Mistica, metafisica, terribile Riviera romagnola (da pangea.news)

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Un uomo è nella sua cucina e si appresta a fare colazione, come ogni mattina. È in pensione e vive a Roma, in quella che chiama Ipotassi Urbana Cetomediale, uno spazio che ruota, all’incirca, attorno a Piazza Bainsizza, non lontano da Piazza Mazzini. E che, per l’appunto, salvi i tanti uffici, è abitato da un ceto medio benestante, socialmente compatto e abitudinario. Il protagonista è proprio l’io narrante o, meglio, la sua corrente inarrestabile di pensieri. Che gridano insofferenza per la fine di un mondo, quello novecentesco, al quale il protagonista stesso si è formato e ha affidato le sue speranze, esistenziali e politiche. L’insofferenza è fragilità, meditazione costante sulla patologia e sulla morte, ma anche nostalgia per l’isola greca di tanti felici e intensi soggiorni, e per la dimensione misteriosa, naturale ed elementare, che quell’esperienza ha sempre saputo garantire. Ora che tutto sembra tornare puro caos; ora che le giornate sono ritmate dai video che la rete suggerisce sul cellulare; ora che ogni anelito di conformazione (della città, come della vita individuale e collettiva) è sulla via dell’estinzione: non resta che riflettere ossessivamente sull’inafferrabile complessità dell’anatomia e della biologia, perché forse è solo il desiderio di conoscere a custodire un ultimo bagliore. Anche se pure queste sollecitazioni restano ambigue, visto che l’io narrante pare abbandonarsi ripetutamente al desiderio assoluto di ricongiungersi a una sorta di organico assoluto, semplice, guizzante e in fondo incosciente com’è il corpo di un pesce.

Giova andare subito al sodo. Tra questo La fine del mondo e il precedente Lo Stradone, credo di preferire di gran lunga il secondo, quanto meno per l’amore profondo che rivela lo scavo minuzioso sulla storia dei luoghi. Che si alterna al – consueto – poderoso sfogo contro le fauci ormai invincibili della contemporaneità; ma che in fondo dimostrerebbe che la memoria e la presenza sono due ancore di salvezza altrettanto invincibili. Ora, però, la parabola di Pecoraro arriva a un punto che pare rinunciare anche a queste risorse; che è totalmente ripiegato su se stesso; che, pur continuando a gridare delusione e frustrazione, arriva a confessare un certo e sottile egoismo (di generazione; di punto di vista; di esperienza esistenziale e intellettuale). Non c’è dubbio che nel comunicare queste impietose sensazioni l’Autore si offre a un giudizio ultimativo, che in fondo cerca di stimolare per rendersi esso stesso – con il suo mondo – sul banco degli imputati. Ma senza l’empatia delle importanti opere pregresse, la scrittura si avverte nel suo essere per lo più ripetitiva. Né si può forzare – come alcuni hanno fatto – il paragone con Thomas Bernhard, poiché, al confronto, ciò che si apprende è l’estrema debolezza di una prosa quasi petulante. Dunque, alla fine, ci si sorprende a domandarsi quale sia davvero il senso del romanzo, che rimane compresso tra la reiterata lamentazione di una specifica fascia della società politica italiana e l’ultimo atto di una narrativa che probabilmente sa di essersi esaurita. Se proprio si vuole provare a confrontarsi con un pensiero della crisi, meglio tentare con Altrimondi di Federico Campagna: che da una differente prospettiva anagrafica, e pur non essendo un romanzo, ma un saggio storico-filosofico, riesce a collocare e a coltivare la caduta al di fuori dei limiti del personale e del quartiere e in maniera quanto meno più originale e affabulatoria.

Recensioni (di M. Barenghi; di G. Giossi; di G. Mancini; di L. Marchese; di G. Tinelli; F. Zanette)

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