Su DF, piccolo comune rivierasco che possiamo pensare collocato nel sud del nostro paese, si abbatte improvvisamente un fenomeno straordinario: dapprima in singole, poche unità, poi a vere e proprie ondate, migliaia di cadaveri, tutti uguali, invadono e sommergono ripetutamente il litorale e la città intera. Il romanzo racconta, con le voci dirette degli abitanti, che cosa accade a DF, e in particolare come reagisce la comunità, dal più umile pescatore al sindaco. Da questo punto di vista, la distopia messa in scena da Giulio Cavalli è tanto orribile quanto fin troppo prevedibile. Al cospetto dell’oscura minaccia, che rimane sempre costante, si attiva il più scontato ed esiziale bisogno di rimozione, con tutto ciò che ne consegue: il ripiegarsi di ciascuno, e del paese intero, su se stesso; la coltivazione di un impossibile sogno sovrano; la costruzione di una barriera sul mare; lo stoccaggio dei corpi in appositi magazzini e la loro successiva lavorazione a fini industriali; la censura di qualsiasi ricostruzione critica; l’eliminazione delle figure più scomode… Anche il finale, ai limiti dell’horror, non è nulla di nuovo: basta rivedere Alien3 (uno dei meno riusciti di quella serie, tra l’altro…) per afferrarne il senso profondo. Il valore aggiunto di questo romanzo, dunque, non è nel suo lato distopico; né, pertanto, nella feroce rappresentazione, a quel lato chiaramente sottesa, di quali siano le mostruosità che si possono intravedere nel modo con cui ci si rapporta alle grandi questioni delle migrazioni e del loro impatto. Carnaio è un libro da leggere soprattutto per tre ragioni: 1) perché è una sorta di originale e fedelissima Antologia di Spoon River del più tipico provincialismo italiano, con una carrellata di personaggi memorabili, campioni assoluti di una umanità che sa essere grande solo nella mediocrità e nella solitudine della sua ambizione; 2) perché grazie a questo bestiario Cavalli suggerisce efficacemente che alcune classiche dinamiche di abbrutimento sociale e di ulteriore e drammatico arretramento istituzionale non poggiano su mali facilmente identificabili, ma dimorano in paure ed egoismi elementari, tanto banali quanto sottovalutati o mal sorvegliati o, peggio ancora, assecondati con convinzione perché ritenuti naturali, se non sacrosanti; 3) perché, infine, lo stile segue rigorosamente e coerentemente il contenuto, per il tramite di una scrittura a briglia sciolta, che sembra sgorgare liberamente dalla mente e dal cuore dei vari protagonisti, con un risultato di disperante verosimiglianza. È il sempiterno, insuperabile e mortificante paesone nazionale a portare nel suo ventre inclinazioni terribili: a questo vuole arrivare Cavalli, e ci arriva fino in fondo.

L’Autore a Fahrenheit

Condividi:
 

Dal ricordo di una Roma e di una giovinezza ormai scomparse l’Autore fa riemergere il suo primo incontro con Arthur Patten, Arturo, avvenuto in un cineclub nel quale si proiettava un film di Tarkovskij. È l’inizio del racconto commosso di una amicizia e di una frequentazione durature, ma anche di una lunga riflessione itinerante, il cui perno è l’interpretazione di un sonetto di Metastasio, che dà anche il titolo al libro. Trevi, in particolare, si muove tra alcune vie e alcuni edifici del centro storico della Capitale: da Via dei Cappellari, dove c’è la casa natale del famoso poeta e drammaturgo, a Piazza della Chiesa Nuova, dov’è collocata una sua statua, fino a Via del Corallo, dove ha abitato Amelia Rosselli, e nei cui pressi si trovava anche la dimora romana di Arturo. Proprio in compagnia di Arturo, Emanuele conosce Cesare Garboli, nel corso di una fortuita conversazione notturna vicino a Santa Maria della Pace: il momento esatto in cui il problema di Metastasio e del suo sonetto irrompono a tutti gli effetti, per la prima volta, nell’universo dell’Autore. Ma qual è l’enigma? Difficile dictu, almeno dal punto di vista filologico. In fondo le letture possono essere veramente tante. Trevi fornisce una possibile lezione in un paio di punti: a p. 62, con un richiamo della bellissima Autopsicografia di Pessoa; e alle pp. 207-209, in una delle appendici, con un rinvio ad una tesi di Cesare Galimberti. Metastasio si sorprende di quanto sia la sua stessa arte, frutto di pura fantasia, a scuoterlo. E nel sorprendersi si rende conto che, forse, è la vita stessa una favola, una menzogna addirittura più grande di quelle che lui stesso si sforza di creare. Quindi, anche se non coincide col Vero, l’arte può essere meno falsa, più profonda della realtà; in un certo senso, giacché la sua esperienza consente di acquisire questa consapevolezza, l’arte è ciò che più si avvicina al Vero prima di poter immaginare di riuscire ad afferrarlo. Ecco, allora, qual è il senso del libro di Trevi: nel parlare dell’imprinting che ha ricevuto in prima persona dall’arte e da alcuni suoi grandi testimoni – qui raffigurati e seguiti fedelmente nei luoghi e nelle ossessioni che li hanno resi iconici – non vuole soltanto ammaliarsi e perciò ritrovarsi; vuole anche darci l’opportunità di capire che cosa tutto questo possa significare, se solo lo vogliamo, per la vita di ciascuno di noi.

Recensioni (di Paolo Gervasi, Daniele Giglioli, Angelo Guglielmi, Beatrice Manetti, Marco Renzi, Gianluigi Simonetti, Fabrizio Spinelli)

Sogni e favole a Fahrenheit

Un’intervista all’Autore

Condividi:
 

Un po’ scrittore, un po’ poeta, e un po’ anche etnografo, Davide Bregola segue l’alternarsi delle stagioni da una casa galleggiante ancorata in riva al Po nei pressi di Felonica, in provincia di Mantova. Perché proprio lì? Il fatto è che “[c]erti posti è come se dicessero: Ti diamo un punto di vista, prova a sollevare il tuo mondo”. Ma il diario di Bregola va oltre questo obiettivo. L’osservazione, pur intima e concentrata, registra trasformazioni di ampia portata e di lungo periodo, nella natura circostante, grande e piccola, e nel microcosmo socio-economico della zona. Sono le terre di Giovannino Guareschi, e quindi di Peppone e Don Camillo, anche se oggi l’epos del Fiume, e di un Paese in crescita e alla ricerca di un’identità, è sostituito dal resoconto di processi di rururbanizzazione e speciazione. πάντα ῥεῖ: è proprio il caso di dirlo, e di viverlo, perché lì “ci sono l’essenziale, la frugalità, l’insensato”. Proprio l’identità del passato, in generale, non pare rispecchiarsi in quella del presente, tanto più nella provincia dismessa e spopolata della Bassa, dove le gite in canoa e le ricorrenze colorate delle comunità Sikh si alternano alle incursioni notturne e clandestine dei pescatori dell’est. Allo stesso tempo, tuttavia, lo “spleen padano” consente di cogliere immagini e sensazioni di insperata e pacificante continuità. In questo trascorrere, dai segni così contraddittori, di eterna e disorientante decostruzione permanente, Bregola dispone di nocchieri qualificati: Hermes, il pescatore, che gli fa da scorta sul suo batèl; e Jenny, un’enigmatica presenza femminile, la cui voce sembra l’espressione più matura della sofferenza che deriva dal senso della perdita e, simultaneamente, della coscienza dell’immutabilità del paesaggio e delle sue radicate certezze. Le sembianze editoriali collocano il volume in uno spazio di programmatica, nobile marginalità. Ad essere sinceri, quello di Bregola è il libro dell’anno. È un travelogue originale, scritto con i piedi piantati in un unico luogo, con un linguaggio che concilia asciuttezza e raffinatezza, e con un’ispirazione che piacerebbe sia a Zanzotto, sia a Celati. Viene da pensare che, nel 2019, il viaggio in Italia non possa che essere questo.

Il trailer del libro

Condividi:
 

Per leggere questo libro con la sensibilità più congeniale al suo contenuto e al suo tono bisognerebbe innanzitutto concentrarsi sul sottotitolo: “Viaggio sentimentale nel paese degli zar, dei soviet, dei nuovi ricchi e nella più bella letteratura del mondo”. Poi, però, occorrerebbe anche enfatizzare la parola “sentimentale”. Perché La grande Russia portatile non è certo una guida per turisti; né il resoconto di un viaggio; né un saggio di storia o di costume. Pensare altrimenti aprirebbe la strada a delusioni o critiche fin troppo facili e prevedibili. La Russia di cui ci parla Nori è esclusivamente quella di Nori: è la Russia delle sue prime esplorazioni, compiute per la tesi di laurea su Chlebnikov, con relativi e numerosi aneddoti; ma è soprattutto una dimensione interiore e accogliente, il luogo in cui si sviluppa tuttora il modo con cui l’Autore sente e vive la grande letteratura, e pure il suo piccolo mondo, visto che “le cose di cui ti occupi in un certo senso ti occupano”. Leggere i russi – Nori riprende in principio un irresistibile invito di Manganelli – ha proprio questo effetto. Poi è impossibile liberarsene. È per questo che di tanto in tanto è indispensabile tornarci e ristorarsi. Di scrittori celebri, d’altra parte, il viaggio di Nori è pieno. Non mancano i più noti – Puskin, Cechov, Dostoevskij, Bulgakov, Pasternak, Brodskij… – e ve ne sono anche altri, non meno importanti, come Erofeev, Sklovskij, Charms, Dovlatov… È una galleria, un collage di immagini iconiche, episodi celebri, testimonianze suggestive: il tutto inframmezzato da digressioni rapsodiche, quanto efficaci, sulla lingua russa, sul rapporto tra gli intellettuali russi e il potere, e tra i russi e l’alcol. O anche sulla fascinazione nostalgica che può suscitare un mondo ormai perduto, in cui, sia pur nelle sue stranezze e assurdità, “non avere” poteva non essere un’irrimediabile sciagura. Alla fine si comprende che, pur non essendo un libro di viaggio, quello di Nori è un breviario per chiunque voglia predisporsi a scoprire la Russia senza pregiudizi. Cosa che, per i più svariati motivi, dopo la caduta del Muro non è più stata tanto naturale.

Il sito dell’Autore

Condividi:
 

Dopo una serie di dieci fortunatissimi romanzi, seguiti da un periodo di silenzio, a sua volta intervallato dalla composizione di altri due cicli narrativi (uno sulla mafia italoamericana e uno sulle origini del socialismo italiano), Valerio Evangelisti rimette le vesti del suo più noto e apprezzato eroe: Nicolas Eymerich da Gerona, padre domenicano e spietato e sottilissimo inquisitore; un personaggio realmente esistito e operante nella seconda metà del Trecento, autore di quel monumentale Directorium inquisitorum, manuale teorico-pratico per i procedimenti contro gli eretici, che si pone anche alle origini del diritto del processo inquisitorio canonico. Le ultime due puntate della saga – che aveva debuttato nel 1994 ed è collocata in pieno Medioevo, pur essendo raccontata con intermezzi distopici e fantascientifici, che spesso interagiscono in modo essenziale con la trama della storia principale – sono Eymerich risorge (2017) e Il fantasma di Eymerich (2018). Questo secondo titolo ufficializza a tutti gli effetti l’avvio di un nuovo ciclo.

Nel primo romanzo (ambientato nel 1374) Eymerich è alle prese con un movimento eretico apparentemente indecifrabile, su espresso mandato di Papa Gregorio XI. Succedono cose strane tra la Provenza e il Piemonte: incendi improvvisi e apparizioni misteriose, di luci ma anche di uomini; su tutti, di Francesc Roma, francescano di rango e potente e astuto consigliere di Pietro d’Aragona, antico avversario di Eymerich. Non c’è nulla di meglio, dunque, per stimolare la determinazione del dotto e terribile inquisitore, che con l’aiuto dei suoi più fidati compagni – padre Jacinto Corona, il notaio De Berjavel e mastro Gombau – si lancia alla caccia di un culto enigmatico. Sembra che il mistero si celi tra le montagne, e che sia difeso dalle comunità valdesi. Ma si tratta di qualcosa di molto più profondo e temibile, tanto che Eymerich, oltre a doversi confrontare con campioni della più varia umanità, affronta pure la morte, ritrovandosi improvvisamente, e inspiegabilmente, risorto. Anche in questo caso la verità è nascosta nelle pieghe di un lontano futuro, in cui le ricerche sorprendenti del dottor Marcus Frullifer spiegano quali siano le oscure forze che nell’universo agiscono, e che si manifestano anche attraverso l’operato ultratemporale di un lontanissimo e potentissimo magister, assiso sulla Luna.

Nel secondo romanzo (che colloca la storia tra il 1377 e il 1378) l’inquisitore, liberatosi dalla prigionia cui lo aveva costretto un suo acerrimo nemico, fugge dalla penisola iberica per dirigersi via mare a Roma, dove conferisce con il pontefice. Gregorio XI, infatti, ha spostato la sede del Papato da Avignone all’antica ma degradata capitale dell’Impero. Sta morendo e confida a Eymerich che il sottosuolo della città eterna nasconde luoghi e riti pagani e minacciosi. L’indomito domenicano prende la palla al balzo e, districandosi tra volgari caporioni, prelati-guerrieri e sante in estasi, comincia ad indagare. Nel frattempo, attorno a lui, succede di tutto: viene eletto un nuovo Papa, Urbano VI, gradito al volgo romano, ma la sua lotta contro la simonia si fa quasi eccessiva, tanto da coalizzare per l’elezione di un nuovo pontefice la maggioranza dello stesso clero che lo aveva scelto. Si va incontro, così, all’intronizzazione di Clemente VII e al grande e grave scisma d’Occidente, mentre Eymerich non guarda in faccia a nessuno e sfida e sconfigge la setta che vuole reintrodurre il culto di Mitra. In questa lotta non è solo, non tanto perché a seguirlo c’è sempre padre Corona, ma anche perché c’è il suo alter ego, il magister venuto dal futuro, a metterlo sulla strada giusta. Anche questa volta gli oscuri segreti di queste comunicazioni intertemporali si intrecciano con le eccentriche avventure del dottor Frullifer.

Che cosa c’è, di imperdibile, nell’epopea Eymerich? Intanto c’è Eymerich stesso, uomo machiavellico ante litteram: implacabile contro chi ritenga colpevole di eresia e crudele, all’occorrenza, ma sempre aggrappato alla logica come arma invincibile, e capace di una graffiante ironia. È il paradigma di ciò che si definisce un personaggio a tutto tondo: icona di un Medioevo medievalissimo, truce e a tinte forti e nette; massimo esempio della razionalità del suo tempo e di ciò che di quel patrimonio culturale è transitato fino a noi. Chi non vorrebbe essere saldo e forte come Eymerich? Un altro tratto speciale dei cicli creati da Evangelisti è la sintesi più che riuscita tra romanzo storico, thriller e fantascienza: una ricetta nella quale l’ultimo, e apparentemente eccentrico, ingrediente è dosato quanto basta. Non è funzionale, infatti, alla creazione di una sovrapposizione di generi; non è, cioè, un espediente narrativo. È il medium di una visione totalizzante della letteratura, nel senso dell’idea di universo che si vuole raccontare, ma specialmente nel senso della dimostrazione che è possibile, con la letteratura, e vale a dire a partire dalla sua dimensione, cambiare la realtà storica. Innanzitutto quella presente.

Un’intervista all’Autore

Un’analisi linguistico-stilistica su Eymerich

Condividi:
 

L’Autore di questo libro è il nipote di Ernest Hemingway. Quando il grande scrittore si è suicidato, John era nato soltanto da un anno: il nonno non lo aveva proprio conosciuto. Le sue memorie sono concentrate sul rapporto con suo padre, Greg, il secondogenito di Ernest. Ma la storia con Greg, se da un lato offre l’opportunità di mettere ordine in una galassia familiare assai complessa e conflittuale, dall’altro aiuta John a riconciliarsi con la figura di un padre eccentrico e bipolare, e proprio per questo di un Hemingway a tutti gli effetti. Non si tratta, evidentemente, del prototipo mitico del grande macho, del grande cacciatore, del grande eroe. Questa è la rivelazione de Una strana tribù. Perché Greg, che scrittore di fama non è stato (voleva fare semplicemente il medico), aveva pulsioni che in forma minore animavano anche Ernest. Attraversava, infatti, ricorrenti fasi depressive e maniacali; si travestiva da donna e aveva anche affrontato l’iter ormonale e chirurgico per cambiare il proprio sesso. I due, peraltro, Ernest e Greg, padre e figlio, avevano una relazione tormentata, di mutuo riconoscimento come di assoluta distanza: i loro carteggi ne sono la testimonianza più forte. È per questo che John ha cercato di approfondirla, dal momento che, ad un certo punto, anch’egli ha avuto modo di rompere con suo padre. Seguiamo, così, i tanti spostamenti e le tante peregrinazioni di Greg, come di John, tra la Florida, la California, il Montana… Ne viviamo i momenti di crisi, i fallimenti, i ricordi più teneri, le avventure quasi surreali. Saggiamo anche il significato che l’Africa ha sempre avuto nell’immaginario degli Hemingway. Soprattutto, sperimentiamo il percorso autocosciente di John, al quale forse, proprio come accadde al nonno, l’Italia ha donato la chance di dare una svolta alla propria esistenza.

Un’immediata osservazione riguarda un dettaglio che balza subito agli occhi e che, già da solo, suscita un po’ di commozione: un memoir sugli Hemingway non poteva che pubblicarlo un editore che porta il nome del famoso pesce (il marlin) de Il vecchio e il mare. È un libro, dunque, che, superficialmente, potrebbe dare l’idea di assecondare una certa tradizione, un certo stereotipo. E invece non è così. I ricordi e le ricostruzioni di John rivelano un’altra faccia della medaglia, una dimensione diversa e inattesa dell’essere Hemingway. O forse, a pensarci bene, un’immagine profondamente normale, fragile e umana, e per lo più inaspettata, come può essere quella di tante altre persone nel contesto di una famiglia come tante altre. Al di là di ciò, il libro stimola anche altre riflessioni. La prima origina da un rilievo tangenziale, proposto dall’Autore nel momento in cui afferma risolutamente che “Greg aveva molte cose in comune con la scrittura di suo padre e con il suo mito personale”. Secondo John, infatti, la consapevolezza sul problema del travestitismo consente di interpretare l’opera di Ernest in maniera innovativa, nella prospettiva, cioè, di una visione sovversiva del mondo e dell’immaginario americani; una visione di “critica sociale”, in cui la parte migliore di ciascuno emerge dalla sconfitta, non dal successo. È questo l’Hemingway che ti sorprende, il suo autentico profilo epico. La seconda riflessione si risolve in una domanda: a che cosa serve un memoir? E poi: perché leggerlo? Perché scriverlo? Tuffarsi nel passato aiuta a trovarsi, e a consolidarsi. La lezione vale per chi ne rende testimonianza diretta, come ci ha insegnato Proust, e come dimostra anche John. Ma vale anche per chi, da comune lettore, si addentri nelle vite altrui e, ciò facendo, scopra l’importanza di indagare un po’ più a fondo la propria. Quello di John è un libro coraggioso, onesto e, nella sua intimità, quasi toccante, che avrebbe sicuramente meritato un pubblico più ampio di quello che la sua collocazione editoriale gli ha potuto finora garantire.

Il volume a Un libro tira l’altro (radio24)

Il Museo Hemingway

Condividi:
 

Uno storico racconta giovinezza, ascesa e peripezie di Marino Massimo De Caro, meglio noto come il “mostro dei Girolamini”: il parvenu nominato nel 2011 al ruolo di direttore della famosa e ricchissima biblioteca napoletana (che fu di Vico) dall’allora Ministro per i beni e le attività culturali; e colui che (come si è scoperto un anno più tardi) l’ha saccheggiata in lungo e in largo. Autentico parvenu, a dire il vero, De Caro non è. Proviene da una famiglia impegnata ed è stato egli stesso politicamente attivo, come portaborse di un senatore e come consigliere comunale. Al momento dello scandalo, poi, e giunto appena alla soglia dei quarant’anni, aveva già flirtato con i vertici, più o meno nobili, della sinistra e della destra, ed era anche entrato nelle grazie di un potente e discusso magnate dell’energia. A suo dire, addirittura, si è fatto complice efficiente degli intrighi più sottili e discussi degli apparati nazionali, russi e persino vaticani. In realtà, De Caro ha soprattutto dimostrato una precoce e tenace attrazione per il traffico illecito e la contraffazione di libri antichi: dalle prime esperienze adolescenziali alla successiva e inarrestabile escalation. È stato socio di una equivoca libreria basata tra Buenos Aires e Verona, ed è stato anche snodo iperattivo di una fortunata fabrica di falsi d’autore. In primis, di una portentosa quanto unica edizione del Sidereus Nuncius di Galileo, che per un po’ di tempo ha ingannato autorevoli studiosi. Quella galileiana, in effetti, è la passione che ha animato larga parte delle scorrerie di De Caro, impegnato sin dal tempo del servizio militare a trafugare esemplari autentici e rarissimi dalle collezioni pubbliche più prestigiose, e apparentemente inavvicinabili, dell’intero Stivale. È stato questo commercio, del resto, ad avviarlo verso una rete sempre più fitta di liaisons dangereuses. Ad un certo punto, comunque, con le vicende dei Gerolamini, i nodi sono venuti al pettine. Max Fox (il nickname Skype che lo stesso De Caro si è dato, e con cui ha lungamente comunicato con l’Autore) è stato presto risucchiato con tutto il suo pittoresco entourage in un vortice di plurime vicende giudiziarie, di fronte alle quali l’apparente e sopravvenuta resipiscenza e le lauree conseguite durante la detenzione a nulla sembrano servite.

Il libro si è subito trovato al centro di un vivace dibattito, nel quale un po’ di firme illustri si sono divise. In particolare, c’è chi ha accusato Luzzatto di essere stato troppo indulgente con il “mostro”, di averlo sostanzialmente assecondato e, indirettamente, capito. Qualcuno potrebbe anche aggiungere che, in questo caso, lo storico professionista è stato meno storico di quanto avrebbe potuto o dovuto: molto concentrato, più che su De Caro, sul suo rapporto, apertamente problematico e quasi personale, con il soggetto della ricerca; e assai sbilanciato, quanto alle fonti, sull’unilaterale rappresentazione del conclamato colpevole. Tuttavia c’è anche da dire che Luzzatto non ha neppure concepito un libro di storia (lo scrive testualmente: “quello che ho voluto scrivere è un non-libro-di-storia”, p. 249). Si è posto deliberatamente nella mente del suo impostore, accettando i rischi del “ricatto del testimone” (p. 279): ha fatto, cioè, uno sforzo di immedesimazione, in cui le lunghe interviste a De Caro non sono servite, né dovevano servire, a fare verità o giustizia. Lo scopo era quello di comprendere le ragioni e la cornice di una evidente deriva esistenziale, rappresentando (come in una “Cronaca del XXI secolo”: p. 265) la fitta rete di ulteriori, e non meno esiziali, interessenze, che ne hanno esaltato la traiettoria deviante. È su questo magma inquietante che lo storico punta il dito, perché permette di tracciare un quadro concreto – e a dir poco disperante – di alcuni ambienti: dalle spregiudicatezze del mercato del libro antico al sottobosco della politica, dalle ingenuità dell’accademia alle strategie della grande impresa. Nonostante l’accostamento con il Jean Valjean di Victor Hugo, davvero ardito (pur se andrebbe compreso anche questo, nel contesto della critica sociale che Luzzatto vuole stimolare), dal romanzo, in verità, De Caro non ne esce bene. Anzi, l’immagine che ne viene restituita è quella di un faccendiere incallito e quasi incosciente, di un anti-eroe per eccellenza: un modello dell’italianità più viziata e irrimediabile, per certi versi, ma anche un simbolo paradossale di anti-italianità, nel suo farsi egoistico e pervicace predone del patrimonio culturale, tesoro repubblicano per eccellenza. Comunque sia, alla fine della lettura, la condanna più forte sorge spontanea, e non può che essere il giudizio sconsolato di chiunque osservi il modo con cui un uomo ha deciso ripetutamente e invariabilmente di sciupare la sua vita.

Recensione (di Claudio Bartocci)

Condividi:
 

C’era il mare… Ghe gera el mar… Mar-ghe-gera… Marghera! Neanche il narratore crede a questa pittoresca progressione etimologica. Però non c’è dubbio che, a darle credito, si comprende subito il nesso tra il romanzo e il suo titolo. Infatti, pur svolgendosi anche a Treviso, l’ennesima indagine dell’ispettore Stucky – per intendersi, quello del prosecco e di tante altre avventure – ruota soprattutto attorno a un certo luogo: ai noti cantieri navali della laguna veneta e ai resti di un Petrolchimico altrettanto, e tristemente, famoso. Ma in questo giallo il primo cadavere, quello di un noto giornalista locale, viene ritrovato nel capoluogo della Marca. È senz’altro un caso di avvelenamento, anche se per Stucky – che deve affrontare le temporanee mattane delle sue estroverse vicine di casa – ci sono tante cose che non quadrano. Nel frattempo, a Mestre, viene ucciso un ex sindacalista, pure questa volta una figura conosciuta. Se ne occupa Luana Bertelli, una collega che Stucky conosce bene, e che non crede alle apparenze: la morte dell’uomo non può essere stata l’accidente di un tentativo di furto, né è verosimile che il colpevole sia stato uno straniero. I due ispettori brancolano tra facili pregiudizi e piccole intuizioni, imbattendosi in personaggi di varia e ambigua estrazione, così diversi, e così insospettabili, da rendere improbabile qualsiasi collegamento. Poi sulla scena irrompe un terzo, strano, decesso, quello di un avvocato, che aveva rapporti con entrambe le vittime. Le indagini, dunque, finiscono per convergere e, grazie ad uno spunto della Bertelli, il baricentro della storia si sposta all’improvviso tra Marghera e Venezia, verso il magnetismo oscuro di uno spregiudicato e spietato animatore del rancore sociale.

In questo libro sembra un po’ affaticato, l’ispettore Stucky. Tant’è vero che, alla fine, il passo decisivo lo fa la Bertelli, vero fulcro del racconto. Non è che al nostro eroe manchino la consueta e scanzonata disinvoltura e lo sguardo un po’ obliquo, che gli consente sempre di intravedere la pista giusta. Anche i simpatici punti fermi del suo universo, poi, ci sono tutti: le sorelle di vicolo Dotti, lo zio Cyrus, il trio degli agenti Landrulli, Sperelli e Spreafico. Tuttavia l’iniziativa risolutiva sembra difettargli. C’è da chiedersi se questo sia un segno di stanca per il personaggio e il suo ciclo narrativo o se, invece, sia semplicemente la conseguenza, sul piano della trama, della scelta di un bersaglio sfuggente, fondamentalmente illogico, cresciuto come un virus incomprensibile sulle macerie materiali e morali della crisi. Che per Ervas – così, almeno, si può arguire –  non è soltanto quella dell’ultimo decennio. Il campo di battaglia, infatti, è simbolicamente posizionato in un territorio martoriato da una storia, lunga e dannata, di cortocircuiti imprenditoriali e ambientali; un territorio che, ciononostante, continua deliberatamente a non fare memoria, abbandonandosi alla ricerca e alla caccia diffuse, e quasi disperate, del capro espiatorio più vicino. È comprensibile, dunque, che Stucky – il più riflessivo, meditabondo e bonario Stucky di oggi… – sia meno pronto del solito, perché il nemico non è uno, ed è perciò disorientante. Come è altrettanto comprensibile, viceversa, che sia la tenacia di una donna irrequieta, che potrebbe anche rischiare di lasciarsi andare di fronte all’avversario, a diventare l’esempio dell’energia necessaria: per sconfiggere il risentimento tiranno che inchioda i molti alle loro fragilità e a un inutile disegno di vendetta. Sembrerebbe stanco, Ervas. Piace constatare che è più consapevole e motivato che mai.

Condividi:
 

Liberio Fraterni è un postiglione trentenne che sfreccia con la sua diligenza lungo la Valle del Serchio. Trasporta la posta, naturalmente, da e per Lucca. Ma porta anche molti passeggeri, e le occasioni di incontrare qualcuno di celebre non gli mancano: trattandosi di una storia che si snoda dalla fine dell’Ottocento all’avvento del fascismo, Liberio ha modo di incrociare pure Pascoli e Puccini. Un giorno, in una fiera, acquista da uno strano trio di mercanti un cavallo nuovo, Balio, un destriero tutto nero, tanto veloce e fiero quanto intrattabile ed enigmatico. Da quel momento i due, l’uomo e il suo cavallo, diventano alleati inseparabili. Sfidano le intemperie più dure e neppure i banditi riescono a sorprenderli. Tra Balio e Liberio il legame è così forte da stabilire una vera e propria empatia, anche se faticosa e indecifrabile, perché Balio, sempre scalpitante, sembra alfiere di strani presagi. Nel frattempo Liberio ha un figlio, Amilcare, che però, innamorato del treno, della tecnologia e delle possibilità che i nuovi trasporti consentono, si allontana presto dall’orizzonte ancestrale cui è avvinta la sua famiglia, alla ricerca del progresso più vorticoso. E della guerra, occasione irripetibile di accelerazione, collettiva e individuale; tanto che si arruola volontario nei bersaglieri, lungo il fronte dell’Isonzo. Il primo conflitto mondiale, infatti, è cominciato, e per Balio e Liberio ci sarà occasione di una nuova avventura, anche se il destino della famiglia – per un attimo ricomposto, quasi per miracolo – dovrà comunque compiersi nel modo più doloroso. Nel nuovo secolo le vicende degli uomini non saranno più coordinate con l’incedere naturale delle cose e dei suoi più nobili testimoni.

Sono due i motivi per cui questo libro mi piace. Il primo – che forse è un po’ troppo personale – tira in ballo l’ambientazione: i luoghi suggestivi di una Garfagnana che sa presentare ancora oggi i segni e i colori di un tempo mitico e sospeso, di un paese profondo e in qualche tratto immutabile e, per questo, confortevole, quanto meno dal punto di vista emotivo. Mi è bastato leggere, nel romanzo, qualche toponimo per avere la sensazione di potermici cullare. In quella vallata le tracce di un certo passato si trovano, eccome. A Barga il caffè Capretz continua ad esistere. A Ponte a Moriano la stazione di posta, col cambio dei cavalli, pare ancora di vederla; basta fermarsi Da Erasmo, dove, se non fosse per un incombente cavalcavia di cemento, ci si sentirebbe veramente sbalzati in un’altra epoca. Un altro motivo per apprezzare il racconto di Pardini è il suo tono felicemente fiabesco. Pardini, infatti, vuole dirci qualcosa che va ben oltre la rievocazione di un momento storico e che riguarda il passaggio critico da un vecchio a un nuovo mondo e l’importanza di tenere aperto un canale di comunicazione. È Balio a portare il romanzo su quella lunghezza d’onda, sin dalla sua misteriosa comparsa. Liberio è attratto dall’aura magnetica del cavallo, ma allo stesso tempo è pervaso da una costante inquietudine, che proprio l’animale tende a risvegliargli in presenza di alcuni eventi: come se Balio fosse misura di uno speciale rapporto con la natura, tale da renderlo presago di tutto ciò che può drammaticamente alterare quel rapporto; e che può spostare troppo velocemente un senso del limite che andrebbe viceversa coltivato con cura. Sicché Pardini, in definitiva, ammaliandoci in veste di scrittore-aruspice, ci narra in modo efficace della sapienza empatica degli animali e del loro linguaggio come di un medium per ristabilire e preservare un contatto tanto antico quanto necessario.

Recensioni (di Bartolomeo Di Monaco; di Flavia Piccinni; di Maria Caterina Prezioso; di Bruno Quaranta)

Alcuni “ritratti” di Pardini: da nazioneindiana.com; da minimaetmoralia.it; da succedeoggi.it

Condividi:
 

Il protagonista di questo romanzo, il quarantenne Florent, è un funzionario del Ministero dell’agricoltura, ed è anche la voce narrante, che racconta il suo graduale e inevitabile crollo, descritto in prima persona – e al contempo quasi inseguito… – con lucida consapevolezza. Più in particolare, è la storia di un epilogo esistenziale, assecondato da un potente antidepressivo. Comincia in un’area di servizio del sud della Spagna, dove il richiamo di una possibile, ma irrealizzata, avventura erotica vale, del tutto ambiguamente, come ultima chance di salvezza e come detonatore del viaggio terminale. In parte si tratta di un itinerario fisico: la fuga dall’eccentrica compagna del momento, una fredda e viziata ragazza giapponese, ma anche dalla casa e dal lavoro; quasi un radicale cambiamento di vita, che importa una spedizione verso la Normandia, un ritorno ad un tempo e ad un luogo di felicità, quella passata con Camille. Non è stata l’unica, tra le donne di Florent: c’è stata anche Kate, e anche Claire. I ricordi lo assillano. Ma Camille non l’ha mai dimenticata, la vuole rivedere. Nel frattempo, però, si ferma nella tenuta di un vecchio amico, un nobile decaduto abbandonato dalla moglie tra i suoi campi e i suoi capi di bestiame. È l’immersione nella tragica caduta dell’amico, travolto dalla crisi economica e dalla riforma del regime delle quote latte, ad accelerare la deriva definitiva, che, pur fermandosi sull’orlo di un finale davvero orribile, si materializza nel destino che era scritto sin dall’inizio.

Si dice spesso che Houellebecq scrive sempre lo stesso libro. È vero. In fondo Serotonina sembra un remake di Sottomissione. Il tema, infatti, è (ancora) quello di una crisi antropologica profonda e totale, così autocosciente da produrre un unico atteggiamento, l’abbandono al proprio inesauribile avvitamento. Anche in questo caso, peraltro, il sesso è l’irrinunciabile chiave di lettura e il campo d’indagine al contempo. E il tipo del maschio continentale colto e benestante costituisce la consueta cavia perfetta, il prototipo di una decadenza inarrestabile. Poi, come è stato anche per Sottomissione, qualcuno può leggerci una provvidenziale sintonia con segni o fatti dei nostri tempi: c’è chi ha subito evocato la Francia dei gilet gialli, ma – specie per il pubblico italiano – si potrebbe citare la forte protesta che i pastori sardi stanno conducendo in questi giorni. Cambia poco. Fatto sta che uno Houellebecq finisce in libreria sempre nel momento mediaticamente giusto, diventando per ciò solo un caso editoriale. Basterebbero queste ricorrenze, forse, per una stroncatura: quella che sa di già letto, di già visto. Neppure la ricercata variazione stilistica – che connota buona parte del romanzo – pare funzionare del tutto. Houellebecq, infatti, alterna la tecnica di un elementare flusso di coscienza con quella di una lucida ricostruzione dei fatti, un po’ per assecondare la deriva psicologica, un po’ per segnare il confine dei momenti in cui il protagonista sembra cogliere con chiarezza la verità della situazione in cui versa. Tuttavia, a causa della traduzione probabilmente, il flusso di coscienza non suona molto bene. Nonostante ciò Serotonina non è un libro da sconsigliare. Qui, più che in altre precedenti opere, Houellebecq è sincero. Lo è con se stesso, nel senso che questa volta si ha la sensazione che il soggetto sia proprio la sua persona. Ma lo è anche nella prospettiva del manifesto culturale, se così si può chiamare; la sua, evidentemente, è di rimpianto per un conservatorismo tutto novecentesco, perché oggi può essere definita soltanto così la nostalgia per un uomo che sia vero padrone di sé, del suo corpo, della natura e della politica. Non si può che provare un minimo di compassione e di solidarietà.

Recensioni (di Cristiano de Majo; di Francesco Filia; di Alessandro Gnocchi; di Luigi Grazioli; di Federico Iarlori; di Carlo Mazza Galanti; di Nicola Mirenzi; di Alessandro Litta Modigliani; di Marco Pontoni; di Valentina Sturli; di Raffaele Alberto Ventura)

Condividi:
© 2019 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha