Anche per Curzio Malaparte, ambiguo ed eccentrico protagonista della scena culturale e letteraria dell’Italia del Ventennio, arriva il tempo della fine. La guerra, certo, è terminata da un pezzo e la fama di intellettuale di punta, nonostante tutto, non l’ha abbandonato. La Morte, però, non può più aspettare e gli si presenta direttamente, nella stanza della clinica romana dove si trova ricoverato, vestita ovviamente di nero e con il volto di una bellissima donna. Kurt Erich Suckert – questo il suo vero nome – non si potrà più salvare, ma ha l’occasione di espiare le sue colpe, dettando a due angeli un ultimo romanzo. Che è ambientato a Capri, nell’estate del 1939, tra feste sfarzose e turisti eccellenti, dove lo stesso Malaparte gioca un ruolo da protagonista assoluto, prima di essere accusato di omicidio e di finire, così, nelle grinfie dell’Ovra, potente polizia segreta del regime. Lo scrittore, infatti, viene sospettato di aver ucciso Pam Reynolds, caduta misteriosamente da un dirupo qualche anno prima, in uno dei luoghi più suggestivi dell’isola. Forse lo ha accusato l’odioso e pavido Sturmbannführer che si era invaghito della giovane poetessa e che lui stesso aveva sfidato e vinto a duello, proprio sul ciglio del burrone. O forse Mussolini ha deciso di sbarazzarsi definitivamente di lui; lui che nella sua coscienza porta i segreti e le vergogne del delitto Matteotti. O forse, ancora, si trova nel bel mezzo di un intrigo ordito dai nazisti, che per soddisfare la sete del Führer per l’occulto pare vogliano impadronirsi proprio della villa del padre di Pam, collegata chissà come con il centro della terra. Fatto sta che deve fuggire, non farsi trovare, e indagare, aiutato dal suo fidatissimo cane e dal principe di Sirignano, per cercare di capire come sottrarsi a un destino che pare segnato. Riuscirà a farla franca? Soprattutto, riuscirà questa storia a convincere la Morte?

Non c’è niente di convenzionale in Malaparte; non c’è nella sua vita, non c’è nei suoi scritti. Il romanzo rende bene l’idea, come la sviluppa altrettanto efficacemente il romanzo nel romanzo, un giallo picaresco e spionistico dal finale barocco, che a Malaparte sarebbe senz’altro piaciuto: non solo per l’eccentricità della trama, quanto per il suo essere un condensato di malapartismo spinto, talmente inverosimile dal rasentare la pura e semplice verità di un personaggio mai completamente sincero, eppure particolarmente affascinante ed efficace. La scena del delitto, allo stesso modo, è lussureggiante e surreale, una Capri all’ennesima potenza dei suoi profumi, dei suoi colori e dei vip che la eleggono, trasfigurandosi, a palcoscenico di amori, divertimenti e segreti. Su tutto domina Casa come Me, il tempio-rifugio assoluto, il mausoleo per la celebrazione di un protagonista che si vuole smisurato, misura egli stesso del mondo e delle cose, e che naturalmente, in un scenario in cui nulla è come sembra, se la cava egregiamente. Non è questa raffigurazione, tuttavia, a giustificare i meriti del libro abilmente intessuto da Monaldi e Sorti, che pure prende ispirazione da un fatto realmente accaduto. E che viceversa gioca sulla sensazione del disorientamento e del contrasto. L’equivoca e brillante grandezza del loro eroe non basta, infatti, a guadagnargli la salvezza dell’anima. Né sono sufficienti i ricordi tormentosi delle trincee del fronte occidentale a spiegarne l’umanità lacerata. È come se l’ultimo romanzo, dettato alla Morte, nel suo essere degna impronta del suo stesso Autore, contribuisse a condannarlo definitivamente, nella sua doppiezza, nella costante rimozione dell’opportunismo che lo ha reso complice e indifferente di ogni evento, anche di quelli più drammatici. Ciò che conta è scamparla e vincere, sempre: ma sul più bello, caro Malaparte, la Morte non si fa ingannare. Morte come Me ha partecipato all’ultimo premio Strega, rilanciando l’ipotesi di uno Strega ad honorem per il discusso scrittore italo-tedesco. Premio o non premio, poco importa: La pelle e Kaputt sono libri che si sono conquistati già un posto d’onore, e che oggi, forse, soltanto il miglior Carrère sarebbe in grado di concepire. Ma il fatto è che, per Malaparte, l’ammirazione corre sempre sul filo del disgusto; ed anche questo è un modo per restare invariabilmente unico, anche post mortem.

Recensioni (di Pier Mario Fasanotti, di Roberta Scorranese, di Mirella Serri)

Conversazione con gli Autori

Citofonare Malaparte (di Michele Masneri)

Recensione di Tecnica del colpo di Stato (su questo sito)

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Gli Alleati risalgono l’Italia in modo irresistibile e il colonnello Martin von Bora, ex ufficiale dell’Abwehr, lascia Roma: deve raggiungere il suo nuovo comando sugli Appennini. Siamo nel giugno del 1944, la Wehrmacht sta cercando di assestarsi in prossimità della Linea Gotica. Bora, però, viene bloccato lungo il percorso, perché per lui gli ordini sembrano improvvisamente cambiati. Il suo passato lo richiama in sevizio. Senza che le SS lo sappiano, deve fermarsi a Faracruci, un piccolo paese sul massiccio del Gran Sasso, per tentare di recuperare un carteggio di importanza fondamentale, quello tra Mussolini e Churchill. Durante la prigionia di Campo Imperatore, l’ex Duce lo avrebbe consegnato in gran segreto a Luigi Borgonovo, un oppositore del regime confinato da anni nel remoto borgo abruzzese. Bora ha pochi giorni, perché non può permettersi che la sua missione venga vanificata dagli americani, dai partigiani o dallo stesso esercito tedesco. Ha capito, infatti, che anche nelle alte sfere dei comandi berlinesi si sta giocando una partita complessa; e lui, in fondo, sa da che parte stare. Tuttavia Borgonovo non vuole rivelare il suo segreto, e a complicare il tutto ci si mette anche un misterioso omicidio: nella piazza di Faracruci viene ritrovato il corpo morto di un uomo sconosciuto. Dal paese, nel frattempo, sono fuggiti anche i Carabinieri. Bora, unico ufficiale presente, si sente quasi costretto ad indagare, con la speranza di essere aiutato, in ciò, da Borgonovo, con cui vuole entrare in confidenza. Si apre in tal modo un giallo nel giallo, un mistero le cui radici affondano nel primo conflitto mondiale e negli intrighi più contorti della sparuta comunità locale, dei suoi notabili e dei poveri contadini che da sempre lavorano per loro. La detective story si articola ora per ora nel microcosmo di Faracruci, ma sullo sfondo delle grandi manovre militari e delle sorti fatali dell’Italia e della Germania.

La Pastor riesce sempre a confezionare storie interessanti e suggestive. Non c’è dubbio che il perno capace di farle tutte ruotare nella direzione giusta sia sempre il personaggio di Martin von Bora: uomo di nobile lignaggio, colto, intelligente, inossidabile. Il fatto che militi come braccio armato della Germania nazista contribuisce ad esaltarne, per contrasto, il fascino: non può non servire la sua Heimat, ma al contempo sente di doverlo fare negli unici modi che l’onore e la cultura gli suggeriscono. L’orrore lo ha percepito distintamente, ha attraversato la sua vita e la sua famiglia. E anche in questa storia il dissidio emerge in modo netto, tanto più che la missione segreta che gli è stata affidata proviene, con tutta probabilità, da quelle gerarchie che, avvertendo l’ormai prossima disfatta del popolo tedesco, cercano di procurarsi con ogni mezzo gli strumenti per una possibile trattativa con i futuri vincitori. Da questo punto di vista, Il morto in piazza andrebbe letto alternando le sue pagine alla visione di Operazione Valchiria. Sennonché sullo schermo irrompe anche il valore aggiunto del giallo, che, per rimanere sul piano cinematografico, sarebbe stato bello veder girato da Carlo Lizzani. Come sarebbe stato bello saperlo sceneggiato da Silone, perché il grumo che lo strano e inflessibile detective germanico si trova a dipanare è condito delle amare e invincibili pietanze della povertà, dell’interesse e del risentimento. Così collocato, Faracruci è un piccolo e simbolico laboratorio di un’Italia perennemente intricata e indifferente: accade di tutto ai suoi confini, ma la sua vita è sconvolta soltanto dalle vergogne quasi macchiettistiche e melodrammatiche della peggiore e immobile provincia. Ma non è soltanto per questo che le indagini di Bora sono avvolte come da una bolla, che il ritmo del romanzo è lento, che il tempo sembra quasi fermo, che le ore e le notti, sospese, scandiscono un’azione apparentemente estranea al teatro di guerra. Bora sta vivendo la fine di un’epoca e la sua creatrice non poteva scegliere una malinconia più accattivante.

Il sito dell’Autrice

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1937: l’Impero è stato proclamato da poco più di un anno, ma l’Etiopia è ancora un paese in rivolta. La conquista di Addis Abeba non è stata sufficiente. Nel Goggiam è in corso una vera e propria sollevazione, che camicie nere, truppe coloniali e bande organizzate non riescono a sedare. Al Vice Re Graziani arrivano anche notizie inquietanti, storie di condanne sommarie e sparizioni, forse all’origine della rabbia dei ribelli. E dire che lo stesso Graziani, dopo aver subito un attentato, aveva inaugurato una repressione spietata. Ora teme di perdere il controllo della situazione, e si vede costretto a vederci più chiaro e a inviare una spedizione segreta, comandata da Vincenzo Bernardi, abile e stimato graduato della Giustizia Militare. Lo accompagnano il tenente Valeri e il fedele Welè, sciumbasci a capo della scorta armata. Il loro è un lungo e pericoloso viaggio nel “cuore di tenebra” dell’Africa italiana, dove tutto è ambiguo e poco decifrabile, e dove le minacce sono costanti. La resistenza della popolazione locale è forte e fiera, e gli occupanti italiani sembrano mossi da istinti poco virtuosi, se non da disegni indecifrabili e potenzialmente eversivi. Anche l’esercito pare comandato da ufficiali indolenti, timorosi e inadeguati, tanto che Bernardi e Valeri si trovano improvvisamente travolti dalla terribile disfatta delle truppe che avrebbero dovuto domare il nemico. Feriti e imprigionati dai ras del territorio, riescono a salvarsi per circostanze apparentemente miracolose, il cui oscuro significato riusciranno a comprendere soltanto molti anni dopo, a guerra finita: sarà il vecchio generale Badoglio a spiegare a Bernardi i retroscena di tutta quella strana vicenda.

Gli Autori hanno costruito un thriller storico di tutto rispetto, prendendo spunto da fatti realmente accaduti, qui reinventati con respiro cinematografico. La verosimiglianza c’è tutta, custodita dal montaggio accurato di un fitto apparato di dispacci militari, tratti da comunicazioni originali dell’epoca. È assai minuziosa anche la descrizione delle operazioni sul campo, degli scontri armati e dei corpi che vi sono coinvolti. Non sono meno efficaci le figure, a loro modo esemplari, che animano la trama, e che la dicono lunga, meglio di molte ricostruzioni storiografiche, sulle ambizioni, sulla crudeltà e sulla mediocrità della milizia occupante e dei suoi comandi. La leggenda del buon italiano ne riesce nuovamente smascherata. Naturalmente spiccano, per distinzione, i due protagonisti, Bernardi e Valeri, che non sfigurerebbero neanche nei romanzi di Leonardo Gori: coraggiosi, onesti e tenaci come il capitano Bruno Arcieri; un esempio di un’italianità leale, con la schiena dritta, che – come si desume dal racconto – dev’essere stata particolarmente rara. Va detto che il libro, pur avallando la tesi che da tempo cerca di accreditare l’idea di un esercito non del tutto al servizio del regime, lascia intravedere anche un giudizio negativo sulla monarchia e sui suoi più alti ufficiali. Come se la disfatta dello Stato sia stata anche il frutto di una contesa mai risolta tra fascismo e casata reale, a volte conniventi, altre volte l’un contro l’altra armati, anche a colpi di intelligence. Il romanzo, ad ogni modo, ha anche qualche punto debole: è un po’ troppo lungo, in primo luogo; e le vicissitudini, in patria, delle fidanzate dei due ufficiali paiono sostanzialmente posticce, troppo estranee al cuore dell’intrigo poliziesco e istituzionale. Dopodiché è un copione dal quale David Lean avrebbe potuto realizzare un Lawrence d’Arabia in salsa tricolore: e questo basta.

Recensioni (di Maurizio Crosetti; di Antonio D’Orrico; di Alessandro Gnocchi; di Igiaba Scego)

Il libro a Fahrenheit

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È un romanzo in tre tempi. Il primo (1933-1945) è il tempo del padre, Luigi, di cui si racconta la giovinezza e la crescita, dal matrimonio alla guerra sul fronte balcanico, fino alla militanza partigiana in Istria. Il secondo tempo (1945-1982) è quello del figlio, Valerio, alter ego dell’Autore, seguito in due diverse fasi del suo percorso, dall’adolescenza dell’educazione sentimentale alla maturità della docenza universitaria e dell’impegno di partito. Il terzo tempo (2005) appartiene al “figlio del figlio”, Marcello, tornato in Italia, da Londra, sulle tracce di se stesso, del padre e del padre di suo padre. Ai tre tempi non corrispondono soltanto, come spiega Luperini stesso nella Nota che chiude il volume, tre diversi modi di narrare (la docu-fiction di carattere storico; l’autobiografia romanzata; il racconto in terza persona). Quei tempi sono anche tre contenitori: di una ricerca psicologica che si muove su più generazioni, e degli scenari, familiari, sociali e politici sui cui di volta in volta la ricerca si articola. Si assiste, così, ad un lungo viaggio introspettivo, che attraversa il fascismo, la Resistenza, la rinascita della mobilitazione politica, gli anni di piombo, lo smarrimento della fine del secolo. E a questo viaggio si intreccia il percorso dell’Autore e del suo dna di studioso engagé, in un continuo rimando tra ragioni private e istanze collettive, tra fragilità affettive e stati di equilibrio.

Il genere cui appartiene questo testo è quello dei libri che per essere compresi e assimilati richiedono un adeguato periodo di sedimentazione. A distanza di qualche ora, infatti, si prova già nostalgia per lo stile pacato e il periodare pulito. Ma il valore di questa lettura non si esaurisce qui. Anzi, la scrittura piana in questo caso proprio non aiuta, perché potrebbe stimolare un giudizio soltanto semplicistico. Si potrebbe avere l’impressione di trovarsi di fronte alla sceneggiatura di una meglio gioventù più intimistica, più esistenziale. Non è così, però. Né si può pensare che la cifra di questa storia sia solo quella strettamente autobiografica: che peraltro, nel caso di specie, è interessante comunque, visto che a mettersi a nudo, sia pur in forma romanzata, è uno degli intellettuali italiani più noti e apprezzati. Anche l’esemplarità, tuttavia, non spiega tutta la suggestione che l’Autore riesce a imprimere alle sue pagine. Il loro punto di forza, il motore che le alimenta è in quella parola, rancura, che sta nel titolo e che è tratta da una poesia di Montale. Non è soltanto un omaggio al cuore delle attenzioni filologiche di Luperini e del suo magistero di critico. La rancura è il vero protagonista del romanzo. È una sensazione di afflizione che deriva da un rimprovero istintivo e malinconico, ma soffocato; dal senso di un condizionamento sofferto, che altri, forse, ha imposto, in modo tuttavia indelebile e naturale, come se fosse un testimone difficile, da prendere con la coscienza che non lo si potrà mai superare davvero, se non comprendendolo e accettandolo. Come si fa con i genitori, ci ricorda Luperini; e come si fa anche con le proprie origini, le proprie case e i propri amori, e infine anche con il proprio paese.

Recensioni (di Angelo Guglielmi; di Pierluigi Pellini; di Floriano Romboli)

Un’intervista a Romano Luperini

L’Autore a Fahrenheit

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Bruno Arcieri, colonnello dei servizi segreti, è ufficialmente in pensione. Dopo la sua ultima avventura, che lo ha visto rischiare il tutto per tutto, si è stabilito a Firenze e ha aperto una trattoria, facendosi aiutare dai giovani che aveva già conosciuto prima di chiudere i conti con il passato (v. Il ritorno del colonnello Arcieri). O, quanto meno, prima di averci provato. Perché se da un lato può immaginare davvero di cominciare una nuova vita, accanto alla bella Marie, dall’altro viene presto costretto a riattivarsi, ad assaggiare la concitazione di nuove prove. Angela, una delle sue giovani cuoche, si è messa nei guai, e nessuno ne capisce le ragioni; oltre a ciò, Nelli, anziana nobildonna e amica fedele, gli chiede di fare alcune indagini, per verificare se sia proprio vero che Antonio Arnai, padre di Nicoletta, è scomparso a Milano, nel terribile attentato di Piazza Fontana, avvenuto qualche giorno prima. I fronti, dunque, sono due, e Arcieri è presto coinvolto in un susseguirsi di spostamenti, inseguimenti e cambi di scena: per un verso deve fronteggiare a viso aperto le ansie delle nuove generazioni e i pericoli cui sono esposte, che, tuttavia, lo preoccupano e lo affascinano allo stesso tempo; per altro verso deve rituffarsi in un mondo ambiguo e pericoloso, che credeva superato. Anche l’età comincia a farsi sentire. Vecchie spie, lontani ricordi, un gruppo di musicisti capelloni, un anziano faccendiere, una matrona spietata, una valigia piena di misteriosi documenti, un conclusivo colpo di scena: a Gori bastano pochi ingredienti per rituffare il suo eroe nella mischia, per confezionare un apparente lieto fine e per lanciarlo subito verso una missione ancora tutta da scrivere.

Non è tempo di morire è un romanzo di transizione; e forse – non ci sarebbe nulla di male – è anche un libro un po’ “furbo”. L’Autore aveva bisogno di capire se il fortunato personaggio sarebbe stato in grado di reggere ancora la tensione, di “tornare”, cioè, un’altra volta. E Bruno Arcieri, certo, ha risposto con un colpo di reni, testando il suo fisico e la sua caparbietà, e riscoprendo il profondo senso dell’onore che gli impone di andare fino in fondo, al di là di ogni stanchezza o nostalgia. Ma la storia – quella che ogni volta tutti i fans di Gori si aspettano, da Nero di maggio in poi – ha ancora da venire; ci viene prospettata, infatti, solo nel finale, come antipasto del prossimo volume. C’è da dire, però, che l’astuzia dell’Autore – o la strategia dell’editore… – termina qui. L’impressione, cioè, è che la transizione non sia stata forzata, ma sia, piuttosto, la conseguenza del più tipico, e conclamato, processo di simbiosi tra lo scrittore e la sua creatura. È come se i due si fossero presi ancora del tempo per guardarsi negli occhi e sciogliere alcuni interrogativi fondamentali (o fondanti). Ora che tutto è stato fatto e provato, e che Arcieri è morto e risorto, ed è pure invecchiato; ora che Gori ha già presentato Arcieri a Bordelli, il commissario creato da Marco Vichi, che tra l’altro compare anche nelle ultime pagine di questo romanzo (quasi l’implicita conferma di un passaggio di testimone), ci può essere spazio per continuare lo stesso ciclo? La risposta sembra affermativa, anche se a tratti, e soprattutto nello showdown che oppone l’anziano carabiniere alla vecchia Ada, ci è parso che Gori abbia voluto sperimentare il passaggio dall’Arcieri James Bond all’Arcieri detective. Ma i panni di Bruno, decisamente, sono altri, e così anche la fantasia dell’Autore si è ribellata, rimettendolo in pista a dispetto di qualsiasi credibilità anagrafica. Se la scelta sia stata giusta, lo si scoprirà presto, nella prossima e graditissima puntata.

Il sito dell’Autore

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Un eccentrico collezionista d’armi di Trieste muore in un misterioso incendio, scoppiato nel suo magazzino. Si salvano molti appunti, oscuri e disordinati; altri vanno irrimediabilmente distrutti. Luisa Brooks è colei che è stata incaricata dalle istituzioni locali di curare il museo che il defunto avrebbe sempre voluto realizzare in nome della Pace: sala dopo sala, arma dopo arma, la giovane curatrice ricostruisce la vita, i ricordi e gli enigmi di una figura apparentemente inafferrabile. Ma nel frattempo Luisa – di famiglia ebraica e di padre afroamericano – racconta anche la sua storia, quella dei suoi cari, dei loro amori, grandi e sfortunati, e di una città spazzata via dalle guerre, dal vento e dagli orrori dell’occupazione nazifascista, del collaborazionismo e dei conflitti interetnici. Quello strano collezionista, del resto, li ha vissuti quei drammatici giorni: le spiate, le deportazioni, gli indicibili affari degli aguzzini e di molti benestanti. Soprattutto, pare che quel singolare individuo, avvinto da un’irrefrenabile mania polemologica, si sia spinto nel ventre più tenebroso della Risiera di San Sabba e vi abbia visto, e copiato, scritte che avrebbero dovuto essere cancellate per sempre e che alla fine sono andate disperse anche nel rogo che lo ha ucciso. “Non luogo a procedere”, dunque, perché ogni traccia è scomparsa; e non ci sarà giustizia, né per il defunto, né per il fumo  grigio del campo di sterminio.

L’ispirazione di Magris viene da una storia vera, quella dell’enigmatico Diego de Henriquez, che qui, però, è reinventata e sezionata nei suoi minimi e ossessivi dettagli, per essere così sovrapposta a quella di Luisa, punto di convergenza drammatica tra due delle più grandi epopee di persecuzione e discriminazione, quella dello schiavismo e quella antisemita. Per il collezionista, come per Luisa, e per la madre di lei, la vita ha senso solo se vissuta in funzione della verità: che l’uno non concepisce se non nell’affermazione della dimensione ontologica della guerra, come ragione cosmica; e che le altre sentono di dover cercare ostinatamente e di poter, tuttavia, superare soltanto nella disperata realizzazione di un sogno d’amore, destinato ad essere travolto dall’incombente violenza delle cose e della Storia. Magris, come sempre, è autore di grandi libri, che sono tali perché sapientemente e pazientemente forgiati da un archeologo delle parole, delle passioni e della Kultur che le permea entrambe. Qui sta il punto di forza di Non luogo a procedere; nel suo essere tecnicamente impeccabile, studiato, quasi fino alla perfezione. Ciò detto, si deve anche riconoscere che – nella sostanza – Magris non ci offre niente di particolarmente nuovo: l’estrema importanza della filologia dell’orrore è un dato acquisito sin dal terribile e illuminante saggio di Klemperer; la tipica e ricorrente situazione narrativa della vittima della Shoah, tradita in primo luogo da chi le è più vicino, sembra quasi presa da Partir, revenir di Lelouch; e dell’eterna lotta tra il Bene e il Male, alla fine, sappiamo sin dalla notte dei tempi, così come ci appare ancor più confermata l’impressione che in Magris – memore, in questo, della lezione di Burckhardt – sia sempre possibile dare alle vicende degli uomini un significato universale e, per ciò solo, morale. Dopodiché al romanzo italiano contemporaneo, e allo scandalo dell’Olocausto nazionale, mancava una rappresentazione posseduta e allucinata come questa: è qui, forse, che va individuato il merito che può rendere questo libro meritevole e appetibile.

Recensioni (di Corrado Stajano, Lorenzo Mondo, Renato Minore, Paolo Petroni, Renato Barilli, Giuseppe Fantasia, Antonio Saccà, Giuseppe Marchetti, Claudio Cossu, Paolo Perazzolo, Fulvio Paloscia, Edoardo Pisani, Silvia Ferrari, Alessandro Mezzena Lona)

L’Autore a Fahrenheit

Magris alla Normale di Pisa

Il Museo della Guerra per la Pace “Diego de Henriquez”

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Anche con questo libro, forse, il “caso Silone” potrebbe tornare a far parlare di sé. Accade ciclicamente da tempo, specialmente da quando, nel 2000, è stata pubblicata la ricerca che ha individuato i documenti che proverebbero i legami tra il giovane militante comunista e la polizia. È proprio su questa ricerca che, almeno in parte, si fonda il lavoro di Renzo Paris, che sembra ricostruire i primi trent’anni dello scrittore di Pescina sulla falsariga della tesi che ne vuole ormai assodata una profonda ambiguità: personale, politica, morale e financo sessuale. In quest’ultima ricostruzione, d’altra parte, il rapporto tra Secondino Tranquilli, il vero nome di Silone fino al 1947, e il misterioso Guido Bellone, il commissario che ne riceveva le missive, è catalogato come “amicizia amorosa”. Il pericolo, quindi, su Silone, è che si riaccenda la polemica tra i difensori del “santino” e i “colpevolisti”, o che si discuta, ancora, sulle ragioni politiche del suo distacco dal PCI, dall’Internazionale e dall’Unione Sovietica. Ma chi volesse soffermarsi su questi profili – che pure innervano profondamente il testo, unitamente a quelli relativi ai rapporti tra Silone e altri importanti dirigenti comunisti: Gramsci, Togliatti, Longo… – rischierebbe di non accorgersi che si tratta di un romanzo e che il suo Autore lo ha immaginato, innanzitutto, come un viaggio sentimentale, non come il frutto di una nuova indagine storiografica. Valutare il lavoro di Paris al di fuori del clima introspettivo che lo avvolge significa non accorgersi della cifra particolare di questo racconto, che certo può suscitare critiche più o meno forti, e che, nonostante ciò, ha un obiettivo molto diverso da quello di stabilire una verità.

Le direttrici su cui si muove l’Autore sono tre: – la ricostruzione dello shock subito da Secondino, che già aveva perso il padre, dopo la morte della madre nel terribile terremoto del 1915: questa via consente a Paris di ripercorrere le orme di un orfano ridotto in stato di estrema povertà, dalla Marsica a Roma, alla ricerca di una nuova figura paterna (da don Orione a Guido Bellone) e di una famiglia altrettanto nuova (dalla chiesa al partito); – la decifrazione del carattere inevitabile, e allo stesso tempo anormale, di un processo frantumato e confuso di formazione della personalità: ciò al fine di dimostrare una sorta di originario e condizionante spaesamento interiore, tra la necessità di convivere con le difficoltà quotidiane e l’innata aspirazione a sfogare tutte le proprie energie in un impegno di riscatto personale e sociale; – la connessione tra l’esigenza di ricomporre questo dissidio e l’uscita dal partito comunista, con la riscoperta delle ragioni religiose della propria vocazione e con l’avvio, mediante la stesura di Fontamara, dell’esperienza letteraria, da intendersi come luogo privilegiato per l’autoanalisi permanente del proprio percorso personale e degli ideali che l’hanno motivato. In proposito, l’accento del romanzo viene a cadere proprio sull’influenza determinante che sulla nascita del Silone-scrittore avrebbe avuto la terapia psicanalitica seguita a Zurigo. Occorre evidenziare, ad ogni modo, che, lungo questi itinerari, Paris si muove con la sensibilità dell’artista, del poeta: non cerca conforto soltanto in documenti più o meno attendibili, ma si abbevera alla lettura diretta delle opere di Silone, lasciandosi spesso tentare da una sorta di confusione di ruoli e intrecciando la vita di Secondino con la propria. Questo tentativo di abbraccio empatico è il valore aggiunto della proposta di Paris, perché ci spiega che anche la letteratura pura ha le sue ragioni e che spesso queste non coincidono con quelle della storia, bensì con quelle ben più indecifrabili del nostro animo di lettori.

Recensioni (di F. La Porta, di O. La Stella, di G. Pollicelli)

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Al pari di Giovanni Lindo Ferretti – ma con una traiettoria del tutto diversa da quella del carismatico frontman del suo vecchio gruppo – Massimo Zamboni, che anche da ex CCCP resta sempre  fedele alla linea, rivela doti narrative non comuni. In questo testo ripercorre e approfondisce, riscoprendolo egli stesso, un momento cruciale e drammatico della storia della sua famiglia: la morte del nonno Ulisse, squadrista ucciso il 29 febbraio 1944 dai GAP di Reggio Emilia. È difficile immaginare uno “scavo” più sofferto per chi non ha certo coltivato una corrispondente eredità, avendo maturato convinzioni del tutto opposte. Tuttavia la volontà di capire prevale e, tra materiali d’archivio, rievocazioni storiche e racconti popolari, Zamboni canta una lunga genealogia di creature emiliane, di universi contadini, di fortune e ambizioni individuali e collettive. Chiarire la cornice lo aiuta a inquadrare la vicenda che lo riguarda da vicino; a comprendere meglio la crescita di un ceppo familiare che con il sudore e le bestie si è arricchito e urbanizzato; a leggere le tensioni sociali nelle quali quella prosperità è stata coinvolto sin dalla fine dell’Ottocento; a interpretare l’oscura ma elementare mescolanza di ragioni ideali e vendette private in cui, a partire da quelle primitive tensioni, i tanti protagonisti della guerra di Liberazione si sono trovati immersi quasi per un destino immutabile. D’altra parte l’eco dello sparo che ha causato la morte del nonno per mano del gappista “Muso” si è fatta sentire ancora quando quello stesso partigiano è stato assassinato, molti anni dopo, da un altro gappista, anch’egli a sua volta condannato a un orizzonte di sogni, rancori e atti inevitabilmente violenti.

“L’inquietudine è questo: ricercare, senza tregua, il nome che avevi”. Con una frase di Anna Maria Ortese, Zamboni sintetizza efficacemente la ragione del suo racconto e lo stato d’animo che ne ha attraversato la stesura. È qualcosa di più, questo libro, di un tuffo nel passato e nella memoria familiari. È lo spicchio amaro di un’autobiografia collettiva, che vuole fare i conti con alcune delle pagine più nere dell’identità nazionale e che non si accontenta di tracciare di una linea assoluta tra bene e male, né, però, rifiuta di individuarne coscientemente il rispettivo campo d’elezione. Il problema, infatti, non consiste nel modo con cui i vincitori si sono imposti sui vinti: la letteratura è ampia, da Fenoglio in poi, e quanto al cd. “triangolo della morte” c’è già stato, tra gli altri, l’ottimo romanzo di Alessandro Gennari. Zamboni ambisce ad un livello diverso, che contempla il mettersi in discussione in prima persona e che, sia pur per il tramite di un’indagine quasi intimistica, proietta l’italianissimo e verghiano tema della roba nell’analisi del carattere socio-economico della guerra civile e dei suoi tanti e dolorosi strascichi. La via è quella di un’anamnesi molto esigente; non trova tregua nell’attribuzione di una colpa, perché non sarebbe un’operazione sufficiente: al fondo la questione è quasi genetica ed è proprio il canto delle origini ad indicare il punto cui riannodarsi utilmente. C’è qualcosa, in particolare, della gloriosa epopea di una civiltà contadina presto sconvolta dalle tempeste del Novecento, che va custodito comunque e che consente, se coltivato, di interrompere l’eco di qualsiasi sparo. È il grande giacimento di una padanità apparentemente perduta, così lontana e così, sempre, incombente, nella quale Zamboni si addentra da consumato esploratore, alla ricerca di un personale e sofisticato elisir di nuova vita e di buona letteratura.

Recensioni (di Marco Belpoliti, di Camillo Langone, di Andrea Cortellessa)

Direttamente dal testo: tre estratti

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Il giovane Sebastiano cresce nella provincia piemontese, prima presso la “Casa d’Infanzia Alba Radiosa”, poi sotto la custodia dello zio Alvaro, cercatore d’oro alloggiato all’”Osteria del Genio con Locanda”, in riva al fiume. I brevi capitoli del libro descrivono il ricordo di quei giorni e dei molti personaggi di quel “mondo piccolo”, specchio del Paese dell’immediato dopoguerra. Ma Sebastiano racconta anche il modo con cui il romanzo stesso è stato concepito e più volte rifiutato dall’editore. La narrazione, poi, è spezzata da squarci sulla memoria dell’Italia della disfatta, che già all’indomani della fine del conflitto e della Resistenza pare aver completamente rimosso l’esperienza scomoda del fascismo. L’idole nazionale, i suoi falsi miti e la sua cronica, risoluta, incapacità di autocoscienza sono i veri imputati del processo che Vassalli vuole allestire. La loro sintesi perfetta è letteralmente incarnata nelle figure dei genitori di Sebastiano: il padre autoritario, meschino e pronto a tutto; la madre fiaccata dalle prevaricazioni del marito e imbambolata da un ingenuo sogno di redenzione che ha radici solo nella ricchezza materiale. Tuttavia, nel tempo stesso del racconto (il presente), l’Autore scopre che il padre, proprio lui, definito “l’infame autore dei miei giorni”, è ancora vivo e vegeto, riabilitato anche agli occhi delle istituzioni che ne avevano certificato la pazzia e pronto a perpetuare la sua violenza e il suo cinismo anche al di là di ogni prevedibile e liberatoria morte naturale. Il lascito della riflessione è amaro e sconsolato; la tara è genetica e irrimediabile; non resta che un ripiegamento quasi intimistico e archeologico, come testimoniano le parole dello zio Alvaro, autentico anti-eroe di questa storia così complessa e così profonda: “Viviamo per quelle poche pagliuzze di felicità che rimangono in fondo alla memoria come l’oro sul fondo della bàtea”.

L’oro del mondo è del 1987 e anticipa i grandi successi de La chimera (1990), Marco e Mattio (1992), 3012. L’anno del profeta (1995) e Il cigno (1996), che a loro volta rappresentano carotaggi, in forma di favola, di una medesima indagine. Le movenze eccentriche di questo romanzo saranno nuovamente testate in Cuore di pietra (1996), che chiude così un primo ciclo di meditazioni: si rinnoveranno ancora nella forma espressa e sperimentata del romanzo storico (Un infinito numero. Virgilio e Mecenate nel paese dei Rasna, 1999; Stella avvelenata, 2003), in opere ulteriormente ibride e originali (come L’italiano, 2007; o Le due chiese, 2010) e in satire controcorrente e divertite (come può essere considerato Comprare il sole, 2012). Da un certo punto di vista, quindi, L’oro del mondo è una chiave di lettura di grande importanza, un passepartout privilegiato per l’intera opera di Vassalli (che da ultimo ha ripreso con efficacia l’amato filone storico: Terre selvagge, 2014). Nel libro non troviamo le lunghe passeggiate del Piovene de Le Furie, ma l’esigenza di ripiegamento e di dialogo interiore sembra la medesima, al punto che, curiosamente, L’oro del mondo getta luce anche sull’importanza del romanzo dello scrittore vicentino. In quest’edizione – che è accompagnata, in appendice, da un testo inedito in cui l’Autore racconta la genesi tormentata del testo e della sua pubblicazione, e rende omaggio all’insperata attenzione riservatagli al tempo da Giulio Einaudi e da Natalia Ginzburg – si può apprezzare con maggiore consapevolezza il tono di una poetica determinata e militante. Vassalli non si limita a sferzare gli italiani e i loro inestinguibili vizi; oggetto della critica sono il gran circo della cultura ufficiale, il conformismo e il provincialismo dei “poeti organizzati”, la tendenza di chi può capire e sapere a marginalizzare le esperienze di scavo e di autoanalisi di cui il Paese avrebbe bisogno e di cui solo la letteratura può farsi efficace traduttrice.

Il contesto autobiografico de L’oro del mondo

Un altro e bellissimo libro di Vassalli: La notte della cometa

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fotoPalermo, 1937. La Corte d’assise è chiamata a giudicare “un uomo che aveva ucciso tre persone in un breve giro di ore”: nell’ordine, “la moglie dell’assassino; l’uomo che dell’assassino aveva preso il posto nell’ufficio da cui era stato licenziato; l’uomo che, al vertice di quell’ufficio, ne aveva deciso il licenziamento”. Quest’ultimo era un notissimo avvocato, presidente dell’Unione Provinciale Fascista Artisti e Professionisti, pezzo grosso del partito, dunque, ma anche influente amministratore delle cose pubbliche locali. I fatti, peraltro, sono chiari, e i legali dell’imputato non chiedono neanche la perizia psichiatrica. L’opinione pubblica, poi, sembra schierata a favore di un solo esito, da tutti percepito come giusto e inevitabile: la condanna a morte, reintrodotta dal Codice Rocco del 1930 anche per alcuni gravi reati comuni; per continuare, cioè, a dormire “con le porte aperte”, come vuole la “suprema metafora dell’ordine, della sicurezza, della fiducia”. Però, nonostante i messaggi allusivi e trasversali ricevuti in tal senso anche per bocca del procuratore generale, il giudice a latere nutre forti dubbi. La pena capitale non lo convince, e le perplessità aumentano anche per le sollecitazioni e le letture che egli finisce per condividere con uno dei giurati. Lo scrupolo vincerà la battaglia, ma non la guerra, che, alla fine, riporterà tutto – compreso il “piccolo giudice” – ad una sconsolante e umana proporzione.

Il segreto di Sciascia, della sua grandezza, non è facilmente afferrabile. D’altra parte è un segreto, che tale deve restare, fascinoso. Si nasconde sempre nella lingua, nell’uso accorto dell’italiano scritto e cólto, alla maniera dei grandi siciliani del Novecento: Brancati, Consolo, Bufalino… La disciplina dello stile e della parola ne è il fortino, ma anche la chiave, complicatissima e allusiva, veicolare e pur sostanziale, in un’unica soluzione espressiva. Questa disciplina segue e corrisponde ad un rigore tutto interiore. La letteratura e la morale, così, dialogano in un contrappunto che non si può mai interrompere; soprattutto, in un flusso, cui la coscienza – individuale, sociale, civile e politica – deve alimentarsi, per affrontare le astuzie apparentemente invincibili del malaffare e del potere che gli si asservisce quasi inesorabilmente. Il problema ha una dimensione filosofica, totalizzante, non si risolve soltanto nella critica al sistema mafioso o al fascismo (al quale, in questo libro, Sciascia dedica alcuni passaggi memorabili: v. specialmente alle pp. 71-73). E non si rivolge neppure alla sola pena di morte, la cui barbarie, tornata anche di recente all’attenzione delle cronache, viene denunciata con rara e sensibile acutezza europea, ben al di là di quanto ci è stato consegnato in tempi recenti dai più illuminati interpreti d’oltreoceano. Quel problema – che trova un suo naturale spazio d’elezione nel foro interno di ciascuno – ha anche un protagonista e un luogo istituzionali, che vengono introdotti subito anche dalla citazione che avvia Porte aperte, presa di peso dai famosi Soliloqui di Salvatore Satta: “il processo si pone con una sua propria autonomia di fronte alla legge e al comando, un’autonomia nella quale e per la quale il comando, come atto arbitrario di imperio, si dissolve, e imponendosi tanto al comandato quanto a colui che ha formulato il comando, trova, al di fuori di ogni contenuto rivoluzionario, il suo ‘momento eterno’”. Viene coinvolto, in tal modo, il giudice, con il suo ruolo, il suo carattere (in tutto e per tutto) decisivo, e quindi con la sua esemplarità, vera ragione dell’interesse ricorrente, per Sciascia, nei confronti della funzione giurisdizionale e dei i suoi abissi, come già dimostrato nella bellissima introduzione alla manzoniana Storia della colonna infame.

Dal romanzo passo al film, pluripremiato, che ne aveva tratto Gianni Amelio, con un maturo Gian Maria Volonté (in grande spolvero) nei panni del giudice dubbioso. La curiosità è soddisfatta, perché si tratta di un’ottima prova: nella fotografia, nelle luci, nella scelta di un generale clima di disfacimento che forse ben si addice all’esigenza – che sicuramente sentivano il regista e gli sceneggiatori – di ricostruire un’ambientazione storica e sociale adeguata, ma anche di renderla immagine di un Paese ripetutamente sotto scacco (ancora non resisto alla tentazione di paragonare le dimensioni dell’ufficio dell’avvocato ucciso a quelle dello studio dell’imprenditore Nottola, ne Le mani sulla città di Francesco Rosi…). Nel lavoro di Amelio, però, la grandezza di Sciascia quasi scompare, perché il suo segreto è scopertamente sciolto in direzioni ben precise, di critica culturale e politica, al di qua, per così dire, del profilo esistenziale che l’opera letteraria voleva mettere al centro della scena. In quella cinematografica, infatti, le parti si invertono: non sono le cose e le persone a cooperare a favore dello sviluppo del tema; è il tema ad adattarsi alle esigenze di certi contesti e di certe figure, allo scopo, dominante, di dire molto sulla situazione e sul clima di un determinato periodo o di un determinato modello sociale, e per dire (anche) dell’altro (ma) soltanto in chiave di resistente posizione intellettuale. Il che, per intendersi, non è di poco momento, visto che, forse, la strada indicata da Sciascia è ancora troppo complessa.

La morte come pena in Leonardo Sciascia (un convegno, da Radio Radicale)

Porte aperte, dal romanzo di Sciascia al film di Gianni Amelio (di Giuseppe Panella)

Sciascia on screen, tra pamphlet e thriller. Due riletture postume: Porte aperte e Una storia semplice (di Alessandro Marini)

Il sito degli Amici di Leonardo Sciascia

La Fondazione Leonardo Sciascia

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