Pietro Zambelli, detto Zambo, prende il suo zaino ed esce da Genova. Vuole raggiungere a piedi una casa in Maremma, un lontano lascito del padre, che vi aveva trascorso i momenti più intensi della guerra partigiana. Il suo percorso è lungo, ma lui non ha fretta e parte determinato, accompagnato dal cane Tobia. Il programma è inoltrarsi nelle montagne, per passare attraverso gli Appennini. Il viaggio, tuttavia, si interrompe presto. Zambo incontra una strana famiglia, che abita in un vecchio rifugio: si ferma con loro per qualche tempo e conosce Agnese. Poi riparte, ma si accorge che non trova più la pistola che aveva con sé. Avvia allora un’ostinata ricerca, tornando anche sui suoi passi, inutilmente, e raggiungendo così la baita del vecchio Dindon, antico amico del padre. È qui che viene a contatto con il lupo, un esemplare ramingo che un’associazione di animalisti vuole monitorare e proteggere, e che lui, invece, libera di nascosto. Da quel momento l’avventura sembra procedere, apparentemente senza sorprese. Zambo raggiunge la casa e comincia a ristrutturarla, conosce la figlia di Dindon, ritrova e riperde la misteriosa Agnese, e ritrova anche il lupo, con il quale finisce per condividere la lotta per la sopravvivenza in quota. In ballo, però, c’è qualcosa di più che il rischio di una vita selvaggia. Dindon gli ha rivelato un segreto profondo, che spiega la morte del padre e il significato della casa in Maremma. La sua missione, dunque, non è ancora finita, e dovrà tornare nuovamente indietro, con il lupo, per restituire alla natura tutte le sue ragioni.

È da tempo che la montagna è al centro della scena letteraria italiana: come luogo del ritorno alle origini; mezzo per riscoprire se stessi; occasione per sperimentare il senso del limite; teatro di un predominio naturale riaffermato come irrinunciabile; spazio della resa di conti. Caccia sceglie quest’ultima opzione, perché sullo sfondo c’è da risolvere definitivamente un enigma familiare, risvegliando anche le zone d’ombra della guerra di Liberazione. Ma il protagonista è anche attratto da un magnetismo che lo spinge a cercare in ogni caso un nuovo equilibrio personale. Fino a qui non si direbbe un romanzo originale. E non suona bene – perché un po’ retorica – anche la scelta di inframmezzare il racconto con spezzoni della memoria di Zambo, che ricorda il rapporto con il padre, nell’infanzia e in un passato più recente. Sennonché il libro si rivela ugualmente avvincente. L’Autore riesce a costruire una relazione di singolare connivenza tra l’asprezza delle leggi di natura e il carattere implacabile della legge morale, in un crescendo in cui tutto si fonde, anche biologicamente, nel finale freddo e sorprendente. La Natura, in questo romanzo, non è solo matrigna; è fisiologicamente spietata, incombente, onnivora. In altre parole, è americana, come nei migliori orizzonti del Grande Sud letterario. Anche la copertina, particolarmente azzeccata, sembra suggerire questa direzione: la foresta, il bosco sovrastano anche il lettore, programmaticamente. Da non sottovalutare, poi, le partecipazioni straordinarie di due grandi ex della scena punk italiana: fanno la loro buona comparsa, infatti, Giovanni Lindo Ferretti, il barbarico, con la sua passione per i cavalli, e Massimo Zamboni, fonte pressoché certa d’ispirazione, per la creazione di Zambo e per il tema familiare / resistenziale, oggetto di un altro bel libro.

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È un romanzo in tre tempi. Il primo (1933-1945) è il tempo del padre, Luigi, di cui si racconta la giovinezza e la crescita, dal matrimonio alla guerra sul fronte balcanico, fino alla militanza partigiana in Istria. Il secondo tempo (1945-1982) è quello del figlio, Valerio, alter ego dell’Autore, seguito in due diverse fasi del suo percorso, dall’adolescenza dell’educazione sentimentale alla maturità della docenza universitaria e dell’impegno di partito. Il terzo tempo (2005) appartiene al “figlio del figlio”, Marcello, tornato in Italia, da Londra, sulle tracce di se stesso, del padre e del padre di suo padre. Ai tre tempi non corrispondono soltanto, come spiega Luperini stesso nella Nota che chiude il volume, tre diversi modi di narrare (la docu-fiction di carattere storico; l’autobiografia romanzata; il racconto in terza persona). Quei tempi sono anche tre contenitori: di una ricerca psicologica che si muove su più generazioni, e degli scenari, familiari, sociali e politici sui cui di volta in volta la ricerca si articola. Si assiste, così, ad un lungo viaggio introspettivo, che attraversa il fascismo, la Resistenza, la rinascita della mobilitazione politica, gli anni di piombo, lo smarrimento della fine del secolo. E a questo viaggio si intreccia il percorso dell’Autore e del suo dna di studioso engagé, in un continuo rimando tra ragioni private e istanze collettive, tra fragilità affettive e stati di equilibrio.

Il genere cui appartiene questo testo è quello dei libri che per essere compresi e assimilati richiedono un adeguato periodo di sedimentazione. A distanza di qualche ora, infatti, si prova già nostalgia per lo stile pacato e il periodare pulito. Ma il valore di questa lettura non si esaurisce qui. Anzi, la scrittura piana in questo caso proprio non aiuta, perché potrebbe stimolare un giudizio soltanto semplicistico. Si potrebbe avere l’impressione di trovarsi di fronte alla sceneggiatura di una meglio gioventù più intimistica, più esistenziale. Non è così, però. Né si può pensare che la cifra di questa storia sia solo quella strettamente autobiografica: che peraltro, nel caso di specie, è interessante comunque, visto che a mettersi a nudo, sia pur in forma romanzata, è uno degli intellettuali italiani più noti e apprezzati. Anche l’esemplarità, tuttavia, non spiega tutta la suggestione che l’Autore riesce a imprimere alle sue pagine. Il loro punto di forza, il motore che le alimenta è in quella parola, rancura, che sta nel titolo e che è tratta da una poesia di Montale. Non è soltanto un omaggio al cuore delle attenzioni filologiche di Luperini e del suo magistero di critico. La rancura è il vero protagonista del romanzo. È una sensazione di afflizione che deriva da un rimprovero istintivo e malinconico, ma soffocato; dal senso di un condizionamento sofferto, che altri, forse, ha imposto, in modo tuttavia indelebile e naturale, come se fosse un testimone difficile, da prendere con la coscienza che non lo si potrà mai superare davvero, se non comprendendolo e accettandolo. Come si fa con i genitori, ci ricorda Luperini; e come si fa anche con le proprie origini, le proprie case e i propri amori, e infine anche con il proprio paese.

Recensioni (di Angelo Guglielmi; di Pierluigi Pellini; di Floriano Romboli)

Un’intervista a Romano Luperini

L’Autore a Fahrenheit

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Fine della seconda guerra mondiale: un bambino di sette anni, con una sedia sopra la testa, attraversa spavaldo una Trieste liberata ma ancora militarizzata. È Flavio, il papà dell’Autore. L’immagine – immortalata in una vecchia foto di giornale – apre una fitta galleria di ricordi, di racconti, di conversazioni, e anche di indagini: sulla propria eredità sentimentale e sulla storia di una città multietnica e conflittuale. I due livelli si sovrappongono costantemente, con un effetto di rimbalzo reciproco, talvolta semiserio e scanzonato, talvolta emotivamente forte, comunque molto efficace. La sensazione è che i protagonisti siano tutti attori di un film, che va assemblandosi pagina dopo pagina. È il lungometraggio di una terra e di una popolazione martoriate da un lungo destino di esili, di guerre, di passioni, di separazioni, di crimini e scontri atroci, al di qua e al di là della cortina di ferro. Ma è anche l’autobiografia di un’identità multiforme e di una comunità esuberante, da sempre eterogenea ed errante; la fisiologia di un avvitarsi collettivo e individuale psicologicamente complesso, sempre indefinito, e per questo fertile e maturo, pronto per una nuova chance di vivace cosmopolitismo, sulle orme di Berlino e di Belfast. Di questo vuole convincersi, e convincerci, anche Covacich, che in una tale impresa si fa aiutare dai suoi eroi, dai personaggi che ha deciso di eleggere a numi tutelari del suo percorso narrativo: il poeta croato Ivan Goran Kovačic, rievocato nell’esemplare durezza della sua tragica e paradossale parabola esistenziale; lo scrittore italianissimo Pier Antonio Quarantotti Gambini, alfiere, testimone e custode di un’epoca di slanci e di rivendicazioni politiche e culturali; il grande compositore istriano Antonio Bibalo, triestino di nascita ma campione riconosciuto solo nella sua Norvegia; e il Fulvio Tomizza di Materada, il collega e il compatriota a tutti gli effetti, riscoperto tra i colori tenui di un paese, il suo paese, che, a ben vedere, non ha mai smesso di essere allergico a ogni confine.

Il libro è semplicemente bello. Forse la chiusa cede un po’ alla retorica, e i ripetuti riferimenti a Kafka e a Joyce, come a Svevo e a Saba, sono un po’ di troppo, perché scontati (ma come evitarli?). Eppure la Trieste di Covacich è un universo che attrae. In primo luogo perché ciascuno di noi ne ha una: è la città della nascita e dell’adolescenza; degli affetti e delle genealogie familiari; delle fughe, delle nostalgie e dei ritorni; di tutti i piccoli grandi miti personali, sui quali vorremmo scrivere tutti una sceneggiatura, anche soltanto per trarne egoisticamente un supplemento di energia e di motivazione. Poi, però, in questo testo emerge anche una virtù che trascende questo piano. Trieste è uno snodo singolare di culture e di occasioni di analisi e di pensiero, un luogo in cui si può essere tante cose – italiani, asburgici, sloveni, croati, ebrei, contadini, marinai, impiegati, migranti, viaggiatori, imprenditori, musicisti, scrittori… – senza mai provare la sensazione di non capirsi. Anzi, l’idea di Covacich è che questo impasto sia, più in generale, il segreto e il modello di un’umanità più ricca, quella di cui il nostro tempo (la nostra Europa) sembra avere davvero bisogno. Ed è un’idea – particolare non trascurabile – scritta bene, con grazia, e assistita da un approccio molto interessante alla letteratura e allo spazio che per l’Autore le si addice più di ogni altro. A Covacich interessa la descrizione e l’analisi del rapporto costante e fondamentale tra l’io e le tante cose che lo costituiscono dall’esterno, offrendogli così il modo di essere davvero cosciente e determinante. Ecco perché questa Trieste non è un semplice spot sul fascino di un capoluogo mitteleuropeo. In una simile prospettiva – i luoghi come laboratorio dell’anima e della consapevolezza, personale e collettiva – il titolo del libro è già un manifesto più che eloquente; non serve dire altro. Può essere utile, invece, aggiungere un consiglio: provare a leggere La città interiore dopo aver visto due brevi docufilm, entrambi usciti nel 2012 dalla fucina di Elisabetta Sgarbi: Il viaggio della signorina Vila e Trieste: la contesa. Due piccoli gioiellini, che, con questo volume (prodotto, in fondo, dalla stessa firma…), completano un trittico suggestivo e stimolante.

Recensioni (di E. Barbieri, C. Battocletti, A. Mezzena Lona, S. Pent, C. Taglietti)

Conversazione con l’Autore (su radioradicale.it)

Mauro Covacich a Fahrenheit

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Daniele Mallarico vive a Milano, è anziano. È reduce da un fastidioso intervento chirurgico. Ha anche un lavoro urgente da fare: è un famoso illustratore, gli sono stati commissionati alcuni disegni per una nuova e lussuosa edizione di The Jolly Corner, un racconto di Henry James. Ma la figlia Betta gli ha chiesto di scendere a Napoli per pochi giorni, perché possa restare a casa con il nipotino, il piccolo Mario, mentre lei e Saverio, suo marito, partecipano a un importante convegno di matematici. Daniele non se la sente di sottrarsi. Quindi torna nella vecchia casa di famiglia, per accudire Mario e dare a sua figlia e al genero una nuova occasione, sì che risolvano i loro costanti dissensi coniugali. E poi potrebbe anche approfittarne per lavorare un po’, per mettere mano a quei disegni che lo assillano e dimostrare al giovane editore di meritare ancora la reputazione che gli viene riconosciuta nell’ambiente. Tuttavia la faccenda si rivela un po’ più complessa di quello che sembra. Da un lato la casa di famiglia pare animata da fantasmi e ricordi del passato, che gettano il vecchio artista in una specie di malinconica crisi di identità. Dall’altro Mario, bimbo apparentemente compìto e istruito alla perfezione, proprio non concepisce di lasciare in pace il nonno, coinvolgendolo in una serie di piccole avventure casalinghe. Tanto che, di gioco in gioco, di scherzetto in scherzetto, si genera una tensione crescente, della quale, ad un certo punto, si comincia a temere qualsiasi risultato. L’epilogo, in verità, è semplice, normalizzante, come lo può essere una tranquilla passeggiata nella nuova metropolitana di Napoli. Ma il libro non è finito, perché al racconto seguono appunti e schizzi di Daniele Mallarico, una specie di diario di viaggio, che funge da corredo quasi critico alla storia, a chiarimento di ciò che essa ha potuto significare per il suo protagonista.

Poco tempo fa, in un’intervista televisiva, Dacia Maraini ha detto due cose formalmente contraddittorie, che ora, però, mi tornano sorprendentemente utili, ossia: 1) che sugli scaffali della sua libreria campeggia tutta l’opera di Henry James; e 2) che leggere i bravi scrittori italiani è essenziale, soprattutto per chi vuole imparare a scrivere. Bene. Queste, in estrema sintesi, sono esattamente le due (ottime) ragioni per leggere Scherzetto, che ci invita a riscoprire un assaggio di James, e dunque a correre subito in biblioteca a procurarsene dell’altro, e che al contempo appartiene all’articolato e ricco immaginario di uno dei narratori più capaci e coerenti del panorama letterario italiano, da conoscere e da frequentare anche al di là del suo ruolo ufficiale di consorte di Anita Raja, alias Elena Ferrante. Il libro, del resto, è interessante sia per motivi stilistici, sia per contenuto. In primo luogo Scherzetto è tale di nome e di fatto, nel senso che è esso stesso uno scherzo, un gioco, una variazione elaborata dall’Autore a partire da un plot e da una tecnica narrativa predefiniti e classici. Starnone dimostra di essersi impadronito molto bene dell’abilità, tipica di James, di creare dal nulla atmosfere cariche di suspense. In secondo luogo, anche Daniele Mallarico, come lo Spencer Brydon del racconto di James, si trova immerso in una situazione quasi diabolica, attratto e colpito da un trick psicologico potenzialmente fatale e concretamente rigenerante. Lo spiritello, in questo caso, non è un misterioso e antagonista alter ego, ma si nasconde nell’impertinente spontaneità del nipote, che all’improvviso consegna al nonno, stupefatto, il suo ritratto più vero. E l’angolo, qui, è uno spigoloso e pauroso balcone, sospeso sul traffico, nel buio e nella pioggia. In ogni caso, come nel racconto di James, l’obiettivo non consiste tanto nel riflettere sulle occasioni perdute o sulle sliding doors che la vita pone di fronte ad ogni uomo. Si tratta, in modo molto più naturale e pure assai più drammatico, di saper cogliere l’autentica svolta che è implicata in una piena e matura accettazione di se stessi e degli altri.

Recensioni (di Annalena Benini; di Alessandra Galetto; di Michela Murgia; di Pier Luigi Razzano; di Gianluigi Simonetti)

Le case di Domenico Starnone (di Davide Coppo)

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La storia dell’umanità sembra percorsa da un artificio violento: società gerarchiche,  maschiliste e prevaricatrici si sono imposte, sin dall’antichità, su società pacifiche, egualitarie e sessualmente libere, e fondate sul culto della Grande Madre. L’esistenza di questa alternativa originaria è stata rimossa da qualsiasi memoria, e ci sono forze e uomini che sempre e ancora combattono per cancellarne ogni traccia e per ribadire il predominio di un paradigma di sopraffazione. Sonia è una dottoranda fiorentina che si è messa sulle tracce di questo lontano conflitto e che paga con la vita la sua ostinazione. Petra, la sua più cara amica, cerca di capire perché è scomparsa e di coltivarne la passione. Così facendo, intreccia la sua strada a quella di Aldo, ragioniere milanese disoccupato e disperato, e di Lorenzo, brillante e spregiudicato enfant prodige della più spinta e pericolosa finanza newyorkese: due vite diverse, eppure accomunate da un destino tragico. Il mondo nel frattempo è sconvolto dalla crisi economica e da un’escalation senza tregua di privatizzazioni selvagge, disordini e conflitti armati, nei quali i tre protagonisti sono completamente avviluppati, vittime e attori, allo stesso tempo, di una misteriosa lotta per l’affermazione di un’egemonia globale. Un oscuro clan plutocratico, infatti, trama nell’ombra e le sue manovre paiono assecondate con successo da un ordine pseudo-religioso plurimillenario e pronto a qualsiasi azione.

Tersite Rossi è l’identità fittizia di un originale duo di scrittori. Dopo l’esordio fresco e promettente, seguito da un tentativo più esplicito di new epic literature, probabilmente troppo ambizioso, Mattia Maistri e Marco Niro compiono una nuova e inattesa metamorfosi. Dalla narrativa di impegno civile il collettivo trentino si va dichiaratamente spostando verso un genere ancora indecifrabile, fra il thriller, il new age e il racconto distopico e apocalittico. Per gli Autori è “narrativa d’inchiesta” – così ne parlano – anche se nel libro si respira un certo irrazionalismo antimoderno, che trae evidentemente alimento da una riflessione sul presente più militante che problematizzata. Di suo questa ispirazione non ha nulla di male, le potenzialità sono alte, ma ci si deve sempre ricordare, in questi casi, di coltivare una verosimiglianza complessiva, che qui difetta, perché la storia non viene assistita da un sufficiente apparato di dettaglio (reale o immaginario che sia).  La sensazione, alla fine, è quella di aver letto il lavoro ancora acerbo di un ammiratore di Valerio Evangelisti e di James Rollins. Tuttavia non si può dire che manchino capacità e facilità di composizione e di montaggio. Né si può negare che ci siano singoli spezzoni molto convincenti, anche se sono tali solo quelli che rappresentano le emozioni e le derive esistenziali dei singoli personaggi, non quelli che costruiscono e giustificano la scelta del tema e la trama. Manca, in proposito, la chiara adesione ad un finale definito, di Bene o di Male, visto che anche quest’ultimo viene rappresentato come una sorta di scenario obbligato. È proprio qui, probabilmente, che si avverte il sintomo del sottile impaccio che continua a bloccare Tersite Rossi. Per essere convincente il suo modo di raccontare ha ancora bisogno di coltivare uno spazio di immedesimazione: la predizione di un fato invariabile e disperante può certo ospitare questo spazio, ma da sola non basta.

Il booktrailer

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Bruno Arcieri, colonnello dei servizi segreti, è ufficialmente in pensione. Dopo la sua ultima avventura, che lo ha visto rischiare il tutto per tutto, si è stabilito a Firenze e ha aperto una trattoria, facendosi aiutare dai giovani che aveva già conosciuto prima di chiudere i conti con il passato (v. Il ritorno del colonnello Arcieri). O, quanto meno, prima di averci provato. Perché se da un lato può immaginare davvero di cominciare una nuova vita, accanto alla bella Marie, dall’altro viene presto costretto a riattivarsi, ad assaggiare la concitazione di nuove prove. Angela, una delle sue giovani cuoche, si è messa nei guai, e nessuno ne capisce le ragioni; oltre a ciò, Nelli, anziana nobildonna e amica fedele, gli chiede di fare alcune indagini, per verificare se sia proprio vero che Antonio Arnai, padre di Nicoletta, è scomparso a Milano, nel terribile attentato di Piazza Fontana, avvenuto qualche giorno prima. I fronti, dunque, sono due, e Arcieri è presto coinvolto in un susseguirsi di spostamenti, inseguimenti e cambi di scena: per un verso deve fronteggiare a viso aperto le ansie delle nuove generazioni e i pericoli cui sono esposte, che, tuttavia, lo preoccupano e lo affascinano allo stesso tempo; per altro verso deve rituffarsi in un mondo ambiguo e pericoloso, che credeva superato. Anche l’età comincia a farsi sentire. Vecchie spie, lontani ricordi, un gruppo di musicisti capelloni, un anziano faccendiere, una matrona spietata, una valigia piena di misteriosi documenti, un conclusivo colpo di scena: a Gori bastano pochi ingredienti per rituffare il suo eroe nella mischia, per confezionare un apparente lieto fine e per lanciarlo subito verso una missione ancora tutta da scrivere.

Non è tempo di morire è un romanzo di transizione; e forse – non ci sarebbe nulla di male – è anche un libro un po’ “furbo”. L’Autore aveva bisogno di capire se il fortunato personaggio sarebbe stato in grado di reggere ancora la tensione, di “tornare”, cioè, un’altra volta. E Bruno Arcieri, certo, ha risposto con un colpo di reni, testando il suo fisico e la sua caparbietà, e riscoprendo il profondo senso dell’onore che gli impone di andare fino in fondo, al di là di ogni stanchezza o nostalgia. Ma la storia – quella che ogni volta tutti i fans di Gori si aspettano, da Nero di maggio in poi – ha ancora da venire; ci viene prospettata, infatti, solo nel finale, come antipasto del prossimo volume. C’è da dire, però, che l’astuzia dell’Autore – o la strategia dell’editore… – termina qui. L’impressione, cioè, è che la transizione non sia stata forzata, ma sia, piuttosto, la conseguenza del più tipico, e conclamato, processo di simbiosi tra lo scrittore e la sua creatura. È come se i due si fossero presi ancora del tempo per guardarsi negli occhi e sciogliere alcuni interrogativi fondamentali (o fondanti). Ora che tutto è stato fatto e provato, e che Arcieri è morto e risorto, ed è pure invecchiato; ora che Gori ha già presentato Arcieri a Bordelli, il commissario creato da Marco Vichi, che tra l’altro compare anche nelle ultime pagine di questo romanzo (quasi l’implicita conferma di un passaggio di testimone), ci può essere spazio per continuare lo stesso ciclo? La risposta sembra affermativa, anche se a tratti, e soprattutto nello showdown che oppone l’anziano carabiniere alla vecchia Ada, ci è parso che Gori abbia voluto sperimentare il passaggio dall’Arcieri James Bond all’Arcieri detective. Ma i panni di Bruno, decisamente, sono altri, e così anche la fantasia dell’Autore si è ribellata, rimettendolo in pista a dispetto di qualsiasi credibilità anagrafica. Se la scelta sia stata giusta, lo si scoprirà presto, nella prossima e graditissima puntata.

Il sito dell’Autore

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Tutto è cominciato dal desiderio di avere una bici vera, una col palo, da adulto. Ma non c’erano i soldi; e il padre, affinché il figlio potesse comprendere come guadagnarsi il denaro per acquistarne una, ha portato il giovane Vitaliano a fagli vedere “da dove viene”, iniziandolo sin dall’adolescenza ai tanti travagli del lavoro. Comincia di qui un lungo memoir, in cui Trevisan racconta i suoi molti e vari impieghi, regolari o meno, collezionati prima di diventare uno scrittore a tutti gli effetti, dal tempo dell’adolescenza alla piena maturità. Operaio, manovale, trafficante estivo di acidi, mezzo muratore, aspirante geometra, capufficio, lattoniere, gelataio, magazziniere, portiere notturno: alla fine del libro è difficile ricordarseli tutti, anche se a tenerli assieme c’è più di qualche filo. Che tuttavia non è tirato tanto dall’Autore, dal suo carattere scostante, dal rapporto con i suoi familiari e dai suoi ripetuti e confessati fallimenti – quello matrimoniale compreso – quanto dagli ambienti che ha vissuto, dai segmenti borderline che ha condiviso con molti altri giovani, dalla vibrazione profonda di una moralità eccentrica che sa essere cinica, spregiudicata e, a suo modo, solida e infrangibile. E poi c’è l’ostinazione del voler essere un narratore vero, un magnetismo che è più forte di ogni altra alternativa, e di cui vediamo, passo dopo passo, la crescente intensità.

Come in altre occasioni, Trevisan racconta la carne e il sangue del famigerato e tragico Nordest, quello del miracolo economico e della devastazione territoriale e socio-culturale su cui ancora si regge, e dei quali questo libro disegna un’intima e a tratti impietosa fisiologia. Di materiale, ce n’è a non finire: sulle piccole e quotidiane furberie dei professionisti dell’edilizia; sulla presunta qualità di alcuni processi produttivi; sull’assoluta normalità del lavoro in nero; sull’identità delle diverse categorie di lavoratori e del padronato; etc. Soprattutto, però, il testo ci offre l’opportunità di guardare nel backstage di una vocazione letteraria, di capire, cioè, non solo da dove viene, e quali esperienze alimenta, il denaro di un’intera regione, ma anche da dove viene lo sguardo tagliente dell’Autore vicentino, che si contrappone risolutamente ad ogni retorica della comunicazione (non solo) narrativa e che si alimenta di un unico e autentico insegnamento: “L’autore cerca di pensare il meno possibile, specie quando scrive” (p. 541). È questo metodo che gli ha consentito, da un lato, di mettersi spontaneamente sulle tracce di Beckett e di Bernhard, i grandi che ha scelto come numi tutelari, dall’altro, di abbattere i terribili luoghi comuni con cui una certa intellighènzia ha cercato, e cerca tuttora, di spiegare l’Italia contemporanea senza mai avvicinarsi alla realtà. Il fatto è che Trevisan è, e vuole essere, sempre on the road, anche fisicamente; che non pretende, quindi, di guardare alle cose dall’alto (a meno che si tratti di osservarle dai tetti di qualche edificio industriale…); e che ha, così, assimilato la lezione che la verità si apprende solo nel mezzo, o dal di dentro, con tutti i disorientamenti e le crisi che questa esposizione può indurre.

Recensioni (di Gianluca Barbera; di Andrea Cortellessa; di Roberto Plevano; di Paolo Bonari; di Luca Illetterati; di Enzo Baranelli; di Cesare Galla)

Un’intervista all’Autore

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Come si è giunti in Italia, dopo il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, alla soluzione della “questione costituzionale”? Quali sono stati gli snodi e i protagonisti del dibattito svoltosi nell’Assemblea costituente? Che cosa è accaduto, in particolare, dopo le prime elezioni del dopoguerra, avvenute nel 1948? E come si è sviluppata, in seguito, nella vita del nuovo contesto repubblicano, la discussione sulle possibili riforme della Costituzione? Il saggio di Paolo Pombeni cerca di fornire un contributo articolato allo scioglimento di tutti questi interrogativi, e lo fa – un po’ in modo innovativo, un po’ sulle tracce di un noto saggio di Giuseppe Maranini – collocando il tema in una prospettiva di lungo periodo, e muovendo innanzitutto dalla ricostruzione del problema costituente prima e dopo lo Statuto albertino. Sul punto pare persuasiva la tesi volta a dimostrare come quel problema fosse rimasto sostanzialmente e a lungo inevaso, vuoi a causa dei tanti fallimenti dei moti ottocenteschi che se ne erano fatti promotori, vuoi per l’estrema – ma forse fallace – fiducia della dottrina politica e giuridica nazionale dell’Unità nei confronti di un’assimilazione un po’ ingenua della “teoria inglese” sul ruolo del Parlamento (e sulla naturale idoneità della legge ordinaria a trasformare e ammodernare le regole del gioco). Non sono, inoltre, privi di acutezza anche i passaggi sul valore determinante che, sempre nella prospettiva della mancata soluzione del problema costituente (anche in età fascista), hanno avuto i grandi esponenti della scuola italiana di diritto pubblico, da Vittorio Emanuele Orlando a Santi Romano, preoccupati più per lo studio (certamente all’avanguardia) del linguaggio e della dogmatica dello Stato amministrativo che per la chiara giuridicizzazione (inedita nel Paese) delle relazioni tra le istituzioni di “governo.” Da questo punto di vista, per Pombeni, i tempi sarebbero diventati maturi soltanto dopo il Patto di Salerno, nel 1944, momento in cui, come è risaputo, le forze politiche antifasciste hanno avviato il lungo percorso che ha portato alla formazione della prima vera costituzione nazionale.
L’Autore, nello specifico, analizza in dettaglio alcuni grandi crocevia del dibattito costituente, riferendo soprattutto delle posizioni e delle strategie dei tanti e diversi alfieri di quella fase, dentro e fuori l’Assemblea. Risultano molto interessanti, così, le pagine sul rapporto tra il nuovo Stato e la Chiesa, sulla forza motrice delle proposte dei giovani “professorini” democristiani, sull’astuto pragmatismo di Togliatti e sul disagio – talvolta intelligente, talvolta miope – dei vecchi liberali. Ma non sono meno significative le osservazioni sulla sottovalutazione con cui quella classe politica guardò alla previsione della Corte costituzionale e sulla peculiare posizione di De Gasperi, tanto assente, formalmente, dal lavoro costituente quanto presente, col suo pervicace disegno di governo, nell’opera di necessaria stabilizzazione dello Stato e del circuito politico-rappresentativo democratico, presupposto indispensabile per qualsiasi nuova costituzione. In quanto dedicato a simile profilo, il lungo e denso capitolo centrale, che l’Autore dedica al famoso politico cattolico, dà supporto, lasciandola emergere pienamente, all’ispirazione che regge tutto il volume: le difficoltà della Repubblica, prima e seconda, stanno tutte nell’omesso completamento della trasformazione del 1946, un’impresa che avrebbe dovuto offrire al Paese una dinamica politica, e di governo, fisiologicamente più stabile ed efficace, e che tuttavia è rimasta ancora imprigionata nelle intuizioni di coloro che hanno dato vita alla Costituzione del 1948. Che questa fosse quasi destinata ad essere a lungo “bloccata”, era previsione che aveva animato anche le critiche di Calamandrei: pur imputando il “difetto” ai modi di formulazioni normative del tutto originali, e non tanto alla questione del governo, l’autorevole costituente aveva preconizzato che, in futuro, due istanze sarebbero state determinanti, il Presidente della Repubblica e la Magistratura. E quanto tale vaticinio si sia rivelato (almeno in parte) corretto è un dato facilmente verificabile anche oggi. Conclusivamente, al di là della visione complessivamente espressa da Pombeni – nella quale a tratti ci si può anche ritrovare – il valore del libro sta nella sua capacità di spingere il giurista ad assumere uno sguardo obliquo, una chiave di lettura che lo porti a misurare le rispettive ragioni di note ricostruzioni dell’esperienza costituzionale italiana, tradizionalmente opposte, e a comprenderne con ciò la relatività e, soprattutto, la reciproca insufficienza.
Recensioni (di Mauro Campus; di Matteo Monaco)
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Marco ha studiato Lettere a Padova e poi, sfiduciato dalle prospettive che avrebbe potuto coltivare nell’accademia italiana, ha scelto di conseguire un PhD a Chicago. La sua storia viene ricostruita e raccontata da un amico, un altro italiano che si trovava negli Stati Uniti nello stesso periodo e per la stessa ragione, e che ora lavora a Milano. In principio Marco è rapito dal modello universitario americano, così lontano dal declino intellettuale e morale del suo Paese, e così capace di dare il meglio a chi voglia formarsi e perfezionarsi nello studio e nella ricerca. Anzi, a Marco pare addirittura che, oggi, tutte le sorti dell’umanesimo non possano che essere giocate in quel sistema, a suo giudizio l’unico contesto idoneo a riprodurre, nell’organizzazione degli spazi fisici del sapere come nella definizione e nell’applicazione delle regole della comunità scientifica, quell’ideale di serietà, rigore e approfondimento che può assicurare anche alla società civile la conquista di una vera libertà. Tutto milita, dunque, affinché la corsa di Marco verso il dottorato sia coronata dal successo, in un itinerario di crescita che presto lo vede affiancato alla bella e brava Sajani, una brillante collega americana di origine asiatica. Ci sono, però, nel cuore di Marco, dei problemi irrisolti, che risvegliano il suo senso critico e lo portano a mettere in dubbio l’adeguatezza, se non la validità stessa, della carriera universitaria d’Oltreoceano. Durante una visita ad un museo, al cospetto di alcuni capolavori del Rinascimento, Marco, all’improvviso, quasi fosse colpito da una sindrome di Stendhal, comincia a maturare una serie di riflessioni che lo conducono a lasciare Sajani e a distaccarsi, passo dopo passo, dall’orizzonte umano e formativo che aveva ritenuto irrinunciabile. La sua vita, infatti, è destinata a compiersi altrove, tra i colli della Pedemontana veneta, sulle tracce del sorriso della mai dimenticata Chiara e sulla strada di un fare letteratura più autentico e anticonformista, perché immerso nella realtà della terra d’origine.

Questo è il secondo romanzo di Beppi Chiuppani, dopo Medio Occidente, che a sua volta potrebbe essere considerato come l’opera che Marco – alter ego dell’Autore – concepirà dopo aver imboccato la nuova strada letteraria intravista al termine della sua esperienza americana. La prima cosa interessante del libro sta tutta qui: si autodefinisce, sin dalla copertina, come romanzo-saggio, ma è una dichiarazione di poetica, ed è anche un altro bell’esempio del periodare riflessivo e dell’andatura meditativa – e avvolgente – di uno scrittore che si conferma come particolarmente originale anche dal punto di vista stilistico, e che qui vediamo nel suo primo scoprirsi, nella messa a nudo, cioè, della sua vocazione e nelle premesse quasi biografiche, se non intime, dei suoi convincimenti. La seconda cosa rilevante, poi, è naturalmente correlata al merito delle osservazioni che il protagonista matura sull’American Way agli studi umanistici (e alle Human Sciences in genere). Per Marco, la sperimentazione diretta della tipica rat race di ogni postgraduate d’eccellenza è come un’immersione in un lago sconfinato, che da potenziale fonte per un nuovo e salvifico battesimo si può trasformare gradualmente in una sorta di efficiente, ma limitante, campo di addestramento. In questa prospettiva, non c’è dubbio che Quando studiavamo in America è il precipitato di una serie concatenata di intuizioni reali (Chiuppani sa personalmente di che cosa scrive…) e del tutto comprensibili (quanto meno alla cerchia di molti giovani studiosi, non solo italiani). In poche parole, e usando la terminologia di Marco, l’informale (e perciò potentissima) formalità della meritocrazia accademica d’Oltreoceano mette in grave pericolo la grande civiltà europea della conversazione colta: velocità, disinvoltura e standardizzazione si oppongono all’otium, all’introspezione e alla continua rimeditazione delle fonti. Questa, in effetti, è una delle impressioni che buona parte degli addetti ai lavori, soprattutto in Italia, condivide da tempo; con il rischio, però, di coprire in tal modo gli innegabili vizi del sistema nazionale. Ecco: Chiuppani prova a pensare che la difesa del vecchio mondo possa anche significare qualcosa di diverso dallo sposare gli alibi di chi ha contribuito, e contribuisce tuttora, a condannare all’immobilismo le sedi più antiche del sapere occidentale. La soluzione, per il Nostro, sta nel riconoscere nuovamente quale debba essere l’orizzonte irrinunciabile di un intellettuale: cogliere e affrontare il presente e le sue contaminazioni complesse con coraggio e creatività, senza per questo rinunciare ad un canone e ad una tradizione: come riuscire? La risposta è affascinante: provare a vivere, e a crescere, con il proprio paesaggio, semplicemente, rinnovandone la storia proprio dall’interno; perché fare letteratura, come fare scienza, non è un esercizio fine a se stesso, né può dirsi in funzione di finalità troppo contingenti o troppo personali. Scrivere e pensare sono cose sempre radicali.

L’Autore presenta il suo libro

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I primi due monologhi di questo piccolo libro (Ratatuja e L’antilingua) rappresentano in maniera molto efficace il conflitto tra la giocosa vitalità e nutriente corposità del veneto tradizionale, nelle sue parlate più diverse, e la soverchiante valanga del nostro barbaro dizionario quotidiano, tra acronimi, anglicismi vari e ritornelli da talk show. Il titolo del volume, così, si fa subito chiaro: è quasi un urlo, un grido di guerra, o anche un mantra, da opporre alle tante aggressioni, non solo linguistiche, che dobbiamo subire. E sia dunque, ra-ta-tu-ja! Ma la marea cui siamo esposti sembra davvero soverchiante. Maino allora le oppone la potente satira dei due pezzi successivi (Zaiazione finale e Crostolo). Uno è un viaggio surreale nell’omologazione imperante della gente veneta, ritratta in un’esilarante galleria di tipi umani, tutti diretti verso l’inarrestabile deriva finale: trasformarsi definitivamente nel nome e nel corpo di Luca Zaia, Governatore tanto Serenissimo quanto prototipo di un Veneto assai artificioso. Il testo successivo è la storia del naufragio giudiziario e della seguente trasfigurazione domiciliare di Giancarlo Galan, alias “Crostolo” (dal veneziano “galano”), maschera par excellence della società politica locale e nazionale. L’epilogo è così sconsolato che, anziché correre il rischio di affogare tra le maschere, anche Zacaria, marocchino d’origine e neocittadino italiano, vuole fuggire dal nostro paese. Il volume si chiude con Resnullius, intensa e tragica parodia dell’unica e dolorosa definizione possibile per una categoria, quella degli stranieri, in cui il Veneto, l’Italia e pure l’Europa non riescono malauguratamente a ritrovarsi, pur avendone un’occasione storica quasi salutare.

Nel Sillabario veneto di Paolo Malaguti si ricorda che ratatuja è parola che deriva “dal francese ratatouille, ossia pasticcio, piatto combinato con una miscellanea di ingredienti, per lo più vegetali”. La ratatuja che conosco io è proprio questa: un piatto di recupero che mio padre ha sempre fatto, il suo salva-pranzi più immaginifico e gustoso, per quanto apparentemente il più improbabile. È un buon esempio di quelle che si dicono radici: difenderle vuol dire anche lottare per le parole che le esprimono. E non c’è campo migliore per il tenace – e pugnace – autore di Cartongesso, che, come suggerisce il sottotitolo di questo nuovo libro, mette le “parole alla prova”, impegnandole, e impegnandosi, in autentici saggi di resistenza culturale. Da questo punto di vista, Ra-ta-tu-ja ci sembra la fabrica di un Autore che ha una fiducia estrema nella capacità catartica della parola e dei suoni in cui se ne articola la pronuncia: non a caso si tratta di testi che Maino sta facendo circolare anche in un Ratatour, uno spettacolo in cui la sua voce è alternata dai brani musicali degli Schrödinger’s Cat; ormai la salvezza di un paese del tutto anestetizzato può passare solo per un gesto ipnotico. Dei cinque monologhi, Zaiazione finale mi sembra il migliore: alla suggestione ritmica si aggiunge quella visuale, poiché per un attimo si riesce quasi ad intravedere l’immagine di un Leviatano farsesco (chi non ricorda la copertina del famoso testo di Hobbes?), composto dai corpi e dalle fisionomie delle figure che vi si sono integralmente immedesimate. Una nota conclusiva la merita la veste editoriale, raffinatissima nella carta come nel carattere e nelle illustrazioni d’arte di Franco Zabagli. D’altra parte, un’idea tanto nobile deve avere un corpus mechanicum all’altezza.

Una recensione (di Stefano Allievi)

Il sito dell’Autore

Il sito dell’Editore

Direttamente dal Ratatour: Resnullius recitato da Francesco Maino

Il Nuovo Sillabario Veneto di Paolo Malaguti

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