If I could go back in time / to the place in my soul (Guns n’ Roses)

Che cos’è la poesia? Domanda persa nella notte dei tempi e, già per ciò solo, risposta difficile. Che, tuttavia, Aldo Nove prova, di fatto, a formulare in questo singolarissimo libro, focalizzandosi sull’unica risorsa cui si possa accedere per riuscire nell’impresa, ossia sulla propria personale esperienza. Perché per Nove la poesia è una specie di pratica, una disciplina, un procedimento (inspirazione, respirazione…), per il cui tramite stupirsi e inabissarsi – come il palombaro di Govoni – alla ricerca di un tesoro nascosto, spingendosi al limite, mettendosi completamente in gioco. È anche un tirocinio, lento e complesso, che in parte richiede di essere scoperto e assecondato, da sé come da altri che lo possano intuire e accompagnare. Dunque quello dell’Autore diventa presto il diario di un’iniziazione lunga una vita intera. Dalla scoperta delle poesie di Guido Ballo, in una piccola mostra a Viggiù, ai rapporti, veicolati da un suo sensibile professore, con Franco Buffoni e Milo De Angelis; dalla conoscenza di Nanni Balestrini fino al lavoro nella redazione dell’editore Crocetti. Nel mezzo: il racconto di molte incomprensioni e di un’estraniazione progressiva da ciò che è comune e normale; l’ambizione di immergersi sempre di più nell’essenza del linguaggio poetico e nelle sue autonome virtù catartiche e filosofiche; due righe soltanto per la soddisfazione di togliersi qualche sassolino dalla scarpa e distanziarsi da proposte poetiche eccessivamente mainstream; e tante, tante (e talune formidabili) poesie: che non sono semplicemente raccolte, una dopo l’altra, ma punteggiano un itinerario di pensiero, quali pietre miliari o, meglio, exempla – nel senso medievale del termine – di ciò di cui Nove intende discutere, con galleria di altrettanti poeti e poetesse (Pascoli, Pagliarani, Hölderlin, Zanzotto, Giudici, Dickinson, Leopardi, Rimbaud, Bonnefoy, Thomas, Camon, D’Annunzio, Dante, Ritsos, Trakl, Celan, Neri, Caproni, Raffo, Palazzeschi, Penna, Poe, Sereni, Nemésio, Enzensberger, Brecht, Campo, Baudelaire, Pessoa, Shakespeare, Jarry, Campana, Sanguineti, Di Giacomo…).
Di questo volume – che in ogni caso può funzionare come ottima guida d’ingresso a importantissime voci della tradizione poetica – preme evidenziare soprattutto due aspetti. Il primo è quello che si può definire empatico, e che Nove coltiva nel richiamo costante tra arte e vita, tra verso e traiettoria esistenziale. Lo si comprende fino in fondo laddove si ricordano i casi di Lorenzo Calogero e Ivano Fermini, e quello sicuramente più conosciuto di Amelia Rosselli. E quindi quando – con quel sentimento di omaggio, gratitudine e riconoscenza che è proprio di chi sa alimentarsi dei messaggi che altri hanno lasciato, com’è tipico dei poeti – si evocano incontri e storie in cui la diversità o l’eccentricità o la solitudine altro non sono che chiavi privilegiate e condizioni per chi, pur marginalizzato, può accedere davvero al tesoro tanto cercato. È una prospettiva che consente a Nove di fare pure una scelta di campo; di esaltare, cioè, posture poetiche in cui il tesoro non passa per la trasmissione di un senso immediatamente afferrabile, ma per la riproduzione sapienziale di un effetto di fortunato stordimento. È un invito ad una sorta di sciamanesimo, che vale come luogo dell’agnizione, da un lato, ma anche come luogo della resistenza e della libertà a fronte di un regime ordinario e consumistico concepito sempre più come oppressivo (ai lettori di Inabissarsi non sfuggirà che il Nove di quest’opera è quello – arrabbiato – dei Sonetti del giorno di quarzo, scritti nel pieno della pandemia da Covid-19 e delle reazioni pubbliche e securitarie che essa ha generato). C’è un altro profilo che merita attenzione. Nella strada che Nove ha percorso la poesia si ritrova anche nella musica: di Lou Reed, ad esempio, ed è dato che non stupisce nessuno; di Umberto Tozzi ed Edoardo Bennato, che, invece, sono riferimenti meno scontati; e di Taylor Swift, con un interesse che recentemente è stato condiviso da acuti osservatori e che, tuttavia, qui, vale a rafforzare l’intuizione centrale, che “[i]l Regno della Poesia è mercuriale, salta altrove e sempre e chissà dove, ma sai che ti aspetta e ti si concede, se vuoi accoglierlo”.
Recensioni (di D. Brullo; di P. Vitagliano)
A chi esita (Bertolt Brecht, 1933)
Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione piú difficile di quando si era appena cominciato.
E il nemico ci sta innanzi piú potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori, non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili.
Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla viva corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere piú nessuno e da nessuno compresi?
O dovremo contare sulla buona sorte?
Questo chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta oltre la tua.

Tra il ‘68 e il ‘69, l’Autore de Il male oscuro pubblica sulle pagine di un noto quotidiano (Il Resto del Carlino) alcuni brevi interventi, che lo vedono dialogare con il suo cocker spaniel Cocai (dal Merlin Cocai pseudonimo di Teofilo Folengo, famoso artefice maccheronico del Baldus e del Caos del Triperuno). L’ambientazione dei colloqui – pubblicati in autonomo volume solo negli anni Ottanta, all’interno una ricca e intelligente collana di Marsilio – ha come baricentro topografico la casa d’elezione dello scrittore, da lui stesso edificata sul suggestivo promontorio calabrese di Capo Vaticano. Gli argomenti trattati, innanzitutto, sono quelli caldi di quegli anni: la guerra in Vietnam, le grandi agitazioni studentesche e il conflitto generazionale, i posizionamenti geopolitici di Stati Uniti, Unione Sovietica e Cina, lo spettro della conflagrazione nucleare, le missioni spaziali. Naturalmente lo scrittore trevigiano trapiantato al Sud non poteva non affrontare anche la questione meridionale, l’industrializzazione del Mezzogiorno e la nascita della nuova Università della Calabria. Nel merito dei discorsi svolti, come nella sostanziale ironia dell’approccio, il Berto di tutti questi testi non è così distante da quello conservatore della Modesta proposta, che verrà pubblicata nel ‘71. E la sua penna si conferma sempre chiara, asciutta ed essenziale, segnata dalla ricerca stilistica che meglio possa esprimere un comune e convincente buon senso. Nessun cedimento a quelle che egli stesso concepisce solo come vane emozioni, ingenuità o strumentalizzazioni.
Ciò che, tuttavia, si nota immediatamente è il carattere quasi dubbioso delle meditazioni, che sono esposte alla conversazione critica e provocatoria di Cocai, in qualità di curioso deuteragonista. Ma anche di compagno, amico e confidente, e di tramite diretto con gli affetti e con l’amore per la figlia (la “diletta” di cui aspetta il ritorno per le vacanze estive). Escluso il cane / tutti gli altri son cattivi, verrebbe da dire, riprendendo una canzone di Rino Gaetano, che uscirà qualche anno dopo, nel ‘75. È un Berto smarrito, che prova, e comunica, solitudine. Non solo quella ideale e, per così dire, storica ed epocale (di fronte a una civiltà i cui sviluppi non riesce a decifrare); ma anche quella letteraria (difesa con ostinazione, come dimostra il pezzo polemico con Moravia) e quella personale (si avverte distintamente che il pensiero ricorrente per la figlia non è solo un escamotage per riproporre l’invariante padri e figli o per esprimersi sulle retoriche della contestazione e del movimentismo). Più che mai, l’abitazione appoggiata sulla cima di un promontorio mozzafiato, lungi dal rivelarsi foriera di illuminanti vaticini (l’etimologia della località va in questo senso, tenta di crederci anche l’Autore), sembra il romitaggio di un intellettuale che non vede né immagina più il suo posto nel mondo e si limita a osservare le cose con franchezza estrema. Questo è, tuttora, il valore aggiunto di una voce pienamente libera.
Quattro voci si alternano per il racconto di una storia triste, che a sua volta è il nefasto evento catalizzatore che ne porta alla luce, e ne consolida, altre, ugualmente tristi. Di Dolores Driscoll – che vive assieme al marito semiparalizzato – sono le parole che aprono e chiudono la narrazione. È la guidatrice – da più di vent’anni – di uno scuolabus in un piccolissimo e povero paese dello Stato di New York, sulle montagne al confine col Canada, nell’America profonda che meno ti aspetti perché troppo vicina al dinamismo della ricca metropoli. Il monologo di Dolores, all’insegna della più straniata normalità, racconta della mattina nevosa in cui lo scuolabus è uscito di strada ed è scivolato in una sorta di laghetto artificiale, causando la morte di quasi tutti i bambini che vi erano trasportati. Il secondo testo segue la rievocazione di Billy Ansel, padre di due ragazzi deceduti, già vedovo e, prima ancora, veterano della guerra in Vietnam e gestore di una locale e popolare autofficina. Il mezzo di Billy, quella maledetta mattina, seguiva a ruota il bus. Non si era accorto della minima anomalia. Lo ascoltiamo riferire dei soccorsi, del suo stato di shock, della perdita abissale, forse presentita nella parte precedente della sua vita, come nella relazione segreta con la moglie del proprietario di un piccolo motel, madre di uno dei piccoli defunti. Compare poi un’altra versione, quella dell’avvocato Stephens, piombato sul posto alla ricerca di clienti arrabbiati, per imbastire una redditizia causa risarcitoria contro le istituzioni pubbliche che a vario titolo avrebbero potuto evitare o mitigare il sinistro. Ne seguiamo la sottile e determinata, e cinica, strategia di reclutamento, che attrae diverse famiglie, ma non Billy Ansel, che rifugge dall’idea che rivolgersi al giudice risolva ogni problema. Poi si presenta sulla scena Nichole, pressoché l’unica sopravvissuta, assieme a Dolores. Ex reginetta del ballo scolastico e cheerleader, ora si trova in carrozzina, insensibile dalla vita in giù. Il suo è il pensiero maturo e affilato di chi ha vissuto una tragedia. Soprattutto, però, è il veicolo di rivelazioni segrete, sempre taciute, da cui muove la spinta risoluta a porre fine a tutta la vicenda (quale?), e a fare a suo modo giustizia. È un epilogo, questo, che – come raffigura lei stessa nell’ultimo capitolo – Dolores apprende all’improvviso, a distanza di tempo, durante una rumorosa fiera di paese. La sua insperata redenzione di fatto la inchioda, assieme al lettore, a un orizzonte di generale e insuperabile compassione e compromissione.
Il dolce domani è un libro senza fondo, un pozzo di cui non si intravede la vertiginosa profondità. Perché per Banks non c’è punto d’arresto alla caduta. Lo scuolabus stesso, a ben vedere, non cessa di perdersi nelle acque ghiacciate, poiché si tratta di una soverchiante traiettoria anteriore, che poi (comunque) continua, e della quale l’incidente mortale è solo una delle possibili immersioni visibili. La dolcezza del titolo è, evidentemente, accettazione. Non, però, nel senso di fatale acquiescenza a quanto accaduto. Rabbia e dolore sono i sentimenti più comuni e forti. È, piuttosto, lo stato paradossalmente tranquillo di chi non può che vedere e volere nulla di diverso dallo scivolamento dannato, che – per quest’Autore, in particolare – assume una dimensione esistenziale e cosmica al contempo. Il dolce domani, per certi versi, è sinonimo di una dolce morte morale, di un auto-spegnimento lento e, più o meno coscientemente, deliberato. I personaggi, d’altra parte, oltre ogni fuggevole e ingannevole apparenza, sono avvinti in circuiti a rischio di deragliamento costante, se non già interrotti o dissestati. Al punto che l’incidente, pur nella sua tranciante violenza, diventa il modo privilegiato per produrre una serie trasversale di ulteriori fallimenti e di (troppo) tardivi ravvedimenti e prese di coscienza; e di un tagliente (e implacabile) regolamento di conti. Non c’è dubbio che ci si trova di fronte al canone tragico del più classico romanzo americano. Come è altrettanto chiaro che vi si isolano facilmente i caratteri e i ritratti ricorrenti di un’antropologia della sconfitta, quali sono tipici, in aderenza allo stesso canone, di note rappresentazioni della depressa provincia statunitense. Poi, però, si riscontra anche dell’altro. Un qualcosa che delinea in modo davvero imperdonabile quell’insano, e già detto, paradigma di colpevole accettazione: è l’autoreferenzialità totale degli adulti; di individui la cui disgrazia irredimibile sta tutta nel non volersi mai affrancare dalla propria irresponsabile assuefazione. E nel voler, anzi, trovare ragioni di riscatto in proiezioni e progetti puramente, e nuovamente, egoistici. Dal romanzo di Banks è stato tratto anche un film, assai fedele e premiato a Cannes nel 1997: da vedere.

I motivi per procurarsi quanto prima questo piccolo libro di poesie sono tanti. Una buona sintesi sta nel messaggio (absit iniuria verbis) che l’Autore finisce per veicolare. Potrebbe suonare pressappoco così: a essere davvero seri, nella vita, bisogna non prendersi troppo sul serio. Sicché di messaggio (in effetti) non si dovrebbe discutere; si farebbe troppo torto a un Autore tanto cosciente quanto disincantato. Perché la saggezza di Pistolesi (il titolo coincide proprio con il concetto o, meglio, con l’approccio, e in fin dei conti ci si accorge veramente che non c’è – mai – differenza…) si risolve di per sé in un verso guizzante, divertito e divertente, spinto da un realismo ironico e autoironico. Che, però, non si lascia disorientare da alcunché e fila dritto al punto, anche quando pare smontarsi da solo. E che non ha neppure timori reverenziali; né paura di affermare, spietato, quello che conta, in modo efficace, se non assoluto. Lo preannuncia la (bellissima) citazione di Fortini, in apertura: “se continuiamo a non volere la verità / sarà terribile la nostra vita. / È bene che lo sappiamo una volta per sempre”.
Onestà estrema, innanzitutto, e specialmente verso se stesso. Può trattarsi di una sconsolata e preliminare constatazione, o negazione, politico-esistenziale, a mo’ di sintomatico proemio; delle reiterate difficoltà, e degli imbarazzi, di un amore tormentato e finito; della raffigurazione della paternità più iconica o del rapporto, e del sentimento, padre-figlio; della nostalgia per l’adolescenza che è stata; degli inganni temibili della solitudine; di una vera, e affatto timida, dichiarazione di poetica; o, meglio ancora, di una altrettanto vera, e autentica, scelta di vita e, dunque, di poesia. In quest’ultimo senso, mai quest’Autore pare soggettivamente a disagio. O meglio: mai risulta ordinariamente a suo agio, cosa che gli permette, liricamente, di orizzontarsi benissimo, navigando leggero, forte di una tradizione assimilata assai profondamente e di un ruolo che non ha alcuna sociale rilevanza, e che per ciò solo è il ruolo, poetico all’essenza, cui meglio può ambire, sereno. Non c’è dubbio alcuno: per dirla alla Aldo Nove (occorrerà tornarci presto), Pistolesi si è inabissato, lo ha fatto benissimo, e pure allegramente e, per questo, meno misteriosamente di quanto lasci intendere la lezione originaria. Lasciamoci contagiare, quindi; diventiamo saggi, anche solo per qualche ora.
Una selezione di testi e la Postfazione di G. Policastro (da leparoleelecose.it)
A mio padre dopo l’ennesimo tentativo di inventarci una confidenza
Onore a noi, dopotutto, che comunque
ci abbiamo provato, a fare questa cosa di parlare
l’uno con l’altro, sopra un aperitivo fuori tempo massimo
trovare parole che colmino un silenzio
lungo vent’anni, anzi ventiquattro, venticinque
quasi (sono vecchio, sono
vecchio!) – eppure esiste, la foto
in analogico da un’altra casa, da un’altra
vita, ci siamo noi due nella vasca
insieme, ridiamo, siamo
un padre e un figlio.
La saggezza (esercizi)
Mettere da parte questa lingua
impararne altre. Cominciare a nuotare, cucinare
più spesso. Dormire al pomeriggio
lavorare. Scrivere di cose sane
e quando il pensiero stringe e si fa terribile
cadere come corpo morto cade.
Se mai (poesia per B.)
Se mai dimenticheremo, nel grande gioco della normalizzazione e dell’età adulta,
lo schianto incredibile la collisione assurda
che sono due persone quando s’incontrano, allora
buttateci pure via portateci dallo sfasciacarrozze, perché davvero non serviremo più a niente.

Tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, l’esule Alberti, poeta spagnolo in fuga dal regime franchista, soggiorna anche a Roma. Prima in Via Monserrato, poi in Via Garibaldi. Diventa così un emozionato e curioso girovago: esperto di quello spazio singolare, al di là e al di qua del fiume, che da Trastevere passa per il rione Regola e arriva a Piazza Navona e poi a Piazza di Spagna. Roma, pericolo per i viandanti – pubblicato nel 1972 – è il frutto e la testimonianza, quasi diaristica, di quell’esperienza; oltre che dell’amicizia con Vittorio Bodini, che della raccolta è il finissimo traduttore. Vediamo Alberti, ironico e dissacrante, mettersi sulle tracce del nume ispiratore di Giuseppe Gioachino Belli; ascoltare rapito la voce dell’acqua che gorgoglia nelle fontane; schivare attento auto e spazzature (e fastidiosi odori) nei vicoli; frequentare ammirato altri artisti; osservare di soppiatto chiese e palazzi; fare la spesa a Campo de’ fiori; aggirarsi, e smarrirsi, nel buio, alla ricerca e alla captazione del mito, del sogno e della bellezza. Non ci sono pezzi mal riusciti in questa silloge, che del resto è punteggiata, sin dal principio, da esplicite invocazioni, o dediche, alla migliore e più grande tradizione iberica (Quevedo, Lope de Vega, Gongora, Cervantes). Quella di Alberti è una notevole prova di nobile ed elegante poesia.
Soprattutto – e pure oggi, quando tante cose paiono cambiate – questo libro è un efficiente apriscatole sentimentale: il che equivale a dire la bacchetta tuttora funzionante per chi intenda provare a scoprire Roma come un rabdomante del demone che le è segretamente impiantato. Perché Alberti ha compreso bene che per entrare nella città occorre lasciarsi catturare e guidare dalle vibrazioni che sono alimentate dai tanti battiti e dalle altrettante contraddizioni che la attraversano: tra alto e basso, sublime e volgare, luce e oscurità, pieno e vuoto, caducità ed eternità. È come entrare in un circolo vizioso, un anello di ricorrenze, inseguimenti e illusioni, rappresentato al meglio in alcuni dei Notturni qui offerti da Alberti, capace di formulare in versi quasi un algoritmo del disorientamento; o di accendere, se si vuole, una centrifuga che ammalia e disperde e infine riporta al punto di partenza: che in definitiva è il rapporto con se stessi, traguardato nella misura sempre variabile tra la posizione di sé e il miracolo di tante cose, piccole e grandi, brutte e graziose. Pericolosa, quindi, è Roma per chi vi fa approdo, perché suscita stupore, abbaglia e al contempo abbatte e disorienta, sferzando di banale, osceno e grottesco ogni possibile esaltazione. Ma proprio nel mezzo insiste l’occasione per accedere alla meraviglia e scoprirsi. E Alberti è pronto a indicarcela.
Alberti a Roma (da un documentario in lingua spagnola)
Ricordi su Alberti (da Teledurruti)
È un reato…?
È un reato sedersi al mattino
a udire la parola delle fonti,
diventare un rumore, essere l’eco
di un sussurro infinito assorto in sé?
È un reato far scivolare sugli alberi
lo sguardo, e poi calarlo giù dai rami,
rovesciarlo sul prato, distaccarlo
da un fiore per fissarlo su altri fiori?
Vagare ciechi amanti, ormai dimentichi
di quell’ora mortale che li accerchia,
sognar che il sogno può essere sogno
di un’altra vita senza soprassalti?
È un reato che tutto questo appaia
un reato, mentre il reato vero
è il nostro tempo che non dà respiro
a compiere ogni giorni tali crimini?