Nel 1875 – l’anno cruciale in cui consuma il suo definitivo addio alla letteratura – Arthur Rimbaud soggiorna a Milano per qualche settimana. Lo sappiamo da un biglietto da visita, nel quale il poeta avrebbe aggiunto al proprio nome un domicilio, un indirizzo di una Piazza Duomo oggi completamente cambiata. Di questo soggiorno sappiamo anche un’altra cosa: a Milano Rimbaud è ospite di una vedova, della quale, però, è rimasta del tutto ignota l’identità. Restano dunque inevasi molti interrogativi. Perché Rimbaud si è fermato a Milano? Qual era la sua destinazione finale? Chi era la signora che lo ha ospitato? Che cosa ha fatto il poeta in quelle settimane? Gli ingredienti per il mistero ci sono tutti, ma provare a scioglierlo è un’impresa impossibile, perché gli indizi da cui muovere sono realmente pochi. L’Autore, in verità, sa bene che più che la meta vale il viaggio, la ricerca costante e appassionata che lo anima. Questo libro, infatti, è la raccolta dei dati, delle suggestioni e delle osservazioni di contorno che Franzosini ha assemblato nel suo puntiglioso vagabondaggio, e che permettono, meglio di qualsiasi altro saggio, non solo di introdursi all’universo rimbaldiano, ai suoi miti e alle sue molteplici letture, ma anche di ricevere qualche breve spaccato della cultura e della società della seconda metà dell’Ottocento.

Nel testo ci si imbatte in tante pagine curiose: quelle sulla difesa della memoria del grande poeta (specie da parte dei suoi familiari…); quelle sul carattere del giovane Arthur (a dir poco bizzoso); quelle sui salotti meneghini e sugli ambienti letterari del tempo (che quasi sicuramente non hanno avuto alcun contatto con il poeta maledetto)… Non mancano, poi, le coordinate più classiche della “leggenda Rimbaud”: il ribellismo, le relazioni pericolose con Verlaine, le poche ma saldissime amicizie, le fughe ripetute, le avventure e i viaggi continui. C’è anche il romanzo, ovviamente, ed è quello che, tassello dopo tassello, Franzosini costruisce in modo solo tangenziale e allusivo, lasciandoci fantasticare che a Milano Rimbaud abbia veramente incontrato una figura femminile decisiva, di cui vi sarebbe traccia anche in alcuni passaggi delle sue opere più importanti. Il silenzio delle prove non fa altro che esaltare il magnetismo del personaggio, imprigionato in un buco nero che ha attratto a sé l’intero e fascinoso caleidoscopio della vita del poeta. La bellezza di questo gioiellino narrativo sta tutta qui, in questo centro di gravità, come nella seduttività indiretta e discreta di un racconto che è costruito da tante giustapposizioni, quasi una Wunderkammer di storie e di resoconti, tanto diversi e spaesanti quanto ricchi e succosi. Per gustarlo appieno, per poterne apprezzare il carattere quasi tridimensionale, occorrerebbe leggerlo nelle stanze di un antiquario, occhieggiando vecchie stampe e annusando odori di muffa e di vernice. E immaginando di ascoltare il calore rassicurante di una chiacchiera colta ed elegante, a tratti ostentatamente involuta e viziosa. Da questo punto di vista, Franzosini – un raffinato “indagatore del detrito” – ha creato un genere, nel quale eccelle da tempo. Ricorda un po’ Arbasino, ed accorgersene è un disturbante e meraviglioso dettaglio.

Recensione (di Alida Airaghi; Roberto Cicala; Gabriele Di Fonzo; Pasquale Di Palmo; Luigi Mascheroni; Paolo Melissi)

Una conversazione con l’Autore

Tutto su Rimbaud

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L’Autore si occupa di cultura e letteratura classiche; insegna al Bard College, vicino a New York. Questo libro è il resoconto di un suo corso, dedicato interamente all’Odissea. Ma non si è trattato di tenere un corso come gli altri: vi ha partecipato anche suo padre Jay – un matematico ottantenne – e lo ha fatto in modo attivo, esprimendosi con franchezza e partecipando alla discussione con gli studenti. In questo modo, la rievocazione e l’analisi del viaggio di Ulisse si sono subito trasformati nell’occasione per compiere un altro viaggio, alla riscoperta di ciò che è il rapporto tra un padre e un figlio, scavando nelle motivazioni che hanno spinto il vecchio Jay ad essere lì, nella sua storia personale e nelle storie della famiglia Mendelsohn. Nel racconto l’itinerario dell’eroe omerico e la decifrazione dei suoi tanti significati si alternano costantemente al dialogo tra Daniel e Jay. Per i due protagonisti l’Odissea assume un significato così grande da spingerli a mettersi davvero sulle tracce del re di Itaca, imbarcandosi in una crociera nel Mediterraneo. A ben vedere, anche la rilettura del poema si colora integralmente di questa prospettiva: Telemaco si istruisce e diventa adulto sulle orme del padre, apprendendo che cos’è veramente una famiglia; poi, solo in un secondo momento, entra in scena Ulisse, che prima di poter ritornare a casa deve sperimentare tutti i limiti della sua ambizione individuale, rigenerandosi di quella consapevolezza che è indispensabile al ricongiungimento; quindi comincia il tema del ritorno e del riconoscimento, e della vendetta, che si consuma collettivamente, al solo scopo di ricostruire un’unità originaria, in cui Ulisse, finalmente, ritrova non solo il figlio e la sposa, ma anche suo padre Laerte.

Dopo la monumentale prova de Gli scomparsi, ormai diventato una pietra miliare del suo genere, Mendelsohn continua a convincere. Un’Odissea, infatti, è un libro efficacissimo, specialmente quando fornisce momenti di divulgazione alta e suggestiva: su che cosa sia la filologia; sulla rilevanza e sulla continuità, tra gli accademici, della relazione tra maestri e allievi; su quanto sia importante, nell’interpretazione di un classico, il confronto continuo tra lettori nuovi e lettori esperti; su quanto questa interazione stimoli intuizioni capaci di indicare significati ancora sconosciuti; e soprattutto su come l’esperienza del rapporto personale con la grande letteratura, se presa sul serio, riesca a dirci molto sulla nostra vita. Quest’ultima prospettiva è il perno su cui Mendelsohn fa ruotare tutto il racconto. Ciò che gli interessa, infatti, è l’interazione con il padre, e il poema omerico ne è il catalizzatore ideale, che gli permette di interrogarsi a fondo e di indagare nel passato e nel presente, alla conquista di una dimensione intima mai veramente compresa. Ad un masterpiece della tradizione antica si può chiedere anche questo, ed è tale virtù taumaturgica a renderne la lettura tuttora impareggiabile: abbandonarvisi è come ritrovarsi. L’Odissea, di recente, va forte proprio per questo: nel libro di Mendelsohn gli interrogativi che pone l’èpos tracciano la strada per un percorso psicanalitico; nel bestseller pressoché coevo di Sylvain Tesson (Un’estate con Omero) le avventure dell’astuto re di Itaca costituiscono la migliore compagnia per un vero romitaggio mediterraneo. Di questi tempi, evidentemente, gli scrittori, pur parlando di sé, danno prova di essere ottimi stregoni: forse lo smarrimento diffuso che ci circonda, se preso sul serio, se guardato, cioè, dal didentro, può dare l’opportunità di ritrovare la tanto agognata strada di casa.

Recensioni (di Lorenzo Alunni; Massimiliano De Villa; Giulio Galetto; Dwight Garner; Marta Pellegrini; Emily Wilson)

Un’intervista all’Autore

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Schio, 1970. Una mattina di maggio Emilia Bettàle, giovane operaia tessile momentaneamente impiegata come domestica, scompare misteriosamente. Il maresciallo Piconese comincia le indagini, ma lo scenario si fa subito indecifrabile. Qualche giorno prima, infatti, c’è stato un furto in una chiesa di una piccola frazione montana: esiste forse un nesso? Sembrerebbe di no, anche perché il contesto in cui si muoveva Emilia è molto diverso. Il sospettato numero uno, infatti, è il suo fidanzato, Giorgio Chemello, che si è dato latitante. Ma i loro amici, Federica Smiderle, Marco Béber e Gildo Sperotto, non ci stanno; pensano che Emilia avesse scoperto qualcosa su strane manovre all’interno delle fabbriche locali e sull’esistenza di qualche cellula terroristica. Del resto proprio in quel periodo l’auto di un importante dirigente d’azienda era stata incendiata, con una rivendicazione fin troppo esplicita. Il fatto è che è sparito anche Rizzo, il socio pugliese di Giorgio, e che a complicare ulteriormente le cose c’è anche l’entrata in scena del vecio Penso, un ex partigiano che sembra saperla assai lunga su trame oscure e depistaggi. Lo stesso Piconese non sa come orientarsi, tanto più che si verificano altri due attentati incendiari, che calamitano anche l’attenzione dei nuclei speciali della polizia. Tuttavia il maresciallo, durante un breve periodo di ferie quasi forzate, incappa in alcune importanti scoperte e l’indagine conosce presto un’accelerazione, con susseguirsi di nuove vittime e colpi di scena, e con un epilogo nel quale nulla è scontato.

Anche in questo romanzo Matino sceglie l’ambientazione che gli è più congeniale, l’Alto Vicentino. Ma questa volta lascia i Cimbri e la loro cultura sullo sfondo, per concentrarsi sulle vicende dell’industria tessile scledense e di Alessandro Rossi, l’imprenditore che più ne ha condizionato lo sviluppo nel corso del XIX secolo, dando vita ad un esperimento socio-economico di rilevanza europea e plasmando di sé anche la struttura della città. Il giallo non è che un pretesto. Da un lato, certo, questa scelta consente all’Autore di continuare a coltivare un genere che gli ha dato successo e di ricollegarsi espressamente, per il tramite della figura del maresciallo Piconese, al precedente Tutto è notte nera. Dall’altro lato, la collocazione dell’intrigo nel clima del Sessantotto e del conflitto tra padroni e operai permette la rievocazione di – il raffronto con… – un’epopea pionieristica di pari e grandi trasformazioni. L’impressione, sul punto, è che Matino non intenda soltanto divulgare, ricostruendo una fase gloriosa dell’economia locale e nazionale, e dimostrando che anche la periferia della provincia è stata protagonista autentica della grande storia (pure nel lungo Dopoguerra della ricostruzione, del boom e della liberazione dei costumi: a quest’ultimo riguardo, alla lunga e utile bibliografia che l’Autore offre in appendice si potrebbe aggiungere l’originalissimo testo di Lorenzo Bortoli). Matino, avvalendosi come portavoce ideale di uno dei suoi personaggi, Marco Béber, vuole suggerire che lo studio del passato – e la sua riscoperta nei luoghi a noi più prossimi – può essere davvero lo spunto per fronteggiare e capire il presente.

Recensione (di Chiara Roverotto)

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Chi lo avrebbe mai detto? Esistono davvero “pulci da collezione”, piccoli esseri fastidiosi che possono farsi rimirare con piacere e addirittura apprezzare proprio per il puntuale tormento che provocano… Sono gli imperdibili libretti della nuova e simpatica collana “Pulci nell’Orecchio” di Orecchio Acerbo, editore specializzato nelle pubblicazioni per bambini e per ragazzi. Sono racconti, ciascuno opera di un grande maestro della letteratura mondiale; e ciascuno composto e illustrato con grande maestria (in questo caso, quella di Fabian Negrin): perché, al di là dell’iniziativa, in sé e per sé lodevole, anche il corpus, di dimensione tascabile, è di tutto rispetto. Il valore di questa edizione, comunque, sta tutto nella selezione degli Autori e degli scritti. Per ora sono sei: Matilde Serao (Catinuccia), William Saroyan (Lo zio del barbiere e la tigre che gli mangiò la testa), Heinrich Böll (La bilancia dei Balek), David Herbert Lawrence (Rex), René Guillot (Fratello lupo), Anton Cechov (Van’ka). Qui vorrei soltanto dire dell’estremo piacere che mi ha dato la lettura di Saroyan e di Böll, e delle ragioni, quindi, del dolce tormento che queste pulci mi hanno provocato.

Di Saroyan la collana propone una specie di favola moderna, che con grazia e semplicità assolute esprime quanto la vita comporti inesorabilmente sfide costanti, anche terribili, ma da affrontare con coraggio: un insegnamento che solo alcuni popoli, come quello armeno, hanno metabolizzato fino in fondo. Lo scrittore tedesco, invece, sulle orme del miglior Kleist e del suo Michael Kohlaas, narra di un attento e ostinato eroe bambino, che non si arresta di fronte al sopruso ripetutamente subito dalla sua famiglia, cercando di ottenere una giusta riparazione e risvegliando, così, anche la coscienza dei suoi poveri compaesani: fatti che gli sapranno meritare soltanto un grave destino di lutto e di esilio. Sono storie brevi, pulite, facili, e per questo non possono non piacere. Ma sono anche straordinariamente evocative e crudeli, quasi disperanti, e perciò sono fastidiose. È un carattere che accomuna anche gli altri titoli: Van’ka, su tutti, è di una proverbiale, dickensiana, tristezza; e Catinuccia non è da meno. Chi ha pensato a questa collana, in sostanza, ha pensato a quanto può essere efficace una pedagogia del disincanto, qui perseguita con la scelta elegante di exempla che, mentre suscitano un surplus di empatia, se non di colleganza, sono idonei ad abbattere con determinazione ogni ingenuità. Ai più piccoli consegnano semi che prima o poi frutteranno; agli adulti offrono un’occasione per prendere le cose “con letteratura” oltre che “con filosofia”.

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Il terremoto di aprile 2009 colpisce anche Camporammaglia, paesino dell’Abruzzo non lontano da L’Aquila. L’evento, in verità, è decisamente meno traumatico rispetto al grado con cui ha impattato sul capoluogo o su altre località. Ma è comunque un punto di svolta: è il momento in cui giunge a maturazione una trasformazione più grande, per il narratore come per la piccola comunità in cui è cresciuto. Non a caso il racconto dei mesi di emergenza e delle avventure semiserie in cui loro malgrado sono coinvolti gli abitanti di Camporammaglia è interrotto da un lungo intermezzo. Perché, per capire di che cosa veramente si tratta, è indispensabile conoscere la fisionomia originaria del luogo e dei suoi protagonisti, in parte ancora legati ad un ritmo di vita semplice e autoreferenziale, in parte pronti a uscire definitivamente dal recinto che nemmeno il boom economico o i meravigliosi anni Ottanta erano riusciti a sconvolgere. Il terremoto, dunque, non fa che accelerare questa dinamica, impegnando anche il narratore, alter ego dell’Autore, nella ricerca di un equilibrio, che sarebbe tanto auspicabile e felice quanto irrealizzabile.

La scrittura di quest’opera prima, fresca vincitrice del Campiello, ricorda Guareschi; non per la semplicità – il periodare di Valentini è ben più sofisticato di quanto sembra – ma per l’ironia. E anche per la capacità di rappresentare in modo così efficace un altro mondo piccolo che se ne va; anzi, che se ne è già andato ormai, con processo variabile, in larga parte di tutta la montagna periferica del nostro Paese, sugli Appennini come sulle Alpi. È questo il vero sisma che scuote il romanzo e alimenta l’autocoscienza del suo protagonista e di chi legge. La storia, infatti, ci costringe a fare i conti con il cuore semplice del Paese, e con i suoi vissuti collettivi, che, per quanto incompatibili con le mode del benessere cittadino, rischiano di essere perduti troppo facilmente, con implacabile naturalezza. Nei confronti di questo universo Valentini prova una sorta di insopprimibile nostalgia ultragenerazionale, un sentimento che viene trasmesso anche dallo stile utilizzato. Nel libro, infatti, tutto ciò che può apparire come sintomo quasi pittoresco di arretratezza viene rievocato con un tono bonariamente malinconico, amplificato dalla citazione ricorrente di espressioni e frasi dialettali; di un linguaggio, cioè, nel quale continuare riconoscersi e confortarsi. Dopodiché l’Autore non indulge in insopportabili spiegoni, non prova a tematizzare la questione in modo pretesamente oggettivo e, specialmente, non attribuisce responsabilità; si mette semplicemente a nudo, alla cerca di un po’ di complicità, e questa è la qualità migliore del libro.

Recensioni (di Gianni D’Alessandro; di Donatella Di Pietrantonio; di Claudio Giunta)

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Affrontato il divorzio, Teen Boom abbandona una brillante carriera di procuratore federale e di avvocato per lasciare gli Stati Uniti e “arruolarsi” nelle fila della pubblica accusa presso la Corte penale internazionale a L’Aja. La sua famiglia è proprio di origine olandese e l’occasione può essere buona per ricongiungersi con una radice mai completamente scoperta. Da subito, però, Boom viene messo a dura prova. È chiamato, infatti, a verificare la possibilità di avviare un’indagine, delicatissima, sulla misteriosa scomparsa, nel 2004, di un intero villaggio rom nei pressi di Tuzla, in Bosnia. Una strana testimonianza sembra accreditare la tesi dello sterminio, forse perpetrato da un gruppo di paramilitari serbi. Ma si sospetta addirittura che i responsabili siano i militari americani di una vicina base NATO, che avrebbero voluto vendicarsi del presunto sostegno offerto dai rom ad un noto criminale di guerra. Il campo nel quale Boom deve muoversi è evidentemente minato, poiché si tratta di un caso in cui sono coinvolti i vertici dell’esercito statunitense, le milizie serbe ancora fedeli al precedente regime, l’intelligence americana e molte altre, ed equivoche, figure, come quella di una fascinosa avvocatessa e di un’eccentrica ex ufficiale della US Army. Boom non si lascia scoraggiare e, accompagnato dal fedele e competente aiuto di Goos, un poliziotto belga distaccato alla Corte, si muove con decisione tra le reticenze dei graduati, gli inganni degli agenti diplomatici e i segreti e i pericoli delle missioni internazionali operanti sul territorio balcanico. Non mancano le avventure e i colpi di scena, e, come si conviene a scenari tanto complessi, l’epilogo dimostrerà a Boom che la realtà era molto diversa da ciò che poteva ragionevolmente attendersi; e che anche la sua vita affettiva può improvvisamente rinascere.

In questo romanzo Turow è un po’ al di sotto dei suoi consueti standard. La vena thriller è molto addomesticata, quasi addormentata. E si ha la sensazione che al centro del racconto vi sia l’esigenza, strettamente personale, di uscire da un genere, fare un bilancio e cambiare, quanto meno, il teatro delle operazioni – che non è più l’immaginaria Kindle County dei precedenti bestseller – per esplorare nuove possibilità: della serie “sto invecchiando anch’io, caro lettore, dammi una chance per capire se possiamo fare ancora un po’ di strada insieme”. Il punto è che la sfida sarebbe realmente riuscita se Turow avesse optato direttamente per la non fiction, o per l’inchiesta informata e ragionata, un po’ come aveva fatto in Punizione suprema, quando aveva affrontato il tema della pena di morte. Perché in questo libro il buono sta tutto nel focus sulla giustizia penale internazionale, sulle sue intrinseche difficoltà, sugli attori che fanno parte di quel gioco e sulla fondamentale sfida che in quell’area condiziona ogni comportamento: la ricostruzione dei fatti e le insidie materiali, politiche e personali che vi sono inestricabilmente correlate. È la fluidità strutturale di questa tipologia di scenari ad essere il vero protagonista del racconto, e quindi sarebbe stato auspicabile riconoscerla e fronteggiarla a viso aperto: da crime writer che ha una specifica expertise giuridica, Turow avrebbe potuto veicolare al grande pubblico una rappresentazione avvincente e al contempo affidabile. Ma ogni grande autore ha la sua Kindle County, quella che l’ha reso famoso e riconoscibile. Una volta scoperta, è un’impresa riattraversarne i confini.

Recensione (di Steven Poole)

Intervista all’Autore

La testimonianza a Fahrenheit

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Il commissario Charitos è appena tornato dalle vacanze, passate in montagna, dove con la moglie Adriana ha conosciuto e frequentato tre anziane signore di Atene, Tasia, Arghirò e Calliope. Si sono trovati bene, e l’accordo è di vedersi anche in città. Il rientro, peraltro, comincia nel modo migliore: Ghikas, che è stato il suo superiore per molti anni, va in pensione, e Charitos, che un po’ si scopre sperduto e un po’ sente odore di promozione, è chiamato temporaneamente a reggerne le funzioni. Ma la capitale greca è presto scossa dall’omicidio del ministro Rapsanis, un noto professore di filosofia del diritto, trovato avvelenato tra le mura della sua abitazione. L’assassinio viene rivendicato da una sorta di cellula terroristica, che si propone di punire tutti gli accademici che si sono lasciati attrarre dalle lusinghe della politica e hanno abbandonato la loro missione scientifica ed educativa. A Charitos, quindi, tocca la patata bollente di un’indagine insolita e molto complessa. Tanto più che non sa dove sbattere la testa, la stampa preme e i vertici della polizia gli stanno sul collo; e nel frattempo vengono uccisi altri due professori universitari, uno di lettere e uno di filosofia, entrambi coinvolti nell’esercizio di funzioni di governo. Mentre Adriana lo trascina in ripetute cene con le tre amiche dell’estate e con i parenti, il commissario tenta di sciogliere la matassa in più direzioni. Soltanto un caso gli permetterà di capire dove soffermarsi con maggiore attenzione, e la soluzione – mai tanto vicina… – sarà semplice e sorprendente allo stesso tempo.

Un Markaris val sempre la pena. In questo caso, per la verità, non si può dire che la sua forma sia particolarmente smagliante: dai tempi di Difesa a zona – lo seguo davvero da molti anni… – Charitos è decisamente invecchiato, come il suo Autore. Tuttavia l’incantesimo di uno stile diretto, chiaro e familiare rimane intatto, a prova testuale della rassicurante fedeltà del personaggio alle sue abitudini e ai suoi luoghi e numi tutelari. Ci si sente a casa, a leggere Markaris, e il commissario, come sempre, continua a cercare ispirazione nella lettura di un dizionario; forse invano, ormai. Come se la società in cui vive non rispettasse più il suo linguaggio naturale, e come se il principio di ogni devianza si nascondesse proprio lì. Anche in quest’ultima avventura, d’altra parte, il mondo si capovolge, perché – senza rischiare di violare la fisiologica riservatezza che il giallo esige… – ad essere armato e delittuoso, e a presentarsi addirittura come rivoluzionario, non è un sogno di matrice utopistica, ma è il braccio generazionale della nostalgia. Il romanziere greco coglie bene, rappresentandolo con semplicità ed efficacia, uno dei segni più caratteristici e ambigui del nostro tempo. Ed è una felice coincidenza, terminato il libro, imbattersi in un bell’articolo del Foglio (Paola Peduzzi, 3 giugno 2018) sulla “nostalgia tiranna” e sulla pericolosissima “arte di rifugiarsi in un passato dorato”, strategia che è oggi prediletta anche dagli istinti politici più radicali. Markaris riesce ancora a lanciare il suo sasso nello stagno.

Recensioni (di Fabio De Propris; di Matteo Nucci)

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Albecom è una ditta che si occupa di programmazione informatica e ha sede in prossimità di Venezia, a Marghera, nel parco scientifico tecnologico “Vega”. È stata fondata da Alberto Casagrande, oggi trentenne, che ne ha fatto un’azienda leader nel settore della costruzione di siti per la vendita online: il fatturato è in crescita e i giovani nerd che ci lavorano sono dinamici e infallibili. Poi c’è Luciano, amico dei tempi del liceo e complice originario di questa avventura: è timido, ipersensibile, ma è anche il geniale risolutore di ogni problema tecnico. GDL, invece, è lo smaliziato commerciale, vincente e sempre in viaggio. La vita dei nostri protagonisti, così apparentemente assestata, sembra trascorrere in naturale e irriducibile sinergia con l’anodina cornice post-industriale della terraferma veneziana. Tuttavia sta per succedere qualcosa. L’imprenditoria del web è molto liquida, si sa, e GDL ha progetti molto ambiziosi. Anche Alberto sta pensando in grande, a prestigiose commesse e a una nuova sede da allestire. Nel frattempo Luciano si invaghisce ingenuamente di Matilde, cameriera del bar Incrocio, sedotta e abbandonata da un altro dipendente di Albecom, fuggito al servizio di un’altra società. Tra fiere internazionali, tradimenti estemporanei e affari spericolati, mentre GDL porterà avanti risolutamente il suo disegno, la spiata accidiosa di un architetto di Trebaseleghe spingerà Alberto a vederci chiaro e a dare un senso più concreto e maturo a tutti i suoi sforzi. Quegli sforzi che Luciano deciderà di non fare più, per vivere anch’egli in modo più sereno.

Il romanzo che ha portato Targhetta nel grembo di una Major dell’editoria nazionale può sembrare riuscito soltanto a metà. Il canovaccio, infatti, è debole, perché la caratterizzazione dei protagonisti è così insistita che i loro destini sono segnati sin dal principio. Non ci sono grandi sorprese. Si assiste a un graduale risucchio in una normalità composta e reale, domestica e prevedibile, e forse anche auspicabile. A dimostrazione, probabilmente, che si può lavorare e cominciare a vivere, in modo del tutto scontato, anche a Nordest, ed anche nelle pieghe di quel paesaggio pre-lagunare in cui l’inorganico e l’abbandono hanno preso il sopravvento. Targhetta è fortissimo proprio nell’efficacia delle descrizioni di contesto. È qui che si nasconde il cuore del libro, come se, con quelle descrizioni, l’Autore volesse raggiungere l’obiettivo di far rivivere ai suoi lettori la stessa trasformazione emotiva dei suoi personaggi – diventare ciò che si è – ma non per il tramite di un processo di immedesimazione. Il medium è l’immersione in una suggestione malinconica, che impregna tutta l’atmosfera del racconto e che ben rappresenta lo stato che tipicamente avvolge chi, prestandovi attenzione, abbia l’occasione di sperimentare la surreale potenza sfibrante del backstage produttivo dell’odierna Serenissima. È lo stesso scenario – tutti luoghi reali, realissimi… – in cui si muovono con successo, da qualche anno, anche altri scrittori, come Francesco Maino e Romolo Bugaro. Targhetta, tuttavia, non lo fa con la disperata e passionale pervicacia del primo, né con l’affilata, fredda e drammatica denuncia del secondo. Attinge alla poesia e alle grandi possibilità archeologiche che le parole e le immagini giuste possono offrire a chiunque si proponga di esplorare davvero il proprio animo. Così facendo, ci prova che il Veneto smemorato e disintegrato della dismissione non è soltanto il teatro di uno sfacelo, e che il suo paesaggio, sintonico e proverbiale (guanto rovesciato di quello zanzottiano, ma pur sempre guanto…), può continuare a salvarci.

Recensioni (di Enzo Baranelli; di Eleonora Barbieri; di Raoul Bruni; di Sara D’Ascenzo; di Oriana Mascali; di Lara Marrama; di Nicolò Porcelluzzi)

I precedenti di Targhetta: Fiaschi e Perciò veniamo bene nelle fotografie

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Qual è l’incredibile storia degli spartiti di Antonio Vivaldi? Federico Maria Sardelli, fedele e appassionato interprete del Prete Rosso, ne ha ricavato un racconto gustoso e divertente. Si comincia nella Venezia del Settecento, dalle astute e occulte manovre con cui il fratello di Antonio cerca di sottrarre i preziosi manoscritti alle avide mani dei tanti creditori che pongono sotto assedio la casa familiare, dimora del Maestro da poco scomparso in quel di Vienna. Quindi si salta nel Monferrato, ai primi anni Venti del Novecento, quando i manoscritti ricompaiono nel lascito che un anziano marchese genovese indirizza ad un vicino convento di gesuiti. Il rettore della casa intende venderli subito, per destinarne il ricavato alla costruzione di una nuova chiesa. È così che comincia l’affare Vivaldi, perché la necessaria stima del valore dei testi porta il tutto nelle mani della Biblioteca nazionale di Torino, del suo attento direttore, Luigi Torri, e del professor Alberto Gentili. Che tuttavia si accorgono che il corpo degli spartiti a loro giunti è soltanto parziale, e che se vogliono salvarli devono comunque favorirne l’acquisto e la successiva donazione da parte di qualche filantropo. L’avventura, dunque, continua: da un lato, con la ricostruzione delle provvidenziali operazioni di Torri e Gentili, dall’altro, con la narrazione dei complicati passaggi patrimoniali che da Venezia avevano portato a Genova, e poi diviso, l’intero compendio vivaldiano.

Si tratta di una lettura curiosa e godibile, non solo perché permette di rievocare il fortunoso e sorprendente itinerario di accadimenti che hanno accompagnato il destino delle opere di Vivaldi. C’è un quid pluris: la sferzante ironia dell’Autore, non a caso allevata per anni al servizio del Vernacoliere; un’abilità che qui viene esercitata con garbo ed efficacia davvero inusuali. Ne escono ritratti esilaranti e impietosi, come quelli di certi uomini di chiesa, poco attenti alla cura delle anime e molto solleciti dinanzi alle lusinghe del denaro e del potere. Naturalmente non si salvano neanche i nobili, i padroni, i più ricchi, quasi sempre incapaci di avvertire l’importanza della cultura, se non quando si riveli fonte di ulteriore e facile guadagno o prestigio. E tra gli accusati c’è anche l’amministrazione statale, che, in mancanza di un reale sostegno economico da parte di chi governa il Paese, pare sorprendentemente condannata ai successi e alle intuizioni occasionali dei suoi più illuminati funzionari. Sono solo fatalità, del resto, visto che anche gli eroi di questa storia non godranno mai degli allori che meritano, anzi. Da quest’ultimo punto di vista, quella degli spartiti vivaldiani è vicenda paradigmatica, perché tutta vera. La satira di Sardelli, così, diventa definitiva nell’ultimo capitolo, nel quale, in sei epiloghi, il romanzo si chiude senza alcuna redenzione, con una galleria di personaggi ed episodi negativi, e con il trionfo dell’avarizia, della prevaricazione razzista, della retorica e dell’arroganza. Vengono prese in giro, certo; ma c’è anche tanta amarezza, come se la sorte delle migliori avventure nazionali fosse sempre e invariabilmente la stessa.

Recensioni (di Leonetta Bentivoglio; di Tommaso Rossi)

Un documentario su Vivaldi (in quattro puntate: I, II, III, IV)

L’Istituto Italiano Antonio Vivaldi

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Venezia è il palcoscenico su cui si muovono tre personaggi apparentemente eccentrici. Nereo Rossi è uno dei radiotelecronisti più bravi e ammirati, e ora teme, a causa di una malattia, di non riuscire più a dominare le parole. Adriano Cazzavillan insegna lettere in un liceo, è sposato e ha due figli, e sogna di diventare uno scrittore affermato. Carletto Zen accompagna i turisti negli appartamenti che hanno prenotato per le vacanze, e che lui stesso riordina e pulisce per i rispettivi proprietari; vorrebbe trovare una donna che lo ami, e di cui essere innamorato. I tre sono protagonisti microsistemi assai lontani e, dunque, di storie diverse, che si alternano l’una all’altra, in tanti brevissimi capitoli. Nereo si racconta, rivolgendosi alle sue care parole e cercando di capire che cosa fare, e come farlo, prima che queste scompaiano dal suo orizzonte: si intuisce che non è giunto in laguna per caso e che una missione finale da compiere, e che questa non coincide con la scrittura dell’autobiografia che un giovane editor cerca di ritagliargli su misura. Cazzavillan è sospeso tra l’invidia che prova per un suo collega e la quotidianità della sua vita familiare: la prima prevale presto sulla seconda, e ciò determina una brusca accelerazione delle ambizioni letterarie, ma anche un’avventura inattesa e del tutto sorprendente, per quanto solo virtuale. Carletto pare condannato a un’esistenza modestissima e neanche le sue straordinarie doti di amatore gli possono garantire di fare l’incontro che tanto attende: è sgraziato e impacciato, ed è bersagliato da una frustrazione pressoché invincibile. Le traiettorie dei tre seguiranno implacabilmente il loro corso, che, pur non essendo così confortante, non è quello previsto, né quello prevedibile. Come se la vita che conduciamo fosse un fattore puramente organico, doverosamente recalcitrante ad esaudire le nostre volontà.

Con questo libro Scarpa torna alla libertà di Occhi sulla graticola, il suo primo successo. La scrittura è divertita e sfrontata, come allora. E come allora lo sguardo è del tutto disincantato, fresco, illimitato. La differenza è che allora, nel bel mezzo degli anni Novanta, se ne parlava come di un nuovo linguaggio, quello della pulp generation. Forse era vero, forse no. Probabilmente no, o non del tutto. Perché era vero che si trattava di uno stile inedito, ma non era vero che la definizione pulp potesse rivelarsi così adeguata a identificarne univocamente le sue voci e, soprattutto, a sintetizzare verosimilmente le molte implicazioni di quella singolare sensibilità. Quanto meno non era vero per Scarpa, che in questo suo ultimo ritorno al futuro si rimette a nudo: un po’ rilanciando l’originalità e la sfrontatezza della sua penna, un po’ rivelandoci uno spicchio ulteriore di una specifica idea della scrittura e di un coerente approccio al mondo e agli uomini. Quella di Scarpa è una prospettiva che, pur non giudicando, giudica a fondo, eccome. Rappresenta i suoi eroi come doverosamente fragili, disinibiti e sciolti, non perché rivestano la funzione di macchiette satiriche, ma perché possano avere concretamente la possibilità di affrancarsi – di affrancarci – dai condizionamenti di un Super Io tirannico e perverso, alimentato da una realtà convenzionale e capziosa. Tanto è vero che la chance per emanciparsi sta sempre al di fuori di una cornice sociale di presunta normalità: al di fuori del comune senso del pudore, diremmo in primo luogo, ma anche al di là delle comuni ipocrisie, di fronte alle quali, in verità, anche il sogno, la realtà virtuale o l’istinto di vendetta possono veicolare ciò che di meglio ci potrebbe accadere. Il contesto, viceversa, è sempre scontato e opprimente, coscienzioso e ambiguo, occhiuto e onnipresente, come il cipiglio di un gufo, la condanna severa dalla quale sembra vano fuggire.

Recensioni (di Tamara Baris; di Mimmo Cangiano; di Massimiliano Parente; di Pietro Spirito)

Scarpa presenta il suo libro

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