Leer un buon periódico (da elpais.com)

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È l’autunno del 1983. Georges si trova nel Nord del Libano, dove viene gravemente ferito dopo che un tank siriano ha colpito la sua auto. Ma come è arrivato fino a lì? Occorre tornare indietro nel tempo, quasi dieci anni prima, a Parigi, quando Georges conosce Sam Akounis, un regista greco di origine ebraica, fuggito dal golpe dei colonnelli. Le violenze e gli aspri conflitti politici nati dalle contestazioni studentesche sono lo scenario di quella che si rivela ben presto una grande amicizia. Nella militanza, che è fatta di lotta e di colpi durissimi, Georges conosce anche Aurore, che sposerà, e con cui avrà una figlia, Louise. È il sogno di Sam, però, ad allontanarlo da un tranquillo destino borghese. Il regista, che nel frattempo ha viaggiato molto, vuole mettere in scena a Beirut, in un teatro semidistrutto dalle granate, l’Antigone di Jean Anouilh, quella allestita durante l’occupazione nazista della capitale francese. Ha già trovato gli attori, ciascuno prescelto da una delle differenti etnie in conflitto: Imane, ad esempio, una giovane maestra palestinese, interpreterà Antigone; Chabrel, cristiano maronita, farà Creonte; un ragazzo druso, Nakad, si vestirà dei panni di Emone, il figlio del re. Sam, tuttavia, è gravemente malato, e così lascia il testimone a Georges, che dovrà preparare gli attori, convincere le diverse fazioni ad accettare una tregua e diventare il vero regista di questa incredibile impresa. Georges dunque si tuffa nell’avventura, guidato da Marwan, il padre di Nakad. Si addentra tra le macerie di una città assediata dai cecchini, rischiando la vita, superando le diffidenze di tutti e riuscendo addirittura ad organizzare una sorta di prova generale dello spettacolo. Poi accade l’indicibile, drammaticamente, e la vita di Georges si sbriciola, portandolo a rompere in prima persona la quarta parete che divide il palcoscenico dal pubblico e trasformandolo brutalmente in uno degli attori di una tragedia cruenta, che nessuno è stato veramente in grado di fronteggiare.

Può sembrare che l’Autore cerchi di realizzare un’operazione molto sofisticata, assemblare una trama potenzialmente assurda con fatti realmente accaduti, dando vita ad un racconto ricco di suggestioni e di significati. È bella di per sé l’idea di ripescare Brecht e pensare all’azione teatrale come ad un fatto catartico, individualmente, socialmente e politicamente rivoluzionario; con una quarta parete che si apre non solo per far passare la forza della rappresentazione artistica nella realtà storica, ma anche per dimostrare quanto il mondo possa cambiare l’esistenza. Così Chalandon immagina da un lato che quella stessa Antigone, quella di Anouilh, che si era simbolicamente opposta all’oppressione degli invasori, possa stimolare un nuovo miracolo; e dall’altro che il teatro della terribile guerra mediorientale indichi a Georges la sua vera identità e la sua naturale inclinazione. Trovarsi faccia a faccia con lo spietato massacro di Sabra e Shatila significa, per Georges, cogliere l’occasione senza ritorno di recitare nel teatro che gli è stato destinato, uscire dall’illusione posticcia di un impegno fin troppo vacuo, esclusivamente generazionale, per entrare nel luogo in cui respirare fino in fondo la durezza di ogni autentica scelta. Perché tutto è irrimediabilmente duro, al di là dell’istanza di giustizia sotto le cui bandiere ciascuno si propone di combattere. E anche il sogno di Sam si è infranto. Proprio qui, forse, si intravede ciò che l’Autore intende mettere in scena. Come nel testo di Anouilh, infatti, la chiusa del romanzo sta in un comune orizzonte di morte, in una conseguenza che non si riesce mai ad imparare, eppure dovrebbe valere più di ogni altra lezione e restare bene impressa nella memoria: “Ma adesso è finita. Sono comunque tranquilli. Quelli che dovevano morire sono morti. (…) E quelli che ancora vivono cominceranno dolcemente a dimenticarli e a confondere i loro nomi. È finita”. È così che, dai tempi di Sofocle, la storia si ripete.

Recensioni (di Giacomo Giossi; di Riccardo Michelucci)

Antigone nel testo di Jean Anouilh (v. anche un dibattito sul significato di questa versione)

L’Antigone di Sofocle e le sue letture moderne (di Moreno Morani)

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Didone fondatrice di Cartagine (da doppiozero.com)

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Con la semplicità e la chiarezza che ne hanno da tempo sancito il successo, in Aristotele e la favola dei due corvi bianchi Margaret Doody fa sì che il filosofo di Stagira si confronti con le difficoltà del governo cittadino, e in particolare con i pericoli cui questo è costantemente esposto. Gli uomini, infatti, tendono sempre a lasciarsi andare alla soddisfazione dei loro interessi più egoistici. Ciò, almeno, è quello che accade anche ad Atene, dove il saggio maestro, chiamato a chiarire i dettagli di una brutta vicenda di corruzione, si trova a risolvere tre casi emblematici: quello del ricco Simmaco, accusato di strani traffici sull’isola di Idra; quello di suo cugino Caronide, il delatore apparentemente caduto in disgrazia; e quello di un libro stranamente scomparso, sottratto dalla biblioteca del Liceo. Naturalmente Aristotele capisce subito tutto. Ma prima della spiegazione conclusiva si intrattiene con i suoi allievi e gli racconta una favola, prendendo spunto da un classico motivo di Esopo. Come i colpevoli, finalmente smascherati, i due corvi bianchi, che credevano di essere migliori di tutti gli altri, hanno peccato di orgoglio e di avarizia, isolandosi dalla comunità e incontrando la rovina. Sicché – osserva l’autore della Politica – la città non esiste solo per il raggiungimento di finalità pratiche, eventualmente conseguibili in solitudine, ma anche, se non soprattutto, per “concepire grandi ideali” e “per conoscere e compiere nobili azioni”.

Quella di Aristotele è soltanto una delle tante varianti del grande e imperituro discorso greco sulla poleis e sulle sue diverse e possibili formule di legittimazione. In un piccolo e concentrato volume, Chi comanda nella città? I Greci e il potere, Mario Vegetti ci offre uno spaccato particolarmente efficace delle formidabili chiavi di lettura che il pensiero politico ateniese ha prodotto tra il V e il IV Secolo a.C. Nel primo capitolo ci si domanda, innanzitutto, perché un simile laboratorio teorico si sia sviluppato in Grecia, e per lo più in uno specifico momento storico. L’ipotesi è che quel luogo e quel tempo siano stati il teatro di una forte crisi di sovranità, presto riempita da una molteplicità di piccoli nuclei indipendenti di potere, ciascuno impegnato nella ricerca di una ragione capace di riconoscerlo. Ma quale può essere questa ragione? Le ricette, analizzate dall’Autore, poggiano su cinque distinte fonti di potere: la maggioranza (plethos), la legalità (nomos), la forza (kratos), l’eccellenza (aretè), la competenza (episteme). A ognuna di esse è dedicato un capitolo, dal secondo al sesto; e per ognuna vi sono indicati i protagonisti, ossia i principali portavoce. Si apre, così, una ricchissima galleria, animata, passo dopo passo, da Erodoto, Protagora, Aristotele, Platone, Trasimaco, Tucidide, Callicle, Glaucone… Non sono altro che i tasselli di quella tradizione cui tutta la modernità politica ha attinto per secoli, traendovi il materiale costruttivo per le edificazioni istituzionali contemporanee dell’Occidente (verrebbe la voglia di riprendere il famoso corso di Norberto Bobbio). Il libro termina con un un’annotazione meritevole di una riflessione più ampia e meditata: ogni ricetta presuppone una corrispondente opzione antropologica, una correlata visione, positiva o negativa, dell’uomo e della sua natura. Più di tutto, però, si può affermare che ogni teoria si misura con la questione se la natura umana sia o meno trasformabile, ovvero se la sua base sia conflittuale o collaborativa, e se questi suoi connotati invariabili abbiano eventualmente una durata più lunga di quella delle formazioni economico-sociali destinate a correlarsi con essi. L’Aristotele della Doody direbbe di sì.

Sui romanzi di Margaret Doody: Aristotele Detective (di A. Bencivenni)

Mario Vegetti, il potere e i filosofi: una lezione

Sul contributo di Norberto Bobbio: Forme di governo antiche e contemporanee (di C. Pinelli)

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1984, tra letteratura e politica (da nuoviargomenti.net)

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Saul Lovisoni è un tipo strano. A Parma è molto noto. Era un poliziotto, per giunta bravo; ed è il ricco erede di un personaggio molto influente. In città è diventato famoso dopo aver risolto un caso assai spinoso. Poi ha scritto un libro di grande successo, ma di lì a poco è stato travolto da un evento tragico, che lo ha spinto ad allontanarsi da tutti, per vivere in solitudine in un vecchio casale sulle sponde del Po. Margherita Pratts è una giovane neolaureata, bella, spigliata, desiderosa di fare mille e nuove esperienze, eppure sfortunata, visto che non ha ancora trovato la sua strada. Ha deciso di presentarsi a Saul per capire se può lavorare con lui. Perché Saul cerca un assistente: vuole tornare a fare il detective, e Margherita, in effetti, fa al caso suo. Il sodalizio parte in sordina. Viene messo veramente alla prova quando Cosima Allandi, influente nobildonna, si reca da Saul affinché l’aiuti a ritrovare il fratello Bernardo, inspiegabilmente scomparso. La ricerca si dimostra subito irta di ostacoli. Bernardo, infatti, si era da poco legato ad una ragazza difficile, Sabina, ex tossicodipendente, il cui figlio è stato ucciso da un pirata della strada e il cui ex marito è un personaggio violento e poco raccomandabile. Ma Bernie – così lo chiamano Cosima e Franca, la sorella maggiore – aveva appena rilevato una catena di lavanderie, sottraendola al suo socio e sedicente amico Corrado. Chi è, dunque, il colpevole? Sabina forse? O Corrado? Tra le nebbie della bassa Lovisoni si muove in modo apparentemente imprevedibile e indecifrabile, e tuttavia Margherita lo segue, a volte scocciata, a volte decisamente affascinata. Il mistero, naturalmente, si risolve solo alla fine, quando tutti i nodi, ma proprio tutti, vengono al pettine.

Garlini debutta da giallista con un esperimento riuscito solo parzialmente. Di certo il materiale è promettente, ci sono ingredienti giusti e tradizionalmente apprezzati: Saul è eccentrico come Sherlock, anche se il suo metodo non si nutre di logica e deduzioni, ma di suggestive intuizioni psicologiche e ambientali, che amano essere narrate, un po’ à la Poirot, un po’ à la Simenon; e Margherita è un ottimo comprimario, con il vantaggio (letterariamente parlando) di volersi dichiaratamente innamorare del suo datore di lavoro, sicché il lettore si immagina già che nelle prossime avventure debba per forza accadere anche qualcosa d’altro (supereranno forse insieme il doloroso passato di Lovisoni…?). Non è male anche lo scenario complessivo, perché, di solito, la notte, l’umidità, la pioggia e le vecchie dinastie familiari sono tasselli ideali per ogni intrigo che si rispetti. Poi, però, vengono i punti deboli. Parenti serpenti, innanzitutto: il binomio non può non venire alla mente, e così l’epilogo si lascia intuire sin dalla prima metà del libro. La trama stessa è fragile. Da un lato si può pensare che l’Autore abbia voluto, soprattutto, presentarci i suoi personaggi, per cui la storia potrebbe anche avere un peso secondario. Questo romanzo, in fondo, è un prequel. Dall’altro lato, però, specie in un giallo che vuole essere il primo di una serie, non è proprio l’intreccio a dover offrire la garanzia ultima di una caratterizzazione soggettiva credibile? Dai tempi di Uno studio in rosso di Arthur Conan Doyle – e quindi dalle origini… – non vi possono essere, per definizione, investigatori improvvisati. Di strada da fare, quindi, il crime di Garlini ne ha ancora tanta. Tanto più che il Po catalizza da tempo l’attenzione di cicli molto riusciti e riconoscibili, come quello creato da Valerio Varesi, con il commissario Soneri. Saprà Lovisoni tenergli testa?

Recensioni (di Luca Crovi; di Alessandro Mezzena Lona; di Francesca Visentin)

Un’intervista all’Autore

Garlini su radioradicale.it

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Che cos’è l’arte (da ilpost.it)

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And I’m not proud of my address (Lorde)

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