Il titolo di questo saggio è del tutto e chiaramente esplicativo del suo contenuto. Esprime, infatti, ciò che si propone di fare l’Autore. Che raccoglie e analizza una serie di spunti letterari e filosofici, e in minima parte anche religiosi e cinematrografici, per concentrarsi sulla descrizione di un’antropologia alternativa a quella dominante. Se è vero che quest’ultima non fa altro che incentivare al successo, alla visibilità sociale, all’attivismo imprenditivo, al riconoscimento collettivo, si può, tuttavia, identificare nella tradizione occidentale un filone di pensiero che invita al semplice e puro sentimento dell’essere. La Porta muove, primariamente, dal romanzo dell’Ottocento, con Austen (e la Lady Bertram di Mansfield Park) e Gončarov (con il suo Oblomov), ma anche con Tolstoj (e la decostruzione dell’immagine di Napoleone sul campo di battaglia di Guerra e Pace). Poi gradualmente arrivano gli altri, e sono tanti: Wordsworth, Simone Weil, Epicuro, Manzoni, San Tommaso, Montaigne, Pontiggia, Kafka, Spinoza, Orwell, Chesterton, Horkheimer, Wenders… Per non dimenticare, direttamente dalla Torah, gli estratti sapienziali del Pirqei Avot. Quella di La Porta non è un’esposizione sistematica, né una costruzione retorica. Richiama il gusto della conversazione. Non è un caso che la si possa anche ascoltare online, piacevolmente scandita in alcune puntate della trasmissione di Radio 3 Uomini e Profeti. All’evidenza, certo, il materiale utilizzato è molto eterogeneo, dal quale il ragionamento pesca liberamente, non solo per dimostrare l’esistenza diffusa di un’ispirazione e di un modello di vita differenti. Lo scopo è invitare i lettori a conoscerne la ricchezza e la profondità, e anche a sperimentarne le declinazioni pratiche. Queste, peraltro, non sono per nulla scontate, visto che il vivere “nascostamente” o l’assumere la prospettiva del “senso comune” possono anche risultare azioni sovversive o di resistenza. L’Autore non inventa nulla di nuovo (molto si avvale, esplicitamente, degli itinerari critici di Lionel Trilling), eppure ci si trova di fronte a un testo di grande valore, perché afferma con forza che le idee e la letteratura possono davvero cambiare la nostra esistenza.
Che cos’è la poesia? Domanda persa nella notte dei tempi e, già per ciò solo, risposta difficile. Che, tuttavia, Aldo Nove prova, di fatto, a formulare in questo singolarissimo libro, focalizzandosi sull’unica risorsa cui si possa accedere per riuscire nell’impresa, ossia sulla propria personale esperienza. Perché per Nove la poesia è una specie di pratica, una disciplina, un procedimento (inspirazione, respirazione…), per il cui tramite stupirsi e inabissarsi – come il palombaro di Govoni – alla ricerca di un tesoro nascosto, spingendosi al limite, mettendosi completamente in gioco. È anche un tirocinio, lento e complesso, che in parte richiede di essere scoperto e assecondato, da sé come da altri che lo possano intuire e accompagnare. Dunque quello dell’Autore diventa presto il diario di un’iniziazione lunga una vita intera. Dalla scoperta delle poesie di Guido Ballo, in una piccola mostra a Viggiù, ai rapporti, veicolati da un suo sensibile professore, con Franco Buffoni e Milo De Angelis; dalla conoscenza di Nanni Balestrini fino al lavoro nella redazione dell’editore Crocetti. Nel mezzo: il racconto di molte incomprensioni e di un’estraniazione progressiva da ciò che è comune e normale; l’ambizione di immergersi sempre di più nell’essenza del linguaggio poetico e nelle sue autonome virtù catartiche e filosofiche; due righe soltanto per la soddisfazione di togliersi qualche sassolino dalla scarpa e distanziarsi da proposte poetiche eccessivamente mainstream; e tante, tante (e talune formidabili) poesie: che non sono semplicemente raccolte, una dopo l’altra, ma punteggiano un itinerario di pensiero, quali pietre miliari o, meglio, exempla – nel senso medievale del termine – di ciò di cui Nove intende discutere, con galleria di altrettanti poeti e poetesse (Pascoli, Pagliarani, Hölderlin, Zanzotto, Giudici, Dickinson, Leopardi, Rimbaud, Bonnefoy, Thomas, Camon, D’Annunzio, Dante, Ritsos, Trakl, Celan, Neri, Caproni, Raffo, Palazzeschi, Penna, Poe, Sereni, Nemésio, Enzensberger, Brecht, Campo, Baudelaire, Pessoa, Shakespeare, Jarry, Campana, Sanguineti, Di Giacomo…).
Di questo volume – che in ogni caso può funzionare come ottima guida d’ingresso a importantissime voci della tradizione poetica – preme evidenziare soprattutto due aspetti. Il primo è quello che si può definire empatico, e che Nove coltiva nel richiamo costante tra arte e vita, tra verso e traiettoria esistenziale. Lo si comprende fino in fondo laddove si ricordano i casi di Lorenzo Calogero e Ivano Fermini, e quello sicuramente più conosciuto di Amelia Rosselli. E quindi quando – con quel sentimento di omaggio, gratitudine e riconoscenza che è proprio di chi sa alimentarsi dei messaggi che altri hanno lasciato, com’è tipico dei poeti – si evocano incontri e storie in cui la diversità o l’eccentricità o la solitudine altro non sono che chiavi privilegiate e condizioni per chi, pur marginalizzato, può accedere davvero al tesoro tanto cercato. È una prospettiva che consente a Nove di fare pure una scelta di campo; di esaltare, cioè, posture poetiche in cui il tesoro non passa per la trasmissione di un senso immediatamente afferrabile, ma per la riproduzione sapienziale di un effetto di fortunato stordimento. È un invito ad una sorta di sciamanesimo, che vale come luogo dell’agnizione, da un lato, ma anche come luogo della resistenza e della libertà a fronte di un regime ordinario e consumistico concepito sempre più come oppressivo (ai lettori di Inabissarsi non sfuggirà che il Nove di quest’opera è quello – arrabbiato – dei Sonetti del giorno di quarzo, scritti nel pieno della pandemia da Covid-19 e delle reazioni pubbliche e securitarie che essa ha generato). C’è un altro profilo che merita attenzione. Nella strada che Nove ha percorso la poesia si ritrova anche nella musica: di Lou Reed, ad esempio, ed è dato che non stupisce nessuno; di Umberto Tozzi ed Edoardo Bennato, che, invece, sono riferimenti meno scontati; e di Taylor Swift, con un interesse che recentemente è stato condiviso da acuti osservatori e che, tuttavia, qui, vale a rafforzare l’intuizione centrale, che “[i]l Regno della Poesia è mercuriale, salta altrove e sempre e chissà dove, ma sai che ti aspetta e ti si concede, se vuoi accoglierlo”.
Dici: per noi va male. Il buio cresce. Le forze scemano. Dopo che si è lavorato tanti anni noi siamo ora in una condizione piú difficile di quando si era appena cominciato.
E il nemico ci sta innanzi piú potente che mai. Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso una apparenza invincibile. E noi abbiamo commesso degli errori, non si può negarlo. Siamo sempre di meno. Le nostre parole d’ordine sono confuse. Una parte delle nostre parole le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili.
Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto? Qualcosa o tutto? Su chi contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti via dalla viva corrente? Resteremo indietro, senza comprendere piú nessuno e da nessuno compresi?
O dovremo contare sulla buona sorte?
Questo chiedi. Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua.
In questo piccolo romanzo del 1988 – l’ultimo scritto da Chatwin prima della morte – si racconta di un certo Utz, morto a Praga negli anni Settanta. La storia comincia con il mesto funerale del protagonista: scarno, malinconico e un po’ surreale. Ma, subito dopo, la trama riparte da un tempo anteriore: dall’anno che aveva preceduto l’occupazione della Cecoslovacchia da parte dei carri armati sovietici. Precisamente da quando l’io narrante entra in scena, nelle vesti di appassionato ed esperto d’arte, e di collezionismo, cui un amico consiglia di incontrare, per l’appunto, l’enigmatico Utz. Proveniente da una piccola e incerta nobiltà terriera dei Sudeti, Utz – che vive in un piccolissimo appartamento, assistito dalla sua governante – è stato in grado, sin da giovane, di raccogliere una formidabile raccolta di porcellane di Meissen; un patrimonio prezioso, che ha saputo difendere e incrementare a più riprese, anche durante l’occupazione nazista e poi, a guerria finita, di fronte alle mire del sopraggiunto regime socialista.
Al suo più giovane interlocutore Utz racconta moltissime cose: sui misteri del Golem, sulle passioni (e ossessioni) artistiche della casata di Sassonia, sui segreti alchemici della porcellana… E gli fa incontrare anche un pedante ed eccentrico amico, il paleontologo Orlik. Le strade si dividono, e tuttavia la storia continua, perché Utz cerca in ogni modo di conciliare la sua morbosa attrazione magnetica per la collezione e la volontà di liberarsi dal clima oppressivo del regime, immaginando anche di fuggire all’Ovest. Ciò che il narratore viene a scoprire, però, è che, alla scomparsa di Utz, anche le porcellane svaniscono. Dove saranno mai finite? Chi se ne sarà impossessato? Sono forse andate distrutte? Di più non è lecito dire, di questo libro. Non solo per non privare il lettore della sorpresa dell’epilogo, bensì perché sono le tante (studiatissime) divagazioni che lo preparano meticolosamente alla comprensione del giusto significato: evidenziando, cioè, quanta e quale cura di sé occorre per non scivolare – non importa se laici o religiosi – nella più esiziale delle idolatrie.
In questa direzione, Utz, apparentemente così diverso dall’altro Chatwin (quello dei viaggi), è l’opera forse più rappresentativa, perché fondamentalmente teorica, di un’etica di abbandono e nomadismo strutturali, concepiti ad antidoto per il male più grande delle cose; patologia che l’Autore conosceva assai da vicino, vista la vicinanza estrema tra il tema trattato in Utz e l’originaria militanza dello stesso Chatwin quale dipendente di una famosa casa d’aste. Un’ultima notazione: dal libro è stato tratto un film delizioso, che, diversamente da ciò che accade di solito, è molto fedele allo scritto. Vale quasi la pena (così è stato per me) partire da lì.
Chi è Gian Ruggero Manzoni? A lui sono arrivato tramite Nel lento movimento dei ghiacci, quello che credo essere uno dei suoi ultimi libri. È così che, curiosando, ho incontrato il romanzo di Pier Paolo Giannubilo, che nel 2019 aveva corso per lo Strega, segnalato nientemeno che da Ferruccio Parazzoli. Il risolutore è una specie di biografia di Manzoni, che qualcuno ha anche definito come il Limonov italiano. Il raffronto probabilmente è improprio. Ma non c’è dubbio che ci si trova di fronte a un Autore dalle molte esperienze e dalle molte facce. Discendente di Alessandro Manzoni – e parente dell’altrettanto famoso ed eccentrico artista Piero – Gian Ruggero è poeta, scrittore, pittore. Lo diventa progressivamente, nel corso di un’esistenza rocambolesca: da un lato, fatta di incontri e di esperienze raminghe, a contatto con i migliori ed emergenti protagonisti dell’arte contemporanea europea; dall’altro, però, e soprattutto, gravata dalle vicende che, da giovane studente anarchico del DAMS, lo hanno improvvisamente visto sospetto di gravissimi reati e subito recluta dei servizi segreti italiani. Per i quali è stato duramente addestrato e ha svolto missioni drammatiche in Medio Oriente e nella ex-Jugoslavia, rendendosi disponibile, occasionalmente, anche per incarichi da killer, nel contesto di operazioni criminali. Giannubilo – intervallando riflessioni sulla propria esistenza – srotola pagina dopo pagina i racconti di Manzoni, come raccolti dalla viva voce dell’Autore. Lo possiamo vedere nei suoi affetti ed eccessi, nelle contraddizioni e nelle paure, nelle gravi patologie che ha contratto, nelle complicate relazioni con l’altro sesso e con la famiglia, nella tendenza quasi reazionaria che ha maturato nel tempo, assieme ad una peculiare e forte religiosità. Non mancano passaggi commoventi: come quelli sul padre, sull’amicizia con Pier Vittorio Tondelli, sul ricordo struggente per una giovane donna salvata sul fronte dei conflitti e degli orrori balcanici. Possono sorgere molti interrogativi sulla portata del personaggio o sulla verosimiglianza del suo itinerario. O sulla tenuta complessiva del romanzo in quanto tale. Tuttavia, l’impressione è che Il risolutore si lasci apprezzare, semplicemente, per quello che è: una storia originale, curiosa e avvincente.
Nell’afoso mese di luglio, in una città che senz’altro si trova nelle immediate prossimità del mare – anche se, a dire il vero, si tratta di un dato che resta allusivamente sullo sfondo – il professor Dominici fatica a comporre il suo studio sulla beata Isabetta. Di questa giovane donna, vissuta in età medievale e consacratasi a Dio dopo un improvviso tentativo di suicidio da un’alta torre, l’agiografo non riesce ad afferrare quasi nulla. Soprattutto, però, è fortemente turbato da una scoperta, che racconta a monsignor Berlinghieri, uomo colto e amico sanguigno. Ciò che gli narra è il sinistro rompicapo seicentesco, che gli ha consegnato il bibliotecario Manara e la cui decifrazione lo ha reso complice involontario di una drammatica profezia. E quando questa si avvera per Dominici si apre il baratro. Sono solo i dubbi del giudice Bosio e la saggezza del vescovo a districare la matassa, che alla fine si rivela tanto banale quanto cattiva e desolante. Ma il punto è che – come rivelano le parole dell’alto prelato – la follia, la pazzia e l’inspiegabile, come anche l’odio più cieco, hanno radici in ragioni tutt’altro che incomprensibili o innaturali: “Vede, io mi figuro che la malattia sia l’ombra allungata della salute. Non un di meno, ma un di più. Creda a me, non è per il poco che sentiamo pietà, ma per il troppo. Per ciò che di troppo umano c’è nell’uomo”.
Sono tre i motivi per leggere questo romanzo. Innanzitutto è un testo pluripremiato, opera prima di un autore raffinato ed elegante, maestro di bella scrittura, che sa essere acuto indagatore dell’anima. Non pare un’esagerazione paragonarne le atmosfere a quelle di Sciascia o di Bufalino; di quei giganti, cioè, che sono riusciti a coniugare in forma perfetta le traiettorie di una ricerca per lo più intima e misteriosa. La diversità di Meldini sta solo nel fatto che il suo, anziché collocarsi in un quadro di discorso prevalentemente civile, è un percorso più espressamente religioso. Oltre a ciò c’è la compiutezza dello stile. Le sensazioni, infatti, si vedono, si materializzano, e le parole si respirano, quasi se ne avverte la dimensione spaziale. Sono caratteristiche importanti, specie per un’Autore che cerca di riportare il senso di ogni cosa ad un’interrogazione tanto suprema e raziocinante quanto semplicemente esistente, vivente e pulsante. Meldini, in altre parole, sa lavorare per bene la pasta madre dei sentimenti e dei pensieri, e i risultati si apprendono al primo morso, con grande soddisfazione. Dulcis in fundo, dietro il libro c’è un luogo; un posto certo in cui poterlo leggere nelle condizioni migliori. È la città di Rimini, della cui biblioteca pubblica Meldini è stato direttore. Ma non è la Rimini delle spiagge, dell’intrattenimento, dei locali; è la Rimini dentro le mura, quella meno conosciuta, che dalla romanità più classica arriva al Liberty novecentesco, passando per il Rinascimento perfetto: ideale hortus conclusus per la buona riuscita di ogni meditazione.
Raccolta comme il faut di uno dei poeti italiani più importanti degli ultimi trent’anni. Non è un caso che sia stata selezionata tra i potenziali vincitori del Premio Strega Poesia 2024. Del resto, non c’è nulla di sbagliato in questo libro: un numero assai elevato di testi riuscitissimi di per sé (ivi comprese, sparse, alcune belle traduzioni: da de Quevedo, Dylan Thomas, Rilke, Emily Dickinson, Marvell, Larkin…); la presenza di partizioni (o stazioni) tra loro molto diverse, ma tutte di volta in volta concentrate attorno a perni unificanti di personale e suggestiva esperienza; la possibilità di individuare una coerente ispirazione complessiva. Quest’ultimo aspetto si coglie sin dal principio, nonostante sia reso esplicito, quasi confessato, nel breve pezzo finale, che vale da chiave di lettura (p. 129): “Niente nella vita è terribile / perché tutto è terribile. / E in questo c’è un’amarezza / che si muta in dolcezza”. È proprio così: è il modo con cui Testa dichiara di essere il più lucreziano dei poeti contemporanei. Il mondo gli appare tutto volatile e transeunte, e naturalmente indifferente, ma anche ricco, vibratile, come i milioni di organismi nascosti sotto la sabbia di Cape Cod (p. 82). Anche il senso improvviso di un avvolgente, cosmico, “stato di sfinimento” è apertura allo “spazio infinito dell’universo” (p. 27). Bisogna saperla cogliere, specie dove il dettaglio sembra più insignificante. Ad esempio, osservando il taràssaco (che quasi si atteggia a leopardiana ginestra: p. 34) o accorgendosi della “piccola anfora / di fango argilloso” lasciata in dono, sul ripiano dei libri, da una vespa (p. 67) oppure, ancora, facendo come il ragazzo seduto su un masso, alle prese con un falcetto: “Senza bisogno di un maestro indiano, / esercizi da salotto o da palestra / e tante inutili parole” (p. 51). Quasi sulle orme di Meister Eckhart – viene da pensare – per un mistico approdo: “Una solitudine assoluta e senza nome. / Come quella dei dipinti dei paesaggi / nati nel digiuno dalla gente. / Conservare e annientare. / Essere uno. / Conoscere, tra gli ultimi, / l’erba di nessuno” (ibid.). Citazioni e immagini potrebbero moltiplicarsi, anche perché ogni cosa è potenzialmente propizia al Sublime: il “bar tabacchi dei cinesi” (p. 11), un “arcobaleno in chiaroscuro” sul muro della camera (p. 23), una “coppia di narcisi selvatici” (p. 100), la “lunga anestesia” in una seduta dal dentista (p. 104). Si può indugiare per mesi sulle pagine di questo libro. È un accadimento raro.
Andreas Doppler, coniugato con due figli e benestante, vive in un bel quartiere di Oslo. La morte del padre e una improvvisa caduta dalla bicicletta convincono Doppler a una scelta totalizzante: lasciare ogni cosa per trasferirsi in una tenda in mezzo al bosco. È lì che, spinto dalla fame, uccide un alce, il cui cucciolo, però, gli rimane vicino. Decide di chiamarlo Bongo e di condividere con lui la nuova e avventurosa esperienza. I contatti con la città sono ridotti allo stretto necessario: qualche baratto e piccoli furti alla ricerca di utensili o altre vivande. Doppler, che vuole allontanarsi dalla gente, dalla civiltà del consumo e dal canone di presunta normalità e bravura che la pervade, fa comunque incontri particolari: con un ladro, di cui diventa amico e sodale; con Düsseldorf, il cui padre, che era un occupante nazista, è morto sulle Ardenne; e con un “tipo di destra”, che decide anch’egli di vivere nella foresta. Nel frattempo, Doppler accoglie nel suo rifugio anche il figlio Gregus, col quale intraprende la costruzione di un grande totem familiare. Alla fine dell’opera, divenuto padre per la terza volta, il nostro eroe sceglierà ancora di andare oltre, nonostante gli appelli e le intimazioni del cognato e della moglie.
A quasi vent’anni di distanza dalla prima lettura, Doppler pare più attuale e divertente che mai. Non è un caso che Iperborea lo abbia ripubblicato. L’ironia dello scrittore norvegese non risparmia nessuno: attacca, relativizzandolo all’estremo, un intero modello sociale, ivi compresi quelli che possono apparire i suoi limitati ravvedimenti o le sue piccole virtuose eccezioni. Oggi, poi, in una fase storica in cui il cambiamento climatico spinge tutti a ragionare sul senso ultimo di una ricetta di progresso e sviluppo apparentemente vincenti, quello di Doppler è un richiamo a un’esistenza radicalmente diversa: più spontanea ed essenziale, meno ipocrita e frenetica, e, soprattutto, non competitiva, ma fisiologica, perché armonizzata a esigenze elementari. A ben leggere, però, la rappresentazione di Loe ha un senso più ampio. Specie se collegato al suo sequel (Volvo), Doppler equivale al tassello fondativo di una moderna epopea alla Brancaleone, il cui personaggio, farsesco egli stesso, ci rivela nelle nostre più intime debolezze ed emozioni, e ci ricorda quanto lo spazio dell’uomo non sia un perimetro, bensì un viaggio. Prendere la strada del bosco non ha altro che questa direzione: disobbedire al confinamento, per accordarsi a una voce più intima e, paradossalmente, molto più afferrabile di ogni altra.
Locus desperatus, di Michele Mari, e Reliquie, di Daniele Gorret, stanno doverosamente assieme. Sono letture brevi. Si direbbero due cosette, che peraltro, e non a caso, parlano proprio di cosette. Anche se le une come le altre non lo sono per nulla, esigono concentrazione e aprono, invece, lo sguardo e la mente a dimensioni assai più ampie e profonde, e per ciò solo imperdibili.
La prima lettura è un lungo racconto, che si rivela à la Mari nel modo più autentico. Vale a dire che è iper-letterario, stilisticamente e linguisticamente complesso, pieno di riferimenti e citazioni, alcune esplicite e altre più nascoste. E vi aleggiano i demoni di Hoffmann, Meyrink, Kafka, Lovecraft. Il protagonista, che narra la vicenda, si accorge un giorno che sulla porta di casa è tracciata una croce. Nell’interrogarsi sul senso dell’evento, scopre che il suo appartamento è così contrassegnato in vista di un prossimo “subentro” e che tutte le sue adorate cose – piccoli e grandi pezzi da collezione o d’affezione, raccolti e custoditi nell’arco di una vita intera – passeranno a qualcuno che lo sostituirà. Potrebbe trattarsi dello strano Asfragisto, che del resto si palesa all’improvviso, al tavolino di un bar sciatto e mal frequentato, dove, però, tanti altri presentano profili ugualmente sospetti: uno spiccio barista, uno spilungone che sembra saperla lunga, l’ex umanista Procopio, la nuova e volgare barista. Nel frattempo, il nostro eroe cerca di difendere le sue cose, apprestando varie strategie, purtroppo perdenti, e trovando aiuto e compassione nel mostruoso Sileno; ma venendo anche a conoscenza che la sua sorte appare ormai definita, anche perché tragicamente già capitata ad altri sventurati, tra cui alcuni ex compagni di scuola. L’angoscia spinge il predestinato a resistere fino in fondo e a fare delle cose stesse il reagente di un rito quasi diabolico, con cui intrappolare e debellare l’oscuro nemico. Quale significato può avere una simile storia? È essa stessa un locus desperatus, un passo che nemmeno i filologi riescono a decifrare? Oppure – come si trova nel testo – il locus desperatus è proprio suo stesso abitante, fattosi indecifrabile al mondo che ha sempre percepito come ostile, cercando rifugio, ma trovando prigione, soltanto nel chiuso delle sue cose?
Nelle poesie di Gorret (non nuove a questi schermi) le cose sono trattate in modo meno ambiguo; anzi, esplicitamente positivo. Ma – come spiega l’Autore nel densissimo prologo che apre il volumetto – ciò accade quando hanno la natura e la forza della Reliquia. Va detto che tutto può esserlo, tutto ciò “che ha forma, peso e storia”. Basta guardare ai titoli di ogni componimento: ad esempio, Reliquia è un vecchio quaderno di scuola; un uccellino morto; la foglia conservata tra le pagine di un libro; uno specchio; la lettera di una persona cara; una cartolina; un sasso; una lapide rimossa e custodita; una tovaglia riposta in un cassetto… persino un pensiero. E in una cosa si può riconoscere la Reliquia anche quando è ancora in potenza. Il suo essere, infatti, ha una presenza angelica, cui solo “i degni” si possono accostare. Occorre crederci, dunque. Perché la cosa-Reliquia “deve far tremare”, altrimenti, “ridotta ad anticaglia, è cosa da buttare”. Il rapporto con le Reliquie, in definitiva, è una preghiera, che passa per un rito: di riscoperta, osservazione, contemplazione, concentrazione, memoria. È semplice e ineffabile allo stesso tempo. È vettore di storie, ricordi, immagini, insegnamenti, struggimenti e nostalgie. È risorsa perché ha un’anima che le è propria e che, tuttavia, anima quella di chi la sa intercettare. Durante la lettura vengono in mente molte suggestioni. Che la via possa essere quella più semplice, è lezione che si ritrova già nei Primi poemetti di Pascoli. Alla domanda, poi, se esista una via domestica alla riscoperta del sacro, Gorret, con il suo panpsichismo mansueto e affettuoso, offrirebbe una risposta affermativa. Una risposta che è teorizzata nel prologo già citato, una pillola teologica a tutti gli effetti, e che all’apparenza parrebbe funzionare anche per il personaggio inventato da Mari. Con la differenza essenziale, tuttavia, che in Locus desperatus l’angelico è colto nel suo terribile “doppio” luciferino.
Alcune recensioni (a Mari: 1, 2, 3, 4, 5, 6; a Gorret: 1, 2, 3)
Socrate si intrattiene con alcuni suoi conoscenti (Erissia, Erasistrato e Crizia) quando un incontro con i facoltosi ambasciatori di Siracusa suscita un improvviso e vivace dibattito. Il tema generale è il rapporto tra ricchezza e virtù, variamente affrontato in una breve serie di interlocuzioni, secondo il classico genere del dialogo. Per prima cosa, Socrate pone Erasistrato di fronte alla constatazione che la vera ricchezza è la sapienza, perché bene dal sommo valore. Ma Erissia dubita che la conclusione sia accettabile, perché non è detto che la sapienza garantisca i beni di prima necessità. Di più: di fronte alle immediate controdeduzioni di Socrate, Erissia, piccato, provoca il filosofo quasi in modo personale, alludendo al fatto che il sapiente può forse dirsi meno ignorante del più agiato degli ateniesi, senza che ciò, tuttavia, lo renda più ricco. Si avvia, allora, un “botta e risposta”, inscenato ad arte da Socrate per far emergere le fallacie delle diverse, possibili argomentazioni. Se da un lato pare corretta la posizione di Crizia – per cui non è detto che la ricchezza sia sempre un bene in assoluto, e che, anzi, vi sono uomini, malvagi o intemperanti, per i quali essere ricchi costituirebbe addirittura un grande rischio – dall’altro è lo stesso Socrate, ricorrendo a un efficace, e impertinente, espediente narrativo, a spiegare che la virtù è qualcosa di trasmissibile e, soprattutto, che, in un discorso, la condizione specifica del soggetto non può comunque mutare la giusta comprensione dell’oggetto. Sicché il punto è identificare quali siano veramente le ricchezze. L’acquisizione permette a Socrate sia di illustrare che la fisionomia stessa della ricchezza (come mezzo di scambio) è relativa (variando da popolo a popolo), sia che, in fondo, le ricchezze non sono sempre utili, perché tutt’al più si rivelano strumentali a fornirsi delle cose utili. Cose che, a loro volta, possono essere procurate anche per il tramite di ciò che – come i “saperi” – ricchezza propriamente non è. In un crescendo di vis persuasiva il filosofo arriva all’esito sottinteso sin dal principio: che la ricchezza, concepita in senso stretto e materiale, non rende felici, giacché mette gli uomini nella condizione di essere braccati dal bisogno e dal desiderio.
L’Erissia è un dialogo pseudo-platonico: non è opera di Platone, perché è stato composto dopo la sua morte, anche se nell’ambito dell’Accademia e (pare) pur sempre nel IV sec. a.C. Un giovane filologo ne offre, ora, una nuova edizione critica, corposissima e minuziosa (e fornita di un ulteriore volume a supporto), restituendo al piacere della lettura un testo nel suo genere esemplare, oltre che interessante. È paradigmatico, innanzitutto, per costruzione ed escamotages dialettici. Nella sua sinteticità, infatti, il dialogo permette di identificare e apprezzare le caratteristiche essenziali e i luoghi salienti dell’archetipo letterario in cui si risolve: la vocazione pedagogica; la struttura retorica, con impianto quasi teatrale; la configurazione della trattazione filosofica come dibattito; la concezione maieutica del magistero, come forma graduale di accompagnamento e, in certo senso, di autoformazione; la ricercata opposizione tra il livello della doxa e quello dell’aletheia; la ribadita differenziazione dagli estremismi del sofismo; il ricorso all’ironia come alle immagini più semplici e intuitive della vita quotidiana e della cultura comune e popolare; il riuso di stilemi o di insegnamenti già consolidati. Verrebbe quasi da affermare, da questo punto di vista, che, sul piano strettamente didattico, la valenza intrinseca dello studio di questo piccolo dialogo spurio è, oggi, più accattivante di quella delle opere platoniche più note e celebrate. Che sono senz’altro più dense ed elaborate, ma il pezzo scolastico – se così si può definire l’Erissia – rende meglio visibile la partitura e i suoi segreti, e anche l’appartenenza ad una tradizione. Naturalmente i problemi che Socrate e le sue controparti in questo piccolo dialogo discutono hanno pure un’importanza sostanziale: perché delineano i tratti di un’invariante fondamentale della riflessione filosofica occidentale; e perché anticipano in modo sorprendente intuizioni e sviluppi che, spesso, si intendono a torto come squisitamente moderni, se non contemporanei. Basta concentrarsi, ad esempio, sulla chiusa del testo, in cui emerge il rapporto tra bisogno e desiderio, con disvelamento delle decisive ricadute antropologiche e sociali che la coscienza e il governo di quel rapporto può sortire. In questo Socrate – al di là della prefigurazione di motivi che saranno propri delle correnti ciniche – c’è già René Girard, e pure un po’ di Christopher Lasch. Ecco che cosa può voler dire tornare agli antichi.
In questo piccolo libro, assemblato in brevi capitoli e ambientato – per espressa dichiarazione dell’Autore – in una “valle da poco” dell’Appenino emiliano, si racconta di tante cose: spedizioni antelucane alla caccia di funghi o tartufi; astuzie e consuetudini di montanari; ricordi d’infanzia; cani da cerca; villeggianti e turisti; scelte di vita; piccole e grandi avventure passate in quota; storie di case, boschi e frazioni oggi semi-abbandonati; brevi gite e lunghi viaggi (sempre a raccogliere funghi); nostalgie e piccoli piaceri personali. È un testo originale: un po’ diario e meditazione psicologica; un po’ romanzo familiare e autobiografico; e un po’ riflessione antropologica e sociale. Quest’ultima traiettoria è quella, probabilmente, più scontata, più attesa, che potrebbe bene accordarsi, anche per il lettore più superficiale, alla critica ormai mainstream della montagna idealizzata, accessibile, attrezzata e family friendly. Quella di Campani, infatti, è, all’evidenza, una montagna diversa: svuotata, inselvatichita, scostante, esposta ai rischi di un clima impazzito e, solo per questo, molto più dura di quanto si possa pensare. Però, a rivelarsi veramente intensi e interessanti, in Alzarsi presto, sono i profili più intimi, che a loro volta colorano i potenziali ragionamenti collettivi di una profondità più vera, quasi di una struggente e incarnata normalità. I gesti, i rituali, le interazioni del padre e del fratello Pietro, a casa come nel bosco, sono richiami fortissimi, che per Sandro – allontanatosi per la città, la fabbrica, la musica e la scrittura – operano come i rintocchi sordi di una campana lontana, tanto remota quanto calda e rassicurante.
Quindi, e per l’appunto, la via del ritorno – al bosco, alle proprie origini, alle radici – non è retorica, non può esserlo. Né può animarsi di colte aspirazioni velleitarie o sogni banalmente ingenui sulla bontà di un mondo ritenuto più lineare o autentico, e per ciò solo taumaturgico o appagante. La via, piuttosto, è fatta di pratiche minute, di abitudini, di un’alternativa che passa per l’urgenza di cose semplici, prossime e quotidiane, pertanto preziosissime, e che la raccolta di funghi e tartufi compendia plasticamente: ché occorre conoscere i posti, ricordarseli, frequentarli, testarli, e se possibile nasconderli ai più. Bisogna dire, a questo punto, che il volumetto di Campani non è per tutti. Lo apprezzeranno davvero in pochi, selezionati, flâneur del micelio interiore: quelli che amano i monti di serie B, le contrade-reliquia di comunità disperse, i sentieri che si interrompono e si ricompongono all’improvviso, e quelli che in altura ci vanno a novembre o a febbraio, quando la natura di chi alla natura pensa usualmente, per moda o anche per statuto, è, invero, completamente assente. Ecco, per costoro Alzarsi presto sarà un prezioso taccuino, un dolce breviario da conservare nella cacciatora di una vecchia giacca, camminando con gli stivali nell’erba alta e traguardando l’improvviso svettare di una mazza di tamburo.
PS: chi conosce il tratto appenninico di cui scrive Campani lo riconoscerà facilmente, gli indizi e i toponimi sono disseminati chiaramente. E in cima, prima della discesa in Garfagnana, supererà il Passo delle Radici e si fermerà, sulle orme di Shelley, a San Pellegrino, a prendere un caffè da Pacetto, a salutare le mummie del Santo e del suo “collega” San Bianco, e ad ammirare le Apuane o, se va proprio bene, un immenso mare di nuvole