È ogni volta un bel dono poter leggere un grande scrittore. Anche quando ci si imbatte in un racconto che forse non è mai stato veramente ultimato. Insomma, Dostoevskij è sempre Dostoevskij. Qui si cimenta con una trama sospesa tra la realtà e l’immaginazione più spinta. È la storia di un funzionario pubblico, uno come tanti, che si reca con la moglie a vedere l’esotica attrazione del momento, giunta dall’Europa per inaugurare quello che oggi diremmo un centro commerciale. Si tratta di un coccodrillo, esibito da una coppia di avidi e fastidiosi mercanti tedeschi, madre e figlio. La bestia pare tranquilla, immobile e indifferente a ciò che la circonda, ma all’improvviso ingoia il funzionario, che sparisce nelle sue fauci. In verità l’uomo non è morto, ma parla dal ventre del coccodrillo, ostenta salute e sicurezza, vagheggia presuntuoso un futuro di prosperità economica e grandi successi per sé e la consorte, e preconizza nuove e risolutive visioni del mondo, capaci di cambiare il destino dei popoli. La voce narrante è quella di un collega di lavoro del funzionario mangiato dal coccodrillo. Da un lato ripercorre stupefatta e preoccupata l’accaduto, cercando di ricondurlo a una qualche razionalità; dall’altro misura le reazioni vacue della bella sposa dello sventurato amico, dei suoi conoscenti e degli altri colleghi. I quali, tutti, percepiscono certo la straordinarietà del caso, ma restano avvinti nel ruolo di inguaribili e disarmanti macchiette borghesi, avviluppati anch’essi nel propri piccoli desideri e meschini individuali.

Nei brevi appunti che Serena Vitale dedica a quest’opera, definita da Dostoevskij una “birichinata letteraria”, si possono apprezzare tante cose. Si può scoprire, ad esempio, che – a dispetto delle rimostranze del suo stesso Autore – il racconto era stato considerato dai contemporanei come una parodia delle vicende accadute a Nikolaj Gavrilovič Černyševskij, intellettuale e rivoluzionario risucchiato dalle prigioni zariste della Siberia. Forse è vero – più in generale – che la sferzante ironia che percorre la storia intera si scaglia su ciò che di moderno stava invadendo Pietroburgo e la Russia alla metà del XIX secolo, e sulla mentalità che i gusti di matrice occidentale e il “principio economico” – così lo chiama Dostoevskij – stavano diffondendo. Il coccodrillo, quindi, è il campione, l’immagine ficcante di questa cultura virale, con la sua capacità egemonica e, per l’appunto, fagocitante: una forza irresistibile, che si impadronisce delle persone, come se fosse una possessione, e che non trova certo opposizione nel carattere molle, fatuo e debosciato della gente di Pietroburgo. Anch’essa è bersaglio diretto di Dostoevskij. Si diverte a ridicolizzarla, a denunciarne la povertà morale di fronte alla logica prevalente del tornaconto personale, del profitto e del consumo, già allora raffigurato come fattore disgregante di ogni ordine sociale. E pure di qualsiasi idea di verità, alla stregua di ciò che si verifica nella nostra modernissima e tecnologica società dell’informazione: nelle pagine dei quotidiani la vicenda dell’uomo mangiato dalla bestia viene riportata, a seconda della testata (e ciascuno sceglie naturalmente quella che più gli è congeniale), in variazioni completamente dissonanti, fantasiose, se non irriconoscibili. Forse che siamo davvero finiti tutti nelle viscere di un rettile implacabile? Dostoevskij continua a interrogarci.

Recensioni (di M. Archetti; di M.C. D’Alisa; di D. Gabutti; di A. Gnocchi; di A. Pagliuso; di V. Parisi)

Condividi:
 

Quando Paolo Nori scrive di Russia, scrive di scrittori russi: dei suoi russi. E così facendo – forse è un paradosso, forse no: credo che non lo sia – riesce a renderli ancor più classici di quanto già lo sono nell’opinione comune. Questa volta si concentra su Dostoevskij. Infatti, pur a distanza dalla prima lettura, “sanguina ancora”. Dunque ancora si ricorda, lo scrittore emiliano, di quando ha scoperto Delitto e castigo e di ciò che un romanzo come quello può trasmettere. Come è vero per tanti altri libri di Dostoevskij. Questo volume ne racconta vita e opere, con l’inconfondibile stile di montaggio di cui Nori è capace. È il suo consueto andamento a scatti, tra ricordi personali e familiari, citazioni e aneddoti, osservazioni divertite. Ma è proprio così che emergono molti profili interessanti, di Dostoevskij come della grande letteratura russa. Nori, ad esempio, racconta l’importanza di Puškin in modo assai fresco; ridimensiona un po’ Gogol’ (forse per dispetto a Nabokov) e Turgenev (che forse è meno russo di quanto avrebbe potuto essere); offre qualche sguardo sulla modernità delle interpretazioni critiche fornite da Bachtin e da Sklovskij; e cerca di conciliare Dostoevskij e Tolstoj, anche perché non c’è nulla di male ad amare l’uno e l’altro. Il cuore del libro, però, rimane l’uomo Dostoevskij: con le sue ambizioni, le sue contraddizioni, le due mogli, la condanna a morte e la detenzione, il legame con il devoto fratello, il noto e irredimibile vizio per il gioco, i ripetuti successi e gli altrettanti fallimenti, le piccole grandi curiosità riferite dai molti biografi. Il punto è che si può amare un autore e riconoscerne l’imperituro valore anche se la sua esistenza non è stata così lineare o irreprensibile. È una consapevolezza che purtroppo, di questi tempi, viene messa in dubbio sempre più spesso. Nori, poi, riesce a rievocare bene i romanzi più noti, sottolineando con efficacia la cifra plurale, polifonica, delle storie narrate da Dostoevskij, che è stato un vero maestro della caratterizzazione profonda di tutti i suoi personaggi. Come se fosse in grado di abitarne il carattere, di assumerne e ricostruirne contemporaneamente, e credibilmente, l’autentico punto di vista. Sanguina ancora, in chiusura, non commette l’errore (troppo frequente) di naufragare nei Fratelli Karamazov e nel Grande Inquisitore. Probabilmente ciò è dovuto a quanto lo stesso Nori ripete più volte, ossia che era in ritardo con la stesura del saggio. Tuttavia, voluta o non voluta, la scelta è provvidenziale, visto che in questo modo il libro rimane digeribile, come dev’essere per ogni sincero e pulito invito a gustarsi senza mediazioni il respiro della migliore letteratura.

Recensioni (di M. Ciriello; di D. D’Alessandro; di D. Gabutti; di D. Ronzoni)

Alcuni dei più grandi romanzi di Dostoevskij… in forma di audiolibri (letti da V. Zanardi)

Condividi:
 

Tre giovani moscoviti – Kirill, Guger e Valerij – vengono selezionati da una strana organizzazione per la tutela dei beni culturali, che affida loro il compito di asportare da una chiesa di un villaggio sperduto un antico affresco, raffigurante San Cristoforo Cinocefalo. L’operazione sembra facile e remunerativa, tanto più che il committente fornisce ai ragazzi un pulmino, le istruzioni tecniche e tutta l’attrezzatura. Ma Kalitino – è questo il nome della piccola località – si dimostra difficile e respingente. Pur essendo immerso in una riserva naturale, è il relitto di una vecchia “zona”, di un gulag abbandonato, ed è avvolto dal fumo delle vicine cave di torba. Ci abita soltanto chi non è riuscito ad andarsene in città. Si tratta, per lo più, di un’umanità degradata, in cui primeggiano Lëcha, ex militare, Sanja Omskij, ex galeotto, e Murygin, losco gestore dell’unico emporio presente. C’è anche Liza, che quasi non parla, vive con la madre invalida e la cui bellezza, apparentemente sfiorita, colpisce subito Kirill. È quest’ultimo l’eroe del romanzo: lasciato dai compagni a tenere i contatti con la gente del posto, si scontra con Lëcha e si addentra gradualmente nei misteri di Kalitino. Scopre strane leggende su uomini dalla testa di cane che sorvegliano i confini del territorio e apprende che, storicamente, la riserva ha ospitato un nucleo di irriducibili scismatici. Tuttavia, mentre Kirill si convince che Lëcha e Sanja siano in realtà dei veri e propri cinocefali, e il conflitto con i locali accelera e precipita vorticosamente, i dissapori con Guger e Valerij scoppiano definitivamente. La vita di Kirill e quella di Liza, sono improvvisamente in grave pericolo e i nodi vengono finalmente al pettine dopo una lunga, avventurosa e visionaria notte di luna piena. Al risveglio, solo la distanza di uno sguardo lucido e quasi scientifico può spiegare l’accaduto e attribuirgli un senso.

I cinocefali è un prodotto à la Stephen King: per il sorprendente che si nasconde dietro cose a prima vista troppo chiare; per il potere quasi irresistibile del genius loci; per la progressiva accelerazione weird and eerie del racconto; per l’effetto formativo che gli accadimenti, sia pur surreali, finiscono per dimostrare. Nel libro di Ivanov, però, emergono anche altri aspetti, per nulla secondari nel funzionamento dell’ingranaggio. C’è il confronto / scontro tra diverse “Russie”, innanzitutto: una moderna e in qualche modo globalizzata, l’altra derelitta e segnata dal crimine e dall’abbandono. Si può avere l’impressione che l’Autore intenda condannare definitivamente la seconda; di più, che voglia smitizzare il cliché della dimensione tradizionale e rurale come custode dell’autentico spirito russo. E non c’è dubbio che di quest’ultimo, a Kalitino, proprio non c’è traccia, visto che vi si trovano soltanto rottami del passato e personalità malvagie e violente. Tuttavia la trama intera ruota attorno all’impossibilità di uscire dalla zona, una metafora che del tutto scoperta, che non vale soltanto per chi tenti di affrancarsi dal destino di abbrutimento cui pare attratto chiunque graviti attorno al villaggio. Funziona anche per Kirill, che, scosso dal fascino di Liza, rischia di allontanarsi indebitamente dal suo destino cittadino. Sicché alla fine del romanzo, riflettendo sul significato degli eventi stupefacenti che definiscono i confini della narrazione, si comprende che Ivanov prende di mira la forza terribile e la sopraffazione paralizzante di una società bloccata; di una Russia che è tanto drammaticamente attuale quanto tuttora immersa nelle laceranti conflittualità della sua storia. Ma si comprende anche che questo talentuoso e affermato scrittore deve molto agli studi semiologici di Jurij Lotman: il merito di averli rielaborati in modo così efficace vale da solo il prezzo di copertina.

Recensioni (di A. Orfini; di G.P. Piretto)

La voce della traduttrice

Condividi:
 

È la Russia il paese terribile in cui Andrej – alter ego dell’Autore – intende tornare per qualche mese, dopo essere migrato negli Stati Uniti con i suoi genitori al tempo del crollo dell’Unione Sovietica, quando era ancora piccolo. Ha terminato il dottorato da poco e la fidanzata lo ha lasciato, e si ritrova esposto, così, più che mai, ad una naturale e forte incertezza sul futuro. Perché, dunque, non ascoltare suo fratello Dima e passare un po’ di tempo a Mosca, per accudire la nonna Seva? Del resto è un aspirante slavista: un’immersione diretta nell’attualità della cultura che studia non può che fargli bene. E potrebbe anche approfittarne per giocare un po’ a hockey, sua grande passione. Ma la Russia – tra nuovi ricchi e “stato di polizia” – pare proprio un paese inguaribilmente terribile. Mosca è al centro di un processo di fortissima gentrificazione ed è percorsa da un mix di violenza diffusa e poco repressa e di repressione poco violenta quanto diffusa. Baba Seva è messa molto più male di quanto Andrej pensava; è anche molto sola e nel suo vecchio appartamento non c’è la connessione Internet, che a lui, però serve per restare in contatto con i corsi universitari cui sta facendo da assistente. Suo fratello Dima, poi, ha un piano molto chiaro per liberarsi dell’immobile e strappare un buon prezzo, indipendentemente dalla considerazione della salute della nonna. Come se non bastasse, fraternizzare con gli hockeisti della periferia moscovita non è cosa facile e, nel frattempo, la chance di essere assunto come docente in un buon college pare sfumare, a favore di un odiato e arrogante collega. Nonostante ciò, Andrej – che nel frattempo si innamora, e per giunta corrisposto, della bella dottoranda Julija – si affeziona alla nonna e alla sua storia difficile, e stringe amicizia con un gruppo di attivisti neocomunisti e oppositori di Putin, tra cui militano anche la sua nuova compagna e il di lei ex marito. Prende coraggio, alimenta la sua coscienza politica ed è pronto a restare in Russia per sempre, anche se una serie di eventi un po’ pericolosi, un po’ fortuiti e in parte un po’ fortunati lo convincono che, in fondo, la sua strada è quella che lo riporterà in America. Un paese terribile è un libro riuscito per molti aspetti. Per l’empatia che facilmente suscita: sa essere leggero, ironico e divertente, e a tratti è profondo e commovente. Ma anche per la bella immersione socio-culturale che permette di sperimentare, nella storia, nelle incrostazioni e nelle vene, vecchie e giovani, di un paese tuttora percorso da contraddizioni e da energie fortissime, in positivo come in negativo. Più di tutto, però, Gessen riesce a comunicare la singolare e forse paradossale propensione per lo spiazzamento che ogni giovane aspirante studioso, per essere autenticamente tale, deve sentire. Da questo punto di vista, il romanzo ha una morale chiara, che qualcuno potrebbe definire buonista e che, tuttavia, coglie nel segno: ci vuole tanto cuore per vivere davvero ciò che si studia.

Recensioni (di Luigi De Biase; di Boris Fishman; di Marcel Theroux; di Ettore Ventura)

Conversazione con l’Autore

Condividi:
 

I viaggi servono e questo libro ne è la prova. Infatti non è un libro di viaggio. È il racconto di un itinerario personale, che così trova il suo compimento. Non c’è dubbio che le tappe di questo itinerario si radicano fisicamente nel sito lontano, e prima mai visto, di cui l’Autrice narra, esplorandone pezzi di storia e di topografia, e raffigurandone la gente e i protagonisti. Nello stesso tempo, tuttavia, il libro coltiva ragioni di ricerca familiari e più intime: tornare sui luoghi – oggi completamente assorbiti dall’abbandono e dalla vegetazione – in cui il nonno, militare italiano, è stato internato durante la seconda guerra mondiale; e offrire, per questa via, un doveroso tributo alla dura esperienza di molti connazionali. Ma anche di tutte le displaced persons che il conflitto ha spazzato via o costretto in quei luoghi. Dopodiché la Kaliningrad che Valentina Parisi vuole scoprire, naturalmente, è anche la Königsberg prussiana di Kant e dell’efficiente e florida cantieristica pesante del Reich, rasa al suolo, tuttavia, dai massicci bombardamenti degli alleati e poi investita dall’occupazione sovietica. È soprattutto quest’ultima città che l’Autrice percorre, nel suo essere stata macinata dal tentativo, rimasto incompiuto, della sua completa e profonda riedificazione, secondo un ordine e una morfologia in ipotesi coerenti con le ideologie del nuovo regime. Sicché il volume – animato anche da un apparato fotografico più che evocativo – alterna il viaggio nella memoria personale e collettiva con alcune istantanee, molto efficaci, delle tante epoche e delle molteplici, tragiche, e talvolta anche curiose, vicende che hanno punteggiato la città di K. Tra tutti questi piccoli, o grandi, scavi ve ne sono almeno tre, che sono meritevoli di un’immediata menzione: il colloquio con un’anziana signora originaria di Königsberg, strappata alla sua casa e oggi residente a Berlino, e ancora tenacemente aggrappata al ricordo della sua Heimat perduta; il capitolo sui “poeti tra le rovine”, in cui giganteggia la presenza di Brodskij, con le sue disavventure e con i racconti di chi lo ha conosciuto e cercato; e la singolare vicenda dell’ippopotamo del grande zoo di K., sopravvissuto alle bombe e curato dalle attenzioni dell’esercito russo. Ma alla fine ciò che della lettura più rimane è la sensazione di una forte esigenza individuale, che stimola l’esplorazione di una zona di silenzio e il superamento di un momento di frattura: a dimostrazione, ancora, che è nel filtro della letteratura e della storia che gli spazi e la memoria diventano chance imperdibili per trasformare i bisogni individuali in occasioni di riflessione e ritrovamento.

Recensioni (di P. Melissi; di A. Orfini; di F. Ricapito; di J. Turini)

La Prefazione di F.M. Cataluccio

Condividi:
 

Per leggere questo libro con la sensibilità più congeniale al suo contenuto e al suo tono bisognerebbe innanzitutto concentrarsi sul sottotitolo: “Viaggio sentimentale nel paese degli zar, dei soviet, dei nuovi ricchi e nella più bella letteratura del mondo”. Poi, però, occorrerebbe anche enfatizzare la parola “sentimentale”. Perché La grande Russia portatile non è certo una guida per turisti; né il resoconto di un viaggio; né un saggio di storia o di costume. Pensare altrimenti aprirebbe la strada a delusioni o critiche fin troppo facili e prevedibili. La Russia di cui ci parla Nori è esclusivamente quella di Nori: è la Russia delle sue prime esplorazioni, compiute per la tesi di laurea su Chlebnikov, con relativi e numerosi aneddoti; ma è soprattutto una dimensione interiore e accogliente, il luogo in cui si sviluppa tuttora il modo con cui l’Autore sente e vive la grande letteratura, e pure il suo piccolo mondo, visto che “le cose di cui ti occupi in un certo senso ti occupano”. Leggere i russi – Nori riprende in principio un irresistibile invito di Manganelli – ha proprio questo effetto. Poi è impossibile liberarsene. È per questo che di tanto in tanto è indispensabile tornarci e ristorarsi. Di scrittori celebri, d’altra parte, il viaggio di Nori è pieno. Non mancano i più noti – Puskin, Cechov, Dostoevskij, Bulgakov, Pasternak, Brodskij… – e ve ne sono anche altri, non meno importanti, come Erofeev, Sklovskij, Charms, Dovlatov… È una galleria, un collage di immagini iconiche, episodi celebri, testimonianze suggestive: il tutto inframmezzato da digressioni rapsodiche, quanto efficaci, sulla lingua russa, sul rapporto tra gli intellettuali russi e il potere, e tra i russi e l’alcol. O anche sulla fascinazione nostalgica che può suscitare un mondo ormai perduto, in cui, sia pur nelle sue stranezze e assurdità, “non avere” poteva non essere un’irrimediabile sciagura. Alla fine si comprende che, pur non essendo un libro di viaggio, quello di Nori è un breviario per chiunque voglia predisporsi a scoprire la Russia senza pregiudizi. Cosa che, per i più svariati motivi, dopo la caduta del Muro non è più stata tanto naturale.

Il sito dell’Autore

Condividi:
 

Sorokin distilla con maestria uno dei canoni più importanti della storia della letteratura e, accompagnato da Gogol, da Gončarov e da Saltykov-Ščedrin, mette nero su bianco una storia senza tempo, che è favola, satira e oscura profezia. Il dott. Garin deve raggiungere un piccolo villaggio per somministrare un vaccino e debellare una virulenta peste nera, importata chissà come dalla Bolivia: c’è il rischio che i contagiati, defunti, si trasformino in temibili zombie. Ma una tormenta altrettanto implacabile gli sbarra la strada. Decide di rivolgersi ad un umile vetturino, Raspino, affinché lo conduca a destinazione con la sua “propulsoslitta”, trainata da cinquanta cavallini. La distanza non è molta, ma nel bianco della bufera si nascondono insospettabili insidie. Durante il viaggio, infatti, il pattino della slitta si rompe più volte e Garin – che nonostante ciò sembra sempre animato da una incrollabile fiducia nel compimento della sua missione salvifica e nel ruolo ufficiale che riveste, e che come tale non può conoscere ostacoli – è costretto a tappe forzate, nelle quali fa molti e strani incontri: una compiacente mugnaia; dei nomadi “spacciatori”; il cadavere gelato e spaventoso di un misterioso gigante… Passa il tempo, quindi, e l’obiettivo, tanto più vicino, sembra allontanarsi in modo irresistibile. Anche il freddo sale, avvinghiando tutto il corpo e diventando, così, in un biancore tanto meraviglioso quanto inquietante, un nemico ancor più invincibile. Solo la pazienza di Raspino pare fronteggiarlo efficacemente; quanto meno fino all’epilogo, che da tragicomico si fa improvvisamente triste e quasi straziante.

Come prendere questo breve romanzo? Come un ottimo esperimento narrativo alla maniera della migliore letteratura russa? Come una metafora disperante della situazione socio-politica in cui versa la Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica? O come un incubo lungo e articolato, nel quale collocare le immagini dei tanti mostri con cui sembra tuttora lottare, senza speranza, un’intera nazione? L’ambiguità e il carattere grottesco e talvolta surreale della “novella” – collocata in un presente che è anche sprofondato in un atavico passato, oltre che percorso qua e là da uno scioccante futuro, anche tecnologico – ne accentuano la capacità suggestiva, moltiplicando e ingarbugliando ogni possibile interrogativo. Al contempo, però, si avvertono chiaramente molti motivi classici della tradizione letteraria russa: il dualismo tra classi sociali, tra la figura di Raspino e quella di Garin, il primo ad incarnare l’eterna e serena morale dell’accettazione, propria della popolazione russa più povera, e il secondo a interpretare i panni della classe dirigente del paese, distratta da ambizioni, da vizi e da paure tipicamente piccolo-borghesi; il quadro generale e irrinunciabile di una natura affascinante e grandiosa, ma pure ostile e crudele, che offre lo sfondo fatale in cui si muovono i due protagonisti, e il cui volto segreto è quello di un potere onnipresente, inafferrabile e soverchiante; l’idea che i pericoli vengano anche dall’esterno, da fattori che sono estranei al nocciolo duro di una cultura plurisecolare e che possono, però, invaderla, renderla incosciente e ucciderla; la premonizione di una dannazione conclusiva, di una spoliazione violenta e fatale, perché il popolo russo, disorientato, diviso e imbrigliato nella tempesta, non sa dimostrarsi unito e può essere dunque oggetto di qualsiasi sopruso, di qualsiasi degenerazione, e anche della schiavitù. Con questo bel libro, percorso da una tensione onirica che non cala mai e che, tuttavia, è animata da una funzione critica, morale, altrettanto palpabile, Sorokin si dimostra all’altezza della sua fama, anche per la particolare abilità di descrivere le cose e le persone, e di farcene avvertire l’odore e la temperatura, a dimostrazione che nella scrittura di qualità non basta la fantasia ma serve anche la tecnica.

Recensioni (di Alexandr Genis; di Wlodek Goldkorn; di Goffredo Fofi; di Valentina Parisi)

Due interviste (da corriere.it e da rainews.it)

Come scrive Sorokin?

Condividi:
 

“Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura”: il sottotitolo dice molto, anche se non riesce a spiegare del tutto la natura e il contenuto del libro, che sono in gran parte originali. Apparentemente, infatti, è soltanto un diario di viaggio, nel quale un poeta italiano racconta i pensieri e gli incontri che fa a Mosca nei giorni che precedono un festival letterario. Quei pensieri e quegli incontri, però, sono particolari. Da un lato, ci danno un suggestivo assaggio di cultura russa e di vita e colore moscoviti; dall’altro, ci immergono nel passato e nel presente di una delle tradizioni letterarie più affascinanti del mondo. I compagni di viaggio, inoltre, sono sempre all’altezza: siano essi i grandi classici (da Puskin a Bulgakov; da Lermontov a Chlebnikov; da Pasternak alla Cvetaeva; da Majakovskij alla Achmatova), di cui il narratore incrocia monumenti o luoghi in vario modo notevoli; o si tratti, invece, della scombiccherata ma divertente combriccola di autori contemporanei, più o meno giovani, e più o meno famosi, con cui anche il lettore finisce per passare quasi tutto il suo tempo (tra chiacchierate profonde e bevute ugualmente intense, nella speranza di trovare l’attimo giusto, come accade al nostro poeta, per baciare in un bosco innevato la bella Ksenja Kirillova…). L’itinerario finisce all’improvviso, nel bel mezzo di un viaggio in treno dal sapore quasi rituale, da Mosca a Petuški, sulle orme del romanzo di Erofeev.

La Russia è sempre la Russia, c’è poco da fare. Il fascino di un paese così sterminato e selvaggio rimane forte. E la sua grande letteratura ne è uno specchio altrettanto – e tuttora – fedele. Gli Autori di questo testo (lo pseudonimo, che trae spunto da una famosa canzone dei CCCP, nasconde un collettivo di scrittura molto vivace, al quale si deve anche la costituzione di una rivista letteraria) riescono a compiere un’operazione per nulla scontata: quella di mettere in scena tutta la magia dell’anima russa, facendolo, peraltro, in un racconto che è ironico, trasognato e colto allo stesso tempo. Vi vengono evocate un’identità e un’atmosfera che non si trovano solo nei capolavori dell’Ottocento russo e che hanno saputo, invece, conservarsi e trasmettersi tenacemente anche per mezzo – e spesso nonostante – la Rivoluzione d’Ottobre, lo Stalinismo, il crollo del regime sovietico e l’avvento, oggi, di una società capitalistica totalmente disincantata. Ma per cogliere la profondità e la continuità di un cosmo (tanto più di questo) occorre abbandonarvisi e il diario, in fondo, è proprio uno strumento perfetto, perché lascia parlare di cose grandi anche le cose più piccole: chi lo scrive ha modo di ritrovare se stesso, e in questo caso specifico di ritrovare soprattutto la poesia; chi lo legge ha la fortuna di potersi assimilare al piacere di questa riscoperta.

Un piccolo estratto

Un’intervista agli Autori

Recensioni (di Sandra D’Alessandro, di Tommaso Ottonieri, di Riccardo De Gennaro)

Condividi:
 

Trovato morto nella camera del suo albergo a Estoril, in Portogallo, Alexandre Alekhine, uno dei più grandi campioni di scacchi di tutti i tempi, è scomparso il 24 marzo 1946, alla vigilia di una partita che, dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale, avrebbe potuto riconsacrarne il valore. Molti indizi – e anche il referto medico – hanno sempre fatto pensare a un decesso naturale, frutto dell’alcol e di un’alimentazione sregolata. Ma è davvero andata così? L’io narrante non ne è convinto e prova così a indagare e a rievocare gli ultimi giorni dello scacchista russo. Forse qualcuno voleva ucciderlo: sono tante, infatti, le ombre che che si allungano su questa vicenda. Strani personaggi, da un lato, sembrano accusarlo di complicità con il Terzo Reich, poiché, pur di continuare a giocare, aveva militato anche sotto quelle terribili insegne, trovando protezione in un potente gerarca. Con tutta probabilità, poi, anche il regime staliniano vuole sbarazzarsene, sia perché rappresenta la figura del perfetto controrivoluzionario e traditore sia perché la sua grande abilità potrebbe effettivamente sconfiggere la maestria del giovane sfidante Botvinnik, orgoglio della scuola scacchistica sovietica e nuova arma di una guerra, quella fredda, ormai alle porte. Dove sta la verità? Forse è stata la polizia segreta del governo portoghese a orchestrare ogni cosa o forse, semplicemente, si è trattato di un ultimo regolamento di conti tra un uomo di genio e i tanti demoni che ne hanno sempre tormentato l’esistenza.

Maurensig torna al genere di racconto – e all’editore – che lo aveva visto debuttare e diventare subito famoso, con La variante di Lüneburg. Da questo punto di vista Teoria delle ombre poteva considerarsi ad alto rischio di remake; e forse una certa atmosfera di quel bel libro si riconosce pure qui, anche se quest’ultimo romanzo riflette l’esperienza di scrittura – e di ricerca introspettiva – che aveva dato vita a L’arcangelo degli scacchi. Vita segreta di Paul Morphy. Maurensig non aveva mai lasciato gli scacchi. Dopo la parentesi (peraltro fortunata) di Canone inverso, si era cimentato anche ne L’ultima traversa, dimostrando di voler riprendere un discorso che, tuttavia, non gli è più riuscito particolarmente facile (né altrettanto felice). Probabilmente ciò era dovuto al fatto che la magia di questo gioco e dei suoi carismatici pezzi attira da sempre, su di sé, un alone di grandi potenzialità narrative, pari forse alla ricchezza e alla molteplicità delle mosse e delle combinazioni che sono possibili solo sulla scacchiera. Per riuscire veramente bene, quindi, occorre andare a grande profondità, un po’ come aveva fatto Stefan Zweig, e un po’ come aveva cercato di fare, da ultimo, Fabio Stassi. Se questo è vero, si può affermare che il bello di Teoria delle ombre non è nell’intreccio quasi spionistico. La virtù del libro è nell’abbandono, nel gesto, cioè, che l’Autore vuole compiere allorché decide – nel lungo intermezzo che copre quasi tutto il volume – di far scorrere, direttamente, la storia di una deriva: quella di un’individualità travolta dagli eventi e dai rapporti con gli altri, ma aggrappata fino alla fine all’unica dimensione che ne ha consentito la sopravvivenza, in un luogo – ai molti inaccessibile – in cui Bene e Male, per come li conosciamo, non hanno più alcun significato.

Recensioni (di Bruno Quaranta, Maurizio Crippa, Annarita Briganti, Paolo Mauri, Nicola Vacca, Lidia Lombardi, Michele Meloni Tessitori, Carlo Macchitelli, Nicolò Di Girolamo)

Paolo Maurensig a Fahrenheit e alla Radiotelevisione svizzera

Un’intervista all’Autore

Il sito di Maurensig

Per i più appassionati… le partite di Alekhine

Condividi:
 

Tat’jana è l’anziana balia dei Karin, nobili proprietari della sterminata ed eterna provincia zarista. L’azione comincia in pieno inverno, come in un film, con la partenza per il fronte dei due rampolli di famiglia: Jurij e Kirill. La vecchia balia li vede allontanarsi nella neve, al termine di una lunga festa notturna di commiato. È la prima guerra mondiale a portarli lontano, come era accaduto, in altri conflitti, per i loro antenati. Ma quello che sta accadendo è solo il presagio di eventi molto più grandi, travolgenti. Sia Nikolaj sia Elena, i due genitori, ne sembrano implicitamente ma intimamente convinti. Arriva la Rivoluzione, infatti, e la famiglia, costretta alla fuga verso Odessa, perde ogni cosa. Tat’jana – che è rimasta custode fedele della dimora avita e che assiste alla fredda esecuzione di Jurij, tornato miracolosamente dal fronte – decide di partire, nonostante l’età, e di correre in aiuto dei suoi amati padroni, portando con sé una preziosa collana. I Karin, così, riescono a partire per la Francia e a raggiungere Parigi, dove cominciano il loro esilio. La balia li segue e li accudisce, ancora, come sempre. Tuttavia si accorge che, in quell’Occidente tanto diverso, i suoi signori si muovono intontiti e disorientati, “come le mosche d’autunno, allorché, passati il caldo e la luce dell’estate, svolazzano a fatica, esauste e irritate, sbattendo contro i vetri e trascinando le ali senza vita”. Tutto è cambiato, dunque, anche per il destino di Kirill, del fratellino Andrej e della sorella Loulou, la giovane e bella principessina di questo glorioso ma decaduto casato. Tat’jana è l’unica che sa perché tutto è perduto, e perché lo è anche per lei: le radici sono rimaste nel gelo della madrepatria e non le rimane che cercarle, fino all’ultimo respiro, in una neve che, a Parigi, sia pur a dicembre, ancora tarda a venire.

Irène Némirovsky ha sempre scritto in francese. Le sue storie, però, sono memorabili come lo sono tutti i classici russi. E anche questo racconto lo è. Per la forza evocativa di alcune immagini: la camera della balia, l’atmosfera della notte silenziosa e imbiancata, gli ultimi drammatici momenti della vita di Jurij… Soprattutto, lo è per l’esemplarità assoluta della figura di Tat’jana, che è l’anima della tradizione, il corpo e il pensiero di qualcosa che è crollato per sempre, dissolvendosi nelle vene di un’Europa straniera, rimasta tale, in fondo, anche per l’Autrice. Della quale, in questo libro, c’è davvero molto. Non si tratta solo della fuga in nave dalla Russia divenuta sovietica o del difficile ambientamento nei quartieri borghesi di Parigi. Anche questa volta la Némirovsky ci offre una scheggia della sua autobiografia più intima, mescolata a quella, tragica e quasi infinita, di un mondo remoto e antico, divenuto improvvisamente inafferrabile, come se fosse condannato alla frammentazione e all’oblio, ma anche alla ricerca, ostinata, di una vita nuova, qualunque essa sia purché sia ancora vita. È una condizione ambigua, naturalmente: può essere di resa e nostalgia (come è per Elena), di fiducia e accettazione quasi fatua verso il presente (come è per Kirill e Loulou) o di tenace, ma vinta, speranza verso i segni e i luoghi della propria giovinezza e della propria cultura (come è per la vecchia balia). Come le mosche d’autunno riesce a rendere, a incarnare, questi sentimenti con rara efficacia. Ma quello che stupisce è la consapevolezza, altrettanto incombente, che il tempo e i suoi eventi sono sempre inarrestabili e che agli uomini non rimane che accettare di affrontare, ciascuno a suo modo, la battaglia per la sopravvivenza.

Recensioni (di Marina Monego; di Domizia Moramarco)

Condividi:
© 2024 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha