“Tutto qui” è espressione che può alludere a più cose. Può essere la manifestazione di una sorta di resa, come a dire: scusate, vi aspettavate forse dell’altro, ma quello che so, quello che ho fatto è questo, solo questo. Può essere, tuttavia, anche la rivelazione di un segreto: che la cosa è semplicemente così, niente di più e niente di meno, basta guardarci nel modo giusto. Il “tutto qui” di Marcoaldi assume ambiguamente, e consapevolmente, entrambi i significati. E ha ragione l’Autore quando avverte di non cercare “corrispondenze / programmatiche tra le poesie” (p. 66), poiché la loro chiave è solo alla fine, nell’ultimo pezzo, quando si tirano le fila di un discorso in cui, dopo molte e varie suggestioni, si scopre che “è proprio tutto qui” (p. 95), e che lo è, dunque, esattamente nel senso anzidetto.

Da un lato, quindi, ci sono la registrazione e la rassegnazione. Nel libro, infatti, emerge diffusamente un’ottica quasi perdente, sconsolata, di chi ricorda che “fuori di qui si spara, e non a salve” (p. 7) e che siamo invariabilmente consegnati agli inganni dei potenti (p. 38), raggirati, abbandonati in un mondo divenuto incomprensibile, privo di misura e di bellezza p. 81), attanagliato in un “lavico frastuono” e bisognoso di una tregua, forse di una forte nevicata (p. 53), e nel quale persino la poesia non riesce a far lievitare l’esperienza concreta dell’uomo (v. p. 12 e p. 50): tanto che, nelle parole del poeta, anche l’amore può risolversi, banalmente, nel carezzare “consonanti e vocali in cerca del ritmo / sillabico che le renda intonate” (p. 47). E pure il “Benessere” suona grottesco e fatale, con toni analoghi – quindi implacabili, oltre che ripetitivi e stanchi… – a quelli ungarettiani di Cielo e mare (p. 52). Dopodiché tra le poesie si fa strada anche un itinerario diverso: punteggiato, ad esempio, dall’immagine improvvisa, tranquillizzante e rivelatrice di un gatto che si stira (pp. 81-82), o dall’intuizione che basterebbe “un passo di lato, il silenzio… e un lungo respiro” (p. 25), o dalla scoperta che c’è “la tana” a proteggerci (p. 29), o ancora dal monito che invita a rinunciare alla propria “hybris” e ad osservare “la mimosa che hai piantato / l’anno scorso. In pochi mesi ti ha / superato in altezza, vigore, / floridezza di nervature e foglie. / E tutto questo in silenzio – senza / dar fiato alle trombe, senza / esternare le proprie deliranti voglie” (p. 63). In fondo, sin dall’inizio, Marcoaldi nota che “il lusso”, quello vero, “è una piccola cosa”, “due ore / rubate al lavoro” o “il cielo” che “si è tinto di tiepolo rosa” (p. 5).

Il punto è che nell’orizzonte di questo Autore non esiste “un’univoca risposta”, perché siamo destinati ad andare “avanti e indietro – senza sosta” (p. 51), perché, in fondo, “per trovare la bellezza” è del tutto comprensibile dannarsi (p. 59), e perché talvolta ci si può anche accontentare di acquattarsi, preparando “la mossa del cavallo” (p. 61) o, meglio ancora, una volta compreso che “la vita ci è concessa / in prestito”, assumendo “il passo lento e gaio del flâneur” (p. 65). Tutto qui dischiude la chiave delle chance che può dare il sentirsi intrappolati (una precedente raccolta era intitolata proprio La trappola…), tra la percezione di possibilità commoventi e risolutive e la certezza di non riuscire a fissarle e, così, a sublimarle in un messaggio tanto universale quanto taumaturgico. Per liberarsi dallo scacco occorre vivere in una “casa matta”, lasciarsi permeare, forzare la “casamatta” del proprio egoismo e della propria autosufficienza, affinché si apra allo straniero e sciolga “il suo segreto nodo, raccontando / umbratili storie vegetali” (p. 73). Al termine della lettura mi viene in mente il Zivago cinematografico di David Lean, in particolare il breve dialogo tra il giovane dottore, e poeta, e il suo anziano maestro, medico illustre, davanti ad un microscopio: al primo non interessa la carriera che gli propone il secondo, vuole fare il medico condotto, annusare la vita, gettarvisi dentro con una semplicità assoluta, lirica, sentimentale. Tutto qui è un breviario per imboccare con soddisfazione la strada di questa felice e saggia ingenuità.

Recensioni (di Alessandro Canzian; di Niccolò Nisivoccia)

Incontro con Marcoaldi

Una “lettura-concerto” di Tutto qui

Altre poesie di Marcoaldi

 

Alcune poesie tratte dalla raccolta:

Come uscire da questo soffocante

raggiro? Ti consiglio un passo

di lato, il silenzio… e un lungo respiro.

Combattere è virile,

dispiega la potenza

e fa sentire vivi.

Ritrarsi porta pace, e bene,

sgombrando il campo

da inutili tossine.

Combattere scatena mille

e mille desideri – ritrarsi,

invece, quei desideri

elude, smorza, cancella.

Combattere stimola, agita,

smuove e rimuove, sporca.

Ritrarsi ama l’immunitas,

perciò chiude finestre e porta.

 

Combattere o ritrarsi?

Imporsi o scomparire?

Inutile cercare un’univoca risposta:

da bravi pendolari,

su treni traballanti,

andiamo avanti e indietro – senza sosta.

Quand’è che l’idea

di limite e confine

si è perduta, è stata

per sempre abbandonata?

 

Non c’è più metro né misura,

è tutto fuori asse, una iattura.

 

Vecchie regine rovistano in cantina

cercando vanamente la corona,

cupo s’aggira un dio impotente

che comunque non perdona.

 

Nulla e al suo posto. Si impone

Antropocentrica, con scarafaggi

che figliano a dicembre e cani

innaturali che patiscono allergie

legate al mondo vegetale – bambini

obesi che nuotano nel mare di Natale.

La luna impallidita resta muta

mentre lo schermo acceso

cola sangue. E il generale, lucidando

con frenesia le sue mostrine, sposta

fiero i soldatini qua e là

sul mappamondo. E tutto

si rovescia e cade – un finimondo.

 

Soltanto il gatto appare ancora attento

a coltivare il proprio baricentro.

Se ne sta fermo immobile

per lunghissimi minuti –

poi lento si stira, alza una zampa

e benedice. Commosso

mi inginocchio – in controluce.

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10 agosto, ore 21 (Castelvecchio Pascoli, frazione di Barga – LU): comincia la serata che ogni anno si tiene, a cura della Fondazione Pascoli, per omaggiare in versi e in musica il grande poeta. Il contesto è abbastanza sobrio e i protagonisti dell’evento sono i tanti autoctoni che, in abiti eleganti, non vogliono rinunciare all’occasione, un po’ paesana e un po’ mondana. Sergio Castellitto – è lui lo speaker incaricato – apre la lettura con un brano del 1908, dedicato a tutti gli italiani, e ai barghigiani in particolare, che hanno lasciato la loro terra per emigrare Oltreoceano. Ecco, Pascoli afferma che, da quel suo “romitaggio” in Garfagnana, sul colle dei Caproni, può “vedere e udir tutto”. Come si può “vedere e udir tutto”? Dove è possibile farlo? Questo, in fondo, è il segreto della poesia. E così non posso che pensare alla lettura dell’ultima prova di Roberto Cogo, concepita anch’essa in un ideale luogo di “romitaggio”, in Irlanda (isola di Achill), nel cottage che fu di Heinrich Böll e che oggi accoglie artisti in residence da ogni parte del mondo. Come per Pascoli, anche per Cogo è la natura a essere il medium ideale per una comprensione delle cose e della vita dell’uomo; anche per il poeta vicentino è la prossimità alla fonte il segreto per potersi addestrare alla visione e all’ascolto; e in entrambi i casi questa prossimità è fisica, biologica, fatta di immanenze e di presenze, delle quali il poeta è pioniere e sacerdote. Ma c’è un’altra incredibile coincidenza. In quest’ultima raccolta Cogo tasta dal vivo l’interessenza che può crearsi tra la terra e il suo popolo: per Pascoli si trattava di un serbatoio di energie individuali e sociali, capaci di trasformare, in una visione utopistica, il destino di un paese intero; ciò che Cogo registra in Irlanda, invece, è la possibilità che le forze della natura sovrastino, determinino e plasmino il carattere degli uomini, rendendolo duttile e tenace.

Il volume – nel quale tutte le poesie sono rese in italiano e in inglese, testo a fronte – è illustrato da foto e schizzi dell’Autore, ed è chiuso da una postilla versificata (originale e preziosa) di Camillo Pennati. Il viaggio di Cogo comincia a Dublino today, nel gioioso trambusto dei pub del centro, ma sulle orme di Patrick Kavanagh, vas electionis per quello che già si preannuncia come un itinerario iniziatico. Poi l’avventura ha inizio, l’Irlanda si dischiude tappa dopo tappa, nuvola dopo nuvola, mandandogli incontro i suoi tanti alfieri: i prati smisurati, le siepi, gli animali, il vento, il cielo… Finalmente, dopo la contea di Roscommon, si fece la poesia (p. 24). Il miracolo può avverarsi, il “romitaggio” è raggiunto. È l’ora di entrare in simbiosi con i colori e con la torba, di approdare all’isola e al cottage, di lasciarsi immergere dagli umori della contea di Mayo e delle sue storie di povertà e oppressione, di prendere confidenza con la spiaggia battuta dall’oceano rabbioso e sormontata dal profilo cupo e immoto del monte Slivemore, e di capire che qui si accetta l’impotenza / qui cala ogni tensione al dominio / qui si vive compressi senza opporre resistenza (p. 44); del resto, anche al deserted village (p. 50), poterono pensare solo di andarsene. Occorre, forse, imparare dagli uccelli marini, dalle sule, dalle sterne, dai cormorani, dai gabbiani, tutti sospesi in un cosmo immoto e immutabile, eppure percorso da spaccature improvvise e movimenti continui. Si è anche indotti a prestare attenzione, sempre, e non si può che restare inquieti, perché i segni sono tanti (nel cimitero di Dookinella; attorno alla chiesa…) e perché la natura è così potente e misteriosa dal diventare, a tratti, quasi gotica (non si intravede forse un tocco dark anche in Pascoli?): c’è la carogna di una pecora sfracellata tra gli scogli (p. 68); poi la luce variò ancora i colori mutando le cose / ombre di nubi scivolarono sulla superficie / come fantasmi dei pensieri più oscuri (p. 90). Ad un tratto, però, compare il fiore, la fuchsia, che dà il titolo alla silloge (deora dé, espressione gaelica per “lacrime di Dio”), e che qui ha quasi la funzione che Leopardi ha dato alla ginestra (p. 84). Il finale meditativo (p. 102) è ciò che il poeta porta con sé al termine del soggiorno: la dualità va superata questo l’ho capito ma mantenersi saldi in questa / posizione senza timore e apprensioni questo è più difficile da farsi – / includere la morte è includere la vita tutta intera senza esclusioni, / senza confronti.

PS: Barga, il comune nel cui territorio si trova l’amato “romitaggio” di Pascoli, ha un bel pub irlandese e si è autodefinita come “the most scottish town in Italy”: i discendenti dei barghigiani emigrati in Scozia tornano spesso alla loro terra, specie d’estate, e nel mese di agosto, sotto il cielo di San Lorenzo, organizzano spensierate serate di fish & chips, nello stadio comunale… Cogo si interroga se la globalizzazione guizzi come il pangasius coreano nel pub di Dugort (p. 54); di certo in agosto l’oceano romba anche in Garfagnana.

Una recensione (di Pina Rando)

Un assaggio del volume

Due “precedenti” di Roberto Cogo: Senza il peso di un pensieroDell’immergersi e nuotare (wild swimming)

Diario d’Irlanda (Heinrich Böll)

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Per celebrare l’importante cinquantenario della classica collana bianca di poesia, Einaudi ha raccolto cinquanta pezzi inediti da cinquanta poeti della sua ricca “scuderia”. È una lettura più che piacevole: per un dato qualitativo, la cui concentrazione è apprezzabilissima; ma anche per le tante curiosità che stimola, risvegliando il desiderio di riscoprire voci note e di sperimentare sensibilità diverse. La dimensione antologica permette anche un credibile affresco dello stato della nazione poetica, al punto che, nonostante l’evidente impossibilità di ridurre tutti gli autori ad un’unica e comune ispirazione, l’accostamento dei molti versi produce un mood quasi uniforme e riconoscibile. Naturalmente si tratta di un inganno, anche se è vero che questi componimenti hanno una sola protagonista: la poesia stessa, la sua fonte meravigliosa e gli effetti speciali che sa ribaltare sull’animo che le si abbandona. In mezzo a tanto stupore, quindi, non si saprebbe che cosa segnalare. Ma alla fine ci si sente risvegliati, pronti ad esclamare, con Marcoaldi, Mondo, ti devo lodare!

La poesia sa redimere, riscattare. Il tema è questo, forse è banale, ed è esplicito: Villa apre così il volume, e così lo chiude De Alberti. Il punto è che, non solo per il poeta, bisogna cercare e provare sempre, in uno sforzo di perenne vigilia e di frustrante incompletezza, e in un contesto in cui sono cose ed eventi di tutti i giorni a rappresentare il codice da risolvere. Ferrari, Montanari, la Bedini, Temporelli, Strumia… sono tutti braccati da questa sfida. Uniche ad esserne esenti paiono la Cavalli e la Valduga, e forse perché, con ironica impertinenza o incrollabile amore, hanno accettato tutti i limiti della nostra esperienza terrena e hanno scelto di percorrerli con una moderna e smaliziata gioia ditirambica. Non mancano, ad ogni modo, in tutte le poesie del volume, tante conferme e tanti sprazzi di sensazioni toccanti, nude e rivelatrici. Pennati è vorticoso come sempre, non solo per il soggetto, ma per la capacità di renderlo metafora suprema. Il dialetto di Loi continua ad avere colori e sapori di inimitabile eloquenza. Magrelli traduce come pochi l’atroce banalità dei dolori quotidiani. Lolini non si smentisce: affilato, lineare e implacabile. E Cecchinel ci avviluppa e ci trascina in una compassione fisiologica. Probabilmente, le delusioni possono venire dalle firme più conosciute al grande pubblico: Nove, Scarpa, De Luca, Fois, Mari… qui non sono al loro meglio, appaiono quasi come controfigure di se stessi, un po’ come accade per Ceronetti, cristallizzato, ormai, nel suo ruolo di Pizia. Analoghe considerazioni valgono per un Pusterla sorprendentemente scontato (che torna, invece, ai consueti livelli nell’ultimissimo e prezioso Argéman); e anche per la Candiani, che – se è consentito… – rovina tutto all’ultimo rigo. Dopodiché, la più grande verità ce la ricorda Consonni, e ciò basterebbe a trovare consolazione o, quanto meno, a riconoscersi come membri di un club di galeotti felici: Quando vorresti che la fermata / non arrivasse mai / stai leggendo sul tram / e quella è la tua casa. Pertanto, acquistate un paio di volumi della Bianca, fatevi regalare dal libraio questa bella strenna e rintanatevi nel primo mezzo pubblico a sfogliarne compiaciuti le pagine.

La prima e l’ultima poesia della raccolta

La pratica del vuoto (Carlo Villa)

La poesia è la soluzione più felice
al problema dell’infelicità,
destinato a vederne l’illuminato e non la luce,
praticandola a prolungamento della notte
e anticipazione d’ogni giorno da condannato.

Ma così tante albe da esecuzione
m’hanno recato solo dei guai,
nessuno che s’alzi in ore più decenti
disposto a perdonare accumuli
d’un così vasto, inutile capitale.

La responsabilità degli sperperi
raduna fra loro i perdenti,
facendoli vincere in maniera esponenziale,
mentre il condannato rimarrà sempre solo,
in una piazza affollata, che a consolarlo

non recherà neppure il suo amore.
Esiste una bramosia del soffrire
e un naturale angustiarvisi
quando ci si alza così presto
anche per quanti, d’un destino diverso,

li si vorrebbe meno addormentati:
ma il proposito mi viene continuamente sottratto,
moltiplicandosi in ogni campo l’effetto contrario,
da scoraggiare ogni possibile ravvedimento
in un’irreparabile pratica del vuoto.

Dall’interno della specie (Andrea De Alberti)

Eppure nel frammento di ogni memoria,
nella natura di un sorriso che supera a volte il nostro sguardo
accarezziamo la vertigine con una mano
nello scandalo innaturale che ci trattiene,
eppure, dall’interno della specie,
ognuno tenta di lenire il proprio male con una scheggia,
con le prove concepite fuori da ogni possibile
orizzonte di stupore.

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Il titolo del libro è il nome dell’ospedale pediatrico di Roma, dove l’Autore – come recita la quarta di copertina – “ha lavorato come operaio”. Il suo sguardo si è posato più volte sui volti di tanti piccoli pazienti, restandone inevitabilmente segnato. Ne sono uscite 28 poesie, raccolte nella prima parte di questo volumetto. Ci parlano di sbigottimento, di stupore, di scoperta e di tenerezza, di intima commozione. Nei padiglioni della struttura, infatti, Mencarelli fa molti incontri: con occhi stanchi e spauriti, con la fisionomia inspiegabile della disgrazia, con il freddo più agghiacciante della vita (p. 27); ma anche con qualche sorprendente sorriso, con la speranza, con la fede che sa guardare un punto oltre l’orrore (p. 33); soprattutto, con l’amore materno che fronteggia la sfida del dramma attingendo all’umiltà più normale e tenace. E che avvicina, nel dolore, universi solo in apparenza distinti: Sembrano così sedute e vicine / due terre opposte l’una all’altra, / la prima di pelle chiara forse slava / la camicia a pois le scarpe lise, / facile intuirne la miseria, / ma nei suoi occhi tutta una dignità / di chi ha ben altro da pensare. / La seconda nascosta dal velo nero / il nero della sua religione, / all’aria solo le caviglie / grosse di scura carnagione. / Pare che ognuna / non sappia dell’altra l’esistenza, / poi si alzano come d’accordo / comandate da un bisogno condiviso, / un caffè caldo, / la forza di andare avanti (p. 12).

In marcia e Guardia alta – le altre due parti della silloge – sono la conferma di una pura attitudine ricettiva, di una poesia, cioè, che non ha bisogno di un’ispirazione, dal momento che è conseguenza diretta dell’assimilazione di una fisiologia più umana che mai, che necessariamente deve imporsi e riconoscersi come unica e univoca certezza. Difatti, quello di Mencarelli, è il sempiterno interrogativo, tipico del poeta vero: È un punto risaputo. / Non c’è mattina del creato / che non ci trovi qui / paralizzati, a noi stessi estranei (p. 44).Così non resta che assecondare gli stimoli della comunissima realtà che ci circonda, dall’asfalto delle vie urbane, incidenti compresi (quasi come schiaffi), ai quadretti dei ricordi, degli affetti, degli spazi domestici e degli amori: per accorgersi comunque di dover vivere, come tutti, in un eterno aprile, quasi seguendo l’istinto dei cani che abbaiano (p. 71). Occorre saper accettare, conoscere i propri confini, saperne godere sempre. In chiusura, la bellissima immagine di Roma lontana, vista sotto il gelo dell’inverno e in una mattina di domenica, è quasi un nuovo infinito leopardiano, ancora una volta periferico, ancora una volta, e contemporaneamente, “dentro” e “oltre” l’esperienza quotidiana: dato che Cose bellissime questi occhi vedono, e La mia casa è fin dove arriva lo sguardo, / questo palmo di terra, tutta mia vita (p. 91). Bambino Gesù è del 2010; è un’opera preziosa, una tappa di un percorso che poi è continuato e che conferma Mencarelli come una delle voci più felicemente “incarnate” di tutta l’odierna poesia italiana.

Recensioni (di Marco Lodoli, Maurizio Cucchi, Ottavio Rossani, Maurizio Clementi, Angelo Rendo)

Alcune poesie tratte da questo libro e altre da Figlio (2013)

La poesia di Daniele Mencarelli (da letteratura.rai.it)

Due poesie tratte dal libro:      

(padiglione S. Onofrio)

Lode al più grande artista vivente        
al suo genio alla sua opera immortale,  
lode a quel ragazzino o ragazzina         
che ha trasformato in arte pura
gli strumenti della quotidiana sua tortura,         
un cielo fatto di azzurre mascherine     
le nuvole di garza e ovatta idrofila,       
le verdi chiome degli alberi      
con il cotone della camera operatoria, 
creati con tubicini trasparenti e colorati
gli uomini le case gli steccati.   
Lode a te che davvero patisci la tua arte         
non nei pensieri ma nel male della carne,         
il tuo capolavoro è appeso fuori la cappella.    

—–

Ma il peso di questa guardia    
che tengo alta dalla nascita,     
di questo posto di vedetta       
da dove osservo e vigilo,         
mi pesa come un mondo sulla schiena. 
Uomo mascherato da angelo custode  
con ali posticce l’aureola di cartone     
senza miracoli nella cartucciera,           
senza rimedio contro l’emorragia del tempo.

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Non conoscevo il salentino Bodini, e quindi non sapevo che fosse un grande poeta. Ora posso dire, retroattivamente, che era una mancanza imperdonabile. E devo ringraziare chi mi ha permesso di leggere questo volume, che ne riproduce tutta l’opera in versi. In una delle prime pagine scopro che si tratta di un’edizione che fotografa fedelmente quelle pubblicate da Mondadori, prima nel 1972 e poi nel 1983, e che si avvale della puntigliosissima introduzione di Oreste Macrì, che già le corredava. Mi stupisco che i grandi editori non lo abbiano più riproposto. O forse no. È l’ennesimo sintomo della conclamata dissociazione tra una cultura letteraria ormai esangue e un’impresa del libro che sta perdendo volutamente la memoria.        

Tu non conosci il Sud, le case di calce / da cui uscivamo al sole come numeri / dalla faccia d’un dado (p. 93). Il primo pezzo de La luna dei Borboni (il libro d’esordio) non poteva essere più incisivo. C’è tutto il Bodini di questa sua prima fase: c’è il Grande Meridione con la sua luce accecante e con i suoi simboli schiaccianti, c’è una fatalità epica che invade gli spazi e gli uomini, c’è la rabbia per una condizione irrefutabile che solo l’iniziato può comprendere, e c’è il preludio alla ricerca di una verità e di una chiave perduta, che forse è quella di Spagna, con la sua terra e con la sua cultura, onnipresenti. Ma c’è anche la voglia di affidarsi alle cose, alla loro saggezza e alla loro storia, di trovarvi un appiglio, per ricavare energia e darsi un senso, anche se, in questo abbandono, prevale sempre l’ignoto, lo stordimento, la condanna ad un destino di misera. Così è, ad esempio, in Quanta rabbia di esistere (p. 110), che pure ha un tono quasi scherzoso. Così è anche nella bella Finibusterrae (p. 121), che un po’, nel breve, fa il verso a Le Bateau ivre di Rimbaud, e qui, nella tragedia, non c’è alcuna redenzione; il destino maledetto avvolge tutto il Paese. La speranza, per Bodini, arriva solo nella contemplazione di una perduta religiosità bizantina e poi barocca, nella ricerca di una concentrazione mistica capace di veicolare una fede che effettivamente aprirà un nuovo momento della sua poesia: Come farò / a diventare antico / almeno fino ai secoli in cui un demone / sveniva in ogni bianco giglio / e l’universo era già tutto scritto / in un rampante agreste mosaico? / Essere un angelo che dice / dalla bocca Iesu Iesu in un dorato cartiglio / al tempo delle pietre preziose che avvelenavano (p. 136). Seguono, nella seconda parte del libro, frammenti inediti, altrettanto illuminanti, come fari di una consapevolezza talvolta, e finalmente, raggiunta, sempre scettica, ma punteggiata di passione.  

Di tutte le poesie di questa raccolta, quelle che oggi paiono più contemporanee di altre si trovano in Metamor e affrontano la critica alle illusioni del progresso e del boom economico. Ci presentano un Bodini quasi nostalgico e, a suo modo, pasoliniano. Ma i suoi versi non sono di protesta. Come in Testo a fronte (p. 149), la poesia di Metamor è coscienza di un secolo che, nel suo bel mezzo, può dirsi già superato e pronto ad un continuo ed eterno ritorno di solitudine e di smarrimento, tanto invincibili quanto stranamente materni e rassicuranti.

La home page dedicata all’Autore

Una selezione di poesie di Bodini

La grandezza oscurata di Vittorio Bodini (di Armando Audoli)

Canzone semplice dell’esser se stessi

L’edera mi dice: non sarai       
mai edera. E il vento:   
non sarai vento. E il mare:       
non sarai mare.

I cenci, i fiumi, l’alba della sposa         
mi dicono: non sarai cencio ne’ fiume, 
non sarai alba della sposa.       

L’ancora, il quattro di quadri, il divano-letto    
mi dicono: non sarai noi           
non lo sei mai stato.     

E così il sogno, l’arco, la penisola,       
la ragnatela, la macchina espresso.      

Dice lo specchio:         
come vuoi essere specchiose non sai dare altro che la tua immagine?  

Dicono le cose: cerca d’esser te stesso           
senza di noi.    
Risparmiaci il tuo amore.         
Io fuggo da ogni cosa delicatamente.   
Provo a esser solo. Trovo       
la morte e la paura.     

(1962)

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“Se bussano alla porta non aprire” (p. 6). Lolini ci avverte subito, al primo verso. E poco sotto spiega: “se dicono: alzati! / cacciati sotto le lenzuola / rientra nelle trasparenze / di pareti nude dove sconfitti / stanno i desideri”. C’è solo modo di adattarsi, quindi; non c’è nient’altro da fare. D’altro canto, “il tempo ci smembra come un coltello affilato” (p. 9) e la vita è “recita / ammutolita / che penosamente / balbettammo / da una scena all’altra” (p. 12).  Eppure lo scenario, apparentemente disperante, è il luogo in cui scoprire grandi opportunità: infatti “della libertà / ci siamo liberati” (p. 13).

I brani che così compongono la Ballata delle edicole incorniciate aprono l’ultima raccolta di un poeta tanto grande quanto schivo. Che dopo questa sorta di manifesto ci spinge nell’osservazione più compiuta dei luoghi e dei momenti più congeniali alla sua personalissima cosmogonia dell’abbandono. Nei Versi a mezz’aria, la notte vale più del giorno, la stasi più del moto, il sonno più della veglia, e la fragilità e la contingenza sono più vere della forza e dell’eternità, che, se davvero esiste, è luogo di sospensione, di incertezza, di precarietà, di inconoscibilità. È tutto intrinsecamente fugace e indefinibile, e passeggero. Inoltre, ciò che la chiromante vede, della natura, sono solo i nostri rifiuti, quasi trionfanti, carte da sandwich nel becco di un gabbiano (p. 35). Quindi, a conti fatti, “Che bisogno c’è di uscire? / Ho trovato un alberghetto / me ne sto a letto” (p. 55). Le giornate si susseguono come “repliche” (p. 56), e in città si può accedere alle indubitabili certezze della nostra esistenza solo attraverso le prospettive di Tom&Jerry, insegna di un vecchio ristorante o di una vecchia rosticceria.

Degno allievo di Eliot, Lolini non manca di offrire, in chiusura, anche alcune imitazioni, alla maniera dell’Ecclesiaste, di Goethe, di Larkin, di Müller, di Lowry. Quest’ultima parte è molto interessante: si ha l’impressione che l’Autore voglia dare un cielo alla sua costellazione poetica; che abbia, cioè, paura di essere frainteso, e che, alla fine, desideri regolare la sua scrittura e, con essa, lo sguardo dei suoi lettori al diapason di una tradizione tragica ben precisa. Qui sta tutto il fascino di questo veterano e illuminato interprete della poesia italiana, perché la linearità del suo stile e la povertà dei suoi soggetti sono soltanto in superficie, e l’importanza delle sue intuizioni e delle sue riflessioni si misura sempre nel dialogo interrotto con i maggiori del passato.

Recensioni (di Giuseppe Grattacaso, Renzo Favaron, Roberto Galaverni, Matteo Marchesini)

Un profilo di Lolini e una scheda critica

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Un assaggio di Lolini…

Perso l’equilibrio

barcollo nel marciapiede

/

ostinato nelle abitudini

nostre sole religioni

/

scriverò senza guardare la pagina

parole che conosco e detesto

/

signore dacci la nostra noia quotidiana

ma chiamo un taxi

prenderò un caffè ristretto

saluterò con cortese distacco

l’altro viaggiatore nello scompartimento

/

osservando la strana luce che appare

dal finestrino, un sole pigro, indeciso, sfilacciato.

/

Forse mi sono inventato

come un pensiero malato.

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Ai pasticcini contraffatti del salotto buono, Kemeny preferisce l’alito ebbro di una scatenata baccante. Abbondanti e prelibate libagioni assurgono a rito necessario, officiato da un medium dionisiaco per propiziare l’indispensabile riconquista di una dignità violata dall’assedio delle banalità e della povertà intellettuale. Il Poemetto gastronomico, però, è soltanto l’inno, il primo e il più divertito ed eccentrico, l’ouverture di una serie di tanti altri sacrifici all’altare della lirica e della sua felice forza pedagogica. I pezzi che seguono, infatti, sono testimonianze di rivolta e di passione ditirambica, o anche di puntuali agnizioni sciamaniche. Bella la galleria di omaggi ai grandi e amati sacerdoti della poesia, della letteratura, dell’arte e della musica (Byron, Foscolo, Campana, Matisse, Liszt, Leopardi…); toccante la fiduciosa celebrazione dell’amore come assoluta chiave di salvezza.

La parte migliore del volume è quella che si può saggiare nelle sezioni Nevica sul generale Garibaldi (p. 89) e Nell’immensità genuina della lingua (p. 111), e che fa da cornice e da spiegazione per l’esaltazione dell’atto creativo, della fantasia linguistica e delle ricercate delizie del palato. Sono spezzoni di una poetica del risveglio e dell’invito ad abbandonarsi alla sapienza del verso, per ripararsi dal “sole della devastazione” che ci opprime nella città e per avere ancora fiducia nelle risorse dell’immaginazione. Anche il poeta non può dormire sugli allori, poiché La luce interiore non è gratis et amore (p. 113), soprattutto “quando la sua parola annega nella sporcizia / dei giri a tutto vapore televisionari / e nei rumori pazzeschi dei media di tolleranza”. Ma la collana di poesia della Jaca Book, diretta da Roberto Mussapi, non corre questo rischio: ci sono tanti titoli e tanti autori interessanti e fuori dal comune, anche il (quasi) dimenticato Bigongiari. Buona lettura a tutti…

Recensioni (di Luigi Mascheroni, Roberto Galaverni, Giuseppe Conte, Enzo Di Mauro, Giorgio Linguaglossa)

Un’intervista a Tomaso Kemeny

Il blog dell’Autore

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da Poemetto gastronomico (in Coda)

(…)

“Mi ribello, si mi ribello…

non accetto di essere lo zimbello

d’un mondo di mostri e di iene

che santifica l’intelletto in catene

e il potere di coloro che sterilizzano

l’immaginazione. O Dioniso, sopprimi

il reale quotidiano

e in un crescendo rossiniano

adottami nello splendore conviviale,

accoglimi, tuo proselito leale,

nelle esultanti viscere del congegnato caos”

(…)

—–

Speso nella scrittura

Speso nella scrittura

Il tempo mi usura implacato,

ma in tutti i mondi possibili

declamo di sentirmi

un re giovane incoronato

da quando ti amo.

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A chi rifugge o ignora la poesia

Se ignori cosa sia la poesia

scruta le orbite vuote di Omero

e non pestare escrementi

che le colombe nere della morte

spargono ovunque sulle nostre

metropoli; ce ne andremo così,

come siamo venuti

senza carichi né bagagli

per reinventare ancora una volta

la vita che innamora.

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A volte sono le situazioni a rammentarci tutta l’importanza di certe parole. E ciò può valere anche per alcuni versi, di cui ricordarsi proprio nei luoghi e nei gesti da cui essi volevano deliberatamente scaturire. Per chi li ha scritti, sono il prodotto più sincero di spazi e di momenti precisi. Sono il frutto, ad esempio, della fatica di percorrere un sentiero e di sperimentare in questo modo i movimenti sincronici e coordinati della camminata, e quindi anche della poesia, come ritmo congeniale di un equilibrio psico-fisico e come piena compartecipazione al destino delle cose. “La lirica è natura” – scrive Paola Loreto all’inizio di Attraversata in quota (p. 66) – “La stessa che mi abita / se metto con cura / un passo dietro l’altro”. È proprio vero. Questo libro si può capire solo affrontando la salita, il sudore e il contatto con tutto ciò che ci viene incontro nel percorso e che, forse, a sua volta, non si può comprendere, se non per mezzo di rapide intuizioni, magari con l’aiuto di questa limpida guida sentimentale alla montagna e alle sue altitudini, geografiche e mentali.

È una questione di direzioni, di scenari, di obiettivi, di motivazioni, di tutto ciò che è utile per il quotidiano Corpo a corpo (p. 72) cui siamo chiamati: “Perché quando procedi con fatica / su un sentiero che si inerpica sul monte / spezzato dal vento sferzante, / i capelli appiccicati alla fronte / e le dita intirizzite, / sei vicina alla vita”. La montagna è come una palestra, dove potersi misurare, ricostruire, ritrovare e temprare; un posto personale ma anche universale ed immutabile, del quale provare nostalgia e nel quale avvertire meraviglia, comunicandole con voce semplice e pulita; uno strumento per orizzontarsi e per gridare all’amore, almeno Fin che c’è (p. 95), visto che “La fine arriva sempre inaspettata / e non c’è verso di prepararsi: / si può solo star pronti a disfare il distacco, la fitta, il delitto”. Nel frattempo, resta la vetta, il punto d’arrivo, che è sempre la nuova scoperta, e che nello stesso tempo si rivela come metafora di un intenso dire di sì, a tutta la vita, a tutte le sue cose, belle o brutte, al senso immediato, intrinseco e spontaneo del viaggio, dell’ascesa e delle sue tappe.

Recensioni (di Gabriele Gabbia, Ottavio Rossani, Maurizio Cucchi)

Il sito dell’Autrice

Formula alchemica

Fondamentale

è come ti issi

sul piede

quando hai fatto

il passo.

Quanto peso porti

avanti e in alto.

Quanto equilibrio

domini. L’agilità

che elargisci. La fuga.

Fai leva sulle punte o

appoggi anche il calcagno.

Interrompi la corsa o

è uno il circolo del moto

il cerchio dei movimenti?

Alterni gambe e braccia:

mani che stringono

manopole, petto

che si alza e abbassa

a un ritmo eguale

di elastico ben teso

ma non esasperato

mai senza fiato.

Non c’è un uomo con te.

Non esiste la stessa ratio

peso/muscolatura

a ripeterti, identico,

altrove. È non c’è

calcolo, misurazione

che tenga del tutto:

che ti preveda

che ti programmi

che dica il vero.

Sei un organismo:

un individuo che sale

leggero o meno.

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Una bella copertina griffata, che allude ad un gioco di sovrapposizioni, di colori e di orizzonti: così si presenta questa raccolta di 43 poesie, tutte volute nel segno, a ciascuna corrispondente, di 43 avverbi, realmente esistenti o frutto della più fervida fantasia, e costruiti per concludersi sempre in “-mente” (da Fanciullesca mente a Amorosa mente). L’artificio, da solo, esige già un plauso: non è un vezzo, infatti; non è, cioè, un vero artificio. È un rimando costante e strutturale, dall’intuizione alla sedimentazione, dallo svolazzo arguto al progetto meditato. L’Autore non vuole piacere “e basta”. Vuole innescare fiaccole di pensiero, aprire porte di comunicazione con mondi e universi alternativi, con possibilità di vita che non sono nascoste e che si attingono direttamente dalle più scontate assonanze, dai più comuni battiti del cuore, dai suoni e dalle parole più semplici. La chiave sta nel lasciarsi coinvolgere da ciò che ci circonda, e nell’interrogarsi, un po’ smarriti, come nel bel mezzo di un volo imprevedibile di storni, così bene evocato nel pezzo che dà il titolo all’intero volume.

Le scorribande di questo libro, ad ogni modo, garantiscono anche istanti di sano divertimento. Ma è bene ribadire che in Francescotti la letizia e la facilità della scrittura non si accompagnano al disimpegno. La ricerca dell’associazione, dell’immagine suggestiva, non riduce mai lo spazio della riflessione; essa apre, invece, anche al lettore, la strada di una traccia da seguire, di una sollecitazione altra, da scoprire, coltivare e non dimenticare. Può trattarsi della via per riappropriarsi di un antico rapporto, con la natura come con gli uomini; può essere l’itinerario di un bilancio, lo schema di un conto personale che finisce per specchiarsi inevitabilmente anche nei nostri pensieri; e può risolversi anche in un moto di indignazione o in un gesto d’affetto o, ancora, in una dolce rimembranza. Comunque sia, la lingua segue ed incentiva tutte le direzioni, con una naturalezza che, anche in questi componimenti, pure scritti in lingua italiana, sembra il più limpido effetto del lungo e spontaneo esercizio nella lingua madre, del quale il poeta trentino è da tempo un riconosciuto maestro.

Una recensione (di Lilia Slomp Ferrari)

La poesia civile di Renzo Francescotti (di Silvano Demarchi)

Ordinata mente

Hanno una gentilezza smemorata

questi villini Liberty

dietro gonne e crinoline di siepi

a difendere il loro riserbo.

Sono le ore del diserbo.

In fuga per poco i cinguettii

hanno lasciato il posto a voci metalliche:

come di picchi i versi dei becchi

di forbici e cesoie.

All’ombra di cappelli di paglia

dietro occhiali di protezione

concentrati

gli occhi di maschio e femmine

a geometrizzare cespugli e chiome

a fare guerra allo scompiglio

ordinatamente

a ridurre a un ordine antropico

il disordine della natura

scultori che scolpiscono

l’impatto vegetale riducendolo

al bassorilievo e al tuttotondo.

Nell’ordine c’è tregua?

Romba in alto il caos del mondo.

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Fuor-di mente

Lo scarto dice il dizionario è

l’eliminazione di ciò che non serve

la carta da gioco rifiutata

l’oggetto non riuscito o ormai inservibile.

Invece io amo lo scarto

del cavallo che avverte il pericolo

del calciatore che salta l’avversario

della gazzella inseguita dal ghepardo

che scartando si salva la vita

l’idea scartata non funzionale al sistema

gli uomini scartati globalmente

esiliati ad ultimi

lo scarto delle molecole che fluttuano

in un’organizzazione nuova.

Tutto questo io amo

fuordimente.

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Basterebbe l’efficace prefazione di Umberto Fiori per farci presentire qualcosa su questa raccolta di Igor De Marchi e sulla validità delle sue liriche. Fiori è uno dei poeti più bravi degli ultimi vent’anni. Quale affidavit, allora, potrebbe essere migliore? In realtà, la pulizia e la schietta unilateralità di questi versi si presentano da sole. A ciò contribuisce soprattutto un’evidenza linguistica, che è annunciata anche dal tenore, secco e burocratico, del titolo. L’Autore fornisce una cronaca, descrive e non canta, fedele, nello stile, all’oggetto che lo ispira, alla crisi di un’identità, personale e territoriale, ed alla volontà di presentarne la più varia sintomatologia. È proprio vero che il poeta si riconosce dalla sua capacità di avvertire le cose che stanno accadendo prima di tutti gli altri ovvero, e ancor di più, quando stanno incombendo, quando stanno, cioè, per accadere: le poesie di De Marchi sono del 2003, e ci dicono, senza tanti fronzoli, di un decadimento che ora, dieci anni dopo, può conclamarsi, purtroppo, allo stadio del luogo fin troppo comune. Si tratta di una poesia interessante, dunque, anche perché amaramente preveggente.

I momenti più intensi del “rapporto” sullo stato di “reddito e salute” sono concentrati nelle poesie di Ascesa e declino di un giovane agente di commercio (p. 45) e nel successivo Gruppo 3: beni di prima necessità (p. 65). Nella prima serie, quasi un poemetto, posto esattamente nel mezzo della raccolta, a fungere da perno, c’è la rassegnata e disillusa coscienza del popolo delle partite IVA, la scomparsa dei sogni della giovinezza, qualche tocco di malinconia di corpo e di classe, il luccichìo delle brochure aziendali, la monotonia snervante di una flessibilità che è ingorgo e gorgo allo stesso tempo, la ferocia intrinseca all’atto anodino e seriale delle dimissioni. È facile, in queste condizioni, coltivare il dubbio di essersi irrimediabilmente confusi, specchiati tra i maiali rinchiusi nei camion che ci sorpassano e ci circondano nella coda dell’autostrada: E poi: / qui, chi per me / può dire / dove finisce l’a caso del macello / e dove inizia invece / l’equo apprezzamento dei tagli? (p. 57).

Nel Gruppo 3 sono i riti quotidiani a dar corpo e pensiero al tipo psicologico di generazioni sfortunate e smarrite: il rito della soap opera, il rito della sera passata ad origliare la felicità altrui, il rito delle vacanze sempre occupate, eppure foriere di un’ingenua ed effimera aspettativa di futuro… Sicché, di rito in rito, si finisce ben presto ad accettare il presente, a ritenerlo inevitabile, a non stupirsi più dei tanti gatti scavezzati sui cigli delle strade (p. 74), quelli che vengono travolti adesso, nella contingenza, ma anche quelli che ancora devono venire, che per il momento se ne stanno al sicuro e che comunque periranno, perché, diversamente dai cani, tirano dritti e filano via senza guardare / come invece fanno i cani. C’è un fatalismo agrodolce in questi versi, che è anche capacità di provare compassione e di suscitare, con il lettore, un meccanismo di reciproco riconoscimento, cui lasciarsi andare con qualche inquietudine ma senza la paura di scoprirsi da soli. Il dramma che si sta svolgendo non è individuale, è un’intera fase storica e sociale a naufragare, e De Marchi ne traccia le ultime rotte con ricercata asciuttezza.

Il reportage sulla realtà sbiadita e sul processo che porta allo scoprirsene fatalmente parte integrante prosegue – come andamento di uno sguardo, a volte nitido e a volte oscillante, su di una fotografia in bianco e nero o, meglio, sull’immagine di una periferia industriale dismessa (p. 22) – anche al di fuori delle parti centrali del libro, sia prima (nel Gruppo 1: interferenze e nel Gruppo 2), sia dopo (nel Gruppo 4). Esso, anzi, si rivela completamente nelle (belle) poesie che De Marchi compone, con voce onesta e sincera, nel suo dialetto d’origine: perché è chiaro che ogni anno, il tempo che passa inesorabile e la vita in genere sono come na giostra, che te ride senpre manco / e no te pol smontar do (p. 81).

L’esperienza di questo piccolo e piacevolissimo libro non è isolata. Nel momento in cui era stato pubblicato, De Marchi era uno dei tre baldi “poeti dell’A27”, con i quasi coetanei Giovanni Turra e Sebastiano Gatto, in seguito, forse, più noti e più prolifici, ma solo da un punto di vista quantitativo. L’autore del Resoconto, dopo aver autoprodotto un’altra singolare raccolta (Fortune, 2007), è pressoché scomparso dagli scaffali della poesia.

 

il mutuo (da Gruppo 3: beni di prima necessità)

 

Sto pagando un mutuo di quindici anni

per l’appartamento in cui vivo.

Ho sottoscritto una polizza vita

di vent’anni. Il mio promotore

finanziario di fiducia

mi sottopone ogni quindici giorni

vantaggiose opportunità

di investimento a lungo termine.

 

Eppure stento a immaginarmi allora

brizzolato e limpido,

circondato da nipoti

gioiosi e figli amorevoli

come vuole la brochure

dell’assicurazione.

 

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son ‘ndat fòra (da Gruppo 4)

 

Son ‘ndat fòra.

Me bruṡea i òci co tut quel fun,

quel bacan che i fea.

Me à volest un tòc

a ‘bituarme al scur,

un tòc a inprumar la nòt,

parché la luce de la cuṡina

l’imbarluméa.

 

Fòra, a fòrza de strucar

e tirar i òci, i se à netà:

ò vist par aria

tut un formigolar de stele

che le zignéa

come un sgrisolar de garduzh.

E alora i òci te li sente slanpidar,

te sente drento che se desfa na paura

e la te vien su:

la vegnarà forse na òlta

la formiga a canbiarne

tuti sti versi, sti dènt da late,

tuta sta vita che bala e che casca,

a asarne un schèo sul comodin.

O forse l’é meio che me li tegne duro

e magari che i ase

– come quel fiol de un can de me nono –

piantadi in te un pèrsego cru.

 

Una recensione (di Alberto Cellotto)

Sette poesie da Fortune

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