Vicino alla stazione di Firenze, lungo i binari, viene ritrovato un corpo. È quello di un vecchio, distinto e ben vestito. Corre l’anno 1931, ed è l’alba di una fredda giornata di febbraio. Nessuno sembra desideroso di capirci qualcosa e il caso viene affidato a un giovane commissario, Ottaviano Malossi, che fiuta subito la patata bollente. Il morto, infatti, è nientemeno che il generale Andrea Graziani, pezzo grosso del regime e già Ispettore Generale del Movimento di Sgombero delle truppe in rotta dopo Caporetto. La sua fama di fucilatore, sul fronte della Grande Guerra, lo ha sempre preceduto; anche Malossi, ragazzo del ’99, se lo ricorda. Forse è per questo che tutti si aspettano che l’indagine finisca presto e che si accerti che si è trattato di un semplice incidente. Ma probabilmente c’è qualcosa di più, e il commissario vuole comunque vederci chiaro. La verità, infatti, è ben altra: viene proprio dai campi della disfatta dell’autunno del 1917. Dai luoghi in cui si svolge una diversa storia, quella che l’Autore intreccia alla prima, e che ha come protagonista un Vecio, uno dei fanti del 1915, sopravvissuto a tante sanguinose battaglie e ritratto nelle sofferenze della dura ritirata di Caporetto e della strenua difesa del nuovo confine. Che cosa c’entra questo Vecio con la morte di Graziani? Forse i loro destini si erano improvvisamente incontrati? Malossi lo intuirà in quel di Verona, ai margini dei solenni funerali che le camicie nere dedicheranno al generale defunto. E deciderà, per quanto gli compete, di fare a suo modo giustizia.

A qualche anno di distanza dal freschissimo esordio de Sul Grappa dopo la vittoria, Paolo Malaguti torna a raccontare il primo conflitto mondiale. Lo fa, però, con un’intenzione ben precisa. Il nuovo senso di questo romanzo ci scruta sin dalla copertina e ha lo sguardo ghiacciato di Max Frechette, uno degli attori di Uomini contro (1970), di Francesco Rosi. Non è il richiamo generico a un’immagine di trincea; è il rinvio a un’atmosfera coerente, di dolore, denuncia e ribellione. È chiaro, infatti, già dalle prime pagine, che Malaguti vuol prendere una parte, senza ambiguità. Vuole stare, nel centenario che la ricorda, con chi ha subíto la Grande Guerra, con quegli italiani che, ritenuti colpevoli di condotte poco fedeli, sono stati puniti o uccisi dalle incomprensibili sanzioni e dagli ordini spietati di gerarchie tanto inflessibili quando militarmente incapaci. E vuole condannarle quelle gerarchie, come tutta quella guerra, un conflitto che ha travolto o segnato migliaia di individui semplici. Per raggiungere questo scopo, lo scrittore ha deciso di marciare col soldato, col Vecio e con la buffa, imparandone il gergo (riproposto in appendice al volume), condividendone speranze e paure, e coltivando passo dopo passo, nel fango e negli orrori, un insopprimibile senso di vuoto, di abbandono e di rifiuto, e un’istanza di riconoscimento, per la quale, tuttavia, la sola memoria non sembra più sufficiente. Era tempo, dunque, che il lungo viaggio del Vecio (così potremmo chiamarlo) venisse riscoperto, a testimonianza della sventura di un intero esercito; ma era anche tempo che questo viaggio diventasse l’antefatto di una sentenza esemplare, come spunto per la rinascita di un giudizio collettivo finalmente più giusto. È per questo che Malaguti inventa Malossi, facendogli condurre un’indagine che riporta alla luce un fatto tanto assurdo quanto realmente accaduto, per il quale il generale Graziani è da sempre rimasto tristemente famoso, e del quale ora, sia pur post mortem, può pagare simbolicamente le conseguenze.

Recensioni (di Franco Cardini; di Dino Messina; di Milena Nebbia; di Maria Emilia Piccone; di Silvia Stucchi)

Condividi:
 

Michele Balistreri è un poliziotto dal passato oscuro. Negli anni Settanta militava in Ordine nuovo. Allora, per tutti, era Africa: perché era nato a Tripoli, e perché la sua era una storia di ribellione e di onore in salsa postcoloniale. In mezzo sono successe tante cose, e il famoso commissario Giannini lo ha salvato da una deriva molto pericolosa. Ora, nel 1986, il passato ritorna. Giulio Giuli, un tempo Ringo, è stato ucciso dentro la sua ricca casa. Di strada ne aveva fatta tanta, in politica e negli affari. Dal Fuan era passato alla Dc, e aveva sposato la bellissima Isabella Mulas, proprio lei, quella di cui Africa si era innamorato. Quella che ora Michele deve interrogare – e quindi, fatalmente, rivedere – per avviare le sue indagini. Il punto è che con Ringo e Isabella riemergono anche altre figure, altri camerati. Michele sa che deve tornare nel 1974, quando stava con Ringo, e con Dracula, Benvenuti e Boccino… E quando c’era anche Viola, figlia irregolare di un potentissimo uomo politico. Lo sa anche l’Autore del romanzo, che così alterna la crime story con la tecnica del flashback, mettendo in campo un intreccio complesso, le cui verità sono sepolte in storie di amori non corrisposti, di diari nascosti, di gelosie brucianti, di segreti di Stato e di pericolose derive, eversive e personali. Balistreri, alla fine, scoprirà tutto, anche i propri errori. Ma questa volta non sarà lui il vero protagonista.

Costantini è nato a Tripoli come il suo eroe. Forse la forte immedesimazione dello scrittore con Balistreri è il vero marchio di fabbrica di un personaggio che non può non piacere. Il piatto, infatti, è potenzialmente gustoso, perché, oltre che ad una viva partecipazione del suo chef, attinge anche ad una cucina che oggi è di grande successo. Non c’è niente di meglio, infatti, degli anni di Piombo, della politica corrotta e delle avventure generazionali per appassionare il lettore medio degli anni Duemila. Ma proprio qui si nasconde un primo punto debole, per il cui superamento il romanzo offre il fianco a un’ulteriore critica. Da un lato, le situazioni in cui si trova Balistreri sono ormai note, appartengono, cioè, a un immaginario tanto frequentato dalla narrativa di genere dall’essere assai prevedibile. Dall’altro, per mascherare questa cronica prevedibilità, si sceglie la via di saltare e posporre parti salienti della storia, con un montaggio che, tuttavia, mentre non supera completamente il problema, risulta troppo meccanico, troppo artificioso. Come se fosse stato fatto e rifatto più volte, al termine di alcune stesure; e con il risultato di ingenerare la sensazione che non vi sia veramente un mistero da svelare e da comprendere, ma soltanto un difetto temporaneo di informazione. Ciò non toglie peraltro che, anche con questo libro, chi si era affezionato al Balistreri della cd. trilogia del male possa continuare a trarre le soddisfazioni che cerca. Né può dirsi negativa l’idea di concentrare il fuoco dello sguardo sulle figure femminili e sulla loro inestinguibile sete di giustizia assoluta, qui rappresentata nel suo apogeo e nel suo contemporaneo fallimento. La cifra del libro, d’altra parte, è una generale rappresentazione del duro destino che incontra ogni vocazione ostinatamente individuale. Su questo binario il racconto funziona senz’altro.

Recensioni (di Marco Imarisio; di Pietro Cheli)

Intervista all’Autore

Condividi:
 

Anche per Curzio Malaparte, ambiguo ed eccentrico protagonista della scena culturale e letteraria dell’Italia del Ventennio, arriva il tempo della fine. La guerra, certo, è terminata da un pezzo e la fama di intellettuale di punta, nonostante tutto, non l’ha abbandonato. La Morte, però, non può più aspettare e gli si presenta direttamente, nella stanza della clinica romana dove si trova ricoverato, vestita ovviamente di nero e con il volto di una bellissima donna. Kurt Erich Suckert – questo il suo vero nome – non si potrà più salvare, ma ha l’occasione di espiare le sue colpe, dettando a due angeli un ultimo romanzo. Che è ambientato a Capri, nell’estate del 1939, tra feste sfarzose e turisti eccellenti, dove lo stesso Malaparte gioca un ruolo da protagonista assoluto, prima di essere accusato di omicidio e di finire, così, nelle grinfie dell’Ovra, potente polizia segreta del regime. Lo scrittore, infatti, viene sospettato di aver ucciso Pam Reynolds, caduta misteriosamente da un dirupo qualche anno prima, in uno dei luoghi più suggestivi dell’isola. Forse lo ha accusato l’odioso e pavido Sturmbannführer che si era invaghito della giovane poetessa e che lui stesso aveva sfidato e vinto a duello, proprio sul ciglio del burrone. O forse Mussolini ha deciso di sbarazzarsi definitivamente di lui; lui che nella sua coscienza porta i segreti e le vergogne del delitto Matteotti. O forse, ancora, si trova nel bel mezzo di un intrigo ordito dai nazisti, che per soddisfare la sete del Führer per l’occulto pare vogliano impadronirsi proprio della villa del padre di Pam, collegata chissà come con il centro della terra. Fatto sta che deve fuggire, non farsi trovare, e indagare, aiutato dal suo fidatissimo cane e dal principe di Sirignano, per cercare di capire come sottrarsi a un destino che pare segnato. Riuscirà a farla franca? Soprattutto, riuscirà questa storia a convincere la Morte?

Non c’è niente di convenzionale in Malaparte; non c’è nella sua vita, non c’è nei suoi scritti. Il romanzo rende bene l’idea, come la sviluppa altrettanto efficacemente il romanzo nel romanzo, un giallo picaresco e spionistico dal finale barocco, che a Malaparte sarebbe senz’altro piaciuto: non solo per l’eccentricità della trama, quanto per il suo essere un condensato di malapartismo spinto, talmente inverosimile dal rasentare la pura e semplice verità di un personaggio mai completamente sincero, eppure particolarmente affascinante ed efficace. La scena del delitto, allo stesso modo, è lussureggiante e surreale, una Capri all’ennesima potenza dei suoi profumi, dei suoi colori e dei vip che la eleggono, trasfigurandosi, a palcoscenico di amori, divertimenti e segreti. Su tutto domina Casa come Me, il tempio-rifugio assoluto, il mausoleo per la celebrazione di un protagonista che si vuole smisurato, misura egli stesso del mondo e delle cose, e che naturalmente, in un scenario in cui nulla è come sembra, se la cava egregiamente. Non è questa raffigurazione, tuttavia, a giustificare i meriti del libro abilmente intessuto da Monaldi e Sorti, che pure prende ispirazione da un fatto realmente accaduto. E che viceversa gioca sulla sensazione del disorientamento e del contrasto. L’equivoca e brillante grandezza del loro eroe non basta, infatti, a guadagnargli la salvezza dell’anima. Né sono sufficienti i ricordi tormentosi delle trincee del fronte occidentale a spiegarne l’umanità lacerata. È come se l’ultimo romanzo, dettato alla Morte, nel suo essere degna impronta del suo stesso Autore, contribuisse a condannarlo definitivamente, nella sua doppiezza, nella costante rimozione dell’opportunismo che lo ha reso complice e indifferente di ogni evento, anche di quelli più drammatici. Ciò che conta è scamparla e vincere, sempre: ma sul più bello, caro Malaparte, la Morte non si fa ingannare. Morte come Me ha partecipato all’ultimo premio Strega, rilanciando l’ipotesi di uno Strega ad honorem per il discusso scrittore italo-tedesco. Premio o non premio, poco importa: La pelle e Kaputt sono libri che si sono conquistati già un posto d’onore, e che oggi, forse, soltanto il miglior Carrère sarebbe in grado di concepire. Ma il fatto è che, per Malaparte, l’ammirazione corre sempre sul filo del disgusto; ed anche questo è un modo per restare invariabilmente unico, anche post mortem.

Recensioni (di Pier Mario Fasanotti, di Roberta Scorranese, di Mirella Serri)

Conversazione con gli Autori

Citofonare Malaparte (di Michele Masneri)

Recensione di Tecnica del colpo di Stato (su questo sito)

Condividi:
 

“Tutto qui” è espressione che può alludere a più cose. Può essere la manifestazione di una sorta di resa, come a dire: scusate, vi aspettavate forse dell’altro, ma quello che so, quello che ho fatto è questo, solo questo. Può essere, tuttavia, anche la rivelazione di un segreto: che la cosa è semplicemente così, niente di più e niente di meno, basta guardarci nel modo giusto. Il “tutto qui” di Marcoaldi assume ambiguamente, e consapevolmente, entrambi i significati. E ha ragione l’Autore quando avverte di non cercare “corrispondenze / programmatiche tra le poesie” (p. 66), poiché la loro chiave è solo alla fine, nell’ultimo pezzo, quando si tirano le fila di un discorso in cui, dopo molte e varie suggestioni, si scopre che “è proprio tutto qui” (p. 95), e che lo è, dunque, esattamente nel senso anzidetto.

Da un lato, quindi, ci sono la registrazione e la rassegnazione. Nel libro, infatti, emerge diffusamente un’ottica quasi perdente, sconsolata, di chi ricorda che “fuori di qui si spara, e non a salve” (p. 7) e che siamo invariabilmente consegnati agli inganni dei potenti (p. 38), raggirati, abbandonati in un mondo divenuto incomprensibile, privo di misura e di bellezza p. 81), attanagliato in un “lavico frastuono” e bisognoso di una tregua, forse di una forte nevicata (p. 53), e nel quale persino la poesia non riesce a far lievitare l’esperienza concreta dell’uomo (v. p. 12 e p. 50): tanto che, nelle parole del poeta, anche l’amore può risolversi, banalmente, nel carezzare “consonanti e vocali in cerca del ritmo / sillabico che le renda intonate” (p. 47). E pure il “Benessere” suona grottesco e fatale, con toni analoghi – quindi implacabili, oltre che ripetitivi e stanchi… – a quelli ungarettiani di Cielo e mare (p. 52). Dopodiché tra le poesie si fa strada anche un itinerario diverso: punteggiato, ad esempio, dall’immagine improvvisa, tranquillizzante e rivelatrice di un gatto che si stira (pp. 81-82), o dall’intuizione che basterebbe “un passo di lato, il silenzio… e un lungo respiro” (p. 25), o dalla scoperta che c’è “la tana” a proteggerci (p. 29), o ancora dal monito che invita a rinunciare alla propria “hybris” e ad osservare “la mimosa che hai piantato / l’anno scorso. In pochi mesi ti ha / superato in altezza, vigore, / floridezza di nervature e foglie. / E tutto questo in silenzio – senza / dar fiato alle trombe, senza / esternare le proprie deliranti voglie” (p. 63). In fondo, sin dall’inizio, Marcoaldi nota che “il lusso”, quello vero, “è una piccola cosa”, “due ore / rubate al lavoro” o “il cielo” che “si è tinto di tiepolo rosa” (p. 5).

Il punto è che nell’orizzonte di questo Autore non esiste “un’univoca risposta”, perché siamo destinati ad andare “avanti e indietro – senza sosta” (p. 51), perché, in fondo, “per trovare la bellezza” è del tutto comprensibile dannarsi (p. 59), e perché talvolta ci si può anche accontentare di acquattarsi, preparando “la mossa del cavallo” (p. 61) o, meglio ancora, una volta compreso che “la vita ci è concessa / in prestito”, assumendo “il passo lento e gaio del flâneur” (p. 65). Tutto qui dischiude la chiave delle chance che può dare il sentirsi intrappolati (una precedente raccolta era intitolata proprio La trappola…), tra la percezione di possibilità commoventi e risolutive e la certezza di non riuscire a fissarle e, così, a sublimarle in un messaggio tanto universale quanto taumaturgico. Per liberarsi dallo scacco occorre vivere in una “casa matta”, lasciarsi permeare, forzare la “casamatta” del proprio egoismo e della propria autosufficienza, affinché si apra allo straniero e sciolga “il suo segreto nodo, raccontando / umbratili storie vegetali” (p. 73). Al termine della lettura mi viene in mente il Zivago cinematografico di David Lean, in particolare il breve dialogo tra il giovane dottore, e poeta, e il suo anziano maestro, medico illustre, davanti ad un microscopio: al primo non interessa la carriera che gli propone il secondo, vuole fare il medico condotto, annusare la vita, gettarvisi dentro con una semplicità assoluta, lirica, sentimentale. Tutto qui è un breviario per imboccare con soddisfazione la strada di questa felice e saggia ingenuità.

Recensioni (di Alessandro Canzian; di Niccolò Nisivoccia)

Incontro con Marcoaldi

Una “lettura-concerto” di Tutto qui

Altre poesie di Marcoaldi

 

Alcune poesie tratte dalla raccolta:

Come uscire da questo soffocante

raggiro? Ti consiglio un passo

di lato, il silenzio… e un lungo respiro.

Combattere è virile,

dispiega la potenza

e fa sentire vivi.

Ritrarsi porta pace, e bene,

sgombrando il campo

da inutili tossine.

Combattere scatena mille

e mille desideri – ritrarsi,

invece, quei desideri

elude, smorza, cancella.

Combattere stimola, agita,

smuove e rimuove, sporca.

Ritrarsi ama l’immunitas,

perciò chiude finestre e porta.

 

Combattere o ritrarsi?

Imporsi o scomparire?

Inutile cercare un’univoca risposta:

da bravi pendolari,

su treni traballanti,

andiamo avanti e indietro – senza sosta.

Quand’è che l’idea

di limite e confine

si è perduta, è stata

per sempre abbandonata?

 

Non c’è più metro né misura,

è tutto fuori asse, una iattura.

 

Vecchie regine rovistano in cantina

cercando vanamente la corona,

cupo s’aggira un dio impotente

che comunque non perdona.

 

Nulla e al suo posto. Si impone

Antropocentrica, con scarafaggi

che figliano a dicembre e cani

innaturali che patiscono allergie

legate al mondo vegetale – bambini

obesi che nuotano nel mare di Natale.

La luna impallidita resta muta

mentre lo schermo acceso

cola sangue. E il generale, lucidando

con frenesia le sue mostrine, sposta

fiero i soldatini qua e là

sul mappamondo. E tutto

si rovescia e cade – un finimondo.

 

Soltanto il gatto appare ancora attento

a coltivare il proprio baricentro.

Se ne sta fermo immobile

per lunghissimi minuti –

poi lento si stira, alza una zampa

e benedice. Commosso

mi inginocchio – in controluce.

Condividi:
 

Gli Alleati risalgono l’Italia in modo irresistibile e il colonnello Martin von Bora, ex ufficiale dell’Abwehr, lascia Roma: deve raggiungere il suo nuovo comando sugli Appennini. Siamo nel giugno del 1944, la Wehrmacht sta cercando di assestarsi in prossimità della Linea Gotica. Bora, però, viene bloccato lungo il percorso, perché per lui gli ordini sembrano improvvisamente cambiati. Il suo passato lo richiama in sevizio. Senza che le SS lo sappiano, deve fermarsi a Faracruci, un piccolo paese sul massiccio del Gran Sasso, per tentare di recuperare un carteggio di importanza fondamentale, quello tra Mussolini e Churchill. Durante la prigionia di Campo Imperatore, l’ex Duce lo avrebbe consegnato in gran segreto a Luigi Borgonovo, un oppositore del regime confinato da anni nel remoto borgo abruzzese. Bora ha pochi giorni, perché non può permettersi che la sua missione venga vanificata dagli americani, dai partigiani o dallo stesso esercito tedesco. Ha capito, infatti, che anche nelle alte sfere dei comandi berlinesi si sta giocando una partita complessa; e lui, in fondo, sa da che parte stare. Tuttavia Borgonovo non vuole rivelare il suo segreto, e a complicare il tutto ci si mette anche un misterioso omicidio: nella piazza di Faracruci viene ritrovato il corpo morto di un uomo sconosciuto. Dal paese, nel frattempo, sono fuggiti anche i Carabinieri. Bora, unico ufficiale presente, si sente quasi costretto ad indagare, con la speranza di essere aiutato, in ciò, da Borgonovo, con cui vuole entrare in confidenza. Si apre in tal modo un giallo nel giallo, un mistero le cui radici affondano nel primo conflitto mondiale e negli intrighi più contorti della sparuta comunità locale, dei suoi notabili e dei poveri contadini che da sempre lavorano per loro. La detective story si articola ora per ora nel microcosmo di Faracruci, ma sullo sfondo delle grandi manovre militari e delle sorti fatali dell’Italia e della Germania.

La Pastor riesce sempre a confezionare storie interessanti e suggestive. Non c’è dubbio che il perno capace di farle tutte ruotare nella direzione giusta sia sempre il personaggio di Martin von Bora: uomo di nobile lignaggio, colto, intelligente, inossidabile. Il fatto che militi come braccio armato della Germania nazista contribuisce ad esaltarne, per contrasto, il fascino: non può non servire la sua Heimat, ma al contempo sente di doverlo fare negli unici modi che l’onore e la cultura gli suggeriscono. L’orrore lo ha percepito distintamente, ha attraversato la sua vita e la sua famiglia. E anche in questa storia il dissidio emerge in modo netto, tanto più che la missione segreta che gli è stata affidata proviene, con tutta probabilità, da quelle gerarchie che, avvertendo l’ormai prossima disfatta del popolo tedesco, cercano di procurarsi con ogni mezzo gli strumenti per una possibile trattativa con i futuri vincitori. Da questo punto di vista, Il morto in piazza andrebbe letto alternando le sue pagine alla visione di Operazione Valchiria. Sennonché sullo schermo irrompe anche il valore aggiunto del giallo, che, per rimanere sul piano cinematografico, sarebbe stato bello veder girato da Carlo Lizzani. Come sarebbe stato bello saperlo sceneggiato da Silone, perché il grumo che lo strano e inflessibile detective germanico si trova a dipanare è condito delle amare e invincibili pietanze della povertà, dell’interesse e del risentimento. Così collocato, Faracruci è un piccolo e simbolico laboratorio di un’Italia perennemente intricata e indifferente: accade di tutto ai suoi confini, ma la sua vita è sconvolta soltanto dalle vergogne quasi macchiettistiche e melodrammatiche della peggiore e immobile provincia. Ma non è soltanto per questo che le indagini di Bora sono avvolte come da una bolla, che il ritmo del romanzo è lento, che il tempo sembra quasi fermo, che le ore e le notti, sospese, scandiscono un’azione apparentemente estranea al teatro di guerra. Bora sta vivendo la fine di un’epoca e la sua creatrice non poteva scegliere una malinconia più accattivante.

Il sito dell’Autrice

Condividi:
 

Pietro Zambelli, detto Zambo, prende il suo zaino ed esce da Genova. Vuole raggiungere a piedi una casa in Maremma, un lontano lascito del padre, che vi aveva trascorso i momenti più intensi della guerra partigiana. Il suo percorso è lungo, ma lui non ha fretta e parte determinato, accompagnato dal cane Tobia. Il programma è inoltrarsi nelle montagne, per passare attraverso gli Appennini. Il viaggio, tuttavia, si interrompe presto. Zambo incontra una strana famiglia, che abita in un vecchio rifugio: si ferma con loro per qualche tempo e conosce Agnese. Poi riparte, ma si accorge che non trova più la pistola che aveva con sé. Avvia allora un’ostinata ricerca, tornando anche sui suoi passi, inutilmente, e raggiungendo così la baita del vecchio Dindon, antico amico del padre. È qui che viene a contatto con il lupo, un esemplare ramingo che un’associazione di animalisti vuole monitorare e proteggere, e che lui, invece, libera di nascosto. Da quel momento l’avventura sembra procedere, apparentemente senza sorprese. Zambo raggiunge la casa e comincia a ristrutturarla, conosce la figlia di Dindon, ritrova e riperde la misteriosa Agnese, e ritrova anche il lupo, con il quale finisce per condividere la lotta per la sopravvivenza in quota. In ballo, però, c’è qualcosa di più che il rischio di una vita selvaggia. Dindon gli ha rivelato un segreto profondo, che spiega la morte del padre e il significato della casa in Maremma. La sua missione, dunque, non è ancora finita, e dovrà tornare nuovamente indietro, con il lupo, per restituire alla natura tutte le sue ragioni.

È da tempo che la montagna è al centro della scena letteraria italiana: come luogo del ritorno alle origini; mezzo per riscoprire se stessi; occasione per sperimentare il senso del limite; teatro di un predominio naturale riaffermato come irrinunciabile; spazio della resa di conti. Caccia sceglie quest’ultima opzione, perché sullo sfondo c’è da risolvere definitivamente un enigma familiare, risvegliando anche le zone d’ombra della guerra di Liberazione. Ma il protagonista è anche attratto da un magnetismo che lo spinge a cercare in ogni caso un nuovo equilibrio personale. Fino a qui non si direbbe un romanzo originale. E non suona bene – perché un po’ retorica – anche la scelta di inframmezzare il racconto con spezzoni della memoria di Zambo, che ricorda il rapporto con il padre, nell’infanzia e in un passato più recente. Sennonché il libro si rivela ugualmente avvincente. L’Autore riesce a costruire una relazione di singolare connivenza tra l’asprezza delle leggi di natura e il carattere implacabile della legge morale, in un crescendo in cui tutto si fonde, anche biologicamente, nel finale freddo e sorprendente. La Natura, in questo romanzo, non è solo matrigna; è fisiologicamente spietata, incombente, onnivora. In altre parole, è americana, come nei migliori orizzonti del Grande Sud letterario. Anche la copertina, particolarmente azzeccata, sembra suggerire questa direzione: la foresta, il bosco sovrastano anche il lettore, programmaticamente. Da non sottovalutare, poi, le partecipazioni straordinarie di due grandi ex della scena punk italiana: fanno la loro buona comparsa, infatti, Giovanni Lindo Ferretti, il barbarico, con la sua passione per i cavalli, e Massimo Zamboni, fonte pressoché certa d’ispirazione, per la creazione di Zambo e per il tema familiare / resistenziale, oggetto di un altro bel libro.

Condividi:
 

È un romanzo in tre tempi. Il primo (1933-1945) è il tempo del padre, Luigi, di cui si racconta la giovinezza e la crescita, dal matrimonio alla guerra sul fronte balcanico, fino alla militanza partigiana in Istria. Il secondo tempo (1945-1982) è quello del figlio, Valerio, alter ego dell’Autore, seguito in due diverse fasi del suo percorso, dall’adolescenza dell’educazione sentimentale alla maturità della docenza universitaria e dell’impegno di partito. Il terzo tempo (2005) appartiene al “figlio del figlio”, Marcello, tornato in Italia, da Londra, sulle tracce di se stesso, del padre e del padre di suo padre. Ai tre tempi non corrispondono soltanto, come spiega Luperini stesso nella Nota che chiude il volume, tre diversi modi di narrare (la docu-fiction di carattere storico; l’autobiografia romanzata; il racconto in terza persona). Quei tempi sono anche tre contenitori: di una ricerca psicologica che si muove su più generazioni, e degli scenari, familiari, sociali e politici sui cui di volta in volta la ricerca si articola. Si assiste, così, ad un lungo viaggio introspettivo, che attraversa il fascismo, la Resistenza, la rinascita della mobilitazione politica, gli anni di piombo, lo smarrimento della fine del secolo. E a questo viaggio si intreccia il percorso dell’Autore e del suo dna di studioso engagé, in un continuo rimando tra ragioni private e istanze collettive, tra fragilità affettive e stati di equilibrio.

Il genere cui appartiene questo testo è quello dei libri che per essere compresi e assimilati richiedono un adeguato periodo di sedimentazione. A distanza di qualche ora, infatti, si prova già nostalgia per lo stile pacato e il periodare pulito. Ma il valore di questa lettura non si esaurisce qui. Anzi, la scrittura piana in questo caso proprio non aiuta, perché potrebbe stimolare un giudizio soltanto semplicistico. Si potrebbe avere l’impressione di trovarsi di fronte alla sceneggiatura di una meglio gioventù più intimistica, più esistenziale. Non è così, però. Né si può pensare che la cifra di questa storia sia solo quella strettamente autobiografica: che peraltro, nel caso di specie, è interessante comunque, visto che a mettersi a nudo, sia pur in forma romanzata, è uno degli intellettuali italiani più noti e apprezzati. Anche l’esemplarità, tuttavia, non spiega tutta la suggestione che l’Autore riesce a imprimere alle sue pagine. Il loro punto di forza, il motore che le alimenta è in quella parola, rancura, che sta nel titolo e che è tratta da una poesia di Montale. Non è soltanto un omaggio al cuore delle attenzioni filologiche di Luperini e del suo magistero di critico. La rancura è il vero protagonista del romanzo. È una sensazione di afflizione che deriva da un rimprovero istintivo e malinconico, ma soffocato; dal senso di un condizionamento sofferto, che altri, forse, ha imposto, in modo tuttavia indelebile e naturale, come se fosse un testimone difficile, da prendere con la coscienza che non lo si potrà mai superare davvero, se non comprendendolo e accettandolo. Come si fa con i genitori, ci ricorda Luperini; e come si fa anche con le proprie origini, le proprie case e i propri amori, e infine anche con il proprio paese.

Recensioni (di Angelo Guglielmi; di Pierluigi Pellini; di Floriano Romboli)

Un’intervista a Romano Luperini

L’Autore a Fahrenheit

Condividi:
 

Fine della seconda guerra mondiale: un bambino di sette anni, con una sedia sopra la testa, attraversa spavaldo una Trieste liberata ma ancora militarizzata. È Flavio, il papà dell’Autore. L’immagine – immortalata in una vecchia foto di giornale – apre una fitta galleria di ricordi, di racconti, di conversazioni, e anche di indagini: sulla propria eredità sentimentale e sulla storia di una città multietnica e conflittuale. I due livelli si sovrappongono costantemente, con un effetto di rimbalzo reciproco, talvolta semiserio e scanzonato, talvolta emotivamente forte, comunque molto efficace. La sensazione è che i protagonisti siano tutti attori di un film, che va assemblandosi pagina dopo pagina. È il lungometraggio di una terra e di una popolazione martoriate da un lungo destino di esili, di guerre, di passioni, di separazioni, di crimini e scontri atroci, al di qua e al di là della cortina di ferro. Ma è anche l’autobiografia di un’identità multiforme e di una comunità esuberante, da sempre eterogenea ed errante; la fisiologia di un avvitarsi collettivo e individuale psicologicamente complesso, sempre indefinito, e per questo fertile e maturo, pronto per una nuova chance di vivace cosmopolitismo, sulle orme di Berlino e di Belfast. Di questo vuole convincersi, e convincerci, anche Covacich, che in una tale impresa si fa aiutare dai suoi eroi, dai personaggi che ha deciso di eleggere a numi tutelari del suo percorso narrativo: il poeta croato Ivan Goran Kovačic, rievocato nell’esemplare durezza della sua tragica e paradossale parabola esistenziale; lo scrittore italianissimo Pier Antonio Quarantotti Gambini, alfiere, testimone e custode di un’epoca di slanci e di rivendicazioni politiche e culturali; il grande compositore istriano Antonio Bibalo, triestino di nascita ma campione riconosciuto solo nella sua Norvegia; e il Fulvio Tomizza di Materada, il collega e il compatriota a tutti gli effetti, riscoperto tra i colori tenui di un paese, il suo paese, che, a ben vedere, non ha mai smesso di essere allergico a ogni confine.

Il libro è semplicemente bello. Forse la chiusa cede un po’ alla retorica, e i ripetuti riferimenti a Kafka e a Joyce, come a Svevo e a Saba, sono un po’ di troppo, perché scontati (ma come evitarli?). Eppure la Trieste di Covacich è un universo che attrae. In primo luogo perché ciascuno di noi ne ha una: è la città della nascita e dell’adolescenza; degli affetti e delle genealogie familiari; delle fughe, delle nostalgie e dei ritorni; di tutti i piccoli grandi miti personali, sui quali vorremmo scrivere tutti una sceneggiatura, anche soltanto per trarne egoisticamente un supplemento di energia e di motivazione. Poi, però, in questo testo emerge anche una virtù che trascende questo piano. Trieste è uno snodo singolare di culture e di occasioni di analisi e di pensiero, un luogo in cui si può essere tante cose – italiani, asburgici, sloveni, croati, ebrei, contadini, marinai, impiegati, migranti, viaggiatori, imprenditori, musicisti, scrittori… – senza mai provare la sensazione di non capirsi. Anzi, l’idea di Covacich è che questo impasto sia, più in generale, il segreto e il modello di un’umanità più ricca, quella di cui il nostro tempo (la nostra Europa) sembra avere davvero bisogno. Ed è un’idea – particolare non trascurabile – scritta bene, con grazia, e assistita da un approccio molto interessante alla letteratura e allo spazio che per l’Autore le si addice più di ogni altro. A Covacich interessa la descrizione e l’analisi del rapporto costante e fondamentale tra l’io e le tante cose che lo costituiscono dall’esterno, offrendogli così il modo di essere davvero cosciente e determinante. Ecco perché questa Trieste non è un semplice spot sul fascino di un capoluogo mitteleuropeo. In una simile prospettiva – i luoghi come laboratorio dell’anima e della consapevolezza, personale e collettiva – il titolo del libro è già un manifesto più che eloquente; non serve dire altro. Può essere utile, invece, aggiungere un consiglio: provare a leggere La città interiore dopo aver visto due brevi docufilm, entrambi usciti nel 2012 dalla fucina di Elisabetta Sgarbi: Il viaggio della signorina Vila e Trieste: la contesa. Due piccoli gioiellini, che, con questo volume (prodotto, in fondo, dalla stessa firma…), completano un trittico suggestivo e stimolante.

Recensioni (di E. Barbieri, C. Battocletti, A. Mezzena Lona, S. Pent, C. Taglietti)

Conversazione con l’Autore (su radioradicale.it)

Mauro Covacich a Fahrenheit

Condividi:
 

Daniele Mallarico vive a Milano, è anziano. È reduce da un fastidioso intervento chirurgico. Ha anche un lavoro urgente da fare: è un famoso illustratore, gli sono stati commissionati alcuni disegni per una nuova e lussuosa edizione di The Jolly Corner, un racconto di Henry James. Ma la figlia Betta gli ha chiesto di scendere a Napoli per pochi giorni, perché possa restare a casa con il nipotino, il piccolo Mario, mentre lei e Saverio, suo marito, partecipano a un importante convegno di matematici. Daniele non se la sente di sottrarsi. Quindi torna nella vecchia casa di famiglia, per accudire Mario e dare a sua figlia e al genero una nuova occasione, sì che risolvano i loro costanti dissensi coniugali. E poi potrebbe anche approfittarne per lavorare un po’, per mettere mano a quei disegni che lo assillano e dimostrare al giovane editore di meritare ancora la reputazione che gli viene riconosciuta nell’ambiente. Tuttavia la faccenda si rivela un po’ più complessa di quello che sembra. Da un lato la casa di famiglia pare animata da fantasmi e ricordi del passato, che gettano il vecchio artista in una specie di malinconica crisi di identità. Dall’altro Mario, bimbo apparentemente compìto e istruito alla perfezione, proprio non concepisce di lasciare in pace il nonno, coinvolgendolo in una serie di piccole avventure casalinghe. Tanto che, di gioco in gioco, di scherzetto in scherzetto, si genera una tensione crescente, della quale, ad un certo punto, si comincia a temere qualsiasi risultato. L’epilogo, in verità, è semplice, normalizzante, come lo può essere una tranquilla passeggiata nella nuova metropolitana di Napoli. Ma il libro non è finito, perché al racconto seguono appunti e schizzi di Daniele Mallarico, una specie di diario di viaggio, che funge da corredo quasi critico alla storia, a chiarimento di ciò che essa ha potuto significare per il suo protagonista.

Poco tempo fa, in un’intervista televisiva, Dacia Maraini ha detto due cose formalmente contraddittorie, che ora, però, mi tornano sorprendentemente utili, ossia: 1) che sugli scaffali della sua libreria campeggia tutta l’opera di Henry James; e 2) che leggere i bravi scrittori italiani è essenziale, soprattutto per chi vuole imparare a scrivere. Bene. Queste, in estrema sintesi, sono esattamente le due (ottime) ragioni per leggere Scherzetto, che ci invita a riscoprire un assaggio di James, e dunque a correre subito in biblioteca a procurarsene dell’altro, e che al contempo appartiene all’articolato e ricco immaginario di uno dei narratori più capaci e coerenti del panorama letterario italiano, da conoscere e da frequentare anche al di là del suo ruolo ufficiale di consorte di Anita Raja, alias Elena Ferrante. Il libro, del resto, è interessante sia per motivi stilistici, sia per contenuto. In primo luogo Scherzetto è tale di nome e di fatto, nel senso che è esso stesso uno scherzo, un gioco, una variazione elaborata dall’Autore a partire da un plot e da una tecnica narrativa predefiniti e classici. Starnone dimostra di essersi impadronito molto bene dell’abilità, tipica di James, di creare dal nulla atmosfere cariche di suspense. In secondo luogo, anche Daniele Mallarico, come lo Spencer Brydon del racconto di James, si trova immerso in una situazione quasi diabolica, attratto e colpito da un trick psicologico potenzialmente fatale e concretamente rigenerante. Lo spiritello, in questo caso, non è un misterioso e antagonista alter ego, ma si nasconde nell’impertinente spontaneità del nipote, che all’improvviso consegna al nonno, stupefatto, il suo ritratto più vero. E l’angolo, qui, è uno spigoloso e pauroso balcone, sospeso sul traffico, nel buio e nella pioggia. In ogni caso, come nel racconto di James, l’obiettivo non consiste tanto nel riflettere sulle occasioni perdute o sulle sliding doors che la vita pone di fronte ad ogni uomo. Si tratta, in modo molto più naturale e pure assai più drammatico, di saper cogliere l’autentica svolta che è implicata in una piena e matura accettazione di se stessi e degli altri.

Recensioni (di Annalena Benini; di Alessandra Galetto; di Michela Murgia; di Pier Luigi Razzano; di Gianluigi Simonetti)

Le case di Domenico Starnone (di Davide Coppo)

Condividi:
 

La storia dell’umanità sembra percorsa da un artificio violento: società gerarchiche,  maschiliste e prevaricatrici si sono imposte, sin dall’antichità, su società pacifiche, egualitarie e sessualmente libere, e fondate sul culto della Grande Madre. L’esistenza di questa alternativa originaria è stata rimossa da qualsiasi memoria, e ci sono forze e uomini che sempre e ancora combattono per cancellarne ogni traccia e per ribadire il predominio di un paradigma di sopraffazione. Sonia è una dottoranda fiorentina che si è messa sulle tracce di questo lontano conflitto e che paga con la vita la sua ostinazione. Petra, la sua più cara amica, cerca di capire perché è scomparsa e di coltivarne la passione. Così facendo, intreccia la sua strada a quella di Aldo, ragioniere milanese disoccupato e disperato, e di Lorenzo, brillante e spregiudicato enfant prodige della più spinta e pericolosa finanza newyorkese: due vite diverse, eppure accomunate da un destino tragico. Il mondo nel frattempo è sconvolto dalla crisi economica e da un’escalation senza tregua di privatizzazioni selvagge, disordini e conflitti armati, nei quali i tre protagonisti sono completamente avviluppati, vittime e attori, allo stesso tempo, di una misteriosa lotta per l’affermazione di un’egemonia globale. Un oscuro clan plutocratico, infatti, trama nell’ombra e le sue manovre paiono assecondate con successo da un ordine pseudo-religioso plurimillenario e pronto a qualsiasi azione.

Tersite Rossi è l’identità fittizia di un originale duo di scrittori. Dopo l’esordio fresco e promettente, seguito da un tentativo più esplicito di new epic literature, probabilmente troppo ambizioso, Mattia Maistri e Marco Niro compiono una nuova e inattesa metamorfosi. Dalla narrativa di impegno civile il collettivo trentino si va dichiaratamente spostando verso un genere ancora indecifrabile, fra il thriller, il new age e il racconto distopico e apocalittico. Per gli Autori è “narrativa d’inchiesta” – così ne parlano – anche se nel libro si respira un certo irrazionalismo antimoderno, che trae evidentemente alimento da una riflessione sul presente più militante che problematizzata. Di suo questa ispirazione non ha nulla di male, le potenzialità sono alte, ma ci si deve sempre ricordare, in questi casi, di coltivare una verosimiglianza complessiva, che qui difetta, perché la storia non viene assistita da un sufficiente apparato di dettaglio (reale o immaginario che sia).  La sensazione, alla fine, è quella di aver letto il lavoro ancora acerbo di un ammiratore di Valerio Evangelisti e di James Rollins. Tuttavia non si può dire che manchino capacità e facilità di composizione e di montaggio. Né si può negare che ci siano singoli spezzoni molto convincenti, anche se sono tali solo quelli che rappresentano le emozioni e le derive esistenziali dei singoli personaggi, non quelli che costruiscono e giustificano la scelta del tema e la trama. Manca, in proposito, la chiara adesione ad un finale definito, di Bene o di Male, visto che anche quest’ultimo viene rappresentato come una sorta di scenario obbligato. È proprio qui, probabilmente, che si avverte il sintomo del sottile impaccio che continua a bloccare Tersite Rossi. Per essere convincente il suo modo di raccontare ha ancora bisogno di coltivare uno spazio di immedesimazione: la predizione di un fato invariabile e disperante può certo ospitare questo spazio, ma da sola non basta.

Il booktrailer

Condividi:
© 2017 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha