
Un anziano si reca a una manifestazione di protesta contro la chiusura di un vecchio cinema nel centro di Madrid. Il suo unico amico, Osorio, lo definisce un inguaribile conservatore. In effetti, lo assalgono e lo preoccupano grigi pensieri: sui tempi che cambiano, i malanni che sopraggiungono, la scomparsa delle librerie, la solitudine affettiva, la crisi della sessualità, la trasformazione della città. E sulla perdita della memoria, visto che all’improvviso non ricorda più la strada di casa e comincia a vagare, assopendosi di tanto in tanto su qualche panchina o all’interno dei giardini pubblici. Nel frattempo, sempre le medesime paturnie lo tormentano, e così anche i “venti” di una importuna flatulenza. Spariranno anche i musei? Saranno, forse, sopraffatti dagli spettacoli multimediali? Svanirà del tutto lo spirito critico, come già è accaduto per il buon cibo? Poi gli sovvengono il ricordo, quasi affettuoso, di un dialogo con un gruppo di giovani “squilibrati”, seguaci vegetariani e asessuati di un movimento pacifista, e un’amara riflessione sulla libertà, che pare tanto accessibile quanto perduta, in un mondo che vive solo di annunci e informazioni, senza stampa e, paradossalmente, senza la religione di un tempo. Finalmente, quando arriva la sera, torna un po’ di memoria, e pure l’agognato rifugio privato si fa ritrovare, ma gli ultimi passi sono faticosi e complicati, in un crescendo di sensazioni che dalla calma dell’approdo porta ad un vertiginoso e definitivo risucchio.
Anche in questo (ultimo e finora inedito) racconto Vargas Llosa non abbandona i temi che più lo hanno visto impegnato negli ultimi anni: la parabola declinante della cultura occidentale; l’emersione di tensioni individualistiche sempre più polarizzanti; la diffusione di un clima sociale aperto soltanto in apparenza, eppure subdolo e uniformante. A prima lettura il testo è semplice, quasi elementare. Ma non sfugge che il protagonista non è solo l’alter ego dell’Autore, bensì l’immagine di una collettività intera: disorientata, malinconica, fragile, destinata oramai ad una fine, certa ma con sviluppi generali intrinsecamente ignoti. Allo stesso modo, non si può ignorare il nesso tra questa versione letteraria e un Vargas Llosa già sperimentato, quello de Il richiamo della tribù. Che è libro che va studiato in parallelo, perché – al di là delle tante speculazioni che spesso sono state alimentate dal conservatorismo dello scrittore peruviano, specie sulla scorta di un itinerario politico indirizzatosi sempre più verso destra – offre una rappresentazione schietta dei timori e delle ansie che avevano da tempo caratterizzato le spontanee convinzioni dell’Autore, stringendolo in un’appassionata promozione di valori liberali di diversa estrazione e tra loro non sempre coerenti. Comunque sia, I venti ha un merito prevalente: darci il privilegio di continuare a dialogare con una delle figure più grandi della letteratura dell’ultimo secolo e con un pensiero che sempre si è distinto per disturbante sincerità e risolutezza.
Recensioni (di D. Brullo; di S. Tedeschi)
Una (personale) classifica (top 5 di Vargas Llosa, che tutti dovrebbero leggere)
- Conversazione nella Cattedrale
- La città e i capi
- La festa del caprone
- La Casa Verde
- La guerra della fine del mondo







