Marco ha studiato Lettere a Padova e poi, sfiduciato dalle prospettive che avrebbe potuto coltivare nell’accademia italiana, ha scelto di conseguire un PhD a Chicago. La sua storia viene ricostruita e raccontata da un amico, un altro italiano che si trovava negli Stati Uniti nello stesso periodo e per la stessa ragione, e che ora lavora a Milano. In principio Marco è rapito dal modello universitario americano, così lontano dal declino intellettuale e morale del suo Paese, e così capace di dare il meglio a chi voglia formarsi e perfezionarsi nello studio e nella ricerca. Anzi, a Marco pare addirittura che, oggi, tutte le sorti dell’umanesimo non possano che essere giocate in quel sistema, a suo giudizio l’unico contesto idoneo a riprodurre, nell’organizzazione degli spazi fisici del sapere come nella definizione e nell’applicazione delle regole della comunità scientifica, quell’ideale di serietà, rigore e approfondimento che può assicurare anche alla società civile la conquista di una vera libertà. Tutto milita, dunque, affinché la corsa di Marco verso il dottorato sia coronata dal successo, in un itinerario di crescita che presto lo vede affiancato alla bella e brava Sajani, una brillante collega americana di origine asiatica. Ci sono, però, nel cuore di Marco, dei problemi irrisolti, che risvegliano il suo senso critico e lo portano a mettere in dubbio l’adeguatezza, se non la validità stessa, della carriera universitaria d’Oltreoceano. Durante una visita ad un museo, al cospetto di alcuni capolavori del Rinascimento, Marco, all’improvviso, quasi fosse colpito da una sindrome di Stendhal, comincia a maturare una serie di riflessioni che lo conducono a lasciare Sajani e a distaccarsi, passo dopo passo, dall’orizzonte umano e formativo che aveva ritenuto irrinunciabile. La sua vita, infatti, è destinata a compiersi altrove, tra i colli della Pedemontana veneta, sulle tracce del sorriso della mai dimenticata Chiara e sulla strada di un fare letteratura più autentico e anticonformista, perché immerso nella realtà della terra d’origine.

Questo è il secondo romanzo di Beppi Chiuppani, dopo Medio Occidente, che a sua volta potrebbe essere considerato come l’opera che Marco – alter ego dell’Autore – concepirà dopo aver imboccato la nuova strada letteraria intravista al termine della sua esperienza americana. La prima cosa interessante del libro sta tutta qui: si autodefinisce, sin dalla copertina, come romanzo-saggio, ma è una dichiarazione di poetica, ed è anche un altro bell’esempio del periodare riflessivo e dell’andatura meditativa – e avvolgente – di uno scrittore che si conferma come particolarmente originale anche dal punto di vista stilistico, e che qui vediamo nel suo primo scoprirsi, nella messa a nudo, cioè, della sua vocazione e nelle premesse quasi biografiche, se non intime, dei suoi convincimenti. La seconda cosa rilevante, poi, è naturalmente correlata al merito delle osservazioni che il protagonista matura sull’American Way agli studi umanistici (e alle Human Sciences in genere). Per Marco, la sperimentazione diretta della tipica rat race di ogni postgraduate d’eccellenza è come un’immersione in un lago sconfinato, che da potenziale fonte per un nuovo e salvifico battesimo si può trasformare gradualmente in una sorta di efficiente, ma limitante, campo di addestramento. In questa prospettiva, non c’è dubbio che Quando studiavamo in America è il precipitato di una serie concatenata di intuizioni reali (Chiuppani sa personalmente di che cosa scrive…) e del tutto comprensibili (quanto meno alla cerchia di molti giovani studiosi, non solo italiani). In poche parole, e usando la terminologia di Marco, l’informale (e perciò potentissima) formalità della meritocrazia accademica d’Oltreoceano mette in grave pericolo la grande civiltà europea della conversazione colta: velocità, disinvoltura e standardizzazione si oppongono all’otium, all’introspezione e alla continua rimeditazione delle fonti. Questa, in effetti, è una delle impressioni che buona parte degli addetti ai lavori, soprattutto in Italia, condivide da tempo; con il rischio, però, di coprire in tal modo gli innegabili vizi del sistema nazionale. Ecco: Chiuppani prova a pensare che la difesa del vecchio mondo possa anche significare qualcosa di diverso dallo sposare gli alibi di chi ha contribuito, e contribuisce tuttora, a condannare all’immobilismo le sedi più antiche del sapere occidentale. La soluzione, per il Nostro, sta nel riconoscere nuovamente quale debba essere l’orizzonte irrinunciabile di un intellettuale: cogliere e affrontare il presente e le sue contaminazioni complesse con coraggio e creatività, senza per questo rinunciare ad un canone e ad una tradizione: come riuscire? La risposta è affascinante: provare a vivere, e a crescere, con il proprio paesaggio, semplicemente, rinnovandone la storia proprio dall’interno; perché fare letteratura, come fare scienza, non è un esercizio fine a se stesso, né può dirsi in funzione di finalità troppo contingenti o troppo personali. Scrivere e pensare sono cose sempre radicali.

L’Autore presenta il suo libro

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È la seconda indagine per il maresciallo Altasi, che in tal modo torna a farsi vivo dopo il bel debutto di Dove inizia la nebbia. La scena non è più collocata nella bassa padovana; accade tutto nell’alto vicentino, a Thiene e dintorni, nuova sede di servizio del baffuto e aitante carabiniere. Vicino a una discarica viene ritrovato il corpo di un’anziana maestra e l’Arma è chiamata a indagare. Inizialmente tutto porta a pensare che il colpevole possa individuarsi in un vicino campo nomadi. Ma Altasi – che ha subito “legato” con il vice-brigadiere Orpelli – è perplesso. E lo è anche Antonia, giornalista locale tanto determinata sul piano professionale quanto irrisolta su quello sentimentale. Tutto si ingarbuglia ancor di più quando sopravviene un altro tragico lutto e viene scoperto pure un altro cadavere, quello di Tal, un giovane Rom con cui qualche anno addietro anche Orpelli aveva avuto qualche conto da regolare. Anche il vice-brigadiere, infatti, nasconde qualcosa. Chi sarà mai, dunque, il responsabile di tutti questi delitti? Si nasconde addirittura tra gli inquirenti? C’è forse di mezzo anche qualche losco traffico di armi e di rifiuti pericolosi? Per il maresciallo – confortato da un nuovo e fedele compagno e dal fascino della maestra Sara – è tempo di decidere se fidarsi delle nuove amicizie o fermarsi di fronte alla presunta chiarezza di tanti indizi. La verità, naturalmente, non è mai quella più facile da afferrare e l’assassino, come dice il vecchio adagio, è sempre il maggiordomo.

Insediamenti Rom e relativi pregiudizi; intrecci tra bassa politica, interessi imprenditoriali e indecifrabili traiettorie di personaggi sbandati; distruzione del paesaggio e avvelenamento del terreno; perdita della propria identità e frenesia di sicurezza; giornalisti maschilisti e giornaliste impegnate; insegnanti coraggiose e dirigenti scolastici pavidi e conformisti: gli ingredienti di questo romanzo sono tanti e, a dire il vero, così considerati, non prometterebbero bene. Perché sarebbe alto il rischio di assemblare una sintesi generica di mali fin troppo noti e di luoghi comuni altrettanto diffusi. Non che i fenomeni, gravi, cui questi mali si riferiscono non esistano; tutt’altro. E questo libro ce lo ricorda, seguendo a suo modo le tracce della tanta e feconda letteratura nera del Nord-est, in un poliziesco classico, dalla struttura circolare, per cui la soluzione si intravede sin dall’inizio. All’Autrice, però, le patologie socio-culturali servono solo per comporre il puzzle nel quale far agire il suo eroe e farne emergere al meglio le virtù. Rispetto al libro precedente, in particolare, L’acqua del diavolo – letterariamente parlando – segna il luogo della piena caratterizzazione di Altasi, vale a dire del suo assestamento credibile. Il pericolo insito nella banalità del contesto, dunque, viene assorbito nell’operazione, in larga misura riuscita, di far transitare il bravo carabiniere dalla fase crepuscolare (quasi fosse un’iniziazione) del primo romanzo ad un momento di crescita e di consolidamento, di familiarità e normalità. In Dove inizia la nebbia, che per certi versi è un racconto più riuscito e sofisticato, Altasi emergeva come da un incubo fangoso e piovoso. Ora sappiamo che il personaggio può esistere davvero e che si trova nell’anticamera di una metamorfosi ufficialmente matura, che – ci auspichiamo – si manifesterà pienamente nella risoluzione di prossimi e avvincenti casi pedemontani.

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L’Autore ricorda la strana vicenda di un suo amico d’infanzia. Da piccolo, nell’immediato dopoguerra, amava passare le sue giornate al limite dei boschi e a raccogliere un solo tipo di funghi, i finferli, che poi consegnava a una famiglia di raccoglitori, per un po’ di denaro. Questa attività lo faceva sentire speciale. In seguito lo studio e il lavoro lo hanno portato lontano dal paese natale: ha studiato diritto ed è diventato un avvocato di fama internazionale, specializzato nel difendere criminali di guerra. Si è sposato e si è fatto una famiglia. Un bel giorno, però, in una passeggiata nel bosco, fa l’incontro destinato a cambiargli la vita: vede e raccoglie, per la prima volta, un meraviglioso porcino. Da quel momento in poi tutto il suo mondo comincia a ruotare attorno ai funghi, ai loro luoghi, ai sentieri lungo i quali si trovano… Inizialmente la passione gli dà giovamento, migliora anche il suo lavoro. Ma presto diventa una mania, e tutto il resto perde di significato. Sogna di scrivere sui funghi un libro del tutto innovativo, rivoluzionario; ma la sua famiglia si allontana da lui, senza che se ne accorga veramente. A questo punto entra in scena, in modo ancor più diretto, lo stesso Autore, che ci accompagna, passo dopo passo, verso il disvelamento del modo e dell’occasione in cui l’amico è riuscito a salvarsi.

Quest’ultimo racconto di Handke si presta a moltissime definizioni, eventualmente anche contraddittorie: lento, misterioso, lineare, pulito, fiabesco, semplice, disorientante, universale, rarefatto, ambiguo, essenziale, frammentato, complesso, personale… In parte questa polivalenza di stile e di genere può essere considerata un difetto, specialmente per chi non è abituato alla prosa dello scrittore austriaco; e anche per chi non si senta a suo agio con autori come de Saint-Exupéry. Perché Handke è sempre sornione, nel senso che è un finto-facile: gli piace esprimere temi e sentimenti umanissimi, ma costringe il lettore a seguire le spirali di un lungo caffè turco, disseminato di un sotto-testo ricchissimo, e così la verità la si può sperare di intravedere soltanto alla fine, sul fondo della tazzina, nelle ultimissime pagine. Naturalmente tutte queste impressioni valgono anch’esse fino ad un certo punto, poiché non è detto che ci si trovi di fronte ad un testo propriamente narrativo: il titolo (quello originale) rimanda al genere del “Versuch”, che nel caso di Handke – che già lo ha sperimentato con profitto altre volte – non richiama il semplice “saggio”, ma l’azione che è più vicina al significato etimologico della parola tedesca (e in definitiva anche di quella italiana), ossia il tentativo, il cercare qualcosa, e quindi l’ipotizzare, l’esplorare, l’interpretare. Dando – e dandosi, innanzitutto – una spiegazione della strana sorte toccata all’amico cercatore di funghi, Handke prova, pure da questa prospettiva, a fare ciò che da tempo tenta di fare: rappresentare luoghi, immagini, situazioni che possano spiegare la specialità della condizione umana e il bisogno di tutelarla da sé stessa.

Recensioni (di Daniele Abbiati, di Franco Marcoaldi, di Helmut Böttiger, di Friedmar Apel)

Conversazione con Handke (di Luigi Zoja)

La casa di Peter Handke (di Danilo De Marco)

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10 agosto, ore 21 (Castelvecchio Pascoli, frazione di Barga – LU): comincia la serata che ogni anno si tiene, a cura della Fondazione Pascoli, per omaggiare in versi e in musica il grande poeta. Il contesto è abbastanza sobrio e i protagonisti dell’evento sono i tanti autoctoni che, in abiti eleganti, non vogliono rinunciare all’occasione, un po’ paesana e un po’ mondana. Sergio Castellitto – è lui lo speaker incaricato – apre la lettura con un brano del 1908, dedicato a tutti gli italiani, e ai barghigiani in particolare, che hanno lasciato la loro terra per emigrare Oltreoceano. Ecco, Pascoli afferma che, da quel suo “romitaggio” in Garfagnana, sul colle dei Caproni, può “vedere e udir tutto”. Come si può “vedere e udir tutto”? Dove è possibile farlo? Questo, in fondo, è il segreto della poesia. E così non posso che pensare alla lettura dell’ultima prova di Roberto Cogo, concepita anch’essa in un ideale luogo di “romitaggio”, in Irlanda (isola di Achill), nel cottage che fu di Heinrich Böll e che oggi accoglie artisti in residence da ogni parte del mondo. Come per Pascoli, anche per Cogo è la natura a essere il medium ideale per una comprensione delle cose e della vita dell’uomo; anche per il poeta vicentino è la prossimità alla fonte il segreto per potersi addestrare alla visione e all’ascolto; e in entrambi i casi questa prossimità è fisica, biologica, fatta di immanenze e di presenze, delle quali il poeta è pioniere e sacerdote. Ma c’è un’altra incredibile coincidenza. In quest’ultima raccolta Cogo tasta dal vivo l’interessenza che può crearsi tra la terra e il suo popolo: per Pascoli si trattava di un serbatoio di energie individuali e sociali, capaci di trasformare, in una visione utopistica, il destino di un paese intero; ciò che Cogo registra in Irlanda, invece, è la possibilità che le forze della natura sovrastino, determinino e plasmino il carattere degli uomini, rendendolo duttile e tenace.

Il volume – nel quale tutte le poesie sono rese in italiano e in inglese, testo a fronte – è illustrato da foto e schizzi dell’Autore, ed è chiuso da una postilla versificata (originale e preziosa) di Camillo Pennati. Il viaggio di Cogo comincia a Dublino today, nel gioioso trambusto dei pub del centro, ma sulle orme di Patrick Kavanagh, vas electionis per quello che già si preannuncia come un itinerario iniziatico. Poi l’avventura ha inizio, l’Irlanda si dischiude tappa dopo tappa, nuvola dopo nuvola, mandandogli incontro i suoi tanti alfieri: i prati smisurati, le siepi, gli animali, il vento, il cielo… Finalmente, dopo la contea di Roscommon, si fece la poesia (p. 24). Il miracolo può avverarsi, il “romitaggio” è raggiunto. È l’ora di entrare in simbiosi con i colori e con la torba, di approdare all’isola e al cottage, di lasciarsi immergere dagli umori della contea di Mayo e delle sue storie di povertà e oppressione, di prendere confidenza con la spiaggia battuta dall’oceano rabbioso e sormontata dal profilo cupo e immoto del monte Slivemore, e di capire che qui si accetta l’impotenza / qui cala ogni tensione al dominio / qui si vive compressi senza opporre resistenza (p. 44); del resto, anche al deserted village (p. 50), poterono pensare solo di andarsene. Occorre, forse, imparare dagli uccelli marini, dalle sule, dalle sterne, dai cormorani, dai gabbiani, tutti sospesi in un cosmo immoto e immutabile, eppure percorso da spaccature improvvise e movimenti continui. Si è anche indotti a prestare attenzione, sempre, e non si può che restare inquieti, perché i segni sono tanti (nel cimitero di Dookinella; attorno alla chiesa…) e perché la natura è così potente e misteriosa dal diventare, a tratti, quasi gotica (non si intravede forse un tocco dark anche in Pascoli?): c’è la carogna di una pecora sfracellata tra gli scogli (p. 68); poi la luce variò ancora i colori mutando le cose / ombre di nubi scivolarono sulla superficie / come fantasmi dei pensieri più oscuri (p. 90). Ad un tratto, però, compare il fiore, la fuchsia, che dà il titolo alla silloge (deora dé, espressione gaelica per “lacrime di Dio”), e che qui ha quasi la funzione che Leopardi ha dato alla ginestra (p. 84). Il finale meditativo (p. 102) è ciò che il poeta porta con sé al termine del soggiorno: la dualità va superata questo l’ho capito ma mantenersi saldi in questa / posizione senza timore e apprensioni questo è più difficile da farsi – / includere la morte è includere la vita tutta intera senza esclusioni, / senza confronti.

PS: Barga, il comune nel cui territorio si trova l’amato “romitaggio” di Pascoli, ha un bel pub irlandese e si è autodefinita come “the most scottish town in Italy”: i discendenti dei barghigiani emigrati in Scozia tornano spesso alla loro terra, specie d’estate, e nel mese di agosto, sotto il cielo di San Lorenzo, organizzano spensierate serate di fish & chips, nello stadio comunale… Cogo si interroga se la globalizzazione guizzi come il pangasius coreano nel pub di Dugort (p. 54); di certo in agosto l’oceano romba anche in Garfagnana.

Una recensione (di Pina Rando)

Un assaggio del volume

Due “precedenti” di Roberto Cogo: Senza il peso di un pensieroDell’immergersi e nuotare (wild swimming)

Diario d’Irlanda (Heinrich Böll)

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Agata vive a Padova ed è la figlia di un importante costruttore. È inquieta: forse è perché sta finendo l’università; forse lo studio della letteratura araba ha risvegliato in lei il bisogno di una ricerca; o forse sente la necessità di chiarire quale sia il suo posto rispetto a ciò che il padre già desidera per lei. Decide allora di fare un breve viaggio a Damasco con un’amica, sulle tracce di Ibn Arabi, un antico poeta sufi, e ciò che accade in questo viaggio promette all’improvviso di cambiarle la vita; in una moschea, quasi avvinta da una versione orientale della sindrome di Stendhal, ne ha come il presentimento. Si innamora di Faruq, un giovane tassista di nobile famiglia decaduta, e lo aiuta a trovare un lavoro in Italia, facendolo assumere come manovale in una delle ditte di famiglia. Lui è un ex dottorando ed è affascinato da un sogno continentale fatto di civiltà, razionalità e democrazia. Lei è colpita dalla sua dirittura morale e dal fascino di un’eleganza rispettosa e mai volgare. Ma la storia d’amore si scopre tormentata, come se le loro due traiettorie fossero destinate a non correre lungo la medesima orbita. Faruq scopre che il Veneto e l’Italia non sono come se li aspettava; Agata capisce quali siano state le ragioni, spesso discutibili, della fortuna economica di suo padre. La fine del romanzo è diversa da quella che ci si può attendere, perché Agata e Faruq, se da un lato devono moltissimo a questa loro intensa esperienza, dall’altro hanno imparato che entrambi devono affrontare il contesto che più amano se vogliono davvero contribuire a cambiarlo.

È un libro raffinato, ed è uno dei rari casi in cui la veste editoriale segue in modo molto coerente il significato e l’atmosfera del testo. La sagoma dell’immagine in quarta di copertina è già di per sé più che allusiva: è il profilo di una delle prospettive più suggestive dello skyline patavino, nella quale le cupole della Basilica del Santo si sovrappongono ai tanti campanili; è il teatro perfetto per il “Medio Occidente”, per una terra, cioè, che sta in Veneto come in Siria, che non ha più le virtù della sua grande tradizione, e che, al contempo, sembra assumere i vizi delle società orientali contemporanee. La storia di Agata ha un duplice senso, uno di andata e uno di ritorno: il primo rimanda al processo possibile di scoperta di un’identità personale nelle differenze culturali, quelle tra lei e Faruq, così lontani e così vicini; il secondo richiama un risultato finale di maturazione, che nell’acquisita coscienza di una fragilità individuale e di una provenienza familiare e sociale non immediatamente rimediabili, non sa solo di sconfitta e potrebbe preludere, anzi, ad una graduale riscoperta delle origini e ad una resistenza ragionevole nel presente. Tuttavia la vicenda di Agata è anche quella di Faruq, del suo amore per lei e per la sua patria, e della sua repentina scoperta sui forti limiti di un rigore disincarnato e sradicato. Ciò che colpisce, nella narrazione, è anche il sentimento dei luoghi, che portano l’Autore ad annotare l’insopportabile stridore tra la grazia di alcuni spazi cittadini e la provincialità asfittica di chi li abita, tradendo in tal modo un grande affetto per un Veneto tutto zanzottiano. Quello di Beppi Chiuppani è un racconto da Shahrazād del Terzo Millennio: è una novella generativa, vuole indicare una via, e il suo stile è lento e invita all’abbandono, perché, giustamente, tutte le migliori agnizioni si nutrono di parole e di immagini semplici, che qualcuno potrebbe anche definire, semplicisticamente, buoniste. Ma così non è.

PS: Un buon libro suscita sempre la voglia di leggerne almeno un altro. Medio Occidente mi stimola a riprenderne almeno tre: le Lettere persiane di Montesquieu (un classico da rileggere con un nuovo sguardo); Il mondo e l’Occidente di Toynbee (una rilettura freschissima, da frequentare ancora); e Il rancore di Aldo Bonomi (prezioso suggerimento di un amico, che torna in tal modo attualissimo).

La postfazione al libro (di Raffaello Palumbo Mosca)

Una recensione (di Luca Menichetti)

Il sito dell’Autore

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Un noto slogan pubblicitario interroga i telespettatori chiedendo loro se gli piaccia “vincere facile”. A chi non piacerebbe? Dopo la lettura di questo saggio, confezionato sulla base del testo di una conferenza replicata in più occasioni, si può dire che la cosa piace anche a Salvatore Settis. Perché Se Venezia muore ha tutto per strizzare l’occhio ad un pubblico sensibile, colto e attivo, e quindi anche per convincerlo – e radicarlo ulteriormente – sulla bontà delle tesi che vi sono sviluppate. Che si tratti di interrogativi forti, infatti, e su piano teorico largamente fondati, non c’è dubbio. Per quale motivo una città così ricca di tradizioni gloriose e di testimonianze artistiche e culturali altrettanto preziose dovrebbe abbracciare un modello omologante e globale di sviluppo urbano? Per quale ragione dovrebbe assecondare la propria trasformazione in un parco di divertimenti accerchiato da vistose quanto inutili vestigia di cemento? Perché dovrebbe perdere i suoi abitanti e la sua memoria? E perché la comunità locale dovrebbe smarrire la coscienza del proprio diritto alla città, consegnandone le sorti a committenze e progettisti completamente sradicati? In definitiva, l’analisi pare davvero convincente – “sounds good”, si direbbe – al punto che il capoluogo lagunare assurge plasticamente a prototipo perfetto di un caso che può riguardare, ormai, tante altre città storiche e che si presta, dunque, a simboleggiare in modo suggestivo i capisaldi delle nobili battaglie che l’Autore ha dimostrato di voler condurre finora (da Paesaggio Costituzione Cemento a Azione popolare. Cittadini per il bene comune).

A ben pensarci, però, l’approccio proposto da Settis – che sulle chiare e dichiarate orme di Henri Lefebvre, rilancia senza infingimento i toni impegnati di un classico del pensiero marxista degli anni Settanta – rappresenta ancora tutti i limiti di chi è forte nella pars destruens e debole, se non muto, nella pars construens. Non si può, certo, credere, ad esempio, che il rimedio alle tendenze degeneranti dell’architettura contemporanea possa consistere nella formulazione di un “giuramento di Vitruvio”, sul calco di quello, più noto, di Ippocrate. Ma soprattutto, di fronte alle tesi di Settis, non si può resistere all’impressione che, per far sì che i cittadini si riapproprino del loro spazio e dei relativi tesori, sia indispensabile presupporre che essi si diano tuttora come corpo autocosciente, con l’eventualità che i loro progetti si rivelino molto meno virtuosi di ciò che dall’alto della critica si può soltanto supporre. D’altra parte è assai evidente – e tanto più lo è nel caso veneziano – che di una simile collettività vi è poca traccia e che il più delle volte essa assume le fisionomie di un corpo tanto sfaccettato e frammentato quanto conservatore, nostalgico e campanilistico (giacché, come è noto, anche il riferimento alla storia, alla civiltà e alla loro tutela può scivolare nel più comodo degli alibi come della più inutile delle pose). Allo stesso tempo, è inevitabile riconoscere che la vita di una città passa per mutazioni costanti, che possono alimentarsi anche soltanto di sovrapposizioni, riusi o camouflages, ma che, come tali, ambiscono comunque a cercare identità nuove, potenzialmente molto distanti dal canone originario. I molti e curiosi nomi delle calli e dei campi di Venezia continuano a tradire un brulichio di esperienze, di vicende, di commerci e di mestieri, sovrapposti e mai del tutto compiuti. La città, in sostanza, non può nutrirsi soltanto di grandi speranze, poiché ruota, ancora e sempre, attorno ad un’insopprimibile esigenza di concretezza e di futuro effettivamente afferrabili. Se proprio si vuole percorrere la strada di una riscoperta reticolare della città, allora, rispetto alla (pur) condivisibile (ma astratta) istanza di (un?) bene comune, meglio affidarsi ad una diversa microfisica del potere e alla resistenza di tanti piccoli fatti, come sta avvenendo con successo in altrettanti Comuni italiani. Il tempo della retorica può anche aspettare.

Un’intervista all’Autore

Un’altra lettura del saggio

Per continuare a riflettere sul tema: P. Maddalena, Il patrimonio, bene comune degli italiani. Proprietà collettiva, proprietà privata e interesse pubblico (2014); P. Berdini, Le città fallite. I grandi comuni italiani e la crisi del welfare urbano (2014); S. Marini (Edited by), Future Utopia (2015).

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Ad aprire il lungo racconto in cui si snodano le oltre 550 pagine de Il figlio è la voce del centenario Elli McCullogh, registrata a futura memoria nel 1936. Per tutti è “il Colonnello”, in Texas una figura quasi mitologica, il capo riconosciuto di un clan familiare altrettanto famoso, ricco e temuto. La sua è la storia delle origini, del tempo in cui è stato rapito bambino da una banda di indiani comanche, delle tante terre di cui è entrato in possesso e di come ha costruito la sua immensa fortuna. Questa voce si alterna alla narrazione di ciò che nel 2012 ricorda l’anziana pronipote Jeanne Anne, colta negli ultimi istanti della sua vita. Si ripercorrono, così, in un susseguirsi di flashback, le esistenze di altri personaggi, ma anche l’educazione solitaria e l’apprendistato sentimentale di una donna di successo, destinata a guidare la florida azienda dei McCullogh dall’era del bestiame a quella del petrolio. Jeanne, tuttavia, è ultimo baluardo di un ceppo che è andato via via indebolendosi e che ha maturato ormai la certezza di scomparire. Alla voce del Colonnello e alla storia di Jeanne si frappongono, come un fastidioso contrappunto, anche numerosi estratti, presi tra il 1915 e il 1917, del diario di Peter, il terzo figlio di Elli, la mela marcia o, per meglio dire, “la Grande Onta”. Perché Peter, in effetti, è sempre stato del tutto estraneo al nerbo della sua stirpe, incarnandone la coscienza critica, lo scrupolo mai assimilato. Proprio in Peter si deve ravvisare l’incubatore del seme che causerà la naturale estinzione della splendida progenie. Questo verrà dal mondo dei morti e dei vinti, quasi per un’insopprimibile inclinazione, per suggellare tragicamente il superamento di un’epopea familiare a lungo ritenuta invincibile e per riaffermarne paradossalmente tutti gli agghiaccianti presupposti.

MeyerIl figlio porta con sé il fascino violento e avventuroso della Frontiera, della leggendaria fondazione del Texas, delle lotte per i pascoli e dei conflitti con i nativi, con i messicani e con la più antica proprietà ispanica, della Guerra di Secessione e della costituzione della potente oligarchia terriera che saprà capitalizzare le scoperte tecnologiche della fine del XIX Secolo e che condurrà gli Stati Uniti nella battaglia mondiale per le risorse petrolifere. Soprattutto, però, questo romanzo mette in scena l’essenziale fisiologia di un sopruso socio-culturale, di una conquista che non si è posta alcun limite e che, come tale, ha formato la dura e spietata spina dorsale di un intero carattere nazionale. Le parole di Toshaway, guerriero comanche, sono eloquenti: “Non sono per niente pazzo. Pazzi sono i bianchi. Vogliono essere ricchi, proprio come noi, ma non ammettono a se stessi che ti arricchisci solo a spese degli altri. Pensano che quando non vedi le persone che stai derubando, o non le conosci o non ti somigliano, non è proprio come rubare”.

Ma Il figlio va anche oltre. La sua, infatti, è una sferzante condanna dell’etica individualista ed egoista che ha forgiato un certo spirito nordamericano, di una fame nella cui sfrenata ambizione si devono intravedere sia le ragioni di successi imprenditoriali tanto significativi, sia le cause di un imminente e inarrestabile declino. In quest’ottica si può affermare che Meyer ha voluto essere senz’altro epico. Sarebbe sbagliato, tuttavia, paragonarlo – come pure molti fanno – a Faulkner o a McCarthy. Meyer è molto più situato, molto più statunitense, molto meno vicino all’afflato profondamente universale degli altri e più autentici classici, che pure hanno un’indiscutibile base territoriale di partenza. Ciò non significa che Il figlio non sia un’opera di valore; tutt’altro. Forse, a tratti, Meyer si può confondere addirittura con Steinbeck. E forse qualche spezzone sa anche di Jack London: non certo, però, di quello di Zanna Bianca e dei racconti del Grande Nord, bensì dell’altro London, e cioè di quello dell’impegno socio-politico, arricchito, in aggiunta, da un pizzico di Dickens. La sua prospettiva, dunque, pur risultando antropologica e psicologica, ci sembra prevalentemente confinata, e il suo scopo dichiaratamente pedagogico e, a suo modo, diversamente patriottico. Perché se il cittadino americano continuerà a credere che fagocitare i suoi simili sia indispensabile – questa è la morale – non potrà che perire della stessa drammatica sorte.

Recensioni (di Caterina Bonvicini, di Roberto Concu, di Francesco Longo, di Luca Crovi, di Livia Manera, di Antonio Scurati, di Silvio Bernelli)

Altre recensioni in english (dal sito dell’Autore)

Tre film (a mo’ di esempio) sull’epopea texana: La valle dell’Eden (1955), Il Gigante (1956; è citato anche nel romanzo…), Comanche (1956)

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Non lontano da Fort Kent, nel Maine, in una baracca le cui pareti interne sono foderate da 3282 libri lasciatigli in eredità dal padre, vive Julius Winsome (nomen omen…), in completa solitudine. È sempre rimasto lì, in compagnia del fuoco della stufa, del tè e dell’aiuola di fiori che coltiva di fronte all’ingresso. Ama ripassare le parole che ha imparato dalle opere di Shakespeare. Da un po’ di tempo ha anche un grande amico, il suo cane Hobbes. Un pomeriggio, però, alle soglie della stagione più fredda, mentre è assorto nella lettura, Julius sente uno sparo. L’istinto gli dice di uscire e di richiamare Hobbes, che tuttavia non si fa più vedere. Il presentimento si fa ansia e diventa presto certezza: qualcuno ha ucciso Hobbes. Chi è stato? Chi ha potuto compiere un gesto simile? Julius comincia ad interrogarsi, a cercare qualche spiegazione, a battere i boschi circostanti. Nelle sue parole – perché è Julius in prima persona a raccontare la storia – impariamo a conoscerlo meglio, a capire le ragioni del suo affetto per il cane, ad apprendere le vicende lontane che, forse, hanno portato il padre e il nonno a ritirarsi in quei luoghi. E così, allo stesso tempo, assistiamo alla sua lenta e cosciente metamorfosi, che lo porta a condurre una caccia fredda e spietata, eppure naturale, quasi scontata e inevitabile, fino all’epilogo più drammatico.

In questa rapida ricostruzione mancano alcuni tasselli, quelli centrali, che portano il nome di Claire e Troy, e che possono contribuire ad aiutare il lettore a dare un significato, il più comune e comprensibile, alla parabola di Julius. Si tratta di scoprirlo, nella sua banalità, tra le pagine del libro. Ma l’impressione generale è che in questo breve romanzo lo scrittore irlandese sia riuscito in modo estremamente efficace a fondere in un’unica voce, quella del protagonista, l’imprevedibile sintetizzarsi di umori, emozioni e temi diversi. E che la banalità, dunque, sia solo apparente. È come se il nostro Winsome fosse il prodotto eccentrico e anche paradossalmente amabile di una catena sinergica di fatti violenti, nel passato lontano e in quello più vicino. Julius, peraltro, è quasi saggio, è dotato di una consapevolezza profonda, è capace di stupore e di affetto, si è abbeverato – sul modello del buon selvaggio – al migliore distillato della cultura anglosassone e suscita una strana simpatia, che però, alla fine, ci sorprende, perché i suoi atti non sono certo espressione di un sano equilibrio. Nessuno, in quest’opera, si salva: né il solitario, che non è mai immune da qualsiasi forma di corruzione; né, tanto meno, la terribile normalità, storica e attuale, che giustifica e rende nobile quello stesso isolamento, a patto che si riesca a frapporvi una giusta distanza. In definitiva, Donovan si dimostra in grado, da un lato, di interpretare al meglio il profilo più classico della pazzia, dall’altro, di provare che questa pazzia non è sempre come ce la immaginiamo: può coltivare, infatti, anche i traguardi più dolci della nostra sensibilità e indicarci i limiti di tutto quello che pensiamo essere sano. Non è un romanzo di cui, in Italia, si sia parlato molto; merita, invece, grande attenzione, non solo perché riesce a commuovere, ma anche perché rivela un Autore di statura.

Recensioni (di Michael Faber, Christoph Schröder, Diana Evans)

La home page di Gerard Donovan

Un’animazione liberamente tratta dal romanzo

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Avevo adocchiato “un Celati” più volte, soprattutto nell’espositore girevole di una delle mie librerie, precisamente in quello dedicato ai titoli, più recenti, editi da Quodlibet. Mi sono convinto solo recentemente, su sollecitazione di un amico. E così ho finalmente acquistato questo piccolo libro di racconti, che l’Autore ha pubblicato nel 1985, come primo volume di una trilogia che poi è continuata con Quattro novelle sulle apparenze (1987) e con Verso la foce (1988). È una lettura tanto originale quanto rilassante. Le brevi novelle seguono il percorso, volendo fisicamente replicabile, di un reale itinerario di ispirazione, che muove dal territorio milanese e segue il fiume Po, sino al mare. Ma le storie che vi vengono narrate sono come il risultato, sicuramente inimitabile, di uno studiatissimo montaggio sentimentale di frammenti di chiacchiere, pettegolezzi di paese e spunti personalissimi di rielaborazione quasi fantastica. Restano impresse come vicende dalla portata universale, come operette morali che spetta al lettore decifrare e che non hanno altro obiettivo se non quello di rappresentare, con la precisione del biologo, le poche cose spiegabili nel quadro apparentemente piatto ma disorientante di un paesaggio padano in vorticosa trasformazione. Di un paesaggio che, in verità, è (sempre che sia lecito esprimersi dantescamente…) figura dell’immutabilità, soltanto apparente, dei destini individuali.

Il repertorio è decisamente vario. L’avvio è con la figura di un radioamatore di Gallarate, la cui curiosità capta le incredibili vicissitudini di un collega scozzese. Ma c’è anche la storia, quasi commovente, di tre fratelli, veri e sfortunati talenti calcistici; c’è una donna che si guarda sempre intorno e che arriva a concludere che “è solo tempo che passa”; Idee d’un narratore sul lieto fine racconta della triste e poetica vicenda di un colto farmacista della provincia di Mantova; e poi veniamo a sapere di quell’uomo, autorevole esperto, che capisce di trovarsi a suo agio solo negli aeroporti; c’è un bellissimo pezzo intitolato La città di Medina Sabah, variazione modenese sul tema delle sirene di Ulisse; si racconta la Vita d’un narratore sconosciuto, come ve ne sono stati, e ve ne sono ancora, tantissimi; ad un certo punto un fotografo approda al “nuovo mondo”, tra barene e specchi di laguna; e poi, ancora, c’è un vecchio che sa Com’è cominciato tutto quanto esiste… E ci sono, così, tante altre storie (30, in totale), che a sprazzi sembrano compilate da un extraterrestre che debba riferire con precisione ai suoi compatrioti delle stranezze e delle voci che apprende nella grande pianura, trovandosi, però, all’improvviso, immerso nella nebbia più fitta, come i Bambini pendolari che si sono perduti, che ogni sabato andavano a Milano in treno, si trovano un giorno smarriti in aperta campagna e finiscono per maturare “il sospetto che la vita potesse essere tutta così”.

Tra i racconti di Celati – che vinsero il premio Grinzane Cavour nel 1986 – ci si può semplicemente divertire e convincere che, dinanzi alle cose della vita, c’è sempre una risposta valida: c’est la vie. Al medesimo tempo, però, gli sforzi individuali, i sogni di ciascuno, le avventure personali non sono insignificanti, perché concorrono a spiegare in modo singolarmente decisivo le ragioni di un luogo e di un tempo, e anche l’accettazione, talvolta malinconica, della propria condizione e della traiettoria esistenziale che ad un certo punto si è presa. L’Autore ha lo stile pulito e implacabile del collezionista: di situazioni e di intrecci, di episodi strani e di parabole del tutto comuni, di immagini e di leggende (della città come della provincia). La sua presenza non si sente, non si deve sentire; nuocerebbe all’oggetto. Forse Narratori delle pianure può essere classificato come un raffinato museo di scienza naturale, nel quale, al posto dei consueti pannelli esplicativi e delle vetrine con esemplari imbalsamati o fossili più o meno suggestivi e conservati, possiamo ammirare la perfezione quasi tragica di tante piccole biografie. L’effetto finale non cambia, è lo stupore che si prova sempre quando ci si sorprende a pensare a come siano inestricabili e complessi l’origine e l’aspetto dell’universo che ci circonda. Leggendo questo libro, in effetti, la cosa che mi è venuta subito in mente è un altro libro, ricevuto in regalo per un compleanno della mia infanzia. Era Città nel prato, un libro fotografico che mi aveva colpito molto, perché mi aveva portato al di là della visibile uniformità del manto erboso, facendomi scoprire l’estremo brulicare di esseri viventi e di operazioni nascosti dentro il verde del giardino. I racconti di Celati sono come le foto di quel libro; ingrandiscono lo sguardo e rivelano il contesto.

Speciale su Celati, con saggi, testimonianze e interviste (da doppiozero.com)

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Böll va in Irlanda per la prima volta nel 1955. Si affeziona subito a quella terra, tanto che ci tornerà ancora e acquisterà anche un piccolo cottage a Dugort Achill, nella Contea di Mayo (l’edificio esiste ancora e viene utilizzato su richiesta come residenza temporanea per artisti). Questo piccolo volume raccoglie una serie di prose brevi che traggono spunto proprio da quel primo viaggio e che, tuttavia, come avverte anche l’introduzione firmata da Italo Alighiero Chiusano, non possono definirsi pagine di un vero diario. Si tratta, piuttosto, di racconti elaborati con estrema cura, sull’onda di emozioni, di odori, di immagini e di storie effettivamente percepiti dal vivo, ma tradotti poi dal grande scrittore in una forma narrativa che trascende esplicitamente il tono occasionale. Tanto che è lo stesso Böll ad anteporre ai testi la seguente avvertenza: “Questa Irlanda esiste, ma chi ci va e non la trova, non può chiedere risarcimenti all’autore”. È per queste ragioni che l’Irisches Tagebuch – e così l’Irlanda – non smette di colpire, neppure oggi, in un tempo, cioè, nel quale si può sbarcare a Dublino senza captare immediatamente l’atmosfera in cui si imbatte Böll sin dal tragitto che compie a bordo del piroscafo partito da Liverpool.

Non c’è dubbio, infatti, che quello di Böll sia stato, innanzitutto, un itinerario sentimentale, che quindi può ben presentare intuizioni e fotogrammi capaci di essere ancora validi per tutti: il dialogo tra il prete e la ex-cameriera (p. 5) è ancora un buon metro della strutturale ambiguità dello spirito irlandese, sempre sospeso tra un incrollabile senso del sacro e un’altrettanto invincibile propensione al realismo più schietto e inesorabile; il fatto che “mille e più anni or sono” l’Irlanda sia stata “il cuore ardente d’Europa” (p. 9) è ancora un dato innegabile e sorprendente, che vi coglie ad ogni passo, specie di fronte alle innumerevoli rovine di abbazie e antiche scuole religiose (ad esempio, visitare, oggi, per credere, le vestigia ben visibili sulla piccola isola di Innisfallen, nel Lough Leine, a Killarney); la pioggia, quando c’è, è proprio e ancora quella metafisica di cui alle “Considerazioni” che l’Autore le dedica con tanta attenzione (p. 61); provate, poi, a visitare il Folk Park annesso al bellissimo Bunratty Castle, e potreste ancora vedere, nella casa del medico, così ben ricostruita, l’ambiente ideale per lo svolgimento de “I piedi più belli del mondo” (p. 65); “Quando Seamus vuole bagnarsi la gola” (p. 87) vi ricorderà, ancora, la potenza sociale del tema alcolico, del pub come invariabile luogo di riferimento e della inimitabile scura della Guinnes (e delle sue altrettanto originali campagne pubblicitarie); e se prendete l’espressione “sorry”, che Böll utilizza in “Modi di dire” (p. 111), e la sostituite con l’odierno e onnipresente “no problem”, allora vi sentirete ancora nello stesso paese e nel bel mezzo della sua impareggiabile ospitalità. A dire il vero, l’attualità di Diario d’Irlanda potrebbe starci anche negli errori più evidenti: quelle che l’Autore, a più riprese, vede nelle mani dei ragazzi non sono, come lui stesso ha creduto, e come potremmo credere ancora noi continentali (anch’io, ad un primo sguardo, la pensavo così…), delle comuni mazze da hockey, bensì delle mazze da hurling, che ormai sono popolari in tutti i negozi di souvenirs e che rappresentano l’estrema varietà degli sport gaelici.

Mi sono chiesto se questo libretto – che due amici mi hanno provvidenzialmente regalato a mo’ di felice viatico per la scoperta di quella particolarissima nazione – possa dirmi qualcosa di più anche su ciò che ho già letto di Böll. Nell’Introduzione si dà conto sia dei severi giudizi di buona parte della critica (che aveva bollato il testo come utopistico), sia dell’opinione contraria dell’autorevole prefatore (che definisce Diario d’Irlanda come la “pastorale” dello scrittore tedesco). Non c’è dubbio che, nella produzione del Premio Nobel, si tratti di qualcosa di estremamente diverso e quasi eccentrico, lontano dall’impegno socio-politico e culturale che contraddistingue Opinioni di un clown e L’onore perduto di Katharina Blum (opere che, d’altra parte, sono successive e ben più corpose e mature). Il Böll del Diario sembra quasi sperduto, alla ricerca di una radice nuova, di qualcosa che lo possa ricostruire, da uomo e da tedesco, dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale. È una forma di purezza che, in quel momento, lo scrittore sa soltanto intravedere. Forse è in questo senso che si deve interpretare l’immagine del pentolino arancione posto fuori da una finestra e del sorriso femminile che l’accompagna, all’inizio e alla fine del libro e, allo stesso modo, del viaggio (v., rispettivamente, pp. 10 e 121); come se l’itinerario realmente compiuto in quella terra assumesse il significato intimo di un cerchio magico, di un’iniziazione emotiva tanto avvertita quanto irraggiungibile. Ed è così, probabilmente, che si spiega anche il disagio che l’Autore prova allorché si sente costretto ad assumere il ruolo, in quel caso improvvisato, di “Dentista politico ambulante” (v. p. 39), di testimone obbligato comunque a ricordare e ad ammonire, sempre. Un ruolo che, del resto, egli non dismetterà mai e che ben può rappresentare l’anticamera della coscienza critica che lo renderà uno degli interpreti più severi e intelligenti degli anni della ricostruzione e del successo economico.

Un sito interamente dedicato a quest’opera (auf Deutsch)

Materiali e indicazioni su Böll

La Heinrich Böll Stiftung

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