Il vecchio è accompagnato da una ragazza e da un cane. Ha una meta precisa, vuole raggiungere Scano Boa, l’ultima isola sabbiosa tra la foce del Po e il mare. Lì potrà darsi alla pesca dello storione, per guadagnare al più presto i soldi che servono a pagare la multa che trattiene il figlio in prigione. È per questo che si è portato dietro la nipote, Flavia; per conservare ciò che gli resta di una famiglia che sembra sfuggirgli. Il guardiano del faro gli dà una mano, per cominciare. La sua determinazione è rabbiosa, e la fatica, le privazioni e l’ostilità degli altri pescatori non sembrano poterlo ostacolare. Trova un aiutante, il mulatto, e alcune catture vanno anche a buon fine. Lo domina, però, un’ossessione integrale, che finisce per allontanargli definitivamente anche Flavia e il giovane aiutante. In tanti non lo capiscono, perché sanno che la sua è un’ostinazione senza speranza e autodistruttiva. Il vecchio sa bene di che cosa si tratta: “non è che noi siamo cattivi, ma sono piuttosto le cose a renderci crudeli”. È una sfida con il fato che la vita gli ha riservato, una lotta con la fortuna e con la violenza degli elementi, la scarsità dei mezzi e la debolezza dell’età, una missione che si illude di poter compiere solo su quel terreno, di naufragio in naufragio, di umiliazione in umiliazione, fino ad una resa tragica e quasi scenografica. Con un riposo che pare essergli negato anche dopo la morte.

Cibotto se n’è andato l’estate scorsa, mentre ero preso da un trasloco. Ho cercato Scano Boa subito, per risentirne a caldo la voce, la corrente, e per lasciarmi commuovere. Ma tra gli scatoloni non l’ho più ritrovato. L’ho ricomprato usato qualche settimana fa, in questa piccola edizione tascabile, e l’ho apprezzato ancor più di quanto non avessi fatto alla prima lettura. Un Grande Veneto, Cibotto; innamorato della sua terra come lo sono stati Comisso, Parise e Zanzotto. Ma anche un grande talento epico, che tra Melville, Faulkner e Caldwell non sfigura. Il suo vecchio pescatore è come il capitano Achab; il Delta del Po è l’orizzonte di una lussureggiante e fagocitante Yoknapatawpha di acqua, di limo e di vento, proiettata verso il mare; e gli altri personaggi, tutti, sono le comparse di un ecosistema che le vuole costantemente nel loro destino, eterno e per ciò vincente, di povertà, di cinismo, di lotta e di inevitabile sconfitta. Poi, però, c’è il valore aggiunto della poesia, del senso plastico dell’immagine, di quel tanto di lucreziano istinto, passionale, che nell’anima di ogni scrittore padano è sorprendentemente innato, e che sa sempre promuovere un racconto a sceneggiatura toccante e suggestiva del valore morale della Natura, della sua impetuosa indifferenza e delle gesta disperate di chi la vive fino in fondo. Del resto, da Scano Boa – che come luogo, selvaggio ed evocativo, esiste veramente, come il faro di Pila – sono stati tratti due film, uno nel 1961 e uno nel 1996, anche se solo Lattuada (o il De Santis di Riso amaro) avrebbe potuto trarne spunto per un vero capolavoro neorealista. A pensarci bene, questo romanzo di Cibotto è più forte de Il vecchio e il mare di Hemingway, perché davvero non arretra mai, neanche al suo epilogo, ed è proprio bello immaginare che, forse, anche il grande Nobel nordamericano ne avrebbe amato l’estrema sincerità.

Una recensione

Un ricordo di Cibotto

La voce di Cibotto nel suo mondo

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La prima lettura (M. Enard, L’alcol e la nostalgia) è il racconto di un viaggio: è quello dell’io narrante, che percorre la Transiberiana da Mosca a Novosibirsk, verso la casa natale di Vlado, l’amico russo, ora improvvisamente defunto, con cui ha condiviso una stagione di eccessi e l’amore per la stessa donna. L’occasione è buona per rievocare l’agrodolce deriva del triangolo, ma anche per tuffarsi in un rapsodico e suggestivo girovagare nell’anima russa di ieri e di oggi: da Ivan il Terribile ai deportati dei Gulag, dalla Rivoluzione d’Ottobre ai contrasti stranianti della Mosca occidentalizzata, dagli umori inquieti di Dostoevskij alle storie eroiche dei cavalieri selvaggi di Joseph Kessel… L’atmosfera è quella di una eterna decadenza, che si compiace della sua ineluttabile grandezza, e pure il protagonista sembra abbracciare un destino di finale nullificazione, anche se l’amore e la sua nostalgia forse avranno la meglio. Il libro è adatto per un pomeriggio invernale, per lasciarsi andare alla prosa di un intellettuale colto e ipersensibile, di un rabdomante di tormenti e ibridazioni emotive. Si rischia di scoprire che anche le paturnie, specie quelle di fine anno, possono stare in buona compagnia e generare momenti e riflessioni quasi consolanti.

La seconda lettura (J. Baudrillard, Il complotto dell’arte) è un regalo azzeccato, una raccolta di saggi brevi e ficcanti di uno dei più originali e pensosi interpreti del nostro tempo, qui impegnato in una disamina critica dell’arte contemporanea e dei processi trans-estetici di cui essa è formidabile strumento. Il cuore del volume è l’intervento, tanto sintetico quanto denso, che gli dà anche il titolo, e che riproduce un articolo pubblicato nel 1996 sul quotidiano Libération, fonte di una discussione che tra gli addetti ai lavori si è protratta per molto tempo. La tesi è che l’arte contemporanea ha perso “il desiderio dell’illusione, a vantaggio di una elevazione di ogni cosa alla banalità estetica”, e che, ciò facendo, abusa continuativamente dell’impossibilità di un “giudizio estetico fondato”, in una strategia ammiccante e sostanzialmente commerciale. La contestazione è dura. Baudrillard, però, non assume la veste del castigatore. La sua è una prospettiva antropologica, volta a descrivere una rivoluzione generale, che non è certo così recente e che è stata anche capace di anticipare se stessa e di sublimarsi in opere particolarmente sintomatiche, come sono – per Baudrillard – quelle di Warhol. L’interrogativo ancora aperto è solo uno: saprà il pubblico accorgersi di tutto questo? Fino a che punto rimarrà complice, esso stesso, di questa grande mistificazione? Il 2017 è stato l’anno della lussureggiante ed estrema esposizione di Hirst nella Venezia di Palazzo Grassi e Punta della Dogana: anche chi c’è stato si sarà sicuramente posto, come Baudrillard, tante domande…

La terza lettura (C.G. Starr, Lo spionaggio politico nella Grecia classica) appartiene al genere dei ritrovamenti causali, tanto estemporanei quanto felici. È un lavoro che risale agli anni Settanta e che Sellerio ha pubblicato in Italia accompagnato da una prefazione di Luciano Canfora e da una lunga introduzione del curatore, Corrado Petrocelli. L’Autore, uno storico nordamericano, avverte da subito che in tema di utilizzo strategico di informazioni, pubbliche o segrete, le fonti antiche sono scarse, e che in un’indagine di questo genere il rischio dell’anacronismo è sempre molto alto. Poi, però, spulciando in Omero, nelle Vite di Plutarco, nelle tragedie, in Tucidide e Demostene e in altre opere meno conosciute, Starr dimostra che anche nelle poleis greche si assumevano decisioni importanti sulla base di ciò che si conosceva del nemico, avendo cura di raccogliere notizie nei modi più disparati (grazie alle relazioni commerciali, alla circolazione delle compagnie artistiche, ai rapporti familiari tra le aristocrazie cittadine, alle delazioni degli esiliati…). La cosa che è più sorprendente è che nell’antica Grecia era nota anche l’attività della dissimulazione e dello sviamento, magari mediante la spedizione di messaggi, o di messaggeri, artatamente ambigui, nella speranza di ingannare le potenze concorrenti; e che, comunque, spesso e volentieri, anche a fronte di notizie genuine, i governi – e le assemblee in cui se ne discutevano e condividevano le intenzioni – le hanno interpretate e usate male. C’è, infine, un’osservazione, che Starr formula in un paio di occasioni, e che sembra molto calzante per sfatare alcuni luoghi comuni: nell’antica Grecia le informazioni trattate segretamente si rivelavano molto meno efficaci e utili di quelle raccolte pubblicamente. E non è che, in questo secondo caso, non si possa parlare di attività di intelligence.

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Tra il 1076 e il 1077, nel momento più nevoso e freddo dell’inverno, Sant’Anselmo da Alberone viene chiamato a Canossa dalla contessa Matilde. È lei stessa ad andarlo a cercare sulla Pietra di Bismantova, dove l’eremita sta combattendo col Diavolo. Nel bel mezzo della lotta per le investiture, Matilde deve affidare ad Anselmo una missione per conto di Papa Gregorio VII, che proprio a Canossa sta aspettando l’arrivo dell’imperatore Enrico IV: si tratta di andare fino ad Aquileia, per convincere l’autorevole patriarca a prendere posizione a favore del Pontefice. Anselmo accetta e intraprende un lungo viaggio, che dall’Appennino reggiano lo spinge fino alle rive del Po, dove decide, assieme al misterioso mendicante Galaverna, di aggregarsi alla spedizione di Vitige, giovane re di Brescello. La carestia, infatti, obbliga il sovrano ad imbarcarsi e a solcare le pericolose e gelate acque della Padusia, alla ricerca di una misteriosa zucca gigante, capace di nutrire tutto il suo popolo. Comincia in questo modo un’avventura mirabolante, piena di incontri fantastici, di peripezie altrettanto straordinarie e di personaggi memorabili. Non sarà facile, dunque, il viaggio di Anselmo, che dovrà lottare con gli Uomini, con la Natura e con il Diavolo, e che, tuttavia, complice l’affetto per un bambino selvaggio, scoprirà il famoso tesoro del Bigatto e arriverà a destinazione.

Pederiali è veramente un autore da riscoprire, per tante ragioni. Sicuramente, innanzitutto, perché si dimostra maestro di un genere molto originale – un po’ storico, un po’ fantasy, un po’ tragicomico – che, come si suol dire, può piacere in egual misura “ai grandi e ai piccini”, e che ci restituisce l’immagine brancaleonesca di un Medioevo tanto fiero e avventuroso quanto oscuro, affamato e sgangherato. Non stupisce che proprio questo libro, edito per la prima volta nel 1980 da Rusconi, tradotto in più lingue e ora, nel 2017, meritoriamente riproposto da Kappalab, abbia avuto un grande successo, anche come lettura scolastica. C’è da dire, poi, e qui sta il secondo pregio, che la scrittura di Pederiali è chiara e pulita, ed efficace; e ciò senza perdere di una sua intrinseca e sottostante complessità, che costituisce, forse, il vero segreto di questo grande artigiano. La sua penna, infatti, sembra il terminale di una tradizione intera, quella padana, che ribolle in ogni pagina, come un buon lambrusco, e che nell’apparenza di parole ed espressioni precise e nitide colora la storia di immagini particolarmente evocative: di santi, di cavalieri, di signori nobili e crudeli, di castelli, di mostri, di maghi, di boschi misteriosi e di paludi assassine. È la sapienza dei luoghi e dei saperi popolari del Grande Fiume: un misto di cronaca antica e di racconto d’osteria, che non prova timore nell’esagerazione, perché la verità si può dire anche così, e che in Pederiali trova un onestissimo e fedele cantore.

Enrico IV a Canossa (da raistoria.rai.it)

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In una Roma estiva che si sta preparando alla visita ufficiale del ràis libico Gheddafi, Ilaria Profeti, insegnante, torna al suo appartamento all’Esquilino, e sul pianerottolo si imbatte in un ragazzo di colore, che viene dall’Etiopia e dice di essere suo nipote. Il padre Attilio è sempre stato uomo di grandi sorprese, Ilaria lo sa bene: ha dovuto attendere l’adolescenza per scoprire che non aveva soltanto due fratelli; ne aveva tre, e il terzo, nato da una relazione extraconiugale lunga e segreta, porta pure il nome paterno. Ora, però, Ilaria ha appena scoperto di averne avuto anche un quarto, di fratello, addirittura in Africa. E così è tempo di scavare, di capire, e di aiutare il giovane clandestino, novello parente piovuto chissà da quale lontano e sconosciuto passato. Si alternano, allora, storie diverse: quella del vecchio Attilio, ad esempio, e delle avventure africane nell’Italia coloniale, dove il Profeti si era distinto, facendo da scorta ad una spedizione per lo studio delle razze; quella di Ilaria e del suo amore per Piero, figlio di un potente uomo d’affari, ex capo del padre e sodale di tanti affari; quella della famiglia africana di Attilio, e in particolare del suo figlio abissino e del nipote, quest’ultimo giunto, per l’appunto, nella capitale dopo la terribile odissea che oggi affrontano tutti coloro che vogliono uscire dalla dittatura della miseria e della sopraffazione; e infine quella dell’Etiopia postbellica, corrotta e dilaniata da conflitti e violenze, e giustapposta all’Italia della Seconda Repubblica, altrettanto immersa nei suoi vizi e nella sue invincibili amnesie. Negli intrecci e nelle sovrapposizioni di questo affresco – nel quale i personaggi si rincorrono continuamente, nello spazio e nel tempo – i ritrovamenti di Ilaria saranno tanti, e non mancheranno anche il colpo di scena, nello stile un po’ ironico e beffardo che più si addice al destino di questo incredibile mondo.

Con Sangue giusto si chiude la trilogia avviata dal bellissimo Eva dorme e continuata con Più alto del mare. Anche qui la scrittura si distingue per la sua evocativa chiarezza. E anche qui è uno spezzone del grande ed eterogeneo generone nazionale ad esserne il protagonista drammatico, con una vicenda che prova a mettere in comunicazione le pagine più ambigue e vergognose del colonialismo italiano con il tipico profilo biografico di una umanità piccola e qualunquista, tanto riuscita quanto eticamente irrisolta. Non serve questo racconto, in verità, per ricordarci che gli italiani sono stati fascisti e razzisti, e che si sono macchiati di crimini e sopraffazioni difficilmente cancellabili. Il romanzo arricchisce un panorama editoriale di rinnovato e fertile interesse per gli “scheletri nell’armadio“. Tuttavia, siamo di fronte a una storia che, parlandoci anche – se non soprattutto – di chi siamo oggi, e di quale – e quanto confusa – sia la nostra genealogia morale e sociale, mette in scena un montaggio di immagini e di situazioni sinergiche che non è per nulla forzato accostare; e che consente più di qualche agnizione. Perché, in Italia, la banalità delle aspirazioni più grossolane e provinciali, come il sogno del benessere e del riconoscimento verso il quale esse tendono invariabilmente a scivolare, costituisce, da sempre, il motore infallibile di un progresso dal rombo quasi tranquillizzante, e capace di travolgere la coscienza, individuale e collettiva, e di garantire autoassoluzioni continue ed efficaci, specie in un quadro di disfacimento strutturale, molle e complice. Dunque, se siamo giusti, o meno, non è per una questione di sangue. Certo: il nostro sangue non è mai più giusto di quello degli altri; e anche quello degli altri può essere più sbagliato del nostro. Ma per Francesca Melandri il tema del sangue non è funzionale alla sola resa dei conti con il razzismo e con la parte che esso ha avuto nella storia degli italiani. Il tema del sangue è funzionale al ragionamento sul fatto che la giustizia si misura su qualcosa di diverso da una presunzione di superiorità egoista e infantile che esige di vedersi sempre soddisfatta, e che c’è comunque il margine, e l’occasione, per provarlo e per sparigliare le carte: per essere diversi, cioè, dall’eterna e appiccicosa voglia di salvarci e di non cambiare mai le nostre vite e il nostro paese.

Recensione (di David Valentini)

Conversazione con l’Autrice (su radioradicale.it)

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Vicino alla stazione di Firenze, lungo i binari, viene ritrovato un corpo. È quello di un vecchio, distinto e ben vestito. Corre l’anno 1931, ed è l’alba di una fredda giornata di febbraio. Nessuno sembra desideroso di capirci qualcosa e il caso viene affidato a un giovane commissario, Ottaviano Malossi, che fiuta subito la patata bollente. Il morto, infatti, è nientemeno che il generale Andrea Graziani, pezzo grosso del regime e già Ispettore Generale del Movimento di Sgombero delle truppe in rotta dopo Caporetto. La sua fama di fucilatore, sul fronte della Grande Guerra, lo ha sempre preceduto; anche Malossi, ragazzo del ’99, se lo ricorda. Forse è per questo che tutti si aspettano che l’indagine finisca presto e che si accerti che si è trattato di un semplice incidente. Ma probabilmente c’è qualcosa di più, e il commissario vuole comunque vederci chiaro. La verità, infatti, è ben altra: viene proprio dai campi della disfatta dell’autunno del 1917. Dai luoghi in cui si svolge una diversa storia, quella che l’Autore intreccia alla prima, e che ha come protagonista un Vecio, uno dei fanti del 1915, sopravvissuto a tante sanguinose battaglie e ritratto nelle sofferenze della dura ritirata di Caporetto e della strenua difesa del nuovo confine. Che cosa c’entra questo Vecio con la morte di Graziani? Forse i loro destini si erano improvvisamente incontrati? Malossi lo intuirà in quel di Verona, ai margini dei solenni funerali che le camicie nere dedicheranno al generale defunto. E deciderà, per quanto gli compete, di fare a suo modo giustizia.

A qualche anno di distanza dal freschissimo esordio de Sul Grappa dopo la vittoria, Paolo Malaguti torna a raccontare il primo conflitto mondiale. Lo fa, però, con un’intenzione ben precisa. Il nuovo senso di questo romanzo ci scruta sin dalla copertina e ha lo sguardo ghiacciato di Max Frechette, uno degli attori di Uomini contro (1970), di Francesco Rosi. Non è il richiamo generico a un’immagine di trincea; è il rinvio a un’atmosfera coerente, di dolore, denuncia e ribellione. È chiaro, infatti, già dalle prime pagine, che Malaguti vuol prendere una parte, senza ambiguità. Vuole stare, nel centenario che la ricorda, con chi ha subíto la Grande Guerra, con quegli italiani che, ritenuti colpevoli di condotte poco fedeli, sono stati puniti o uccisi dalle incomprensibili sanzioni e dagli ordini spietati di gerarchie tanto inflessibili quando militarmente incapaci. E vuole condannarle quelle gerarchie, come tutta quella guerra, un conflitto che ha travolto o segnato migliaia di individui semplici. Per raggiungere questo scopo, lo scrittore ha deciso di marciare col soldato, col Vecio e con la buffa, imparandone il gergo (riproposto in appendice al volume), condividendone speranze e paure, e coltivando passo dopo passo, nel fango e negli orrori, un insopprimibile senso di vuoto, di abbandono e di rifiuto, e un’istanza di riconoscimento, per la quale, tuttavia, la sola memoria non sembra più sufficiente. Era tempo, dunque, che il lungo viaggio del Vecio (così potremmo chiamarlo) venisse riscoperto, a testimonianza della sventura di un intero esercito; ma era anche tempo che questo viaggio diventasse l’antefatto di una sentenza esemplare, come spunto per la rinascita di un giudizio collettivo finalmente più giusto. È per questo che Malaguti inventa Malossi, facendogli condurre un’indagine che riporta alla luce un fatto tanto assurdo quanto realmente accaduto, per il quale il generale Graziani è da sempre rimasto tristemente famoso, e del quale ora, sia pur post mortem, può pagare simbolicamente le conseguenze.

Recensioni (di Franco Cardini; di Dino Messina; di Milena Nebbia; di Maria Emilia Piccone; di Silvia Stucchi)

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Michele Balistreri è un poliziotto dal passato oscuro. Negli anni Settanta militava in Ordine nuovo. Allora, per tutti, era Africa: perché era nato a Tripoli, e perché la sua era una storia di ribellione e di onore in salsa postcoloniale. In mezzo sono successe tante cose, e il famoso commissario Giannini lo ha salvato da una deriva molto pericolosa. Ora, nel 1986, il passato ritorna. Giulio Giuli, un tempo Ringo, è stato ucciso dentro la sua ricca casa. Di strada ne aveva fatta tanta, in politica e negli affari. Dal Fuan era passato alla Dc, e aveva sposato la bellissima Isabella Mulas, proprio lei, quella di cui Africa si era innamorato. Quella che ora Michele deve interrogare – e quindi, fatalmente, rivedere – per avviare le sue indagini. Il punto è che con Ringo e Isabella riemergono anche altre figure, altri camerati. Michele sa che deve tornare nel 1974, quando stava con Ringo, e con Dracula, Benvenuti e Boccino… E quando c’era anche Viola, figlia irregolare di un potentissimo uomo politico. Lo sa anche l’Autore del romanzo, che così alterna la crime story con la tecnica del flashback, mettendo in campo un intreccio complesso, le cui verità sono sepolte in storie di amori non corrisposti, di diari nascosti, di gelosie brucianti, di segreti di Stato e di pericolose derive, eversive e personali. Balistreri, alla fine, scoprirà tutto, anche i propri errori. Ma questa volta non sarà lui il vero protagonista.

Costantini è nato a Tripoli come il suo eroe. Forse la forte immedesimazione dello scrittore con Balistreri è il vero marchio di fabbrica di un personaggio che non può non piacere. Il piatto, infatti, è potenzialmente gustoso, perché, oltre che ad una viva partecipazione del suo chef, attinge anche ad una cucina che oggi è di grande successo. Non c’è niente di meglio, infatti, degli anni di Piombo, della politica corrotta e delle avventure generazionali per appassionare il lettore medio degli anni Duemila. Ma proprio qui si nasconde un primo punto debole, per il cui superamento il romanzo offre il fianco a un’ulteriore critica. Da un lato, le situazioni in cui si trova Balistreri sono ormai note, appartengono, cioè, a un immaginario tanto frequentato dalla narrativa di genere dall’essere assai prevedibile. Dall’altro, per mascherare questa cronica prevedibilità, si sceglie la via di saltare e posporre parti salienti della storia, con un montaggio che, tuttavia, mentre non supera completamente il problema, risulta troppo meccanico, troppo artificioso. Come se fosse stato fatto e rifatto più volte, al termine di alcune stesure; e con il risultato di ingenerare la sensazione che non vi sia veramente un mistero da svelare e da comprendere, ma soltanto un difetto temporaneo di informazione. Ciò non toglie peraltro che, anche con questo libro, chi si era affezionato al Balistreri della cd. trilogia del male possa continuare a trarre le soddisfazioni che cerca. Né può dirsi negativa l’idea di concentrare il fuoco dello sguardo sulle figure femminili e sulla loro inestinguibile sete di giustizia assoluta, qui rappresentata nel suo apogeo e nel suo contemporaneo fallimento. La cifra del libro, d’altra parte, è una generale rappresentazione del duro destino che incontra ogni vocazione ostinatamente individuale. Su questo binario il racconto funziona senz’altro.

Recensioni (di Marco Imarisio; di Pietro Cheli)

Intervista all’Autore

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Nell’Italia longobarda del VI secolo le vite di Gisulfo e Placidia sono molto diverse: nobile guerriero di stirpe germanica, l’uno; rampolla aristocratica di origini bizantine, l’altra. I loro destini mai potrebbero incontrarsi, se non nel corso di qualche barbaro saccheggio. Ma per caso si vedono, si innamorano all’istante – il linguaggio degli occhi… – e, nonostante la ritrosia delle loro genti, si sposano. I due hanno punti di vista ostinatamente distanti, e le cose non cambiano neppure quando Gisulfo decide di diventare cristiano. La fede e la cultura di Placidia gli paiono forme di incomprensibile mollezza, armature troppo deboli per un età troppo violenta. Tornare ai costumi del suo popolo, allora, gli sembra la soluzione migliore, da perseguire quasi con polemica e offensiva ferocia. Poi, all’improvviso, Placidia si ammala gravemente e muore, e le certezze del duca longobardo crollano ancora, disperatamente. La crisi, però, non viene invano: per Gisulfo è tempo di scoprire un più autentico, e profondo, punto di incontro e di comunione, con se stesso e con la sua amata e scomparsa consorte.

Il Cipolla autore di questo breve – e delicato – racconto è il Cipolla famoso, il noto e compianto storico dell’economia, la cui penna ha partorito veri e propri gioielli, da Allegro ma non troppo a Vele e cannoni. Il maestro del dettaglio intelligente – non trovo espressione migliore per definire il Cipolla – si rivela tale anche quando assume in modo più scoperto le vesti del semplice narratore. Raccontare storie gli è stato sempre congeniale; tanto più se sono l’occasione di rivelare e illustrare i colori e le forme dello sfondo che le ospita e che le determina. Il linguaggio degli occhi non fa eccezione. Ha la cadenza di una classica storia d’amore, con tutti i suoi luoghi più comuni, ricostruiti con minuzia. Al contempo è un pretesto per un tuffo, senz’altro divertito ma non banale, nella pianura padana delle invasioni barbariche, di scontri di civiltà ormai dimenticati e di una cristianità che, passo dopo passo, si sta trasformando e inculturando. Che ci volessero Gisulfo e Placidia per spiegare così bene la tensione totalizzante del cristianesimo medievale può sorprendere. Ma la bravura di Cipolla è tutta qui. E non mi resta che ringraziare chi mi ha prestato questo piccolo, quasi introvabile, gioiello.

Da visitare: una bella mostra sui Longobardi

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Anche per Curzio Malaparte, ambiguo ed eccentrico protagonista della scena culturale e letteraria dell’Italia del Ventennio, arriva il tempo della fine. La guerra, certo, è terminata da un pezzo e la fama di intellettuale di punta, nonostante tutto, non l’ha abbandonato. La Morte, però, non può più aspettare e gli si presenta direttamente, nella stanza della clinica romana dove si trova ricoverato, vestita ovviamente di nero e con il volto di una bellissima donna. Kurt Erich Suckert – questo il suo vero nome – non si potrà più salvare, ma ha l’occasione di espiare le sue colpe, dettando a due angeli un ultimo romanzo. Che è ambientato a Capri, nell’estate del 1939, tra feste sfarzose e turisti eccellenti, dove lo stesso Malaparte gioca un ruolo da protagonista assoluto, prima di essere accusato di omicidio e di finire, così, nelle grinfie dell’Ovra, potente polizia segreta del regime. Lo scrittore, infatti, viene sospettato di aver ucciso Pam Reynolds, caduta misteriosamente da un dirupo qualche anno prima, in uno dei luoghi più suggestivi dell’isola. Forse lo ha accusato l’odioso e pavido Sturmbannführer che si era invaghito della giovane poetessa e che lui stesso aveva sfidato e vinto a duello, proprio sul ciglio del burrone. O forse Mussolini ha deciso di sbarazzarsi definitivamente di lui; lui che nella sua coscienza porta i segreti e le vergogne del delitto Matteotti. O forse, ancora, si trova nel bel mezzo di un intrigo ordito dai nazisti, che per soddisfare la sete del Führer per l’occulto pare vogliano impadronirsi proprio della villa del padre di Pam, collegata chissà come con il centro della terra. Fatto sta che deve fuggire, non farsi trovare, e indagare, aiutato dal suo fidatissimo cane e dal principe di Sirignano, per cercare di capire come sottrarsi a un destino che pare segnato. Riuscirà a farla franca? Soprattutto, riuscirà questa storia a convincere la Morte?

Non c’è niente di convenzionale in Malaparte; non c’è nella sua vita, non c’è nei suoi scritti. Il romanzo rende bene l’idea, come la sviluppa altrettanto efficacemente il romanzo nel romanzo, un giallo picaresco e spionistico dal finale barocco, che a Malaparte sarebbe senz’altro piaciuto: non solo per l’eccentricità della trama, quanto per il suo essere un condensato di malapartismo spinto, talmente inverosimile dal rasentare la pura e semplice verità di un personaggio mai completamente sincero, eppure particolarmente affascinante ed efficace. La scena del delitto, allo stesso modo, è lussureggiante e surreale, una Capri all’ennesima potenza dei suoi profumi, dei suoi colori e dei vip che la eleggono, trasfigurandosi, a palcoscenico di amori, divertimenti e segreti. Su tutto domina Casa come Me, il tempio-rifugio assoluto, il mausoleo per la celebrazione di un protagonista che si vuole smisurato, misura egli stesso del mondo e delle cose, e che naturalmente, in un scenario in cui nulla è come sembra, se la cava egregiamente. Non è questa raffigurazione, tuttavia, a giustificare i meriti del libro abilmente intessuto da Monaldi e Sorti, che pure prende ispirazione da un fatto realmente accaduto. E che viceversa gioca sulla sensazione del disorientamento e del contrasto. L’equivoca e brillante grandezza del loro eroe non basta, infatti, a guadagnargli la salvezza dell’anima. Né sono sufficienti i ricordi tormentosi delle trincee del fronte occidentale a spiegarne l’umanità lacerata. È come se l’ultimo romanzo, dettato alla Morte, nel suo essere degna impronta del suo stesso Autore, contribuisse a condannarlo definitivamente, nella sua doppiezza, nella costante rimozione dell’opportunismo che lo ha reso complice e indifferente di ogni evento, anche di quelli più drammatici. Ciò che conta è scamparla e vincere, sempre: ma sul più bello, caro Malaparte, la Morte non si fa ingannare. Morte come Me ha partecipato all’ultimo premio Strega, rilanciando l’ipotesi di uno Strega ad honorem per il discusso scrittore italo-tedesco. Premio o non premio, poco importa: La pelle e Kaputt sono libri che si sono conquistati già un posto d’onore, e che oggi, forse, soltanto il miglior Carrère sarebbe in grado di concepire. Ma il fatto è che, per Malaparte, l’ammirazione corre sempre sul filo del disgusto; ed anche questo è un modo per restare invariabilmente unico, anche post mortem.

Recensioni (di Pier Mario Fasanotti, di Roberta Scorranese, di Mirella Serri)

Conversazione con gli Autori

Citofonare Malaparte (di Michele Masneri)

Recensione di Tecnica del colpo di Stato (su questo sito)

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Mettetevi nei panni di un professore di diritto internazionale molto noto, che insegna in un ateneo prestigioso, è un esperto di crimini di guerra e genocidi, e patrocina come avvocato in processi dalla risonanza globale. Immaginate, allora, di essere anche invitato a tenere una conferenza a Leopoli, nel cuore della fascia di terra storicamente più tormentata e insanguinata della Mitteleuropa; e di realizzare improvvisamente che nell’Università di quella città, in cui era nato vostro nonno, si è intrecciato il destino di due grandi protagonisti del diritto del Novecento, Hersch Lauterpacht e Raphael Lemkin, le cui idee hanno condizionato buona parte dei vostri studi. Questo è ciò che è accaduto a Philippe Sands. E L’occasione è stata irripetibile, soprattutto per la possibilità di intrecciare pubblico e privato: di cogliere le interferenze tra la storia “grande”, del secondo conflitto mondiale, della Shoah e del processo di Norimberga, e le storie “piccole”, dei due famosi internazionalisti come del nonno Leon Buchholz, della nonna Rita e delle loro due famiglie. I viaggi di Sands, dunque, sono più di uno, e sono tutti appassionati e filologicamente minuziosi. C’è quello del giurista, che sul campo della genesi della giustizia penale internazionale contrappone Lauterpacht e Lemkin, in modo molto suggestivo, sul crinale del confronto tra chi vuole garantire i diritti dell’individuo e chi intende salvare l’esistenza dei gruppi. C’è poi il viaggio sentimentale nei segreti e nei silenzi di famiglia, sulle orme dell’ebreo errante, in una reticenza che si è alimentata alla tragedia dell’Olocausto, ma che si nasconde anche nell’intimità delle sensibilità più personali. C’è infine la discesa negli inferi, nella psicologia e nella caduta di nazisti (Hans Frank e Otto von Wächter) che hanno operato negli stessi luoghi dei protagonisti, e nell’angosciosa memoria dei loro figli, tuttora impegnati a fare i conti con le incancellabili colpe dei padri.

Finalmente un giurista è riuscito a provare che si può fare Law & History in modo convincente e divulgativo. Dal punto di vista editoriale non c’è motivo di sorprendersi, soprattutto per il genere adottato: la non fiction funziona molto bene da tempo, e la tipologia dei percorsi proposti al lettore è già collaudata. Per intendersi, questo libro è una sorta di cocktail fascinoso: un pizzico di Un’eredità di avorio e ambra, di de Waal; e un pizzico di Paesaggi contaminati, di Pollack; con l’aggiunta – notevole – di un po’ di diritto. La circostanza che East West Street sia stato pubblicato, da poco, anche nel nostro Paese – pur con un titolo quanto meno discutibile, se non sbagliato… – potrebbe rappresentare una sollecitazione più che buona affinché qualche studioso italiano dotato di motivazioni e di meticolosità (e di facilità di penna) analoghe a quelle di Sands segua la stessa strada con altrettanto successo. Non si tratta, si badi bene, di sedurre il lettore, rinunciando al carattere geometrico di alcune acquisizioni teoriche. Gli snodi e le opzioni cruciali che alla fine del secondo conflitto mondiale hanno portato all’affermazione della punibilità internazionale dei crimini contro l’umanità e del genocidio sono affrontati con puntualità, come con altrettanta puntigliosità ne è discussa la genesi. Si tratta, semplicemente, di risvegliare la consapevolezza che il diritto è cosa viva, che è esso stesso storia e carne della società. Se si vogliono cercare dei difetti – e commentavo proprio questo profilo con un collega – sorprende, nella rievocazione dell’orrore della strategia nazista e dei suoi prodromi, anche giuridici, l’assenza di qualsiasi riferimento allo scivolamento progressivo del diritto tedesco e dei suoi protagonisti (e di Carl Schmitt, in particolare). Forse, inoltre, anche il confronto tra Lauterpacht e Lemkin è stressato un po’ troppo: del secondo, del resto, non è facile ricostruire il percorso, per la carenza di grandi riscontri e testimonianze, e l’Autore, poi, parteggia quasi dichiaratamente per il primo (his legal hero), figura più tecnica, più affidabile e istituzionale. Ma tutto si tiene molto bene, perché in un libro di questo tipo la partecipazione di chi scrive è un ingrediente indispensabile.

Recensioni (di Lisa Appignanesi; di Christopher R. Browning; di Robert Gerwarth; di Bernard-Henri Lévi; di Mark Mazower)

Un’intervista all’Autore e una conversazione

What Our Fathers Did. A Nazi Legacy (2015): il documentario girato da Sands, con i figli di Frank e von Wächter

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La famiglia De Boer vive a Nevada, gruppo di case abbarbicate sulle balze scoscese che dividono l’Altopiano di Asiago dalla Valbrenta. È la fine dell’800, il confine italo-austriaco dista pochi chilometri, poco sopra Primolano. La valle, dunque, è una zona di frontiera, selvaggia, terra di povera gente, che prova a sostentarsi coltivando tabacco su terrazzamenti strappati alla roccia. I De Boer – moglie, marito e tre figli – non fanno eccezione, e qualche volta il capofamiglia si avventura oltre confine, nel Primiero, per vendere ai minatori quel po’ di trinciato pregiato che gli riesce di sottrarre astutamente dai severi controlli del monopolio regio. Un giorno parte per l’ennesima spedizione da contrabbandiere, senza fare ritorno. Jole, la figlia maggiore, che già era stata iniziata ai rischi di quel viaggio, decide di avventurarsi a cavallo, alla ricerca del padre ormai creduto morto, ma anche alla volta delle miniere di Imer, per scambiare un po’ di tabacco con un carico di rame e argento, e salvare così i suoi cari dalla fame e dalla miseria. È un percorso aspro, in una natura tanto rigogliosa e incontaminata quanto insidiosa e misteriosa. Sono tante le paure che Jole dovrà superare: quella dei crepacci, quella dei briganti, quella delle guardie di confine, quella dei malviventi con cui si trova giocoforza a trattare, per piazzare il suo carico prezioso e per avere notizie sulla sorte del padre. Da figlia premurosa e determinata Jole si scoprirà improvvisamente donna tenace e bella, e nel ritorno, quando tutto sembrerà ormai concluso, affronterà una prova inattesa e terribile, prima di un conciliante lieto fine.

In libreria da poco più di un mese, L’anima della frontiera è in corso di traduzione in tanti paesi e se ne parla entusiasticamente come di un western avvincente. La grafica di questa prima edizione Mondadori – che pare presa da Tex o da Zagor – va anche un po’ oltre: una silhouette femminile degna di Tarantino si staglia fascinosa sullo sfondo di un paesaggio roccioso infuocato dal sole. Manca l’annuncio del film, e tutto sarebbe perfetto, confezionato per la migliore promozione libraria dell’estate. Qualcuno potrebbe storcere il naso, perché questo tipo campagne, di solito, non solo finiscono per promettere più di quanto sia lecito attendersi, ma rischiano di travolgere l’aura di autenticità e di semplicità che un autore si è costruito in precedenza. Però la visibilità ha un prezzo, e ben venga che Righetto assaggi i modi e gli orizzonti del bestseller internazionale. Perché si tratta di un indubbio punto di arrivo, del tutto meritato. Era già buono, in verità, La pelle dell’orso (che un film lo ha avuto davvero). Lo è anche L’anima della frontiera, e forse di più, visto che si tratta di una conferma, cosa mai facile. I meriti del libro sono due. Il primo è lo stile, la scrittura lineare ed essenziale, pulita, che riesce a cucire assieme, inaspettatamente, generi e accenti diversissimi: il racconto di montagna alla Rigoni Stern; l’immersione naturalistica e paesaggistica; il romanzo di formazione; il romanzo storico; il thriller. Il secondo fattore di forza sta tutto nell’ambientazione, nella scelta di un Veneto poco noto, ma sempre visibile nei segni profondi e tuttora stranamente magnetici – è forse questa l’anima del titolo? – che la storia ha inciso in molte delle sue valli. La Valbrenta ne è un prototipo perfetto: con le vecchie coltivazioni del tabacco, i tanti piccoli borghi, spesso diroccati o nascosti dalla macchia, le fortificazioni medievali e ottocentesche, le strettoie del canyon scavato dal fiume, le ferite della Grande Guerra, raccontata in loco, e in presa diretta, anche da Hemingway e Dos Passos, e poco più in alto da Lussu… Grazie a Righetto questo piccolo teatro universale può attraversare ancora i confini della grande letteratura.

Recensioni (di Luigi Mascheroni; di Alessandro Mezzena Lona; di Lorenzo Parolin)

Intervista a Matteo Righetto

L’Autore a Radio radicale

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