori. Ma questa volta non sarà lui il vero protagonista.

Costantini è nato a Tripoli come il suo eroe. Forse la forte immedesimazione dello scrittore con Balistreri è il vero marchio di fabbrica di un personaggio che non può non piacere. Il piatto, infatti, è potenzialmente gustoso, perché, oltre che ad una viva partecipazione del suo chef, attinge anche ad una cucina che oggi è di grande successo. Non c’è niente di meglio, infatti, degli anni di Piombo, della politica corrotta e delle avventure generazionali per appassionare il lettore medio degli anni Duemila. Ma proprio qui si nasconde un primo punto debole, per il cui superamento il romanzo offre il fianco a un’ulteriore critica. Da un lato, le situazioni in cui si trova Balistreri sono ormai note, appartengono, cioè, a un immaginario tanto frequentato dalla narrativa di genere dall’essere assai prevedibile. Dall’altro, per mascherare questa cronica prevedibilità, si sceglie la via di saltare e posporre parti salienti della storia, con un montaggio che, tuttavia, mentre non supera completamente il problema, risulta troppo meccanico, troppo artificioso. Come se fosse stato fatto e rifatto più volte, al termine di alcune stesure; e con il risultato di ingenerare la sensazione che non vi sia veramente un mistero da svelare e da comprendere, ma soltanto un difetto temporaneo di informazione. Ciò non toglie peraltro che, anche con questo libro, chi si era affezionato al Balistreri della cd. trilogia del male possa continuare a trarre le soddisfazioni che cerca. Né può dirsi negativa l’idea di concentrare il fuoco dello sguardo sulle figure femminili e sulla loro inestinguibile sete di giustizia assoluta, qui rappresentata nel suo apogeo e nel suo contemporaneo fallimento. La cifra del libro, d’altra parte, è una generale rappresentazione del duro destino che incontra ogni vocazione ostinatamente individuale. Su questo binario il racconto funziona senz’altro.

Recensioni (di Marco Imarisio; di Pietro Cheli)

Intervista all’Autore

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Nell’Italia longobarda del VI secolo le vite di Gisulfo e Placidia sono molto diverse: nobile guerriero di stirpe germanica, l’uno; rampolla aristocratica di origini bizantine, l’altra. I loro destini mai potrebbero incontrarsi, se non nel corso di qualche barbaro saccheggio. Ma per caso si vedono, si innamorano all’istante – il linguaggio degli occhi… – e, nonostante la ritrosia delle loro genti, si sposano. I due hanno punti di vista ostinatamente distanti, e le cose non cambiano neppure quando Gisulfo decide di diventare cristiano. La fede e la cultura di Placidia gli paiono forme di incomprensibile mollezza, armature troppo deboli per un età troppo violenta. Tornare ai costumi del suo popolo, allora, gli sembra la soluzione migliore, da perseguire quasi con polemica e offensiva ferocia. Poi, all’improvviso, Placidia si ammala gravemente e muore, e le certezze del duca longobardo crollano ancora, disperatamente. La crisi, però, non viene invano: per Gisulfo è tempo di scoprire un più autentico, e profondo, punto di incontro e di comunione, con se stesso e con la sua amata e scomparsa consorte.

Il Cipolla autore di questo breve – e delicato – racconto è il Cipolla famoso, il noto e compianto storico dell’economia, la cui penna ha partorito veri e propri gioielli, da Allegro ma non troppo a Vele e cannoni. Il maestro del dettaglio intelligente – non trovo espressione migliore per definire il Cipolla – si rivela tale anche quando assume in modo più scoperto le vesti del semplice narratore. Raccontare storie gli è stato sempre congeniale; tanto più se sono l’occasione di rivelare e illustrare i colori e le forme dello sfondo che le ospita e che le determina. Il linguaggio degli occhi non fa eccezione. Ha la cadenza di una classica storia d’amore, con tutti i suoi luoghi più comuni, ricostruiti con minuzia. Al contempo è un pretesto per un tuffo, senz’altro divertito ma non banale, nella pianura padana delle invasioni barbariche, di scontri di civiltà ormai dimenticati e di una cristianità che, passo dopo passo, si sta trasformando e inculturando. Che ci volessero Gisulfo e Placidia per spiegare così bene la tensione totalizzante del cristianesimo medievale può sorprendere. Ma la bravura di Cipolla è tutta qui. E non mi resta che ringraziare chi mi ha prestato questo piccolo, quasi introvabile, gioiello.

Da visitare: una bella mostra sui Longobardi

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