Dopo una serie di dieci fortunatissimi romanzi, seguiti da un periodo di silenzio, a sua volta intervallato dalla composizione di altri due cicli narrativi (uno sulla mafia italoamericana e uno sulle origini del socialismo italiano), Valerio Evangelisti rimette le vesti del suo più noto e apprezzato eroe: Nicolas Eymerich da Gerona, padre domenicano e spietato e sottilissimo inquisitore; un personaggio realmente esistito e operante nella seconda metà del Trecento, autore di quel monumentale Directorium inquisitorum, manuale teorico-pratico per i procedimenti contro gli eretici, che si pone anche alle origini del diritto del processo inquisitorio canonico. Le ultime due puntate della saga – che aveva debuttato nel 1994 ed è collocata in pieno Medioevo, pur essendo raccontata con intermezzi distopici e fantascientifici, che spesso interagiscono in modo essenziale con la trama della storia principale – sono Eymerich risorge (2017) e Il fantasma di Eymerich (2018). Questo secondo titolo ufficializza a tutti gli effetti l’avvio di un nuovo ciclo.

Nel primo romanzo (ambientato nel 1374) Eymerich è alle prese con un movimento eretico apparentemente indecifrabile, su espresso mandato di Papa Gregorio XI. Succedono cose strane tra la Provenza e il Piemonte: incendi improvvisi e apparizioni misteriose, di luci ma anche di uomini; su tutti, di Francesc Roma, francescano di rango e potente e astuto consigliere di Pietro d’Aragona, antico avversario di Eymerich. Non c’è nulla di meglio, dunque, per stimolare la determinazione del dotto e terribile inquisitore, che con l’aiuto dei suoi più fidati compagni – padre Jacinto Corona, il notaio De Berjavel e mastro Gombau – si lancia alla caccia di un culto enigmatico. Sembra che il mistero si celi tra le montagne, e che sia difeso dalle comunità valdesi. Ma si tratta di qualcosa di molto più profondo e temibile, tanto che Eymerich, oltre a doversi confrontare con campioni della più varia umanità, affronta pure la morte, ritrovandosi improvvisamente, e inspiegabilmente, risorto. Anche in questo caso la verità è nascosta nelle pieghe di un lontano futuro, in cui le ricerche sorprendenti del dottor Marcus Frullifer spiegano quali siano le oscure forze che nell’universo agiscono, e che si manifestano anche attraverso l’operato ultratemporale di un lontanissimo e potentissimo magister, assiso sulla Luna.

Nel secondo romanzo (che colloca la storia tra il 1377 e il 1378) l’inquisitore, liberatosi dalla prigionia cui lo aveva costretto un suo acerrimo nemico, fugge dalla penisola iberica per dirigersi via mare a Roma, dove conferisce con il pontefice. Gregorio XI, infatti, ha spostato la sede del Papato da Avignone all’antica ma degradata capitale dell’Impero. Sta morendo e confida a Eymerich che il sottosuolo della città eterna nasconde luoghi e riti pagani e minacciosi. L’indomito domenicano prende la palla al balzo e, districandosi tra volgari caporioni, prelati-guerrieri e sante in estasi, comincia ad indagare. Nel frattempo, attorno a lui, succede di tutto: viene eletto un nuovo Papa, Urbano VI, gradito al volgo romano, ma la sua lotta contro la simonia si fa quasi eccessiva, tanto da coalizzare per l’elezione di un nuovo pontefice la maggioranza dello stesso clero che lo aveva scelto. Si va incontro, così, all’intronizzazione di Clemente VII e al grande e grave scisma d’Occidente, mentre Eymerich non guarda in faccia a nessuno e sfida e sconfigge la setta che vuole reintrodurre il culto di Mitra. In questa lotta non è solo, non tanto perché a seguirlo c’è sempre padre Corona, ma anche perché c’è il suo alter ego, il magister venuto dal futuro, a metterlo sulla strada giusta. Anche questa volta gli oscuri segreti di queste comunicazioni intertemporali si intrecciano con le eccentriche avventure del dottor Frullifer.

Che cosa c’è, di imperdibile, nell’epopea Eymerich? Intanto c’è Eymerich stesso, uomo machiavellico ante litteram: implacabile contro chi ritenga colpevole di eresia e crudele, all’occorrenza, ma sempre aggrappato alla logica come arma invincibile, e capace di una graffiante ironia. È il paradigma di ciò che si definisce un personaggio a tutto tondo: icona di un Medioevo medievalissimo, truce e a tinte forti e nette; massimo esempio della razionalità del suo tempo e di ciò che di quel patrimonio culturale è transitato fino a noi. Chi non vorrebbe essere saldo e forte come Eymerich? Un altro tratto speciale dei cicli creati da Evangelisti è la sintesi più che riuscita tra romanzo storico, thriller e fantascienza: una ricetta nella quale l’ultimo, e apparentemente eccentrico, ingrediente è dosato quanto basta. Non è funzionale, infatti, alla creazione di una sovrapposizione di generi; non è, cioè, un espediente narrativo. È il medium di una visione totalizzante della letteratura, nel senso dell’idea di universo che si vuole raccontare, ma specialmente nel senso della dimostrazione che è possibile, con la letteratura, e vale a dire a partire dalla sua dimensione, cambiare la realtà storica. Innanzitutto quella presente.

Un’intervista all’Autore

Un’analisi linguistico-stilistica su Eymerich

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L’Autore di questo libro è il nipote di Ernest Hemingway. Quando il grande scrittore si è suicidato, John era nato soltanto da un anno: il nonno non lo aveva proprio conosciuto. Le sue memorie sono concentrate sul rapporto con suo padre, Greg, il secondogenito di Ernest. Ma la storia con Greg, se da un lato offre l’opportunità di mettere ordine in una galassia familiare assai complessa e conflittuale, dall’altro aiuta John a riconciliarsi con la figura di un padre eccentrico e bipolare, e proprio per questo di un Hemingway a tutti gli effetti. Non si tratta, evidentemente, del prototipo mitico del grande macho, del grande cacciatore, del grande eroe. Questa è la rivelazione de Una strana tribù. Perché Greg, che scrittore di fama non è stato (voleva fare semplicemente il medico), aveva pulsioni che in forma minore animavano anche Ernest. Attraversava, infatti, ricorrenti fasi depressive e maniacali; si travestiva da donna e aveva anche affrontato l’iter ormonale e chirurgico per cambiare il proprio sesso. I due, peraltro, Ernest e Greg, padre e figlio, avevano una relazione tormentata, di mutuo riconoscimento come di assoluta distanza: i loro carteggi ne sono la testimonianza più forte. È per questo che John ha cercato di approfondirla, dal momento che, ad un certo punto, anch’egli ha avuto modo di rompere con suo padre. Seguiamo, così, i tanti spostamenti e le tante peregrinazioni di Greg, come di John, tra la Florida, la California, il Montana… Ne viviamo i momenti di crisi, i fallimenti, i ricordi più teneri, le avventure quasi surreali. Saggiamo anche il significato che l’Africa ha sempre avuto nell’immaginario degli Hemingway. Soprattutto, sperimentiamo il percorso autocosciente di John, al quale forse, proprio come accadde al nonno, l’Italia ha donato la chance di dare una svolta alla propria esistenza.

Un’immediata osservazione riguarda un dettaglio che balza subito agli occhi e che, già da solo, suscita un po’ di commozione: un memoir sugli Hemingway non poteva che pubblicarlo un editore che porta il nome del famoso pesce (il marlin) de Il vecchio e il mare. È un libro, dunque, che, superficialmente, potrebbe dare l’idea di assecondare una certa tradizione, un certo stereotipo. E invece non è così. I ricordi e le ricostruzioni di John rivelano un’altra faccia della medaglia, una dimensione diversa e inattesa dell’essere Hemingway. O forse, a pensarci bene, un’immagine profondamente normale, fragile e umana, e per lo più inaspettata, come può essere quella di tante altre persone nel contesto di una famiglia come tante altre. Al di là di ciò, il libro stimola anche altre riflessioni. La prima origina da un rilievo tangenziale, proposto dall’Autore nel momento in cui afferma risolutamente che “Greg aveva molte cose in comune con la scrittura di suo padre e con il suo mito personale”. Secondo John, infatti, la consapevolezza sul problema del travestitismo consente di interpretare l’opera di Ernest in maniera innovativa, nella prospettiva, cioè, di una visione sovversiva del mondo e dell’immaginario americani; una visione di “critica sociale”, in cui la parte migliore di ciascuno emerge dalla sconfitta, non dal successo. È questo l’Hemingway che ti sorprende, il suo autentico profilo epico. La seconda riflessione si risolve in una domanda: a che cosa serve un memoir? E poi: perché leggerlo? Perché scriverlo? Tuffarsi nel passato aiuta a trovarsi, e a consolidarsi. La lezione vale per chi ne rende testimonianza diretta, come ci ha insegnato Proust, e come dimostra anche John. Ma vale anche per chi, da comune lettore, si addentri nelle vite altrui e, ciò facendo, scopra l’importanza di indagare un po’ più a fondo la propria. Quello di John è un libro coraggioso, onesto e, nella sua intimità, quasi toccante, che avrebbe sicuramente meritato un pubblico più ampio di quello che la sua collocazione editoriale gli ha potuto finora garantire.

Il volume a Un libro tira l’altro (radio24)

Il Museo Hemingway

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Il libro è una felice raccolta di estratti di colta e preziosa critica letteraria. È diviso in due parti, precedute da un “Viatico” e seguite da un’Appendice. Fanno da cornice due gallerie, con un apparato iconografico variamente collegato alle riflessioni svolte dall’Autore. L’oggetto – nulla di strano per Nigro, che ne è un vero esperto – è Alessandro Manzoni, e precisamente la singolare e profonda, e tormentata, tensione pedagogica che percorre I promessi sposi, qui analizzati sulla base dell’edizione illustrata del 1840-1842, quella accompagnata dalla Storia della colonna infame. Nel “Viatico”, infatti, Nigro chiarisce di volersi inserire all’interno del filone interpretativo che valorizza la Storia come la lente ideale per comprendere il significato del romanzo. Non a caso, la prima parte del volume, che ne costituisce il cuore, si mette sulle tracce di “quella funesta docilità degli animi appassionati all’affermare appassionato degli altri”: espressione che è stata usata dal Manzoni nel capitolo XIII del romanzo, dove si narra dell’assalto popolare alla residenza del vicario durante la rivolta del pane. A lungo Leonardo Sciascia aveva interrogato la frase in parola. Era alla ricerca di una chiave esplicita per dimostrare il rimorso segreto del grande scrittore, se non il tentativo tardivo di una qualche inquieta giustificazione, di fronte alla freddezza che lo stesso aveva tenuto nei confronti del linciaggio, compiuto proprio davanti alla sua casa, di Giuseppe Prina, ministro delle finanze dell’ultimo governo napoleonico di Milano. Perché – e questo è il fulcro della seconda parte del libro, che confronta gli itinerari manzoniani di Sciascia con quelli di Mario Pomilio e di Natalia Ginzburg – l’opera di Manzoni non può essere mai eccessivamente monumentalizzata, né confinata in un tranquillizzante messaggio pastorale di redenzione o in un intreccio di ragioni sentimentali o personali: il turbamento la pervade sempre, al punto da farla sembrare in ogni caso spiazzante, per i laici come per i cattolici, e comunque per gli italiani. L’Appendice, animandosi delle immagini contenute nella seconda galleria, coltiva nuovamente le suggestioni del tema iconografico, divagando elegantemente tra i tratti di Renato Guttuso e quelli di Mimmo Paladino.

Capire se sia o meno verosimile che proprio la lenta metabolizzazione della disgraziata vicenda del Prina avrebbe fornito al patriota Manzoni l’ispirazione per gli approfondimenti morali e civili sottesi al racconto del seicentesco tumulto di S. Martino – come alla ricostruzione filologica della sventura dei presunti untori della Colonna infame – non è la cosa più importante di questo libro. Mi preme esprimere un’urgenza diversa, in parte personale, in parte più oggettiva; ma legata comunque alla Colonna infame. La ricordo ancora nell’esperienza della prima lettura, dopo la scoperta del volumetto sugli scaffali della libreria di casa. Stava accanto ad altri volumetti di una stessa collana, formata da alcune edizioni speciali ed economiche di Bompiani, vendute con L’Espresso e acquistate da mio padre, che allora era abbonato al settimanale. Riportava un’introduzione di Sciascia. Il libro di Nigro – che è esplicitamente ispirato alle pagine dell’autore siciliano – risveglia la gioia di quell’originario contatto, e del confronto, forse per la prima volta, con una riflessione difficile, obliqua, eppure appagante. Richiama anche il piacere – pure quello provato, forse, per la prima volta – di voler continuare la scoperta, leggendo gli altri titoli di quella stessa collana (su tutti, Tifone di Conrad e Candido di Voltaire), con pari soddisfazione. Poi c’è, naturalmente, al di là del ricordo di un momento molto formativo, anche il profilo sostanziale, di merito. Riguarda l’importanza di un messaggio che invita a guardare al grande romanzo italiano per eccellenza come ad una cosa spessa, complessa e al contempo forte ed efficace nella persuasione che può produrre anche soltanto nella lettura più immediata e appassionata. È uno sprone, dunque, a non avere paura di questo genere di complessità, perché è fattore di grande consapevolezza. Ma è anche una sollecitazione a riconsiderare Manzoni un vero maestro della “moralistica” europea, a intenderlo, cioè, innanzitutto, nel suo lato francese, non solo in quello lombardo. Non è male rammentarsi di poter collocare don Lisander ben al di là delle glosse e delle parafrasi anguste che gli sono di solito riservate dai nostalgici della più stanca tradizione scolastica.

Recensione (di Raffaele Manica; di Adriano Napoli)

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Nel 1875 – l’anno cruciale in cui consuma il suo definitivo addio alla letteratura – Arthur Rimbaud soggiorna a Milano per qualche settimana. Lo sappiamo da un biglietto da visita, nel quale il poeta avrebbe aggiunto al proprio nome un domicilio, un indirizzo di una Piazza Duomo oggi completamente cambiata. Di questo soggiorno sappiamo anche un’altra cosa: a Milano Rimbaud è ospite di una vedova, della quale, però, è rimasta del tutto ignota l’identità. Restano dunque inevasi molti interrogativi. Perché Rimbaud si è fermato a Milano? Qual era la sua destinazione finale? Chi era la signora che lo ha ospitato? Che cosa ha fatto il poeta in quelle settimane? Gli ingredienti per il mistero ci sono tutti, ma provare a scioglierlo è un’impresa impossibile, perché gli indizi da cui muovere sono realmente pochi. L’Autore, in verità, sa bene che più che la meta vale il viaggio, la ricerca costante e appassionata che lo anima. Questo libro, infatti, è la raccolta dei dati, delle suggestioni e delle osservazioni di contorno che Franzosini ha assemblato nel suo puntiglioso vagabondaggio, e che permettono, meglio di qualsiasi altro saggio, non solo di introdursi all’universo rimbaldiano, ai suoi miti e alle sue molteplici letture, ma anche di ricevere qualche breve spaccato della cultura e della società della seconda metà dell’Ottocento.

Nel testo ci si imbatte in tante pagine curiose: quelle sulla difesa della memoria del grande poeta (specie da parte dei suoi familiari…); quelle sul carattere del giovane Arthur (a dir poco bizzoso); quelle sui salotti meneghini e sugli ambienti letterari del tempo (che quasi sicuramente non hanno avuto alcun contatto con il poeta maledetto)… Non mancano, poi, le coordinate più classiche della “leggenda Rimbaud”: il ribellismo, le relazioni pericolose con Verlaine, le poche ma saldissime amicizie, le fughe ripetute, le avventure e i viaggi continui. C’è anche il romanzo, ovviamente, ed è quello che, tassello dopo tassello, Franzosini costruisce in modo solo tangenziale e allusivo, lasciandoci fantasticare che a Milano Rimbaud abbia veramente incontrato una figura femminile decisiva, di cui vi sarebbe traccia anche in alcuni passaggi delle sue opere più importanti. Il silenzio delle prove non fa altro che esaltare il magnetismo del personaggio, imprigionato in un buco nero che ha attratto a sé l’intero e fascinoso caleidoscopio della vita del poeta. La bellezza di questo gioiellino narrativo sta tutta qui, in questo centro di gravità, come nella seduttività indiretta e discreta di un racconto che è costruito da tante giustapposizioni, quasi una Wunderkammer di storie e di resoconti, tanto diversi e spaesanti quanto ricchi e succosi. Per gustarlo appieno, per poterne apprezzare il carattere quasi tridimensionale, occorrerebbe leggerlo nelle stanze di un antiquario, occhieggiando vecchie stampe e annusando odori di muffa e di vernice. E immaginando di ascoltare il calore rassicurante di una chiacchiera colta ed elegante, a tratti ostentatamente involuta e viziosa. Da questo punto di vista, Franzosini – un raffinato “indagatore del detrito” – ha creato un genere, nel quale eccelle da tempo. Ricorda un po’ Arbasino, ed accorgersene è un disturbante e meraviglioso dettaglio.

Recensione (di Alida Airaghi; Roberto Cicala; Gabriele Di Fonzo; Pasquale Di Palmo; Luigi Mascheroni; Paolo Melissi)

Una conversazione con l’Autore

Tutto su Rimbaud

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L’Autore si occupa di cultura e letteratura classiche; insegna al Bard College, vicino a New York. Questo libro è il resoconto di un suo corso, dedicato interamente all’Odissea. Ma non si è trattato di tenere un corso come gli altri: vi ha partecipato anche suo padre Jay – un matematico ottantenne – e lo ha fatto in modo attivo, esprimendosi con franchezza e partecipando alla discussione con gli studenti. In questo modo, la rievocazione e l’analisi del viaggio di Ulisse si sono subito trasformati nell’occasione per compiere un altro viaggio, alla riscoperta di ciò che è il rapporto tra un padre e un figlio, scavando nelle motivazioni che hanno spinto il vecchio Jay ad essere lì, nella sua storia personale e nelle storie della famiglia Mendelsohn. Nel racconto l’itinerario dell’eroe omerico e la decifrazione dei suoi tanti significati si alternano costantemente al dialogo tra Daniel e Jay. Per i due protagonisti l’Odissea assume un significato così grande da spingerli a mettersi davvero sulle tracce del re di Itaca, imbarcandosi in una crociera nel Mediterraneo. A ben vedere, anche la rilettura del poema si colora integralmente di questa prospettiva: Telemaco si istruisce e diventa adulto sulle orme del padre, apprendendo che cos’è veramente una famiglia; poi, solo in un secondo momento, entra in scena Ulisse, che prima di poter ritornare a casa deve sperimentare tutti i limiti della sua ambizione individuale, rigenerandosi di quella consapevolezza che è indispensabile al ricongiungimento; quindi comincia il tema del ritorno e del riconoscimento, e della vendetta, che si consuma collettivamente, al solo scopo di ricostruire un’unità originaria, in cui Ulisse, finalmente, ritrova non solo il figlio e la sposa, ma anche suo padre Laerte.

Dopo la monumentale prova de Gli scomparsi, ormai diventato una pietra miliare del suo genere, Mendelsohn continua a convincere. Un’Odissea, infatti, è un libro efficacissimo, specialmente quando fornisce momenti di divulgazione alta e suggestiva: su che cosa sia la filologia; sulla rilevanza e sulla continuità, tra gli accademici, della relazione tra maestri e allievi; su quanto sia importante, nell’interpretazione di un classico, il confronto continuo tra lettori nuovi e lettori esperti; su quanto questa interazione stimoli intuizioni capaci di indicare significati ancora sconosciuti; e soprattutto su come l’esperienza del rapporto personale con la grande letteratura, se presa sul serio, riesca a dirci molto sulla nostra vita. Quest’ultima prospettiva è il perno su cui Mendelsohn fa ruotare tutto il racconto. Ciò che gli interessa, infatti, è l’interazione con il padre, e il poema omerico ne è il catalizzatore ideale, che gli permette di interrogarsi a fondo e di indagare nel passato e nel presente, alla conquista di una dimensione intima mai veramente compresa. Ad un masterpiece della tradizione antica si può chiedere anche questo, ed è tale virtù taumaturgica a renderne la lettura tuttora impareggiabile: abbandonarvisi è come ritrovarsi. L’Odissea, di recente, va forte proprio per questo: nel libro di Mendelsohn gli interrogativi che pone l’èpos tracciano la strada per un percorso psicanalitico; nel bestseller pressoché coevo di Sylvain Tesson (Un’estate con Omero) le avventure dell’astuto re di Itaca costituiscono la migliore compagnia per un vero romitaggio mediterraneo. Di questi tempi, evidentemente, gli scrittori, pur parlando di sé, danno prova di essere ottimi stregoni: forse lo smarrimento diffuso che ci circonda, se preso sul serio, se guardato, cioè, dal didentro, può dare l’opportunità di ritrovare la tanto agognata strada di casa.

Recensioni (di Lorenzo Alunni; Massimiliano De Villa; Giulio Galetto; Dwight Garner; Marta Pellegrini; Emily Wilson)

Un’intervista all’Autore

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Chi lo avrebbe mai detto? Esistono davvero “pulci da collezione”, piccoli esseri fastidiosi che possono farsi rimirare con piacere e addirittura apprezzare proprio per il puntuale tormento che provocano… Sono gli imperdibili libretti della nuova e simpatica collana “Pulci nell’Orecchio” di Orecchio Acerbo, editore specializzato nelle pubblicazioni per bambini e per ragazzi. Sono racconti, ciascuno opera di un grande maestro della letteratura mondiale; e ciascuno composto e illustrato con grande maestria (in questo caso, quella di Fabian Negrin): perché, al di là dell’iniziativa, in sé e per sé lodevole, anche il corpus, di dimensione tascabile, è di tutto rispetto. Il valore di questa edizione, comunque, sta tutto nella selezione degli Autori e degli scritti. Per ora sono sei: Matilde Serao (Catinuccia), William Saroyan (Lo zio del barbiere e la tigre che gli mangiò la testa), Heinrich Böll (La bilancia dei Balek), David Herbert Lawrence (Rex), René Guillot (Fratello lupo), Anton Cechov (Van’ka). Qui vorrei soltanto dire dell’estremo piacere che mi ha dato la lettura di Saroyan e di Böll, e delle ragioni, quindi, del dolce tormento che queste pulci mi hanno provocato.

Di Saroyan la collana propone una specie di favola moderna, che con grazia e semplicità assolute esprime quanto la vita comporti inesorabilmente sfide costanti, anche terribili, ma da affrontare con coraggio: un insegnamento che solo alcuni popoli, come quello armeno, hanno metabolizzato fino in fondo. Lo scrittore tedesco, invece, sulle orme del miglior Kleist e del suo Michael Kohlaas, narra di un attento e ostinato eroe bambino, che non si arresta di fronte al sopruso ripetutamente subito dalla sua famiglia, cercando di ottenere una giusta riparazione e risvegliando, così, anche la coscienza dei suoi poveri compaesani: fatti che gli sapranno meritare soltanto un grave destino di lutto e di esilio. Sono storie brevi, pulite, facili, e per questo non possono non piacere. Ma sono anche straordinariamente evocative e crudeli, quasi disperanti, e perciò sono fastidiose. È un carattere che accomuna anche gli altri titoli: Van’ka, su tutti, è di una proverbiale, dickensiana, tristezza; e Catinuccia non è da meno. Chi ha pensato a questa collana, in sostanza, ha pensato a quanto può essere efficace una pedagogia del disincanto, qui perseguita con la scelta elegante di exempla che, mentre suscitano un surplus di empatia, se non di colleganza, sono idonei ad abbattere con determinazione ogni ingenuità. Ai più piccoli consegnano semi che prima o poi frutteranno; agli adulti offrono un’occasione per prendere le cose “con letteratura” oltre che “con filosofia”.

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È un romanzo in tre tempi. Il primo (1933-1945) è il tempo del padre, Luigi, di cui si racconta la giovinezza e la crescita, dal matrimonio alla guerra sul fronte balcanico, fino alla militanza partigiana in Istria. Il secondo tempo (1945-1982) è quello del figlio, Valerio, alter ego dell’Autore, seguito in due diverse fasi del suo percorso, dall’adolescenza dell’educazione sentimentale alla maturità della docenza universitaria e dell’impegno di partito. Il terzo tempo (2005) appartiene al “figlio del figlio”, Marcello, tornato in Italia, da Londra, sulle tracce di se stesso, del padre e del padre di suo padre. Ai tre tempi non corrispondono soltanto, come spiega Luperini stesso nella Nota che chiude il volume, tre diversi modi di narrare (la docu-fiction di carattere storico; l’autobiografia romanzata; il racconto in terza persona). Quei tempi sono anche tre contenitori: di una ricerca psicologica che si muove su più generazioni, e degli scenari, familiari, sociali e politici sui cui di volta in volta la ricerca si articola. Si assiste, così, ad un lungo viaggio introspettivo, che attraversa il fascismo, la Resistenza, la rinascita della mobilitazione politica, gli anni di piombo, lo smarrimento della fine del secolo. E a questo viaggio si intreccia il percorso dell’Autore e del suo dna di studioso engagé, in un continuo rimando tra ragioni private e istanze collettive, tra fragilità affettive e stati di equilibrio.

Il genere cui appartiene questo testo è quello dei libri che per essere compresi e assimilati richiedono un adeguato periodo di sedimentazione. A distanza di qualche ora, infatti, si prova già nostalgia per lo stile pacato e il periodare pulito. Ma il valore di questa lettura non si esaurisce qui. Anzi, la scrittura piana in questo caso proprio non aiuta, perché potrebbe stimolare un giudizio soltanto semplicistico. Si potrebbe avere l’impressione di trovarsi di fronte alla sceneggiatura di una meglio gioventù più intimistica, più esistenziale. Non è così, però. Né si può pensare che la cifra di questa storia sia solo quella strettamente autobiografica: che peraltro, nel caso di specie, è interessante comunque, visto che a mettersi a nudo, sia pur in forma romanzata, è uno degli intellettuali italiani più noti e apprezzati. Anche l’esemplarità, tuttavia, non spiega tutta la suggestione che l’Autore riesce a imprimere alle sue pagine. Il loro punto di forza, il motore che le alimenta è in quella parola, rancura, che sta nel titolo e che è tratta da una poesia di Montale. Non è soltanto un omaggio al cuore delle attenzioni filologiche di Luperini e del suo magistero di critico. La rancura è il vero protagonista del romanzo. È una sensazione di afflizione che deriva da un rimprovero istintivo e malinconico, ma soffocato; dal senso di un condizionamento sofferto, che altri, forse, ha imposto, in modo tuttavia indelebile e naturale, come se fosse un testimone difficile, da prendere con la coscienza che non lo si potrà mai superare davvero, se non comprendendolo e accettandolo. Come si fa con i genitori, ci ricorda Luperini; e come si fa anche con le proprie origini, le proprie case e i propri amori, e infine anche con il proprio paese.

Recensioni (di Angelo Guglielmi; di Pierluigi Pellini; di Floriano Romboli)

Un’intervista a Romano Luperini

L’Autore a Fahrenheit

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Fine della seconda guerra mondiale: un bambino di sette anni, con una sedia sopra la testa, attraversa spavaldo una Trieste liberata ma ancora militarizzata. È Flavio, il papà dell’Autore. L’immagine – immortalata in una vecchia foto di giornale – apre una fitta galleria di ricordi, di racconti, di conversazioni, e anche di indagini: sulla propria eredità sentimentale e sulla storia di una città multietnica e conflittuale. I due livelli si sovrappongono costantemente, con un effetto di rimbalzo reciproco, talvolta semiserio e scanzonato, talvolta emotivamente forte, comunque molto efficace. La sensazione è che i protagonisti siano tutti attori di un film, che va assemblandosi pagina dopo pagina. È il lungometraggio di una terra e di una popolazione martoriate da un lungo destino di esili, di guerre, di passioni, di separazioni, di crimini e scontri atroci, al di qua e al di là della cortina di ferro. Ma è anche l’autobiografia di un’identità multiforme e di una comunità esuberante, da sempre eterogenea ed errante; la fisiologia di un avvitarsi collettivo e individuale psicologicamente complesso, sempre indefinito, e per questo fertile e maturo, pronto per una nuova chance di vivace cosmopolitismo, sulle orme di Berlino e di Belfast. Di questo vuole convincersi, e convincerci, anche Covacich, che in una tale impresa si fa aiutare dai suoi eroi, dai personaggi che ha deciso di eleggere a numi tutelari del suo percorso narrativo: il poeta croato Ivan Goran Kovačic, rievocato nell’esemplare durezza della sua tragica e paradossale parabola esistenziale; lo scrittore italianissimo Pier Antonio Quarantotti Gambini, alfiere, testimone e custode di un’epoca di slanci e di rivendicazioni politiche e culturali; il grande compositore istriano Antonio Bibalo, triestino di nascita ma campione riconosciuto solo nella sua Norvegia; e il Fulvio Tomizza di Materada, il collega e il compatriota a tutti gli effetti, riscoperto tra i colori tenui di un paese, il suo paese, che, a ben vedere, non ha mai smesso di essere allergico a ogni confine.

Il libro è semplicemente bello. Forse la chiusa cede un po’ alla retorica, e i ripetuti riferimenti a Kafka e a Joyce, come a Svevo e a Saba, sono un po’ di troppo, perché scontati (ma come evitarli?). Eppure la Trieste di Covacich è un universo che attrae. In primo luogo perché ciascuno di noi ne ha una: è la città della nascita e dell’adolescenza; degli affetti e delle genealogie familiari; delle fughe, delle nostalgie e dei ritorni; di tutti i piccoli grandi miti personali, sui quali vorremmo scrivere tutti una sceneggiatura, anche soltanto per trarne egoisticamente un supplemento di energia e di motivazione. Poi, però, in questo testo emerge anche una virtù che trascende questo piano. Trieste è uno snodo singolare di culture e di occasioni di analisi e di pensiero, un luogo in cui si può essere tante cose – italiani, asburgici, sloveni, croati, ebrei, contadini, marinai, impiegati, migranti, viaggiatori, imprenditori, musicisti, scrittori… – senza mai provare la sensazione di non capirsi. Anzi, l’idea di Covacich è che questo impasto sia, più in generale, il segreto e il modello di un’umanità più ricca, quella di cui il nostro tempo (la nostra Europa) sembra avere davvero bisogno. Ed è un’idea – particolare non trascurabile – scritta bene, con grazia, e assistita da un approccio molto interessante alla letteratura e allo spazio che per l’Autore le si addice più di ogni altro. A Covacich interessa la descrizione e l’analisi del rapporto costante e fondamentale tra l’io e le tante cose che lo costituiscono dall’esterno, offrendogli così il modo di essere davvero cosciente e determinante. Ecco perché questa Trieste non è un semplice spot sul fascino di un capoluogo mitteleuropeo. In una simile prospettiva – i luoghi come laboratorio dell’anima e della consapevolezza, personale e collettiva – il titolo del libro è già un manifesto più che eloquente; non serve dire altro. Può essere utile, invece, aggiungere un consiglio: provare a leggere La città interiore dopo aver visto due brevi docufilm, entrambi usciti nel 2012 dalla fucina di Elisabetta Sgarbi: Il viaggio della signorina Vila e Trieste: la contesa. Due piccoli gioiellini, che, con questo volume (prodotto, in fondo, dalla stessa firma…), completano un trittico suggestivo e stimolante.

Recensioni (di E. Barbieri, C. Battocletti, A. Mezzena Lona, S. Pent, C. Taglietti)

Conversazione con l’Autore (su radioradicale.it)

Mauro Covacich a Fahrenheit

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Tutto è cominciato dal desiderio di avere una bici vera, una col palo, da adulto. Ma non c’erano i soldi; e il padre, affinché il figlio potesse comprendere come guadagnarsi il denaro per acquistarne una, ha portato il giovane Vitaliano a fagli vedere “da dove viene”, iniziandolo sin dall’adolescenza ai tanti travagli del lavoro. Comincia di qui un lungo memoir, in cui Trevisan racconta i suoi molti e vari impieghi, regolari o meno, collezionati prima di diventare uno scrittore a tutti gli effetti, dal tempo dell’adolescenza alla piena maturità. Operaio, manovale, trafficante estivo di acidi, mezzo muratore, aspirante geometra, capufficio, lattoniere, gelataio, magazziniere, portiere notturno: alla fine del libro è difficile ricordarseli tutti, anche se a tenerli assieme c’è più di qualche filo. Che tuttavia non è tirato tanto dall’Autore, dal suo carattere scostante, dal rapporto con i suoi familiari e dai suoi ripetuti e confessati fallimenti – quello matrimoniale compreso – quanto dagli ambienti che ha vissuto, dai segmenti borderline che ha condiviso con molti altri giovani, dalla vibrazione profonda di una moralità eccentrica che sa essere cinica, spregiudicata e, a suo modo, solida e infrangibile. E poi c’è l’ostinazione del voler essere un narratore vero, un magnetismo che è più forte di ogni altra alternativa, e di cui vediamo, passo dopo passo, la crescente intensità.

Come in altre occasioni, Trevisan racconta la carne e il sangue del famigerato e tragico Nordest, quello del miracolo economico e della devastazione territoriale e socio-culturale su cui ancora si regge, e dei quali questo libro disegna un’intima e a tratti impietosa fisiologia. Di materiale, ce n’è a non finire: sulle piccole e quotidiane furberie dei professionisti dell’edilizia; sulla presunta qualità di alcuni processi produttivi; sull’assoluta normalità del lavoro in nero; sull’identità delle diverse categorie di lavoratori e del padronato; etc. Soprattutto, però, il testo ci offre l’opportunità di guardare nel backstage di una vocazione letteraria, di capire, cioè, non solo da dove viene, e quali esperienze alimenta, il denaro di un’intera regione, ma anche da dove viene lo sguardo tagliente dell’Autore vicentino, che si contrappone risolutamente ad ogni retorica della comunicazione (non solo) narrativa e che si alimenta di un unico e autentico insegnamento: “L’autore cerca di pensare il meno possibile, specie quando scrive” (p. 541). È questo metodo che gli ha consentito, da un lato, di mettersi spontaneamente sulle tracce di Beckett e di Bernhard, i grandi che ha scelto come numi tutelari, dall’altro, di abbattere i terribili luoghi comuni con cui una certa intellighènzia ha cercato, e cerca tuttora, di spiegare l’Italia contemporanea senza mai avvicinarsi alla realtà. Il fatto è che Trevisan è, e vuole essere, sempre on the road, anche fisicamente; che non pretende, quindi, di guardare alle cose dall’alto (a meno che si tratti di osservarle dai tetti di qualche edificio industriale…); e che ha, così, assimilato la lezione che la verità si apprende solo nel mezzo, o dal di dentro, con tutti i disorientamenti e le crisi che questa esposizione può indurre.

Recensioni (di Gianluca Barbera; di Andrea Cortellessa; di Roberto Plevano; di Paolo Bonari; di Luca Illetterati; di Enzo Baranelli; di Cesare Galla)

Un’intervista all’Autore

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Marco ha studiato Lettere a Padova e poi, sfiduciato dalle prospettive che avrebbe potuto coltivare nell’accademia italiana, ha scelto di conseguire un PhD a Chicago. La sua storia viene ricostruita e raccontata da un amico, un altro italiano che si trovava negli Stati Uniti nello stesso periodo e per la stessa ragione, e che ora lavora a Milano. In principio Marco è rapito dal modello universitario americano, così lontano dal declino intellettuale e morale del suo Paese, e così capace di dare il meglio a chi voglia formarsi e perfezionarsi nello studio e nella ricerca. Anzi, a Marco pare addirittura che, oggi, tutte le sorti dell’umanesimo non possano che essere giocate in quel sistema, a suo giudizio l’unico contesto idoneo a riprodurre, nell’organizzazione degli spazi fisici del sapere come nella definizione e nell’applicazione delle regole della comunità scientifica, quell’ideale di serietà, rigore e approfondimento che può assicurare anche alla società civile la conquista di una vera libertà. Tutto milita, dunque, affinché la corsa di Marco verso il dottorato sia coronata dal successo, in un itinerario di crescita che presto lo vede affiancato alla bella e brava Sajani, una brillante collega americana di origine asiatica. Ci sono, però, nel cuore di Marco, dei problemi irrisolti, che risvegliano il suo senso critico e lo portano a mettere in dubbio l’adeguatezza, se non la validità stessa, della carriera universitaria d’Oltreoceano. Durante una visita ad un museo, al cospetto di alcuni capolavori del Rinascimento, Marco, all’improvviso, quasi fosse colpito da una sindrome di Stendhal, comincia a maturare una serie di riflessioni che lo conducono a lasciare Sajani e a distaccarsi, passo dopo passo, dall’orizzonte umano e formativo che aveva ritenuto irrinunciabile. La sua vita, infatti, è destinata a compiersi altrove, tra i colli della Pedemontana veneta, sulle tracce del sorriso della mai dimenticata Chiara e sulla strada di un fare letteratura più autentico e anticonformista, perché immerso nella realtà della terra d’origine.

Questo è il secondo romanzo di Beppi Chiuppani, dopo Medio Occidente, che a sua volta potrebbe essere considerato come l’opera che Marco – alter ego dell’Autore – concepirà dopo aver imboccato la nuova strada letteraria intravista al termine della sua esperienza americana. La prima cosa interessante del libro sta tutta qui: si autodefinisce, sin dalla copertina, come romanzo-saggio, ma è una dichiarazione di poetica, ed è anche un altro bell’esempio del periodare riflessivo e dell’andatura meditativa – e avvolgente – di uno scrittore che si conferma come particolarmente originale anche dal punto di vista stilistico, e che qui vediamo nel suo primo scoprirsi, nella messa a nudo, cioè, della sua vocazione e nelle premesse quasi biografiche, se non intime, dei suoi convincimenti. La seconda cosa rilevante, poi, è naturalmente correlata al merito delle osservazioni che il protagonista matura sull’American Way agli studi umanistici (e alle Human Sciences in genere). Per Marco, la sperimentazione diretta della tipica rat race di ogni postgraduate d’eccellenza è come un’immersione in un lago sconfinato, che da potenziale fonte per un nuovo e salvifico battesimo si può trasformare gradualmente in una sorta di efficiente, ma limitante, campo di addestramento. In questa prospettiva, non c’è dubbio che Quando studiavamo in America è il precipitato di una serie concatenata di intuizioni reali (Chiuppani sa personalmente di che cosa scrive…) e del tutto comprensibili (quanto meno alla cerchia di molti giovani studiosi, non solo italiani). In poche parole, e usando la terminologia di Marco, l’informale (e perciò potentissima) formalità della meritocrazia accademica d’Oltreoceano mette in grave pericolo la grande civiltà europea della conversazione colta: velocità, disinvoltura e standardizzazione si oppongono all’otium, all’introspezione e alla continua rimeditazione delle fonti. Questa, in effetti, è una delle impressioni che buona parte degli addetti ai lavori, soprattutto in Italia, condivide da tempo; con il rischio, però, di coprire in tal modo gli innegabili vizi del sistema nazionale. Ecco: Chiuppani prova a pensare che la difesa del vecchio mondo possa anche significare qualcosa di diverso dallo sposare gli alibi di chi ha contribuito, e contribuisce tuttora, a condannare all’immobilismo le sedi più antiche del sapere occidentale. La soluzione, per il Nostro, sta nel riconoscere nuovamente quale debba essere l’orizzonte irrinunciabile di un intellettuale: cogliere e affrontare il presente e le sue contaminazioni complesse con coraggio e creatività, senza per questo rinunciare ad un canone e ad una tradizione: come riuscire? La risposta è affascinante: provare a vivere, e a crescere, con il proprio paesaggio, semplicemente, rinnovandone la storia proprio dall’interno; perché fare letteratura, come fare scienza, non è un esercizio fine a se stesso, né può dirsi in funzione di finalità troppo contingenti o troppo personali. Scrivere e pensare sono cose sempre radicali.

L’Autore presenta il suo libro

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