If you dance, I’ll dance / and if you don’t, I’ll dance anyway (Lana Del Rey)

Si sa che i film non sono mai la stessa cosa dei grandi libri da cui possono essere tratti. Ciò non toglie, però, che possano essere cosa diversa in modo più che degno e, anzi, originale. Così è anche per questo Martin Eden cinematografico, che ha poco da spartire con quello letterario di Jack London, se non per la struttura base del racconto. La collocazione spazio-temporale – una Napoli sospesa in un tempo indefinito e fluttuante, tra inizio del Novecento, anni Venti, anni Cinquanta e anni Settanta – è del tutto eccentrica. Resta l’idea del giovane di umilissime origini, un po’ marinaio e un po’ operaio, che si innamora di una ragazza benestante e conosce l’enorme potere della lettura e della scrittura come strumenti di emancipazione. Ci scommette tutto, lasciandosi ispirare dal suo mentore, l’enigmatico Russ Brindessen, e rischiando la solitudine più triste e la povertà. Poi, all’improvviso, arriva il successo editoriale e di pubblico, ma la redenzione sperata non arriva, né quella individuale, né quella collettiva. Perché – come afferma lo stesso protagonista all’inizio del film, che lo ritrae al termine della sua parabola – “il mondo vince sempre” e ciascuno non può che abbracciare il suo destino.
Luca Marinelli, l’attore che interpreta Martin, è stato molto lodato. Eppure è eccessivo, ipercaratterizzato, quasi forzato. E poi passa con troppa enfasi da un Harrison Ford in versione guappo a un Edward Furlong nuovamente in forma ma calato nei panni di un poeta maledetto. Ad essere sinceri, Marinelli, che è stato anche premiato, è l’unica cosa sproporzionata e non calzante della pellicola. Molto meglio, senza dubbio, è l’interpretazione di Carlo Cecchi (Russ Brindessen), che in una scrittura tanto teatrale non può che spiccare e ribadire tutto il suo spessore. Le parti migliori di Martin Eden, comunque, sono il film stesso e la sceneggiatura: il film, per l’aura e i colori caldi tra la favola e l’operetta, in un assemblaggio che profuma d’antan, con inserzioni sempre precise e azzeccate di registrazioni d’archivio belle ed evocative; la sceneggiatura, per le implicite ma evidenti venature nazionali del personaggio Eden, costruito montando il tratto più fotogenico e impulsivo di differenti e forti eroi del riscatto meridionale e sociale. Martin, infatti, anche nella sua completa illusione, assomiglia a Luca Marano, tratto di peso da Le terre del sacramento di Francesco Jovine e condito con un pizzico di Rocco Scotellaro e un pizzico di Nicola Chiaromonte. Fornito di coraggio, di slancio utopistico e di una conquistata coscienza, il ragazzo viene fatto vagare con intenzione drammatica nelle transizioni costantemente e tristemente interrotte del Novecento italiano, alla ricerca (tutto qui) di un semplice traguardo di umano riconoscimento. In fondo, sotto traccia, si agita anche uno spirito leopardiano. A Venezia andavano premiati soprattutto Pietro Marcello, il regista, e Maurizio Braucci, lo scrittore partenopeo che tanto bene lo ha affiancato.

Simon Renoir ha lasciato la polizia per darsi all’insegnamento: ha studiato da pittore – non poteva essere altrimenti, con quel nome… – e il Prof. Foglian, suo caro amico, gli ha procurato una docenza all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Ma il richiamo di Firenze è troppo forte. Il commissario Mezzanotte lo sta cercando, ha bisogno di lui e delle sue intuizioni, perché c’è un nuovo serial killer in circolazione. La verità è che Simon cerca solo l’occasione buona per tornare a casa e provare a scacciare i fantasmi familiari che ancora lo tormentano. Il nuovo criminale, intanto, è un osso duro, non si limita a uccidere. Inscena impressionanti e complesse esecuzioni, che ricordano la morte di alcuni santi martiri: prima San Sebastiano, poi San Lorenzo, poi ancora San Bartolomeo. Le vittime sembrano avere anche qualcosa d’altro in comune e, mentre gli inquirenti cercano, come da migliore tradizione, dalla parte sbagliata, quella più facile e scontata, Simon è attirato da un luogo particolare, che con il suo magnetismo può aiutarlo a superare i suoi tormenti più profondi e a circoscrivere il caso nella dimensione giusta. La cosa certa è che, prima di risolvere l’enigma, il pittore-poliziotto rischierà veramente tutto.
Non è un giallo di fresca pubblicazione, risale a diversi anni fa. Proviene dal ricco serbatoio di un editore che delude raramente, e al quale è sempre opportuno rivolgersi in carenza di nuovi titoli attraenti sugli scaffali delle librerie. Il romanzo in effetti merita una segnalazione, ma non per via dell’intreccio, visto che non è particolarmente originale. Sono tanti gli ormai classici (troppo classici) stereotipi che ne popolano le pagine: la cocciuta e miope ostinazione del titolare dell’indagine; la figura del giornalista un po’ impiccione; il “cattivo” scenografico; la contaminazione pseudo-religiosa… C’è però un motivo interessante, che non è così frequente e che è reso, sul piano del tono e del mood complessivo della narrazione – grigio, triste, piovoso – in maniera molto efficace. Le vittime sono tali a causa del loro dolore, dalle stesse scelto come condizione invincibile: hanno inseguito, cioè, la morte già nel corso della loro vita; per questo sono state perversamente elette dal loro carnefice come esempi perfetti di ammonizione e di redenzione. La soluzione del giallo avviene per l’improvvisa rottura del medesimo straziante incantesimo, che per un attimo sembra aver colpito anche il protagonista, in quanto afflitto da un dolore altrettanto profondo. Ma Simon – che pure incorre in questa sorta di irresistibile e fatale colpevolizzazione – si salva, perché è giusto che la vita continui, anche dopo gli eventi più tragici e spiazzanti, e nonostante le pene che questi possono portare. È la concretezza imperfetta di Mezzanotte a risolvere il dramma. In tale lezione, e non è poco, Dio del Sagittario ha fatto centro.

Se in qualche sera estiva si accetta il rischio di abbandonarsi a possibili scoperte televisive, non è improbabile che si venga ricompensati. Rai3 è stata in grado di riproporre l’ottimo Identity (2003), di James Mangold, che ha enfatizzato, senza perderci nulla, il soggetto classico di Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. La7 ha ripescato addirittura l’originalissimo, eretico Gloria-Una notte d’estate (1980), di John Cassavetes, con la strepitosa e spiazzante interpretazione di Gena Rowlands, che a suo tempo assicurò al film il Leone d’oro. Per chi non l’avesse mai fatto, Gloria è davvero da vedere, sempre e comunque; e anche indipendentemente dal finale, che ho appreso essere stato, ingiustamente, criticato, perché considerato artificioso e posticcio. Comunque sia, il colpo di scena definitivo – almeno per chi scrive – lo ha riservato Rai5, che to be honest non è parca di piccole, rare perle anche durante l’ordinaria e desolante amministrazione dei mesi di schiavitù. Rai5, infatti, ha mandato in onda Solo gli amanti sopravvivono (2013), di Jim Jarmusch, una pellicola che gronda sovrana e nobile sprezzatura, la stessa che esige dallo spettatore, e che pertanto può comunemente restare senza riscontri, se non spaventare e allontanare. In verità è un imperdibile, raffinato esercizio manierista, che si risolve in tre proposte: un’interpretazione un po’ gotica dell’eterno dissidio tra istinto e ragione; un inno struggente all’amore e all’arte, rappresentati come i più grandi presidi di una buona esistenza; un rovesciamento quasi ironico de Il cielo sopra Berlino di Wenders. I protagonisti, infatti, non sono angeli, ma due vampiri, marito e moglie da centinaia di anni. Lui (che ha quasi le sembianze di un Manuel Agnelli allo stato eremitico) si chiama Adam e vive a Detroit, recluso in una casa della periferia più degradata, colleziona chitarre e compone pezzi sofisticati. Lei (la si potrebbe confondere con un’Alba Rohrwacher ancor più anemica dell’originale) si chiama Eve e vive a Tangeri tra migliaia di libri e frequenta ogni notte un caffè in cui incontrare Christopher Marlowe, drammaturgo inglese del Seicento, caro amico da tempo immemore, a quanto pare, e anch’egli vampiro. Adam vuol farla finita, gli zombie (così chiama gli umani) sono degradati a tal punto da non riuscirgli più sopportabili: anche il loro sangue è ormai contaminato, tanto che per nutrirsi in sicurezza i vampiri devono farsi aiutare da medici compiacenti. Eve vuole salvarlo e parte da Tangeri per stargli vicino. Ma gli spiragli di serenità che la coppia ritrova sono interrotti dall’arrivo improvviso e sguaiato della sorella di lei, Ava, che li riporta alla realtà e li costringe ad una fuga appartenente definitiva e alla ripetizione invariabile della loro irriducibile natura. Gli sguardi pulp di Adam e l’eleganza genetica di Eve sono esaltati da una colonna sonora ancor più suggestiva. Sul divano, alla fine, manca un bicchiere di assenzio, per farla completa anche da questa parte dello schermo.