Fine della seconda guerra mondiale: un bambino di sette anni, con una sedia sopra la testa, attraversa spavaldo una Trieste liberata ma ancora militarizzata. È Flavio, il papà dell’Autore. L’immagine – immortalata in una vecchia foto di giornale – apre una fitta galleria di ricordi, di racconti, di conversazioni, e anche di indagini: sulla propria eredità sentimentale e sulla storia di una città multietnica e conflittuale. I due livelli si sovrappongono costantemente, con un effetto di rimbalzo reciproco, talvolta semiserio e scanzonato, talvolta emotivamente forte, comunque molto efficace. La sensazione è che i protagonisti siano tutti attori di un film, che va assemblandosi pagina dopo pagina. È il lungometraggio di una terra e di una popolazione martoriate da un lungo destino di esili, di guerre, di passioni, di separazioni, di crimini e scontri atroci, al di qua e al di là della cortina di ferro. Ma è anche l’autobiografia di un’identità multiforme e di una comunità esuberante, da sempre eterogenea ed errante; la fisiologia di un avvitarsi collettivo e individuale psicologicamente complesso, sempre indefinito, e per questo fertile e maturo, pronto per una nuova chance di vivace cosmopolitismo, sulle orme di Berlino e di Belfast. Di questo vuole convincersi, e convincerci, anche Covacich, che in una tale impresa si fa aiutare dai suoi eroi, dai personaggi che ha deciso di eleggere a numi tutelari del suo percorso narrativo: il poeta croato Ivan Goran Kovačic, rievocato nell’esemplare durezza della sua tragica e paradossale parabola esistenziale; lo scrittore italianissimo Pier Antonio Quarantotti Gambini, alfiere, testimone e custode di un’epoca di slanci e di rivendicazioni politiche e culturali; il grande compositore istriano Antonio Bibalo, triestino di nascita ma campione riconosciuto solo nella sua Norvegia; e il Fulvio Tomizza di Materada, il collega e il compatriota a tutti gli effetti, riscoperto tra i colori tenui di un paese, il suo paese, che, a ben vedere, non ha mai smesso di essere allergico a ogni confine.

Il libro è semplicemente bello. Forse la chiusa cede un po’ alla retorica, e i ripetuti riferimenti a Kafka e a Joyce, come a Svevo e a Saba, sono un po’ di troppo, perché scontati (ma come evitarli?). Eppure la Trieste di Covacich è un universo che attrae. In primo luogo perché ciascuno di noi ne ha una: è la città della nascita e dell’adolescenza; degli affetti e delle genealogie familiari; delle fughe, delle nostalgie e dei ritorni; di tutti i piccoli grandi miti personali, sui quali vorremmo scrivere tutti una sceneggiatura, anche soltanto per trarne egoisticamente un supplemento di energia e di motivazione. Poi, però, in questo testo emerge anche una virtù che trascende questo piano. Trieste è uno snodo singolare di culture e di occasioni di analisi e di pensiero, un luogo in cui si può essere tante cose – italiani, asburgici, sloveni, croati, ebrei, contadini, marinai, impiegati, migranti, viaggiatori, imprenditori, musicisti, scrittori… – senza mai provare la sensazione di non capirsi. Anzi, l’idea di Covacich è che questo impasto sia, più in generale, il segreto e il modello di un’umanità più ricca, quella di cui il nostro tempo (la nostra Europa) sembra avere davvero bisogno. Ed è un’idea – particolare non trascurabile – scritta bene, con grazia, e assistita da un approccio molto interessante alla letteratura e allo spazio che per l’Autore le si addice più di ogni altro. A Covacich interessa la descrizione e l’analisi del rapporto costante e fondamentale tra l’io e le tante cose che lo costituiscono dall’esterno, offrendogli così il modo di essere davvero cosciente e determinante. Ecco perché questa Trieste non è un semplice spot sul fascino di un capoluogo mitteleuropeo. In una simile prospettiva – i luoghi come laboratorio dell’anima e della consapevolezza, personale e collettiva – il titolo del libro è già un manifesto più che eloquente; non serve dire altro. Può essere utile, invece, aggiungere un consiglio: provare a leggere La città interiore dopo aver visto due brevi docufilm, entrambi usciti nel 2012 dalla fucina di Elisabetta Sgarbi: Il viaggio della signorina Vila e Trieste: la contesa. Due piccoli gioiellini, che, con questo volume (prodotto, in fondo, dalla stessa firma…), completano un trittico suggestivo e stimolante.

Recensioni (di E. Barbieri, C. Battocletti, A. Mezzena Lona, S. Pent, C. Taglietti)

Conversazione con l’Autore (su radioradicale.it)

Mauro Covacich a Fahrenheit

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Tutto è cominciato dal desiderio di avere una bici vera, una col palo, da adulto. Ma non c’erano i soldi; e il padre, affinché il figlio potesse comprendere come guadagnarsi il denaro per acquistarne una, ha portato il giovane Vitaliano a fagli vedere “da dove viene”, iniziandolo sin dall’adolescenza ai tanti travagli del lavoro. Comincia di qui un lungo memoir, in cui Trevisan racconta i suoi molti e vari impieghi, regolari o meno, collezionati prima di diventare uno scrittore a tutti gli effetti, dal tempo dell’adolescenza alla piena maturità. Operaio, manovale, trafficante estivo di acidi, mezzo muratore, aspirante geometra, capufficio, lattoniere, gelataio, magazziniere, portiere notturno: alla fine del libro è difficile ricordarseli tutti, anche se a tenerli assieme c’è più di qualche filo. Che tuttavia non è tirato tanto dall’Autore, dal suo carattere scostante, dal rapporto con i suoi familiari e dai suoi ripetuti e confessati fallimenti – quello matrimoniale compreso – quanto dagli ambienti che ha vissuto, dai segmenti borderline che ha condiviso con molti altri giovani, dalla vibrazione profonda di una moralità eccentrica che sa essere cinica, spregiudicata e, a suo modo, solida e infrangibile. E poi c’è l’ostinazione del voler essere un narratore vero, un magnetismo che è più forte di ogni altra alternativa, e di cui vediamo, passo dopo passo, la crescente intensità.

Come in altre occasioni, Trevisan racconta la carne e il sangue del famigerato e tragico Nordest, quello del miracolo economico e della devastazione territoriale e socio-culturale su cui ancora si regge, e dei quali questo libro disegna un’intima e a tratti impietosa fisiologia. Di materiale, ce n’è a non finire: sulle piccole e quotidiane furberie dei professionisti dell’edilizia; sulla presunta qualità di alcuni processi produttivi; sull’assoluta normalità del lavoro in nero; sull’identità delle diverse categorie di lavoratori e del padronato; etc. Soprattutto, però, il testo ci offre l’opportunità di guardare nel backstage di una vocazione letteraria, di capire, cioè, non solo da dove viene, e quali esperienze alimenta, il denaro di un’intera regione, ma anche da dove viene lo sguardo tagliente dell’Autore vicentino, che si contrappone risolutamente ad ogni retorica della comunicazione (non solo) narrativa e che si alimenta di un unico e autentico insegnamento: “L’autore cerca di pensare il meno possibile, specie quando scrive” (p. 541). È questo metodo che gli ha consentito, da un lato, di mettersi spontaneamente sulle tracce di Beckett e di Bernhard, i grandi che ha scelto come numi tutelari, dall’altro, di abbattere i terribili luoghi comuni con cui una certa intellighènzia ha cercato, e cerca tuttora, di spiegare l’Italia contemporanea senza mai avvicinarsi alla realtà. Il fatto è che Trevisan è, e vuole essere, sempre on the road, anche fisicamente; che non pretende, quindi, di guardare alle cose dall’alto (a meno che si tratti di osservarle dai tetti di qualche edificio industriale…); e che ha, così, assimilato la lezione che la verità si apprende solo nel mezzo, o dal di dentro, con tutti i disorientamenti e le crisi che questa esposizione può indurre.

Recensioni (di Gianluca Barbera; di Andrea Cortellessa; di Roberto Plevano; di Paolo Bonari; di Luca Illetterati; di Enzo Baranelli; di Cesare Galla)

Un’intervista all’Autore

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Marco ha studiato Lettere a Padova e poi, sfiduciato dalle prospettive che avrebbe potuto coltivare nell’accademia italiana, ha scelto di conseguire un PhD a Chicago. La sua storia viene ricostruita e raccontata da un amico, un altro italiano che si trovava negli Stati Uniti nello stesso periodo e per la stessa ragione, e che ora lavora a Milano. In principio Marco è rapito dal modello universitario americano, così lontano dal declino intellettuale e morale del suo Paese, e così capace di dare il meglio a chi voglia formarsi e perfezionarsi nello studio e nella ricerca. Anzi, a Marco pare addirittura che, oggi, tutte le sorti dell’umanesimo non possano che essere giocate in quel sistema, a suo giudizio l’unico contesto idoneo a riprodurre, nell’organizzazione degli spazi fisici del sapere come nella definizione e nell’applicazione delle regole della comunità scientifica, quell’ideale di serietà, rigore e approfondimento che può assicurare anche alla società civile la conquista di una vera libertà. Tutto milita, dunque, affinché la corsa di Marco verso il dottorato sia coronata dal successo, in un itinerario di crescita che presto lo vede affiancato alla bella e brava Sajani, una brillante collega americana di origine asiatica. Ci sono, però, nel cuore di Marco, dei problemi irrisolti, che risvegliano il suo senso critico e lo portano a mettere in dubbio l’adeguatezza, se non la validità stessa, della carriera universitaria d’Oltreoceano. Durante una visita ad un museo, al cospetto di alcuni capolavori del Rinascimento, Marco, all’improvviso, quasi fosse colpito da una sindrome di Stendhal, comincia a maturare una serie di riflessioni che lo conducono a lasciare Sajani e a distaccarsi, passo dopo passo, dall’orizzonte umano e formativo che aveva ritenuto irrinunciabile. La sua vita, infatti, è destinata a compiersi altrove, tra i colli della Pedemontana veneta, sulle tracce del sorriso della mai dimenticata Chiara e sulla strada di un fare letteratura più autentico e anticonformista, perché immerso nella realtà della terra d’origine.

Questo è il secondo romanzo di Beppi Chiuppani, dopo Medio Occidente, che a sua volta potrebbe essere considerato come l’opera che Marco – alter ego dell’Autore – concepirà dopo aver imboccato la nuova strada letteraria intravista al termine della sua esperienza americana. La prima cosa interessante del libro sta tutta qui: si autodefinisce, sin dalla copertina, come romanzo-saggio, ma è una dichiarazione di poetica, ed è anche un altro bell’esempio del periodare riflessivo e dell’andatura meditativa – e avvolgente – di uno scrittore che si conferma come particolarmente originale anche dal punto di vista stilistico, e che qui vediamo nel suo primo scoprirsi, nella messa a nudo, cioè, della sua vocazione e nelle premesse quasi biografiche, se non intime, dei suoi convincimenti. La seconda cosa rilevante, poi, è naturalmente correlata al merito delle osservazioni che il protagonista matura sull’American Way agli studi umanistici (e alle Human Sciences in genere). Per Marco, la sperimentazione diretta della tipica rat race di ogni postgraduate d’eccellenza è come un’immersione in un lago sconfinato, che da potenziale fonte per un nuovo e salvifico battesimo si può trasformare gradualmente in una sorta di efficiente, ma limitante, campo di addestramento. In questa prospettiva, non c’è dubbio che Quando studiavamo in America è il precipitato di una serie concatenata di intuizioni reali (Chiuppani sa personalmente di che cosa scrive…) e del tutto comprensibili (quanto meno alla cerchia di molti giovani studiosi, non solo italiani). In poche parole, e usando la terminologia di Marco, l’informale (e perciò potentissima) formalità della meritocrazia accademica d’Oltreoceano mette in grave pericolo la grande civiltà europea della conversazione colta: velocità, disinvoltura e standardizzazione si oppongono all’otium, all’introspezione e alla continua rimeditazione delle fonti. Questa, in effetti, è una delle impressioni che buona parte degli addetti ai lavori, soprattutto in Italia, condivide da tempo; con il rischio, però, di coprire in tal modo gli innegabili vizi del sistema nazionale. Ecco: Chiuppani prova a pensare che la difesa del vecchio mondo possa anche significare qualcosa di diverso dallo sposare gli alibi di chi ha contribuito, e contribuisce tuttora, a condannare all’immobilismo le sedi più antiche del sapere occidentale. La soluzione, per il Nostro, sta nel riconoscere nuovamente quale debba essere l’orizzonte irrinunciabile di un intellettuale: cogliere e affrontare il presente e le sue contaminazioni complesse con coraggio e creatività, senza per questo rinunciare ad un canone e ad una tradizione: come riuscire? La risposta è affascinante: provare a vivere, e a crescere, con il proprio paesaggio, semplicemente, rinnovandone la storia proprio dall’interno; perché fare letteratura, come fare scienza, non è un esercizio fine a se stesso, né può dirsi in funzione di finalità troppo contingenti o troppo personali. Scrivere e pensare sono cose sempre radicali.

L’Autore presenta il suo libro

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Nel 2467 Robert Spofforth, il robot più evoluto tra quelli finora costruiti, si aggira per New York. Vorrebbe suicidarsi, ma la sua programmazione non lo consente. È tormentato da alcuni sogni, che gli ricordano la vita passata dell’intelligenza umana che gli è stata impiantata all’inizio della sua attivazione. Forse l’entrata in scena di Paul Bentley, che è uno dei pochi uomini a saper leggere, può aiutarlo: Spofforth, che è anche il decano dell’Università di New York, lo incarica di registrare i dialoghi di antichi film muti, nella speranza di poter afferrare qualcosa che gli consenta di capire i presupposti della memoria che gli è stata installata. Ma il destino di Bentley sembra diverso: infatti, pur svolgendo diligentemente i compiti affidatigli da Spofforth, comincia a provare una sorta di inspiegabile disagio esistenziale e riporta per iscritto tutte le sue sensazioni, per memorizzare la propria vita. Inoltre si innamora di Mary Lou, una donna che vive nello zoo della città e che, diversamente da tutti gli altri, non prende farmaci e sembra del tutto indifferente ai grandi principi dell’era presente, ossia alla Privacy e all’Individualismo. Bentley le insegna a leggere. Spofforth, però, li scopre, denuncia Bentley – che viene incarcerato – e porta a vivere con sé Mary Lou, nel frattempo rimasta incinta. In prigione, tuttavia, Bentley, che come tutti (tranne Mary Lou) è stato allevato nei misteriosi Dormitori, diventa maturo, continua a leggere e a scrivere, e capisce che il mondo degli uomini si è improvvisamente e inspiegabilmente votato all’estinzione. Intraprende in questo modo un lento, ma inarrestabile, processo di apprendimento, alla ricerca della sua umanità perduta. Riesce così ad evadere e, dopo un lungo itinerario nella natura più selvaggia, si imbatte in una strana comunità religiosa, che vive attorno ai resti di una vecchia città-rifugio, cimelio di antiche guerre globali. Qui prova nuovamente l’amore, diventa autosufficiente e riparte alla ricerca di Mary Lou, a bordo di un autobus a pensiero particolarmente sensibile. Troverà la sua donna, e sua figlia, in una New York ormai annichilita. Lì scoprirà la verità su Spofforth, sulla sua incrollabile determinazione e sulla storia dell’umanità, diventando, forse, il primo uomo di un possibile nuovo mondo.

In lingua originale il titolo di questo grande romanzo è Mockingbird, vale a dire “mimo”, l’uccello (il tordo americano) cui allude anche il titolo di questa più recente edizione, la quale, a sua volta, riprende integralmente il verso di una poesia in cui quella parola compare: è il verso, cioè, che sempre risuona nella mente di Paul Bentley e che lo scuote nel profondo senza che egli riesca a comprenderne le ragioni. Al solo pensiero che al suo primo debutto italiano, nel 1983, il libro di Tevis avesse come titolo un banale Futuro in trance, viene da chiedersi che cosa si fosse capito, allora, di questo meraviglioso racconto distopico. Perché è proprio lo struggimento indotto dal linguaggio apparentemente non significativo dell’arte (della poesia come del cinema) a comunicare a Bentley la possibilità di un’esistenza molto diversa da quella cui il mondo è andato incontro. Da quest’ultimo punto di vista, il dato veramente stupefacente è che nel futuro di Tevis gli uomini non rischiano di estinguersi a causa della guerra o della distruzione del pianeta e delle sue risorse. L’uomo, dopo la Morte del Petrolio, ha imboccato una strada ancor peggiore, quella di una rinuncia, scientifica, a qualsiasi emotività spontanea, nella coltivazione (tecnicamente assistita) di un egoismo controllato e autosufficiente, elevato, paradossalmente, a cardine di qualsiasi forma di ordinata e civile convivenza. La società, in altri termini, si è assuefatta e narcotizzata, e si ritrova, per di più, governata dai robot in attesa di un esaurimento finale. Nel romanzo, però, c’è anche dell’altro: la vicenda di Spofforth non è solo l’emblema dell’irrinunciabilità (sulla terra), o dell’inafferrabilità (per il robot), di ciò che è tipico dell’uomo; essa è anche la proiezione della tragica fallibilità della tecnologia, sia pur di quella più evoluta e performante, che nonostante ciò è pur sempre fatta di ingranaggi suscettibili di incepparsi all’improvviso e incapaci, se lasciati soli, di vera immaginazione. Le rivelazioni del finale, sul punto, sono tanto drammatiche quanto illuminanti; e può essere anche interessante annotare che lo sguardo critico viene da un Autore costantemente immerso nelle esperienze più disincantate e fallimentari della società secolarizzata, eppure istintivamente e profondamente attratto da un afflato di matrice certamente religiosa. Occorre dire ad ogni modo, che quelli di Tevis sono sempre capolavori e che dai tempi de L’uomo che cadde sulla terra non possiamo più evitare di chiederci chi o che cosa vogliamo continuare ad essere.

Recensioni (di Sandro Pergameno; di Gian Paolo Serino)

La Prefazione (di Goffredo Fofi)

Un profilo biografico di Walter Tevis

Un bel pezzo sulle opere di Tevis

Una classifica personale:

  1. L’uomo che cadde sulla terra
  2. Solo il mimo canta al limitare del bosco
  3. Lo spaccone
  4. La regina degli scacchi
  5. Il colore dei soldi
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I primi due monologhi di questo piccolo libro (Ratatuja e L’antilingua) rappresentano in maniera molto efficace il conflitto tra la giocosa vitalità e nutriente corposità del veneto tradizionale, nelle sue parlate più diverse, e la soverchiante valanga del nostro barbaro dizionario quotidiano, tra acronimi, anglicismi vari e ritornelli da talk show. Il titolo del volume, così, si fa subito chiaro: è quasi un urlo, un grido di guerra, o anche un mantra, da opporre alle tante aggressioni, non solo linguistiche, che dobbiamo subire. E sia dunque, ra-ta-tu-ja! Ma la marea cui siamo esposti sembra davvero soverchiante. Maino allora le oppone la potente satira dei due pezzi successivi (Zaiazione finale e Crostolo). Uno è un viaggio surreale nell’omologazione imperante della gente veneta, ritratta in un’esilarante galleria di tipi umani, tutti diretti verso l’inarrestabile deriva finale: trasformarsi definitivamente nel nome e nel corpo di Luca Zaia, Governatore tanto Serenissimo quanto prototipo di un Veneto assai artificioso. Il testo successivo è la storia del naufragio giudiziario e della seguente trasfigurazione domiciliare di Giancarlo Galan, alias “Crostolo” (dal veneziano “galano”), maschera par excellence della società politica locale e nazionale. L’epilogo è così sconsolato che, anziché correre il rischio di affogare tra le maschere, anche Zacaria, marocchino d’origine e neocittadino italiano, vuole fuggire dal nostro paese. Il volume si chiude con Resnullius, intensa e tragica parodia dell’unica e dolorosa definizione possibile per una categoria, quella degli stranieri, in cui il Veneto, l’Italia e pure l’Europa non riescono malauguratamente a ritrovarsi, pur avendone un’occasione storica quasi salutare.

Nel Sillabario veneto di Paolo Malaguti si ricorda che ratatuja è parola che deriva “dal francese ratatouille, ossia pasticcio, piatto combinato con una miscellanea di ingredienti, per lo più vegetali”. La ratatuja che conosco io è proprio questa: un piatto di recupero che mio padre ha sempre fatto, il suo salva-pranzi più immaginifico e gustoso, per quanto apparentemente il più improbabile. È un buon esempio di quelle che si dicono radici: difenderle vuol dire anche lottare per le parole che le esprimono. E non c’è campo migliore per il tenace – e pugnace – autore di Cartongesso, che, come suggerisce il sottotitolo di questo nuovo libro, mette le “parole alla prova”, impegnandole, e impegnandosi, in autentici saggi di resistenza culturale. Da questo punto di vista, Ra-ta-tu-ja ci sembra la fabrica di un Autore che ha una fiducia estrema nella capacità catartica della parola e dei suoni in cui se ne articola la pronuncia: non a caso si tratta di testi che Maino sta facendo circolare anche in un Ratatour, uno spettacolo in cui la sua voce è alternata dai brani musicali degli Schrödinger’s Cat; ormai la salvezza di un paese del tutto anestetizzato può passare solo per un gesto ipnotico. Dei cinque monologhi, Zaiazione finale mi sembra il migliore: alla suggestione ritmica si aggiunge quella visuale, poiché per un attimo si riesce quasi ad intravedere l’immagine di un Leviatano farsesco (chi non ricorda la copertina del famoso testo di Hobbes?), composto dai corpi e dalle fisionomie delle figure che vi si sono integralmente immedesimate. Una nota conclusiva la merita la veste editoriale, raffinatissima nella carta come nel carattere e nelle illustrazioni d’arte di Franco Zabagli. D’altra parte, un’idea tanto nobile deve avere un corpus mechanicum all’altezza.

Una recensione (di Stefano Allievi)

Il sito dell’Autore

Il sito dell’Editore

Direttamente dal Ratatour: Resnullius recitato da Francesco Maino

Il Nuovo Sillabario Veneto di Paolo Malaguti

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Sull’ultimo numero de “La Parola agli Antichi”, per la rubrica “Fendenti”, è stata pubblicata una lettera. Il professore l’ha letta, e così hanno fatto tutti i suoi colleghi e collaboratori; anzi, tutta l’università ne parla. È un vero e proprio attacco, non c’è dubbio: si mette in dubbio la capacità e la reputazione dell’illustre docente, colto in fallo dall’ignoto lettore a proposito della corretta etimologia della parola “ipocrita”. Il professore, più che turbato, comincia la caccia, alla ricerca del nemico, la cui erudizione lascia supporre che non sia uno sprovveduto: che sia un altro membro della Facoltà? O forse uno studente? Che sia, forse, Daverio, il collega che in molti sembrano sospettare, per via dell’attrazione, che ha sempre coltivato, per la moglie del professore? Certo Daverio è letteralmente ossessionato per la giovane donna… Il fatto è che anche il professore ha una seconda vita, non certo più nobile. E la lettera gli ha fatto perdere sia la lucidità che credeva di avere sia il senso del pieno controllo della sua carriera e del suo ménage quotidiano. Quasi gli viene il dubbio che la polemica sull’ipocrita non sia questione di vocaboli ma lo riguardi personalmente. Poi – come in una delle grandi partite di scacchi del passato, delle quali il professore è appassionato – accade qualcosa di imprevisto, la scelta sbagliata che permette a uno dei due giocatori di scegliere una tattica nuova, apparentemente perdente e in definitiva vincente. Ma è vera vittoria?

Il giocatore invisibile è un romanzo raffinatissimo, che si può comprendere a fondo solo alla seconda o alla terza lettura. In superficie la storia può sembrare banale o scontata, percorsa com’è da motivi apparentemente triti e ritriti e infarcita di tanti stereotipi della vita accademica. Non che queste immagini siano sempre fallaci: Pontiggia, bisogna ammetterlo, raffigura il consueto zoo universitario in modo particolarmente verosimile. Ma il quadro è così efficace che ci si potrebbe fermare lì, senza accorgersi di altro. La stessa osservazione vale per l’estrema precisione compositiva, vero pregio dell’opera. Pontiggia studia parole e dialoghi in modo pressoché perfetto; se ne rimane facilmente sorpresi e ammirati, e questo è un dato ancor più notevole, visto che l’italiano utilizzato non è dei più semplici. È la dimostrazione che si riesce a scrivere bene e a farsi capire senza rinunciare a tutte le potenzialità della parola nazionale. Tuttavia, un’altra volta, ci si potrebbe fermare qui. Eppure il pervicace approfondimento espressivo induce a pensare che ci sia di più (perché mai tanto sforzo?) e che Pontiggia abbia voluto costruire, sulla forma, un ingranaggio, preciso come quello di un orologio e, al momento giusto, implacabile come la mossa risolutiva di un campione di scacchi. È su questo piano, infatti, quello della scacchiera, che si intravede il segreto del libro, quando, soltanto alla fine, di fronte ai molti non detti della chiusura, ci si arrende volentieri al dubbio che il professore ferito abbia ordito un piano mostruoso, accettando, nella battaglia, di sacrificare fatalmente il pezzo più importante per tentare di sconfiggere del tutto il suo avversario. Alla prima lettura il dettaglio non si rivela in modo compiuto. Poi, ad un altro sguardo, le sfumature si venano di un colore inatteso, frasi e figure cooperano in modo altrettanto decisivo, e si comprende che la macchina stilistica costruita da Pontiggia è perfettamente proporzionata all’obiettivo: rappresentare l’assurda perfezione di una vera deriva, conclamata nel suo farsi quanto incosciente e disperata. Per ben due volte si è tentata una trasposizione cinematografica del romanzo: la prima (filologicamente più corretta) con Adolfo Celi e Catherine Spaak; la seconda (più recentemente) con il bravo Luca Lionello. Ma (ri)leggere Pontiggia è un po’ come (ri)leggere Bassani, e alla fine ci si rallegra che il film, per quanto bello, non si possa mai avvicinare al libro.

Recensioni (di Giuseppe Pili; di Maria Tortora; di Margherita Lollini)

Un bel ritratto di Giuseppe Pontiggia

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Si parte dalle poche e celebri foto del corpo morto di Walser, caduto nella neve durante una delle sue proverbiali passeggiate a Herisau, in Svizzera, non lontano dal manicomio in cui era ospitato. E poi si procede, a ritroso, dal capitolo 7, che è il primo, al capitolo 1, che è l’ultimo, alternando lo scavo sul grande scrittore con i frammenti di un percorso psicologico e di un pellegrinaggio nei luoghi walseriani, come lo definisce lo stesso Autore. È una sfida su più piani: interrogare lo scrittore svizzero, la sua follia, le sue opere e la sua traiettoria esistenziale, così originali e così apparentemente inestricabili; fare memoria di se stessi, dei momenti di sofferenza come di quelli di perfetta e assoluta concentrazione; tornare quindi a ritrovarsi, come se il tuffo di Walser, l’ultimo, quello nel bianco della neve, rappresentasse la metafora di un traguardo, concretamente attingibile, paradossalmente, a chi sa ritrarsi fino in fondo. Miorandi, forse, sulle orme di Carl Seelig, è riuscito a sperimentare, di Walser, ciò che i tanti numi tutelari che hanno cercato di carpirne il segreto – Bichsel, Benjamin, Canetti, Sebald… – sono stati in grado soltanto di intuire. Il precipitato di una delle più profonde ed eccentriche esperienze letterarie del Novecento è condensato in una disperata e ostinata poetica dell’accettazione, alla riscoperta, come in una grande poesia di Wallace Stevens, di quelle “occasioni d’intima eccellenza” che, in questo mondo, possono solo accaderci.

Walser si può leggere partendo da una qualsiasi delle sue opere. Che sia L’assistente – che è quella forse più spiazzante – o Jakob von Gunten o I fratelli Tanner o La passeggiata o Il brigante… poco importa. Sono tutte diverse e tutte uguali. Diverse perché i protagonisti sono differenti; uguali perché, a ben vedere, i protagonisti non sono tali. Il ruolo di protagonista, infatti, non si addice ai soggetti che Walser predilige. I suoi campioni sono i non-campioni per antonomasia, gli irriducibili naturali, i perfetti comprimari, gli innocui perdigiorno; tutti coloro che, pur coltivando una sorta di puntuale marginalità, sanno veramente stare al mondo, perché hanno spontaneamente compreso che, nella vita, si tratta solo di osservare e di goderne. Davvero non stupisce che questo scrittore sia stato amato da Kafka e ammirato da Musil. La sua volontà di annullarsi, tenacemente, e di aderire ad un ordine segreto, ma fisiologico e originario al contempo, è una manifestazione paradigmatica di una fase storica di trasformazione fondamentale della cultura occidentale, rappresentandone, tuttavia, una visione radicalmente critica, se non antagonista. Quella di Walser, da questo punto di vista, è un’esperienza di vero attrito, che si interseca con quei processi (così lontani eppure così simbolicamente vicini…) che portano, nello stesso periodo, all’esplosione dell’arte astratta. È difficile, ad esempio, non avvertire, nei microgrammi di Walser, certi profili di continuità formale con Klee o con Kandinsky. E pensando a tempi immediatamente successivi viene subito alla mente Rothko, nonché, nella grande letteratura, il secondo Salinger. Allo stesso tempo, però, quella di Walser è dimensione anche fortissimamente religiosa, secondo una specie di mistica dello svuotamento e dell’assenza, tipica della tradizione tedesca, che parte da Eckhart e che si fa sentire anche in età romantica (in Walser la nobiltà della scelta secessionista del poeta è quasi come quella del poeta di cui racconta Schiller in Die Teilung der Erde, lontano dalla cose del mondo perché impegnato a stare con Dio). È per questa ragione, per questa sua intrinseca proiezione morale, che, come testimonia perfettamente Miorandi, Walser il pazzo, prosatore essenziale, può essere scoperto anche come maestro di vita e sorgente di guarigione.

Uno speciale su Walser (da Zibaldoni.it)

Sempre su Walser: un’intervista a Gianni Celati

Robert Walser e il magnifico zero (di Paolo Morelli)

Il più celato di tutti gli scrittori (di Alessandro Toppi)

Una birra per Walser (di Franco Marcoaldi)

Robert Walser perso e ritrovato nei suoi microgrammi (di Marco Belpoliti)

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“Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura”: il sottotitolo dice molto, anche se non riesce a spiegare del tutto la natura e il contenuto del libro, che sono in gran parte originali. Apparentemente, infatti, è soltanto un diario di viaggio, nel quale un poeta italiano racconta i pensieri e gli incontri che fa a Mosca nei giorni che precedono un festival letterario. Quei pensieri e quegli incontri, però, sono particolari. Da un lato, ci danno un suggestivo assaggio di cultura russa e di vita e colore moscoviti; dall’altro, ci immergono nel passato e nel presente di una delle tradizioni letterarie più affascinanti del mondo. I compagni di viaggio, inoltre, sono sempre all’altezza: siano essi i grandi classici (da Puskin a Bulgakov; da Lermontov a Chlebnikov; da Pasternak alla Cvetaeva; da Majakovskij alla Achmatova), di cui il narratore incrocia monumenti o luoghi in vario modo notevoli; o si tratti, invece, della scombiccherata ma divertente combriccola di autori contemporanei, più o meno giovani, e più o meno famosi, con cui anche il lettore finisce per passare quasi tutto il suo tempo (tra chiacchierate profonde e bevute ugualmente intense, nella speranza di trovare l’attimo giusto, come accade al nostro poeta, per baciare in un bosco innevato la bella Ksenja Kirillova…). L’itinerario finisce all’improvviso, nel bel mezzo di un viaggio in treno dal sapore quasi rituale, da Mosca a Petuški, sulle orme del romanzo di Erofeev.

La Russia è sempre la Russia, c’è poco da fare. Il fascino di un paese così sterminato e selvaggio rimane forte. E la sua grande letteratura ne è uno specchio altrettanto – e tuttora – fedele. Gli Autori di questo testo (lo pseudonimo, che trae spunto da una famosa canzone dei CCCP, nasconde un collettivo di scrittura molto vivace, al quale si deve anche la costituzione di una rivista letteraria) riescono a compiere un’operazione per nulla scontata: quella di mettere in scena tutta la magia dell’anima russa, facendolo, peraltro, in un racconto che è ironico, trasognato e colto allo stesso tempo. Vi vengono evocate un’identità e un’atmosfera che non si trovano solo nei capolavori dell’Ottocento russo e che hanno saputo, invece, conservarsi e trasmettersi tenacemente anche per mezzo – e spesso nonostante – la Rivoluzione d’Ottobre, lo Stalinismo, il crollo del regime sovietico e l’avvento, oggi, di una società capitalistica totalmente disincantata. Ma per cogliere la profondità e la continuità di un cosmo (tanto più di questo) occorre abbandonarvisi e il diario, in fondo, è proprio uno strumento perfetto, perché lascia parlare di cose grandi anche le cose più piccole: chi lo scrive ha modo di ritrovare se stesso, e in questo caso specifico di ritrovare soprattutto la poesia; chi lo legge ha la fortuna di potersi assimilare al piacere di questa riscoperta.

Un piccolo estratto

Un’intervista agli Autori

Recensioni (di Sandra D’Alessandro, di Tommaso Ottonieri, di Riccardo De Gennaro)

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Ottavio Tondi è un lettore. Anche se le ambizioni paterne lo avrebbero voluto commercialista, non ha mai fatto altro nella vita. È per questo che è diventato il Lettore, l’onnivoro ghost reader di una delle più importanti case editrici italiane. È accaduto per caso, quando un direttore editoriale lo ha visto e iniziato, a questo come ad altri piaceri. La sua esistenza, tuttavia, tanto anonima e fragile, quasi assente, è destinata a conoscere nel frattempo un’improvvisa e curiosa notorietà, quella che il grande pubblico gli ha tributato come misterioso scopritore di un bestseller. Ma Tondi pare comunque abbandonato a una sorte rovinosa, vittima designata dell’umore e dell’ignoranza della gente, dell’amore più cinico, della violenza urbana. Ormai anche la lettura sembra lasciarlo, quando interviene, all’improvviso, Mario Esquilino, il poeta del quale era stato severo censore. L’amico sopravvenuto gli svela l’esistenza di Panorama, un social “modello Panopticon”, in cui tutti sono tenuti a proiettare on line qualche immagine della propria vita. L’immersione in questa realtà parallela ha una funzione taumaturgica e Tondi si riprende. A un certo punto conosce anche Ligeia Tissot, la strana e affascinante ragazza che lo segue sulla rete, e che lo porta per la prima volta a esprimere i suoi enigmatici pensieri e a scriverle, alla ricerca di un contatto che non avviene mai. Il piano non può che tornare inesorabilmente inclinato e l’ennesima sciagura spinge il protagonista agli ultimi e definitivi atti della sua follia e della sua vita.

In questo breve romanzo Tommaso Pincio riesce a fare più cose: a scherzare con alcuni amici e noti scrittori, tanto da renderli personaggi della trama; a prendere la letteratura sul serio, dimostrandone sia il fascino sia la natura estremamente sensibile e vorace; a ironizzare sul mercato del “consumo del libro” e sulla sua fatua crudeltà; a restituire Roma al suo ruolo di perfetto e malinconico palcoscenico narrativo; a parlare del lato più ambiguo e delicato dei più grandi e ingenui sentimenti; a rovesciare i più tipici e negativi stereotipi sui social, presentandoli viceversa come meri e spietati esaltatori di tutte le nostre ossessioni, pubbliche o private; a confezionare più racconti all’interno dello stesso romanzo; a dare, infine, un bel saggio di creatività artisticamente colta, di un linguaggio, cioè, che scorre felicemente senza concedere nulla alle diffuse tentazioni del semplicismo spinto. Non è frequente trovare in libreria letture così felicemente polivalenti. Certo, quella di Ottavio Tondi non è una bella storia, icona perfetta di ciò che l’abusato Bauman definirebbe come il possibile prototipo metropolitano del fallimento liquido. Come tale, non si può dire che sia una vicenda completamente originale. Si tratta, però, sicuramente, di un apprezzabile esempio di come la letteratura abbia sempre un suo “doppio”, al pari di ciò che accade alla coscienza, che pure si illude, ripetutamente, o di poterlo dominare o di riuscire ad assopirlo. Sul romanzo di Pincio aleggia esplicitamente l’aura di Edgar Allan Poe, i cui racconti partecipano attivamente alla trama. La prima impressione, al termine della lettura, è che Tondi incarni un Dorian Gray “alla rovescia”, perché è la sua debole umanità che fa da “ritratto” alle azioni del mondo che lo circonda, finendo per abbrutirsi e per estraniarsi nel modo più definitivo.

Recensioni (di Cristò, di Michele Fiano e Marilù Oliva, di Paolo Melissi, di Piersandro Pallavicini, di Giacomo Giossi, di Francesca Fiorletta, di Luca Romano, di Daniele Lamuraglia, di Luigi Mascheroni, di Renato Barilli, di Paolo Bianchi, di Goffredo Fofi, di Emanuele Trevi)

Il primo capitolo del romanzo

Il sito dell’Autore

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Anche con questo libro, forse, il “caso Silone” potrebbe tornare a far parlare di sé. Accade ciclicamente da tempo, specialmente da quando, nel 2000, è stata pubblicata la ricerca che ha individuato i documenti che proverebbero i legami tra il giovane militante comunista e la polizia. È proprio su questa ricerca che, almeno in parte, si fonda il lavoro di Renzo Paris, che sembra ricostruire i primi trent’anni dello scrittore di Pescina sulla falsariga della tesi che ne vuole ormai assodata una profonda ambiguità: personale, politica, morale e financo sessuale. In quest’ultima ricostruzione, d’altra parte, il rapporto tra Secondino Tranquilli, il vero nome di Silone fino al 1947, e il misterioso Guido Bellone, il commissario che ne riceveva le missive, è catalogato come “amicizia amorosa”. Il pericolo, quindi, su Silone, è che si riaccenda la polemica tra i difensori del “santino” e i “colpevolisti”, o che si discuta, ancora, sulle ragioni politiche del suo distacco dal PCI, dall’Internazionale e dall’Unione Sovietica. Ma chi volesse soffermarsi su questi profili – che pure innervano profondamente il testo, unitamente a quelli relativi ai rapporti tra Silone e altri importanti dirigenti comunisti: Gramsci, Togliatti, Longo… – rischierebbe di non accorgersi che si tratta di un romanzo e che il suo Autore lo ha immaginato, innanzitutto, come un viaggio sentimentale, non come il frutto di una nuova indagine storiografica. Valutare il lavoro di Paris al di fuori del clima introspettivo che lo avvolge significa non accorgersi della cifra particolare di questo racconto, che certo può suscitare critiche più o meno forti, e che, nonostante ciò, ha un obiettivo molto diverso da quello di stabilire una verità.

Le direttrici su cui si muove l’Autore sono tre: – la ricostruzione dello shock subito da Secondino, che già aveva perso il padre, dopo la morte della madre nel terribile terremoto del 1915: questa via consente a Paris di ripercorrere le orme di un orfano ridotto in stato di estrema povertà, dalla Marsica a Roma, alla ricerca di una nuova figura paterna (da don Orione a Guido Bellone) e di una famiglia altrettanto nuova (dalla chiesa al partito); – la decifrazione del carattere inevitabile, e allo stesso tempo anormale, di un processo frantumato e confuso di formazione della personalità: ciò al fine di dimostrare una sorta di originario e condizionante spaesamento interiore, tra la necessità di convivere con le difficoltà quotidiane e l’innata aspirazione a sfogare tutte le proprie energie in un impegno di riscatto personale e sociale; – la connessione tra l’esigenza di ricomporre questo dissidio e l’uscita dal partito comunista, con la riscoperta delle ragioni religiose della propria vocazione e con l’avvio, mediante la stesura di Fontamara, dell’esperienza letteraria, da intendersi come luogo privilegiato per l’autoanalisi permanente del proprio percorso personale e degli ideali che l’hanno motivato. In proposito, l’accento del romanzo viene a cadere proprio sull’influenza determinante che sulla nascita del Silone-scrittore avrebbe avuto la terapia psicanalitica seguita a Zurigo. Occorre evidenziare, ad ogni modo, che, lungo questi itinerari, Paris si muove con la sensibilità dell’artista, del poeta: non cerca conforto soltanto in documenti più o meno attendibili, ma si abbevera alla lettura diretta delle opere di Silone, lasciandosi spesso tentare da una sorta di confusione di ruoli e intrecciando la vita di Secondino con la propria. Questo tentativo di abbraccio empatico è il valore aggiunto della proposta di Paris, perché ci spiega che anche la letteratura pura ha le sue ragioni e che spesso queste non coincidono con quelle della storia, bensì con quelle ben più indecifrabili del nostro animo di lettori.

Recensioni (di F. La Porta, di O. La Stella, di G. Pollicelli)

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