Semel in anno… perdersi felicemente e tornare ad Acitelli è indispensabile. Ci si metterebbe volentieri e in ogni momento sulle tracce di questo infaticabile indagatore. Il quale, da parte sua, è continuativamente impegnato nella ricerca di sempre: sulla città e sul popolo di Roma che ha conosciuto da ragazzo, e che si rinnovano in miti vecchi e nuovi; sui luoghi che ha percorso e scoperto col padre, camminando per la capitale; sugli spazi e le vie e le piazze e le pietre e i marmi del Rinascimento e del Barocco e… su tutti i dettagli che dall’Urbe portano all’arte, alla storia, all’eternità. Ma anche alla nostalgia, quella più dolce e nutriente, e – in quest’ultima raccolta di poesie – pure alla Fede e al Sacro. Le vene dell’Ostia, infatti, sono un viaggio, un piccolo pellegrinaggio, che per prima cosa è punteggiato da tante chiese e chiesuole. Del Campo Marzio, del Foro; e moltissime altre ancora. Se ne può fare una mappa suggestiva e proficua, da consultare e utilizzare alla prima occasione. Tuttavia non si tratta di turismo. Al poeta le chiese interessano perché – lo dichiara bene alla fine (ne Il Vangelo oltre le Colonne d’Ercole) – “[e]ntrare in chiesa è come avvistare / un Faro ai confini del mondo e se il veliero / è disperso, a nulla valgono scie di stelle / e bussola, così dal ponte di prua / l’unica intermittenza vera è quel Faro / in mare aperto”. Entrare in chiesa, allora, equivale a rifugiarsi e trovare conforto; a pensare e vedere la madre in un presepe, “A un passo da Dio”; ad ascoltarne ancora la voce, a sentirne il cuore: “È il non vedervi più che m’addolora, / non il recludermi nella morte – m’hai detto / uscendo di chiesa, nel sole”.

È proprio in chiesa, in effetti, che Acitelli si sofferma su ciò che gli preme di più: studia lapidi, iscrizioni, cappelle, marmi e pale d’altare, muovendosi quasi furtivo nelle pieghe della storia e delle vite passate; osserva sacerdoti, frati, sagrestani, anziani e malati devoti, per carpire il segreto della loro fiducia, che in fondo è anche la sua; e così rammenta la madre: la fonte, col padre, di ogni sua più intima consuetudine e dei riti che, oggi, lo riportano sugli stessi sentieri. Ma c’è qualcosa di aggiuntivo. Spesso a Roma le chiese sono anche porte per accedere al continuum spazio-temporale di cui la caput mundi è l’ombelico di un’esauribile vortice. Sotto le chiese si nascondono sovente templi e altari pagani. Sono Fede e Sacro a tutto tondo, per l’appunto, ad essere in comunicazione. Non è un caso che l’Autore ami frequentare le rovine, sperimentare i contatti tra romanità e cristianesimo, smarrirsi con Samuel Beckett sull’Appia Antica, ché “… la verità / sta lì stampata…”. E dunque il “piano ferie / è quotidiano / e prevede / assiduità / nei magazzini / dell’Antichità”. Come non capire? La via dell’Ostia può fungere certamente da bussola per chiunque, a Roma, se ne voglia avvalere. A patto, però, di attivare i sensi; di fare come Acitelli, cui basta “[q]uel tabacco respirato in strada che sa / di marinai olandesi in chioma bianca e codino” per sognare, mettersi a cercare “una locanda che somigli / all’alloggio del Comandante” e interrogare i marinai “se nella navigazione / contemplano, oltre il mare, qualcosa di celeste”. A questo serve la Visita alla Città, alle sue Chiese e alle altrettanto misteriose e inestricabili Archeologie. A questo serve la Poesia.

Recensioni (di M. Bennici; di D. Piccini)

Leggere Sant’Agostino nell’età della tecnica (di F. Acitelli)


Mattini infiniti

(studi sulla felicità)


Anche oggi m’allestisco in una chiesa,

l’ora in cui il lavoro è decollato.

Mi sono alzato tardi, ho fatto spesa,

ho sbadigliato a lungo e ho pensato

a come mitigare la discesa

negli anni, ad inoltrarmi nel venato

epitelio in cui più non v’è difesa

e v’è da consolarsi col Creato.S


Soggiornare in chiesa


Perché cerco una chiesa quando piove?

Io sono la mia nave tra le onde,

voglio vedere fuori la tempesta:

acquattarsi tra i banchi, le rovine

sì prolungata tosse, quei sospiri

che parlano d’un cuore affaticato,

pio, esausto, ma incline al classico

se c’è da pensare a una conversione

in quel tratto bello in cui l’Impero

sul cristianesimo lieve s’adagia.


Lì dormire nella consunzione

pensando a quel nessuno che m’attende

né a casa e neppure altrove: soltanto

nei Vangeli sogno il riposo eterno:

adagiarmi tra quelle righe e poi

chiudete gli altri libri e il lume: Amen!


Piazza Farnese, rifugio a cielo aperto


Tepore cerco nel Rinascimento,

pittori con scarsella stretta in vita

con arte da Verrocchio e Ghirlandaio

e chioma lunga come Raffaello.

Un committente lieto di gorgiera

fa essere la vita proprio bella.

Un Papa che rilegge Tertulliano

e convoca Sangallo in Vaticano.

Eccolo il sentiero mio profondo

e il desiderio è evadere dal mondo.

Piazza Farnese, il marmo lustro ovunque:

qui la mia esistenza giunge al dunque.

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Che cos’è la poesia? Domanda persa nella notte dei tempi e, già per ciò solo, risposta difficile. Che, tuttavia, Aldo Nove prova, di fatto, a formulare in questo singolarissimo libro, focalizzandosi sull’unica risorsa cui si possa accedere per riuscire nell’impresa, ossia sulla propria personale esperienza. Perché per Nove la poesia è una specie di pratica, una disciplina, un procedimento (inspirazione, respirazione…), per il cui tramite stupirsi e inabissarsi – come il palombaro di Govoni – alla ricerca di un tesoro nascosto, spingendosi al limite, mettendosi completamente in gioco. È anche un tirocinio, lento e complesso, che in parte richiede di essere scoperto e assecondato, da sé come da altri che lo possano intuire e accompagnare. Dunque quello dell’Autore diventa presto il diario di un’iniziazione lunga una vita intera. Dalla scoperta delle poesie di Guido Ballo, in una piccola mostra a Viggiù, ai rapporti, veicolati da un suo sensibile professore, con Franco Buffoni e Milo De Angelis; dalla conoscenza di Nanni Balestrini fino al lavoro nella redazione dell’editore Crocetti. Nel mezzo: il racconto di  molte incomprensioni e di un’estraniazione progressiva da ciò che è comune e normale; l’ambizione di immergersi sempre di più nell’essenza del linguaggio poetico e nelle sue autonome virtù catartiche e filosofiche; due righe soltanto per la soddisfazione di togliersi qualche sassolino dalla scarpa e distanziarsi da proposte poetiche eccessivamente mainstream; e tante, tante (e talune formidabili) poesie: che non sono semplicemente raccolte, una dopo l’altra, ma punteggiano un itinerario di pensiero, quali pietre miliari o, meglio, exempla – nel senso medievale del termine – di ciò di cui Nove intende discutere, con galleria di altrettanti poeti e poetesse (Pascoli, Pagliarani, Hölderlin, Zanzotto, Giudici, Dickinson, Leopardi, Rimbaud, Bonnefoy, Thomas, Camon, D’Annunzio, Dante, Ritsos, Trakl, Celan, Neri, Caproni, Raffo, Palazzeschi, Penna, Poe, Sereni, Nemésio, Enzensberger, Brecht, Campo, Baudelaire, Pessoa, Shakespeare, Jarry, Campana, Sanguineti, Di Giacomo…).

Di questo volume – che in ogni caso può funzionare come ottima guida d’ingresso a importantissime voci della tradizione poetica – preme evidenziare soprattutto due aspetti. Il primo è quello che si può definire empatico, e che Nove coltiva nel richiamo costante tra arte e vita, tra verso e traiettoria esistenziale. Lo si comprende fino in fondo laddove si ricordano i casi di Lorenzo Calogero e Ivano Fermini, e quello sicuramente più conosciuto di Amelia Rosselli. E quindi quando – con quel sentimento di omaggio, gratitudine e riconoscenza che è proprio di chi sa alimentarsi dei messaggi che altri hanno lasciato, com’è tipico dei poeti – si evocano incontri e storie in cui la diversità o l’eccentricità o la solitudine altro non sono che chiavi privilegiate e condizioni per chi, pur marginalizzato, può accedere davvero al tesoro tanto cercato. È una prospettiva che consente a Nove di fare pure una scelta di campo; di esaltare, cioè, posture poetiche in cui il tesoro non passa per la trasmissione di un senso immediatamente afferrabile, ma per la riproduzione sapienziale di un effetto di fortunato stordimento. È un invito ad una sorta di sciamanesimo, che vale come luogo dell’agnizione, da un lato, ma anche come luogo della resistenza e della libertà a fronte di un regime ordinario e consumistico concepito sempre più come oppressivo (ai lettori di Inabissarsi non sfuggirà che il Nove di quest’opera è quello – arrabbiato – dei Sonetti del giorno di quarzo, scritti nel pieno della pandemia da Covid-19 e delle reazioni pubbliche e securitarie che essa ha generato). C’è un altro profilo che merita attenzione. Nella strada che Nove ha percorso la poesia si ritrova anche nella musica: di Lou Reed, ad esempio, ed è dato che non stupisce nessuno; di Umberto Tozzi ed Edoardo Bennato, che, invece, sono riferimenti meno scontati; e di Taylor Swift, con un interesse che recentemente è stato condiviso da acuti osservatori e che, tuttavia, qui, vale a rafforzare l’intuizione centrale, che “[i]l Regno della Poesia è mercuriale, salta altrove e sempre e chissà dove, ma sai che ti aspetta e ti si concede, se vuoi accoglierlo”.

Recensioni (di D. Brullo; di P. Vitagliano)

A chi esita (Bertolt Brecht, 1933)

Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano. 
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione piú difficile di quando si era appena cominciato.

E il nemico ci sta innanzi piú potente che mai. 
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso una apparenza invincibile. 
E noi abbiamo commesso degli errori, non si può negarlo. 
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili.

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto? 
Qualcosa o tutto? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla viva corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere piú nessuno e da nessuno compresi?

O dovremo contare sulla buona sorte?

Questo chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta oltre la tua.

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I motivi per procurarsi quanto prima questo piccolo libro di poesie sono tanti. Una buona sintesi sta nel messaggio (absit iniuria verbis) che l’Autore finisce per veicolare. Potrebbe suonare pressappoco così: a essere davvero seri, nella vita, bisogna non prendersi troppo sul serio. Sicché di messaggio (in effetti) non si dovrebbe discutere; si farebbe troppo torto a un Autore tanto cosciente quanto disincantato. Perché la saggezza di Pistolesi (il titolo coincide proprio con il concetto o, meglio, con l’approccio, e in fin dei conti ci si accorge veramente che non c’è – mai – differenza…) si risolve di per sé in un verso guizzante, divertito e divertente, spinto da un realismo ironico e autoironico. Che, però, non si lascia disorientare da alcunché e fila dritto al punto, anche quando pare smontarsi da solo. E che non ha neppure timori reverenziali; né paura di affermare, spietato, quello che conta, in modo efficace, se non assoluto. Lo preannuncia la (bellissima) citazione di Fortini, in apertura: “se continuiamo a non volere la verità / sarà terribile la nostra vita. / È bene che lo sappiamo una volta per sempre”.

Onestà estrema, innanzitutto, e specialmente verso se stesso. Può trattarsi di una sconsolata e preliminare constatazione, o negazione, politico-esistenziale, a mo’ di sintomatico proemio; delle reiterate difficoltà, e degli imbarazzi, di un amore tormentato e finito; della raffigurazione della paternità più iconica o del rapporto, e del sentimento, padre-figlio; della nostalgia per l’adolescenza che è stata; degli inganni temibili della solitudine; di una vera, e affatto timida, dichiarazione di poetica; o, meglio ancora, di una altrettanto vera, e autentica, scelta di vita e, dunque, di poesia. In quest’ultimo senso, mai quest’Autore pare soggettivamente a disagio. O meglio: mai risulta ordinariamente a suo agio, cosa che gli permette, liricamente, di orizzontarsi benissimo, navigando leggero, forte di una tradizione assimilata assai profondamente e di un ruolo che non ha alcuna sociale rilevanza, e che per ciò solo è il ruolo, poetico all’essenza, cui meglio può ambire, sereno. Non c’è dubbio alcuno: per dirla alla Aldo Nove (occorrerà tornarci presto), Pistolesi si è inabissato, lo ha fatto benissimo, e pure allegramente e, per questo, meno misteriosamente di quanto lasci intendere la lezione originaria. Lasciamoci contagiare, quindi; diventiamo saggi, anche solo per qualche ora.

Una selezione di testi e la Postfazione di G. Policastro (da leparoleelecose.it)



A mio padre dopo l’ennesimo tentativo di inventarci una confidenza

Onore a noi, dopotutto, che comunque

ci abbiamo provato, a fare questa cosa di parlare

l’uno con l’altro, sopra un aperitivo fuori tempo massimo

trovare parole che colmino un silenzio

lungo vent’anni, anzi ventiquattro, venticinque

quasi (sono vecchio, sono

vecchio!) – eppure esiste, la foto

in analogico da un’altra casa, da un’altra

vita, ci siamo noi due nella vasca

insieme, ridiamo, siamo

un padre e un figlio.



La saggezza (esercizi)

Mettere da parte questa lingua

impararne altre. Cominciare a nuotare, cucinare

più spesso. Dormire al pomeriggio

lavorare. Scrivere di cose sane

e quando il pensiero stringe e si fa terribile

cadere come corpo morto cade.



Se mai (poesia per B.)

Se mai dimenticheremo, nel grande gioco della normalizzazione e dell’età adulta,

lo schianto incredibile la collisione assurda 

che sono due persone quando s’incontrano, allora

buttateci pure via portateci dallo sfasciacarrozze, perché davvero non serviremo più a niente.

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Tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, l’esule Alberti, poeta spagnolo in fuga dal regime franchista, soggiorna anche a Roma. Prima in Via Monserrato, poi in Via Garibaldi. Diventa così un emozionato e curioso girovago: esperto di quello spazio singolare, al di là e al di qua del fiume, che da Trastevere passa per il rione Regola e arriva a Piazza Navona e poi a Piazza di Spagna. Roma, pericolo per i viandanti – pubblicato nel 1972 – è il frutto e la testimonianza, quasi diaristica, di quell’esperienza; oltre che dell’amicizia con Vittorio Bodini, che della raccolta è il finissimo traduttore. Vediamo Alberti, ironico e dissacrante, mettersi sulle tracce del nume ispiratore di Giuseppe Gioachino Belli; ascoltare rapito la voce dell’acqua che gorgoglia nelle fontane; schivare attento auto e spazzature (e fastidiosi odori) nei vicoli; frequentare ammirato altri artisti; osservare di soppiatto chiese e palazzi; fare la spesa a Campo de’ fiori; aggirarsi, e smarrirsi, nel buio, alla ricerca e alla captazione del mito, del sogno e della bellezza. Non ci sono pezzi mal riusciti in questa silloge, che del resto è punteggiata, sin dal principio, da esplicite invocazioni, o dediche, alla migliore e più grande tradizione iberica (Quevedo, Lope de Vega, Gongora, Cervantes). Quella di Alberti è una notevole prova di nobile ed elegante poesia.

Soprattutto – e pure oggi, quando tante cose paiono cambiate – questo libro è un efficiente apriscatole sentimentale: il che equivale a dire la bacchetta tuttora funzionante per chi intenda provare a scoprire Roma come un rabdomante del demone che le è segretamente impiantato. Perché Alberti ha compreso bene che per entrare nella città occorre lasciarsi catturare e guidare dalle vibrazioni che sono alimentate dai tanti battiti e dalle altrettante contraddizioni che la attraversano: tra alto e basso, sublime e volgare, luce e oscurità, pieno e vuoto, caducità ed eternità. È come entrare in un circolo vizioso, un anello di ricorrenze, inseguimenti e illusioni, rappresentato al meglio in alcuni dei Notturni qui offerti da Alberti, capace di formulare in versi quasi un algoritmo del disorientamento; o di accendere, se si vuole, una centrifuga che ammalia e disperde e infine riporta al punto di partenza: che in definitiva è il rapporto con se stessi, traguardato nella misura sempre variabile tra la posizione di sé e il miracolo di tante cose, piccole e grandi, brutte e graziose. Pericolosa, quindi, è Roma per chi vi fa approdo, perché suscita stupore, abbaglia e al contempo abbatte e disorienta, sferzando di banale, osceno e grottesco ogni possibile esaltazione. Ma proprio nel mezzo insiste l’occasione per accedere alla meraviglia e scoprirsi. E Alberti è pronto a indicarcela.

Alberti a Roma (da un documentario in lingua spagnola)

Ricordi su Alberti (da Teledurruti)



È un reato…?

È un reato sedersi al mattino

a udire la parola delle fonti,

diventare un rumore, essere l’eco

di un sussurro infinito assorto in sé?



È un reato far scivolare sugli alberi

lo sguardo, e poi calarlo giù dai rami,

rovesciarlo sul prato, distaccarlo

da un fiore per fissarlo su altri fiori?


Vagare ciechi amanti, ormai dimentichi

di quell’ora mortale che li accerchia,

sognar che il sogno può essere sogno

di un’altra vita senza soprassalti?



È un reato che tutto questo appaia

un reato, mentre il reato vero

è il nostro tempo che non dà respiro

a compiere ogni giorni tali crimini?

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Raccolta comme il faut di uno dei poeti italiani più importanti degli ultimi trent’anni. Non è un caso che sia stata selezionata tra i potenziali vincitori del Premio Strega Poesia 2024. Del resto, non c’è nulla di sbagliato in questo libro: un numero assai elevato di testi riuscitissimi di per sé (ivi comprese, sparse, alcune belle traduzioni: da de Quevedo, Dylan Thomas, Rilke, Emily Dickinson, Marvell, Larkin…); la presenza di partizioni (o stazioni) tra loro molto diverse, ma tutte di volta in volta concentrate attorno a perni unificanti di personale e suggestiva esperienza; la possibilità di individuare una coerente ispirazione complessiva. Quest’ultimo aspetto si coglie sin dal principio, nonostante sia reso esplicito, quasi confessato, nel breve pezzo finale, che vale da chiave di lettura (p. 129): “Niente nella vita è terribile / perché tutto è terribile. / E in questo c’è un’amarezza / che si muta in dolcezza”. È proprio così: è il modo con cui Testa dichiara di essere il più lucreziano dei poeti contemporanei. Il mondo gli appare tutto volatile e transeunte, e naturalmente indifferente, ma anche ricco, vibratile, come i milioni di organismi nascosti sotto la sabbia di Cape Cod (p. 82). Anche il senso improvviso di un avvolgente, cosmico, “stato di sfinimento” è apertura allo “spazio infinito dell’universo” (p. 27). Bisogna saperla cogliere, specie dove il dettaglio sembra più insignificante. Ad esempio, osservando il taràssaco (che quasi si atteggia a leopardiana ginestra: p. 34) o accorgendosi della “piccola anfora / di fango argilloso” lasciata in dono, sul ripiano dei libri, da una vespa (p. 67) oppure, ancora, facendo come il ragazzo seduto su un masso, alle prese con un falcetto: “Senza bisogno di un maestro indiano, / esercizi da salotto o da palestra / e tante inutili parole” (p. 51). Quasi sulle orme di Meister Eckhart – viene da pensare – per un mistico approdo: “Una solitudine assoluta e senza nome. / Come quella dei dipinti dei paesaggi / nati nel digiuno dalla gente. / Conservare e annientare. / Essere uno. / Conoscere, tra gli ultimi, / l’erba di nessuno” (ibid.). Citazioni e immagini potrebbero moltiplicarsi, anche perché ogni cosa è potenzialmente propizia al Sublime: il “bar tabacchi dei cinesi” (p. 11), un “arcobaleno in chiaroscuro” sul muro della camera (p. 23), una “coppia di narcisi selvatici” (p. 100), la “lunga anestesia” in una seduta dal dentista (p. 104). Si può indugiare per mesi sulle pagine di questo libro. È un accadimento raro.

Recensioni (di F. Fiorentin; di G. Galletta; di G. Grattacaso; di N. Vacca)

Dal testo: due poesie e un breve commento

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Joseph Ponthus, laureato in lettere che cerca di convivere con l’instabilità della sua condizione di insegnante precario, lascia Parigi per seguire la compagna in Normandia. Deve trovare una nuova occupazione e così si affida a un’agenzia di lavoro interinale, che lo fa debuttare nel mondo della fabbrica – alla linea di produzione – e nello specifico in quelli che si rivelano subito i gironi dell’industria agroalimentare. Comincia in uno stabilimento che lavora molluschi e pesce. Orari terribili, pause rarefatte, freddo pungente e odori altrettanto penetranti, con un incombente e costante rischio di infortunio. Stare alla linea, dunque, è come stare in trincea. Non a caso si apre con Apollinaire che scrive dal fronte (“È incredibile tutto quello che riusciamo a sopportare”). Ma che cosa si apre? La forma è quella della poesia. Può sembrare anzi quella di un poema, la saison en enfer del prototipo del lavoratore sfruttato, eppure consapevole, arrabbiato e triste allo stesso tempo. E tuttavia Alla linea si presenta al pubblico come un “romanzo”, un racconto in versi i cui capitoli sono iconiche raffigurazioni di situazioni tipiche: di stordimento, fatica, speranza, intimità e tenerezza familiare e, a tratti (si direbbe), orgoglio e coscienza di classe. Tutto scandito al ritmo delle canzoni di Brel e Trenet. La discesa di Ponthus, peraltro, non ha fine: approda al mattatoio, al lavaggio dei locali imbrattati di sangue e di scarti, al faticoso e pericoloso spostamento di carcasse congelate. 

Se la parola romanzo, a questo punto, ha un senso, ce l’ha per la facilissima e spontanea associazione alle ambientazioni più dure di Zola. Ma il fatto è che non ci troviamo nella seconda metà dell’Ottocento (e nemmeno sul fronte occidentale, sebbene, puntuale, arrivi sempre il solito Apollinaire: “Impossibile da descrivere. È inimmaginabile”). La tragedia individuale e collettiva del lavoro e delle sue estreme spremiture si svolge ai giorni nostri. E le settimane di Ponthus si susseguono eguali, spietate, ma anche disperate e coraggiose, quasi fossero dei tunnel senza soluzione di continuità; spesso all’interinale conviene lavorare anche il sabato, per arrotondare il già magro compenso. Non c’è posto per nulla di diverso. Nulla che non sia la pur difficile scrittura, un atto di resistenza morale e di salvezza interiore. Con la fabbrica come elemento totalizzante, luogo di pena, ma anche occasione di introspezione e di confronto con il proprio essere, mente e corpo. È evidente che questo è un testo per lettori determinati. Perché ci vuole forza vera per sostenere l’efficacia, la verità, la cultura e, in definitiva, la grandezza di una voce come questa. Specie sapendo, per di più, che è l’opera prima, e unica, di un Autore quarantenne che, di lì a poco, è morto per un tumore. Eppure ci troviamo di fronte ad un testo necessario: non solo per la denuncia e la dignità che manifesta; ma soprattutto perché capiamo che ad essere scomparso è un vero, indispensabile poeta, tanto tagliente quanto raffinato e innamorato: di sua moglie, di sua madre, dei suoi compagni, della vita.

Recensioni (di M. Aubry-Morici; di F. Camminati; di M. Moca; di D. Orecchio; di A. Prunetti; di E. Todaro)

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La voce che dà corpo alle poesie di questa raccolta disegna i pensieri di un uomo, pensieri che provengono dalla sua vita e che, però, si soffermano sulla vita in generale, e sul mondo. È un uomo anziano, che sa di essere solo, e che percepisce e soppesa: i suoni del mattino, le sagome nere delle montagne, il potere intrinseco delle parole, le aggressioni del vociare televisivo, il passare degli anni e delle stagioni… Le sue frasi sono pacate, tristi e felici allo stesso tempo, e talvolta ironiche. Di fronte a tutto ciò che incontra, l’uomo alterna riflessioni amare, qualche sorriso e ricordi lontani, quasi cercando momenti di sollievo – un resiliente sollievo – nell’eco di grandi poeti e nell’elogio di ciò che è più piccolo, più laterale, meno appariscente; o più fisiologico, come sono i costumi di un tempo, oggi perduti, o la pura natura delle cose, la più semplice e spontanea. Sembra che tra certe cose e certi costumi vi sia un nesso, uno snodo in cui si custodiscono la verità e l’onestà, una forza che si anima per contrasto: “Mentre i potenti pensano gli affari / (da farsi in altre sedi, non vicino a noi), l’uomo considera il vecchio pentolino / e più lo guarda più lodando ammira” (p. 47). I migliori compagni di quest’uomo, alla fine, non sono gli altri uomini, sono gli animali, la cui sofferenza lo fa star male. Non lo attirano soltanto le creature più domestiche o consuete, il merlo Cantovivo, ad esempio, o il cane incontrato a passeggio in città. Anche un verme gli suscita empatia. E così la betulla, il ciliegio, i vegetali dell’orto, il biancospino, un pino, il tarassaco, un pesco, l’albero di natale. 

Come suggerisce la chiusa della prefazione che introduce questo libro, il mondo descritto da Daniele Gorret è quello migliore che esisterebbe se gli uomini avessero compiuto, à la Borges, un adeguato “abuso di letteratura”. Ciò significa, innanzitutto, che l’Autore di questa silloge – che di letteratura vive per lungo, costante e disciplinato esercizio: ne ha senz’altro “abusato” – è dotato di una speciale ipersensibilità. È una capacità che lo mette facilmente a contatto con la realtà. Che gli consente, come è proprio di un sacerdote di un culto, di sintonizzarsi meglio di chiunque altro con l’essenziale, e di indicare una strada, una via da percorrere per un’esistenza buona. Tanto che a primavera, verso pasqua, pensa di risorgere, nel senso che “gli è lecito sperare: in sogno di tentare / cambio di specie per una notte o due; / farsi albero o fiore o addirittura / ape che impollina, rondine che vola” (p. 21). Si può anche affermare che Gorret è poeta per eccellenza. Il suo verso, per nulla scontato, conduce a un pacato disorientamento, intimo ma quasi filosofico, premessa creativa di interrogazioni profonde come di intuizioni consolatorie. È tanto più vero quanto semplici e ordinarie sono le immagini evocate. Al poeta, d’altra parte, come ricordava anche Orazio, difficile est proprie communia dicere. Ebbene, in Gorret non si avverte alcuna difficoltà. E questa è davvero una bella scoperta.

L’Autore a Il posto delle parole

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Negli anni Cinquanta Egidio Meneghetti pubblica alcune poesie, che vengono in seguito raccolte per i tipi di Neri Pozza, con il titolo di Cante in piazza, e infine riproposte per una collana delle Edizioni Avanti! in questo minuscolo, eppure densissimo, libretto, illustrato da Tono Zancanaro. Mi è stato donato, nell’approssimarsi del Giorno della Memoria, da un avvocato esperto, colto e sensibile, che non posso che ringraziare per il raffinato pensiero. Per chi non lo ricordasse, nel 1943 Meneghetti – autorevole farmacologo e antifascista – fonda con Concetto Marchesi e Silvio Trentin il Comitato di Liberazione Nazionale regionale veneto. Nello stesso anno perde la moglie e la figlia nel primo bombardamento di Padova. Il suo impegno nella Resistenza è fattivo e determinante. All’inizio del 1945 viene catturato e torturato, quindi imprigionato a Verona e poi spedito nel Lager di Bolzano, dove è liberato alla fine della guerra. Subito dopo verrà eletto Rettore dell’Ateneo patavino. Contribuirà a fondare l’Istituto Veneto per la storia della resistenza, presiederà il primo Centro nazionale per lo studio della chemioterapia, farà parte del Movimento federalista europeo, sarà membro del Partito d’Azione e poi socialista, continuando a fare politica. Diventerà anche accademico dei Lincei. Nel frattempo, però, rivelerà doti di poeta. Di grande poeta. La partigiana nuda e altre Cante racchiude quelli che non è azzardato definire come i suoi capolavori. Che potremmo definire consapevoli, visto che “soprattutto per mantenere aderenza con la più schietta anima popolare – che è stata anche l’anima della Resistenza veneta – si è usato il dialetto: il quale, per tale scopo, è davvero insostituibile”. È affermazione che si può sottoscrivere senza riserve.

I primi due pezzi (La partigiana nuda e Lager e l’ebreeta) sono potenti, strazianti. Nell’uno si raffigura, quasi in presa diretta, l’umiliazione di una donna partigiana, costretta a svestirsi davanti agli sgherri della banda Carità, insediata nelle stanze di palazzo Giusti, nel pieno centro di Padova. Le fonti d’ispirazione di Meneghetti sono reali e le sue parole, quasi in una pièce tragica, riescono ad opporre alla stolida violenza dei torturatori la fermezza semplice e autentica della torturata, che finisce per farsi sacra, nel senso più antico del termine. Nel secondo componimento – anch’esso radicato nell’esperienza diretta dell’Autore – si racconta di una giovane ebrea, oggetto delle attenzioni violente di Misha e Otto, i due aguzzini del campo di concentramento di Bolzano. La ragazza si lascia morire di fame, con un gesto di ricercato annichilimento, come unico modo per difendere ed esaltare uno spazio di dignità, piccola e al contempo immensa, che non può che essere tutta interiore. In questi primi due testi Meneghetti raggiunge apici che non è azzardato assimilare a quelli toccati da Louis Aragon o da Vercors. In La Rita more – che si pone al centro del trittico A mila a mila – riemerge l’omaggio intenso alla resistenza femminile e alle sue protagoniste. Ma qui funziona da perno per l’esplicita fondazione di una generale poetica della memoria (La vose ciama), in cui rimbomba, in un crescendo di allitterazioni ed espressioni onomatopeiche, anche la voce della fabbrica e del suo popolo (La fresa raspa). Successivamente, in Nele Basse veronese e La morte e la speransa, il tema popolare scorre verso una dimensione più autenticamente contadina. Da una parte (specie in Matina, ma anche in Note) questa traiettoria sembra precorrere le immagini fredde, umide e cineree che saranno della campagna di Ermanno Olmi. Dall’altra non fa che disegnare i contorni tipici di una irrefutabile cornice originaria, il limitare di un’esperienza storica e antropologica, che pur essendo segnata (come in Sera) da tante speranze tradite, personali e collettive, può sempre alimentare un riscatto, ché “fogo sprissa fora anca dal sasso / e se mantièn la brasa soto ‘l giasso”. Chissà se nelle pieghe del paesaggio e dell’anima veneti – tanto diversi, ormai, da quelli cantati da Meneghetti – brucia ancora questa fiamma.

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Che differenza c’è tra i poeti e gli altri uomini? La stessa che passa tra la carta fotografica, che si usa per sviluppare le foto nella camera oscura, e la carta normale, utilizzabile per le stampanti. La prima è particolarmente impressionabile. Coglie la luce, la cattura restituendola in forme nuove, più vere. In egual modo di come il poeta percepisce e traduce la realtà meglio di chi, uomo comune, le sembra apparentemente più vicino. Sicché la poesia non è nulla di così intellettuale, colto, poco decifrabile, distante dalle cose di ogni giorno. È il colore più autentico del sangue che scorre nelle vene del nostro grande e universale corpo collettivo. Dunque è pop per eccellenza. Non c’è niente di strano, allora, se un cantante di successo, che in anni recenti ha organizzato affollatissimi beach parties, e un grecista-traduttore assai anziano, ed editore elegantissimo e venerato, decidono di collaborare per assemblare un’antologia di 115 poesie. Il risultato è una raccolta originale, fresca e densa allo stesso tempo, che spazia dall’antichità ai giorni nostri, con scelte che a volte sono quasi dovute e spesso non sono scontate affatto. C’è il consueto libero e liberatorio Rimbaud; c’è (per me è sempre stata tale) la più bella poesia di Majakovskij, che forse riecheggia in un testo (altrettanto bello) di Philippe Jaccottet; c’è un inatteso, erotico Giuseppe Parini; c’è uno studiatissimo, tormentato Lorenzo de’ Medici; c’è il meditabondo, profondo Robert Frost; c’è una dolce, avvolgente Mariangela Gualtieri; c’è un estratto di un Pound potentissimo. Ma ci sono anche Saffo, Campana, Ungaretti, Esiodo, Chlebnikov, Poliziano, Zagakewski, De Angelis, Cappello, Penna, la Pozzi, Borges, Aldo Nove, l’ineguagliabile Wilcock… l’elenco sarebbe lunghissimo. E poi non mancano i greci moderni, Kavafis, Ritsos, Kazantzakis, Anaghnostakis… Forse sono loro a tessere la trama segreta della silloge, a fare da pietre miliari in una strada che inneggia alla vita in ciò in cui essa merita di essere presa fino in fondo. Non è rilevante, ad ogni modo, che non ci sia, nella progressione delle singole poesie, un costrutto facilmente riconoscibile. Serve davvero un costrutto? Se siamo in spiaggia, e raccogliamo conchiglie, ne vediamo di tutte le fogge. L’istinto, poi, è di trovarne sempre di nuove, in casuale sequenza. Mi sarebbe piaciuto, infatti, trovare anche altri poeti: Federico Tavan, Giorgio Bassani, Fabio Pusterla, Franco Marcoaldi, Novalis, Tiziano Scarpa, Ennio Cavalli, Andrea Zanzotto, Umberto Fiori, Philip Larkin, Dylan Thomas, Franco Fortini, Marianne Moore… e tanti ancora. Dopo l’ultimo pezzo, ci si chiede se, di questi libri, dotati di una così grande spontaneità, ce ne possano essere altri. Di sicuro ci sono editori e Autori che lanciano da tempo analoghe e provvide pillole: Ronzani distribuisce salutari Monodosi di poesia; e Igor De Marchi – uno degli altri poeti che in Poesie da spiaggia non avrebbe certo sfigurato – spaccia ottime confezioni di Antibiosi. La terapia, per fortuna, può continuare. Buona cura a tutti!

Una recensione (di D. Brullo)

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Ogni tanto ci si imbatte in un libro geniale. Forse non ci voleva neppure molto a pensarlo. Ma esiste sul serio e offre soddisfazioni notevoli. Soprattutto ci si diverte. L’Autore sceglie alcune delle poesie più note della tradizione scolastica italiana e le sottopone all’indagine meticolosa di un radar originale, penetrante e dissacrante. Non si avvale della lente della critica o della filologia. Utilizza soltanto il filtro paradossale e impertinente di un realismo assoluto e quasi “scientifico”, che prende i testi alla lettera. È così, ad esempio, che scopriamo che, in Davanti a San Guido, era davvero assai difficile che Carducci riuscisse a vedere i famosi cipressi dal finestrino di un treno in corsa nel buio di un tardo pomeriggio invernale. Tanto più era fisicamente insostenibile che i cipressi gli venissero incontro. Ancor più inverosimile è ciò che racconta Leopardi ne La ginestra: perché le pendici del Vesuvio non sono per nulla aride, né lo sono mai state. Del tutto assurda, poi, la situazione in cui Foscolo (In morte del fratello Giovanni) afferma di volersi immaginare, “seduto” a mo’ di acrobata su di un loculo verticale. Anche La spigolatrice di Sapri, di Mercantini, descrive uno scenario improbabile: innanzitutto perché sui terreni salmastri, vicino al mare, non ci poteva essere alcuna spigolatrice, visto che non è certo il contesto adatto per la coltivazione dei cereali; poi perché la stessa spigolatrice afferma di aver traguardato a Ponza una bandiera tricolore, quando l’isola dista 240 chilometri e il suo porto è pure nascosto dietro un’altura. L’analisi del Giuramento di Pontida è ancor più radicale: Berchet, infatti, dice di aver visto i cittadini di venti città, anche se è chiaro che le città fondatrici della Lega lombarda erano solo cinque; dice anche di averli visti stringersi la mano… ma come è immaginabile che ci siano state 40 miliardi di strette di mano? Gli esempi potrebbero continuare ancora: l’irriverenza di Piancastelli non si accontenta di “sezionare” e “smontare” altri grandi classici carducciani, leopardiani o foscoliani, e si spinge a “bacchettare” anche Manzoni, Pascoli e Montale. Alla fine, curiosamente, l’ostinata irriverenza dell’Autore può produrre nel lettore due effetti positivi e tra loro apparentemente opposti. Perché non c’è dubbio – da un lato – che questo volumetto contribuisca meritoriamente a scuotere l’albero tuttora pietrificato delle letture che generazioni di studenti sono stati costretti a sorbirsi. Un tale esercizio decostruttivo – però – lungi dallo stimolare un allontanamento dalla poesia ne indica una speciale via d’accesso, rivelandone in modo efficace il proverbiale straniamento: lo scollamento necessario, che le consente, per questo solo, di dire al meglio ciò che altrimenti potremmo soltanto registrare e descrivere.

Recensione (di Luca Sancini)

Le poesie “rilette” da Piancastelli: Ugo Foscolo, In morte del fratello Giovanni; Ugo Foscolo, Alla sera; Ugo Foscolo, A Zacinto; Ugo Foscolo, Dei sepolcri; Giosuè Carducci, Davanti a San Guido; Giosuè Carducci, Piemonte; Giosuè Carducci, Pianto antico; Giosuè Carducci, Il bove; Giosuè Carducci, La canzone di Legnano; Giosuè Carducci, San Martino; Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto; Eugenio Montale, Spesso il male di vivere; Eugenio Montale, Prima del viaggio; Giovanni Pascoli, La quercia caduta; Alessandro Manzoni, Marzo 1821; Alessandro Manzoni, Natale; Alessandro Manzoni, Il conte di Carmagnola (coro dell’atto II); Giacomo Leopardi, Il sabato del villaggio; Giacomo Leopardi, La quiete dopo la tempesta; Giacomo Leopardi, Alla luna; Giacomo Leopardi, L’infinito; Giovanni Berchet, Il giuramento di Pontida; Luigi Mercantini, La spigolatrice di Sapri.

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