È l’autunno del 1983. Georges si trova nel Nord del Libano, dove viene gravemente ferito dopo che un tank siriano ha colpito la sua auto. Ma come è arrivato fino a lì? Occorre tornare indietro nel tempo, quasi dieci anni prima, a Parigi, quando Georges conosce Sam Akounis, un regista greco di origine ebraica, fuggito dal golpe dei colonnelli. Le violenze e gli aspri conflitti politici nati dalle contestazioni studentesche sono lo scenario di quella che si rivela ben presto una grande amicizia. Nella militanza, che è fatta di lotta e di colpi durissimi, Georges conosce anche Aurore, che sposerà, e con cui avrà una figlia, Louise. È il sogno di Sam, però, ad allontanarlo da un tranquillo destino borghese. Il regista, che nel frattempo ha viaggiato molto, vuole mettere in scena a Beirut, in un teatro semidistrutto dalle granate, l’Antigone di Jean Anouilh, quella allestita durante l’occupazione nazista della capitale francese. Ha già trovato gli attori, ciascuno prescelto da una delle differenti etnie in conflitto: Imane, ad esempio, una giovane maestra palestinese, interpreterà Antigone; Chabrel, cristiano maronita, farà Creonte; un ragazzo druso, Nakad, si vestirà dei panni di Emone, il figlio del re. Sam, tuttavia, è gravemente malato, e così lascia il testimone a Georges, che dovrà preparare gli attori, convincere le diverse fazioni ad accettare una tregua e diventare il vero regista di questa incredibile impresa. Georges dunque si tuffa nell’avventura, guidato da Marwan, il padre di Nakad. Si addentra tra le macerie di una città assediata dai cecchini, rischiando la vita, superando le diffidenze di tutti e riuscendo addirittura ad organizzare una sorta di prova generale dello spettacolo. Poi accade l’indicibile, drammaticamente, e la vita di Georges si sbriciola, portandolo a rompere in prima persona la quarta parete che divide il palcoscenico dal pubblico e trasformandolo brutalmente in uno degli attori di una tragedia cruenta, che nessuno è stato veramente in grado di fronteggiare.

Può sembrare che l’Autore cerchi di realizzare un’operazione molto sofisticata, assemblare una trama potenzialmente assurda con fatti realmente accaduti, dando vita ad un racconto ricco di suggestioni e di significati. È bella di per sé l’idea di ripescare Brecht e pensare all’azione teatrale come ad un fatto catartico, individualmente, socialmente e politicamente rivoluzionario; con una quarta parete che si apre non solo per far passare la forza della rappresentazione artistica nella realtà storica, ma anche per dimostrare quanto il mondo possa cambiare l’esistenza. Così Chalandon immagina da un lato che quella stessa Antigone, quella di Anouilh, che si era simbolicamente opposta all’oppressione degli invasori, possa stimolare un nuovo miracolo; e dall’altro che il teatro della terribile guerra mediorientale indichi a Georges la sua vera identità e la sua naturale inclinazione. Trovarsi faccia a faccia con lo spietato massacro di Sabra e Shatila significa, per Georges, cogliere l’occasione senza ritorno di recitare nel teatro che gli è stato destinato, uscire dall’illusione posticcia di un impegno fin troppo vacuo, esclusivamente generazionale, per entrare nel luogo in cui respirare fino in fondo la durezza di ogni autentica scelta. Perché tutto è irrimediabilmente duro, al di là dell’istanza di giustizia sotto le cui bandiere ciascuno si propone di combattere. E anche il sogno di Sam si è infranto. Proprio qui, forse, si intravede ciò che l’Autore intende mettere in scena. Come nel testo di Anouilh, infatti, la chiusa del romanzo sta in un comune orizzonte di morte, in una conseguenza che non si riesce mai ad imparare, eppure dovrebbe valere più di ogni altra lezione e restare bene impressa nella memoria: “Ma adesso è finita. Sono comunque tranquilli. Quelli che dovevano morire sono morti. (…) E quelli che ancora vivono cominceranno dolcemente a dimenticarli e a confondere i loro nomi. È finita”. È così che, dai tempi di Sofocle, la storia si ripete.

Recensioni (di Giacomo Giossi; di Riccardo Michelucci)

Antigone nel testo di Jean Anouilh (v. anche un dibattito sul significato di questa versione)

L’Antigone di Sofocle e le sue letture moderne (di Moreno Morani)

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Con la semplicità e la chiarezza che ne hanno da tempo sancito il successo, in Aristotele e la favola dei due corvi bianchi Margaret Doody fa sì che il filosofo di Stagira si confronti con le difficoltà del governo cittadino, e in particolare con i pericoli cui questo è costantemente esposto. Gli uomini, infatti, tendono sempre a lasciarsi andare alla soddisfazione dei loro interessi più egoistici. Ciò, almeno, è quello che accade anche ad Atene, dove il saggio maestro, chiamato a chiarire i dettagli di una brutta vicenda di corruzione, si trova a risolvere tre casi emblematici: quello del ricco Simmaco, accusato di strani traffici sull’isola di Idra; quello di suo cugino Caronide, il delatore apparentemente caduto in disgrazia; e quello di un libro stranamente scomparso, sottratto dalla biblioteca del Liceo. Naturalmente Aristotele capisce subito tutto. Ma prima della spiegazione conclusiva si intrattiene con i suoi allievi e gli racconta una favola, prendendo spunto da un classico motivo di Esopo. Come i colpevoli, finalmente smascherati, i due corvi bianchi, che credevano di essere migliori di tutti gli altri, hanno peccato di orgoglio e di avarizia, isolandosi dalla comunità e incontrando la rovina. Sicché – osserva l’autore della Politica – la città non esiste solo per il raggiungimento di finalità pratiche, eventualmente conseguibili in solitudine, ma anche, se non soprattutto, per “concepire grandi ideali” e “per conoscere e compiere nobili azioni”.

Quella di Aristotele è soltanto una delle tante varianti del grande e imperituro discorso greco sulla poleis e sulle sue diverse e possibili formule di legittimazione. In un piccolo e concentrato volume, Chi comanda nella città? I Greci e il potere, Mario Vegetti ci offre uno spaccato particolarmente efficace delle formidabili chiavi di lettura che il pensiero politico ateniese ha prodotto tra il V e il IV Secolo a.C. Nel primo capitolo ci si domanda, innanzitutto, perché un simile laboratorio teorico si sia sviluppato in Grecia, e per lo più in uno specifico momento storico. L’ipotesi è che quel luogo e quel tempo siano stati il teatro di una forte crisi di sovranità, presto riempita da una molteplicità di piccoli nuclei indipendenti di potere, ciascuno impegnato nella ricerca di una ragione capace di riconoscerlo. Ma quale può essere questa ragione? Le ricette, analizzate dall’Autore, poggiano su cinque distinte fonti di potere: la maggioranza (plethos), la legalità (nomos), la forza (kratos), l’eccellenza (aretè), la competenza (episteme). A ognuna di esse è dedicato un capitolo, dal secondo al sesto; e per ognuna vi sono indicati i protagonisti, ossia i principali portavoce. Si apre, così, una ricchissima galleria, animata, passo dopo passo, da Erodoto, Protagora, Aristotele, Platone, Trasimaco, Tucidide, Callicle, Glaucone… Non sono altro che i tasselli di quella tradizione cui tutta la modernità politica ha attinto per secoli, traendovi il materiale costruttivo per le edificazioni istituzionali contemporanee dell’Occidente (verrebbe la voglia di riprendere il famoso corso di Norberto Bobbio). Il libro termina con un un’annotazione meritevole di una riflessione più ampia e meditata: ogni ricetta presuppone una corrispondente opzione antropologica, una correlata visione, positiva o negativa, dell’uomo e della sua natura. Più di tutto, però, si può affermare che ogni teoria si misura con la questione se la natura umana sia o meno trasformabile, ovvero se la sua base sia conflittuale o collaborativa, e se questi suoi connotati invariabili abbiano eventualmente una durata più lunga di quella delle formazioni economico-sociali destinate a correlarsi con essi. L’Aristotele della Doody direbbe di sì.

Sui romanzi di Margaret Doody: Aristotele Detective (di A. Bencivenni)

Mario Vegetti, il potere e i filosofi: una lezione

Sul contributo di Norberto Bobbio: Forme di governo antiche e contemporanee (di C. Pinelli)

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La storia dell’umanità sembra percorsa da un artificio violento: società gerarchiche,  maschiliste e prevaricatrici si sono imposte, sin dall’antichità, su società pacifiche, egualitarie e sessualmente libere, e fondate sul culto della Grande Madre. L’esistenza di questa alternativa originaria è stata rimossa da qualsiasi memoria, e ci sono forze e uomini che sempre e ancora combattono per cancellarne ogni traccia e per ribadire il predominio di un paradigma di sopraffazione. Sonia è una dottoranda fiorentina che si è messa sulle tracce di questo lontano conflitto e che paga con la vita la sua ostinazione. Petra, la sua più cara amica, cerca di capire perché è scomparsa e di coltivarne la passione. Così facendo, intreccia la sua strada a quella di Aldo, ragioniere milanese disoccupato e disperato, e di Lorenzo, brillante e spregiudicato enfant prodige della più spinta e pericolosa finanza newyorkese: due vite diverse, eppure accomunate da un destino tragico. Il mondo nel frattempo è sconvolto dalla crisi economica e da un’escalation senza tregua di privatizzazioni selvagge, disordini e conflitti armati, nei quali i tre protagonisti sono completamente avviluppati, vittime e attori, allo stesso tempo, di una misteriosa lotta per l’affermazione di un’egemonia globale. Un oscuro clan plutocratico, infatti, trama nell’ombra e le sue manovre paiono assecondate con successo da un ordine pseudo-religioso plurimillenario e pronto a qualsiasi azione.

Tersite Rossi è l’identità fittizia di un originale duo di scrittori. Dopo l’esordio fresco e promettente, seguito da un tentativo più esplicito di new epic literature, probabilmente troppo ambizioso, Mattia Maistri e Marco Niro compiono una nuova e inattesa metamorfosi. Dalla narrativa di impegno civile il collettivo trentino si va dichiaratamente spostando verso un genere ancora indecifrabile, fra il thriller, il new age e il racconto distopico e apocalittico. Per gli Autori è “narrativa d’inchiesta” – così ne parlano – anche se nel libro si respira un certo irrazionalismo antimoderno, che trae evidentemente alimento da una riflessione sul presente più militante che problematizzata. Di suo questa ispirazione non ha nulla di male, le potenzialità sono alte, ma ci si deve sempre ricordare, in questi casi, di coltivare una verosimiglianza complessiva, che qui difetta, perché la storia non viene assistita da un sufficiente apparato di dettaglio (reale o immaginario che sia).  La sensazione, alla fine, è quella di aver letto il lavoro ancora acerbo di un ammiratore di Valerio Evangelisti e di James Rollins. Tuttavia non si può dire che manchino capacità e facilità di composizione e di montaggio. Né si può negare che ci siano singoli spezzoni molto convincenti, anche se sono tali solo quelli che rappresentano le emozioni e le derive esistenziali dei singoli personaggi, non quelli che costruiscono e giustificano la scelta del tema e la trama. Manca, in proposito, la chiara adesione ad un finale definito, di Bene o di Male, visto che anche quest’ultimo viene rappresentato come una sorta di scenario obbligato. È proprio qui, probabilmente, che si avverte il sintomo del sottile impaccio che continua a bloccare Tersite Rossi. Per essere convincente il suo modo di raccontare ha ancora bisogno di coltivare uno spazio di immedesimazione: la predizione di un fato invariabile e disperante può certo ospitare questo spazio, ma da sola non basta.

Il booktrailer

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Luca Rainer è un traduttore e vive da single nel centro di Trieste. La Vecchia Blu, storica direttrice della Fortezza, il carcere cittadino, gli chiede di confrontarsi con Carlo Malaguti, omicida reo confesso e prossimo alla liberazione per limiti d’età: al processo, vent’anni prima, era stato difeso dalla madre di Luca, intuitiva ma scostante avvocatessa; ora il figlio potrebbe anche ricavarne un racconto, da consegnare al suo editore. Malaguti, però, si ostina a nascondergli la verità, anche se tra i due si fa gradualmente strada un po’ di confidenza. Luca comincia a scavare nel passato e si spinge fino all’isola di Sant’Erasmo, nella laguna veneta, dove incontra un’eccentrica fattucchiera. È quello il luogo in cui tutto era cominciato; è lì che Carlo, per fuggire da un arruolamento forzato, aveva incontrato un grande e indimenticabile amore; ed è lì che la guerra aveva infranto tutti i suoi sogni. Ma Luca ancora non capisce: perché mai Carlo ha ucciso Marta Vianello, un’anonima dattilografa di Mestre? Neppure l’occasione di un viaggio in barca, in Adriatico, riesce a dischiudergli la strada per capire a fondo il segreto dell’ex ergastolano. All’improvviso, poi, questi muore, suicida, nella sua vecchia casa, lasciando al nuovo amico, solo allora, una lunga confessione scritta, il resoconto drammatico di una vicenda di passione e paura, di tradimento e vendetta, di una colpa mai del tutto espiata. Il cerchio si chiude, quindi; e per Luca non si tratta più di scrivere un libro di successo, poiché l’estrema solitudine di Carlo lo ha fatto riflettere sull’insensatezza della sua e sul valore dell’amicizia.

Di Molesini, questa, è l’opera seconda. Lo è per ragioni cronologiche, innanzitutto, perché viene dopo l’originale e fortunato debutto di Non tutti i bastardi sono di Vienna. Lo è, tuttavia, anche perché non è al livello della precedente: viene dopo anche sul piano del giudizio di valore. C’è qualcosa, in questo romanzo, che non gira. Le pagine si susseguono e si è indotti ad attendere un’accelerazione, un cambio di passo che non si avverte neanche quando Carlo Malaguti racconta la sua storia in prima persona, nella lunga lettera che lascia a Luca Rainer: questa, semplicemente, sviluppa, o svela, tutto ciò che si intravede già nella prima metà del libro, e che, a voler essere sinceri, di suo non sarebbe per niente male. L’Autore, infatti, cerca di rappresentare qualcosa che, in effetti, non sopporta i colpi di scena o le articolazioni troppo complesse. L’obiettivo è intimo, riguarda un’istanza di giustizia personale e incommensurabile, che supera per definizione qualsiasi variazione di trama e di contesto, e che quindi non vi si può adattare naturalmente, in forza della sua assolutezza. Ma allora non si comprende come mai Molesini abbia voluto dire troppo, esplicitare così tanto un mood che, viceversa, nel suo rimanere rispettosamente implicito, avrebbe potuto manifestare al meglio la sua efficacia sul piano narrativo. Forse che l’Autore – di cui chiaramente la figura di Luca Rainer è la proiezione più desiderata… – si è lasciato prendere da una sua propria, e umanissima, emergenza? Detto questo, una buona notizia c’è: Molesini si aggiunge a quegli scrittori (come Giorgio Fontana, ad esempio, o come la Simona Vinci de La prima verità: tutti vincitori recenti del Campiello…), che sono interessati, senza vergognarsene, a riconoscere una dichiarata priorità alla psicologia delle relazioni e degli affetti, delle scelte e delle parabole irresistibilmente individuali, e ciò anche quando grandi questioni o snodi cruciali della Storia sembrerebbero dover prendere sempre il sopravvento e spiegare ogni cosa. È un filone più che meritevole, che forse, mutatis mutandis, attualizza la lezione di Romano Bilenchi (tutta da riscoprire…) e che anche oggi, in questo modo, potrebbe avere qualche degno erede.

Recensione (di Bruno Quaranta)

Un’intervista a Molesini

Il sito dell’Autore

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In piena Guerra Fredda un matematico di fama mondiale racconta in prima persona la sua partecipazione a un misterioso progetto di ricerca del Governo degli Stati Uniti, un tempo segreto, dandone così la sua particolare versione. Il progetto aveva un nome in codice: la Voce del Padrone. Tutto era nato in modo un po’ rocambolesco. Ma l’ondata neutrinica che aveva investito il pianeta a più riprese, e che alcuni osservatori avevano registrato, non era un caso: forse era una lettera, un messaggio inviato da una civiltà superiore e lontana. Come decifrarlo? Nel bel mezzo del deserto, in una vecchia base costruita per sostenere un attacco nucleare, era stata allestita una task force di esperti. Dopo una prima fase, nel gruppo più ristretto veniva chiamato anche il protagonista, che rievoca, ora, a mente lucida, i tanti tentativi e le molteplici e grandi tesi che sono state avanzate e discusse dai diversi team di lavoro. Il suo è un racconto affascinante, sempre sospeso tra fisica, chimica, biologia, filosofia… Ma è anche la storia, tortuosa, del fallimento di un’impresa quasi impossibile. Il brillante matematico, anzi, ci confessa che tutti quegli sforzi – e tutte quelle menti – si erano rivelati pressoché inutili. Non c’entrava soltanto il limite intrinseco della scienza terrestre; c’entrava qualcosa di più grave. Era la posta in gioco ad aver paralizzato ogni possibile ragionamento: perché gli uomini, sulla Terra, si aspettano sempre che dalla scoperta di una forma più avanzata di conoscenza si possano trarre soprattutto, e forse soltanto, i vantaggi più temibili e distruttivi. Anche loro, di fronte alla Voce del Padrone, si erano comportati come “formiche”, che, trovato “un filosofo morto sul loro cammino”, ne hanno comunque ricavato un superficiale “beneficio”. Probabilmente però – così conclude il matematico – l’intelligenza cosmica che ha escogitato l’indecifrabile missiva aveva calcolato anche questo; e l’esito fallimentare si è trasformato in tal modo in una insospettata fonte di speranza.

È il primo libro di Lem che leggo, su consiglio – azzeccato – di un amico scrittore. C’è da restarne, a dir poco, frastornati: perché sembra davvero il resoconto autobiografico di uno scienziato; e perché il tema fantascientifico è quasi azzerato, dal momento che si tratta di un lungo monologo sulla scienza vera e propria, concepito con estrema cognizione di causa. Il bello è qui, non certo nella collocazione, quasi banale, dell’opera e del suo significato corticale: scritto nel 1968, ha come obiettivo immediato l’assurda escalation agli armamenti da parte di Stati Uniti e Unione Sovietica, un processo capace di asservire ogni conoscenza, e forse anche ogni logica, ai suoi scopi potenzialmente esiziali. Ma la fiction messa a punto da Lem è troppo articolata per fermarsi alla contingenza storica. Il libro discute soprattutto del (difficile, scivolosissimo) confine tra scienza e cultura, dei loro reciproci condizionamenti, forse paralizzanti, e del fattore, la politica, che li combina e ricombina in varianti di volta in volta (troppo) prevedibili. Se ciò è vero, si può accedere veramente alla natura e ai suoi segreti? La lunga e avvincente avventura dei tentativi di decifrare la Voce del Padrone – sempre che fosse sul serio un messaggio extraterrestre… – è la risposta che Lem cerca di fornire, rappresentandoci un circuito chiuso, una sorta di inestricabile e ineliminabile circolo ermeneutico, una condizione super-esistenziale di inganno sistematico, propria degli scienziati, certo, ma anche di tutti gli uomini. Quella di Lem, però, non sembra una mera e sconsolata raffigurazione di una condizione irrimediabile: non può esserlo, non potrà mai ambire all’immagine della verità. C’è un tono, piuttosto, specie nel finale, da sofisticata operetta morale, nella quale l’interlocuzione con un orizzonte scientifico e tecnologico superiore, sia o meno esistente, non ha lo scopo di tratteggiare la disponibilità di nuovi mondi, in ipotesi preclusa dalla pochezza dei riferimenti umani, ma gioca il ruolo di alterità critica, qui ed ora; di un confronto indispensabile, cioè, che per ciò solo può garantire fiducia in un futuro (migliore) che proprio così ci è reso afferrabile, curiosamente, e quindi anche a prescinderne.

Recensioni (da IlFoglio.it; da emilianodimarco.wordpress.com; da zlobone.com)

Un sito interamente dedicato a Lem

Le opere di Lem

Golem XIV a Torre del Greco (su Lem e Leopardi) (di Beppi Chiuppani)

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Nel 2467 Robert Spofforth, il robot più evoluto tra quelli finora costruiti, si aggira per New York. Vorrebbe suicidarsi, ma la sua programmazione non lo consente. È tormentato da alcuni sogni, che gli ricordano la vita passata dell’intelligenza umana che gli è stata impiantata all’inizio della sua attivazione. Forse l’entrata in scena di Paul Bentley, che è uno dei pochi uomini a saper leggere, può aiutarlo: Spofforth, che è anche il decano dell’Università di New York, lo incarica di registrare i dialoghi di antichi film muti, nella speranza di poter afferrare qualcosa che gli consenta di capire i presupposti della memoria che gli è stata installata. Ma il destino di Bentley sembra diverso: infatti, pur svolgendo diligentemente i compiti affidatigli da Spofforth, comincia a provare una sorta di inspiegabile disagio esistenziale e riporta per iscritto tutte le sue sensazioni, per memorizzare la propria vita. Inoltre si innamora di Mary Lou, una donna che vive nello zoo della città e che, diversamente da tutti gli altri, non prende farmaci e sembra del tutto indifferente ai grandi principi dell’era presente, ossia alla Privacy e all’Individualismo. Bentley le insegna a leggere. Spofforth, però, li scopre, denuncia Bentley – che viene incarcerato – e porta a vivere con sé Mary Lou, nel frattempo rimasta incinta. In prigione, tuttavia, Bentley, che come tutti (tranne Mary Lou) è stato allevato nei misteriosi Dormitori, diventa maturo, continua a leggere e a scrivere, e capisce che il mondo degli uomini si è improvvisamente e inspiegabilmente votato all’estinzione. Intraprende in questo modo un lento, ma inarrestabile, processo di apprendimento, alla ricerca della sua umanità perduta. Riesce così ad evadere e, dopo un lungo itinerario nella natura più selvaggia, si imbatte in una strana comunità religiosa, che vive attorno ai resti di una vecchia città-rifugio, cimelio di antiche guerre globali. Qui prova nuovamente l’amore, diventa autosufficiente e riparte alla ricerca di Mary Lou, a bordo di un autobus a pensiero particolarmente sensibile. Troverà la sua donna, e sua figlia, in una New York ormai annichilita. Lì scoprirà la verità su Spofforth, sulla sua incrollabile determinazione e sulla storia dell’umanità, diventando, forse, il primo uomo di un possibile nuovo mondo.

In lingua originale il titolo di questo grande romanzo è Mockingbird, vale a dire “mimo”, l’uccello (il tordo americano) cui allude anche il titolo di questa più recente edizione, la quale, a sua volta, riprende integralmente il verso di una poesia in cui quella parola compare: è il verso, cioè, che sempre risuona nella mente di Paul Bentley e che lo scuote nel profondo senza che egli riesca a comprenderne le ragioni. Al solo pensiero che al suo primo debutto italiano, nel 1983, il libro di Tevis avesse come titolo un banale Futuro in trance, viene da chiedersi che cosa si fosse capito, allora, di questo meraviglioso racconto distopico. Perché è proprio lo struggimento indotto dal linguaggio apparentemente non significativo dell’arte (della poesia come del cinema) a comunicare a Bentley la possibilità di un’esistenza molto diversa da quella cui il mondo è andato incontro. Da quest’ultimo punto di vista, il dato veramente stupefacente è che nel futuro di Tevis gli uomini non rischiano di estinguersi a causa della guerra o della distruzione del pianeta e delle sue risorse. L’uomo, dopo la Morte del Petrolio, ha imboccato una strada ancor peggiore, quella di una rinuncia, scientifica, a qualsiasi emotività spontanea, nella coltivazione (tecnicamente assistita) di un egoismo controllato e autosufficiente, elevato, paradossalmente, a cardine di qualsiasi forma di ordinata e civile convivenza. La società, in altri termini, si è assuefatta e narcotizzata, e si ritrova, per di più, governata dai robot in attesa di un esaurimento finale. Nel romanzo, però, c’è anche dell’altro: la vicenda di Spofforth non è solo l’emblema dell’irrinunciabilità (sulla terra), o dell’inafferrabilità (per il robot), di ciò che è tipico dell’uomo; essa è anche la proiezione della tragica fallibilità della tecnologia, sia pur di quella più evoluta e performante, che nonostante ciò è pur sempre fatta di ingranaggi suscettibili di incepparsi all’improvviso e incapaci, se lasciati soli, di vera immaginazione. Le rivelazioni del finale, sul punto, sono tanto drammatiche quanto illuminanti; e può essere anche interessante annotare che lo sguardo critico viene da un Autore costantemente immerso nelle esperienze più disincantate e fallimentari della società secolarizzata, eppure istintivamente e profondamente attratto da un afflato di matrice certamente religiosa. Occorre dire ad ogni modo, che quelli di Tevis sono sempre capolavori e che dai tempi de L’uomo che cadde sulla terra non possiamo più evitare di chiederci chi o che cosa vogliamo continuare ad essere.

Recensioni (di Sandro Pergameno; di Gian Paolo Serino)

La Prefazione (di Goffredo Fofi)

Un profilo biografico di Walter Tevis

Un bel pezzo sulle opere di Tevis

Una classifica personale:

  1. L’uomo che cadde sulla terra
  2. Solo il mimo canta al limitare del bosco
  3. Lo spaccone
  4. La regina degli scacchi
  5. Il colore dei soldi
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Sull’ultimo numero de “La Parola agli Antichi”, per la rubrica “Fendenti”, è stata pubblicata una lettera. Il professore l’ha letta, e così hanno fatto tutti i suoi colleghi e collaboratori; anzi, tutta l’università ne parla. È un vero e proprio attacco, non c’è dubbio: si mette in dubbio la capacità e la reputazione dell’illustre docente, colto in fallo dall’ignoto lettore a proposito della corretta etimologia della parola “ipocrita”. Il professore, più che turbato, comincia la caccia, alla ricerca del nemico, la cui erudizione lascia supporre che non sia uno sprovveduto: che sia un altro membro della Facoltà? O forse uno studente? Che sia, forse, Daverio, il collega che in molti sembrano sospettare, per via dell’attrazione, che ha sempre coltivato, per la moglie del professore? Certo Daverio è letteralmente ossessionato per la giovane donna… Il fatto è che anche il professore ha una seconda vita, non certo più nobile. E la lettera gli ha fatto perdere sia la lucidità che credeva di avere sia il senso del pieno controllo della sua carriera e del suo ménage quotidiano. Quasi gli viene il dubbio che la polemica sull’ipocrita non sia questione di vocaboli ma lo riguardi personalmente. Poi – come in una delle grandi partite di scacchi del passato, delle quali il professore è appassionato – accade qualcosa di imprevisto, la scelta sbagliata che permette a uno dei due giocatori di scegliere una tattica nuova, apparentemente perdente e in definitiva vincente. Ma è vera vittoria?

Il giocatore invisibile è un romanzo raffinatissimo, che si può comprendere a fondo solo alla seconda o alla terza lettura. In superficie la storia può sembrare banale o scontata, percorsa com’è da motivi apparentemente triti e ritriti e infarcita di tanti stereotipi della vita accademica. Non che queste immagini siano sempre fallaci: Pontiggia, bisogna ammetterlo, raffigura il consueto zoo universitario in modo particolarmente verosimile. Ma il quadro è così efficace che ci si potrebbe fermare lì, senza accorgersi di altro. La stessa osservazione vale per l’estrema precisione compositiva, vero pregio dell’opera. Pontiggia studia parole e dialoghi in modo pressoché perfetto; se ne rimane facilmente sorpresi e ammirati, e questo è un dato ancor più notevole, visto che l’italiano utilizzato non è dei più semplici. È la dimostrazione che si riesce a scrivere bene e a farsi capire senza rinunciare a tutte le potenzialità della parola nazionale. Tuttavia, un’altra volta, ci si potrebbe fermare qui. Eppure il pervicace approfondimento espressivo induce a pensare che ci sia di più (perché mai tanto sforzo?) e che Pontiggia abbia voluto costruire, sulla forma, un ingranaggio, preciso come quello di un orologio e, al momento giusto, implacabile come la mossa risolutiva di un campione di scacchi. È su questo piano, infatti, quello della scacchiera, che si intravede il segreto del libro, quando, soltanto alla fine, di fronte ai molti non detti della chiusura, ci si arrende volentieri al dubbio che il professore ferito abbia ordito un piano mostruoso, accettando, nella battaglia, di sacrificare fatalmente il pezzo più importante per tentare di sconfiggere del tutto il suo avversario. Alla prima lettura il dettaglio non si rivela in modo compiuto. Poi, ad un altro sguardo, le sfumature si venano di un colore inatteso, frasi e figure cooperano in modo altrettanto decisivo, e si comprende che la macchina stilistica costruita da Pontiggia è perfettamente proporzionata all’obiettivo: rappresentare l’assurda perfezione di una vera deriva, conclamata nel suo farsi quanto incosciente e disperata. Per ben due volte si è tentata una trasposizione cinematografica del romanzo: la prima (filologicamente più corretta) con Adolfo Celi e Catherine Spaak; la seconda (più recentemente) con il bravo Luca Lionello. Ma (ri)leggere Pontiggia è un po’ come (ri)leggere Bassani, e alla fine ci si rallegra che il film, per quanto bello, non si possa mai avvicinare al libro.

Recensioni (di Giuseppe Pili; di Maria Tortora; di Margherita Lollini)

Un bel ritratto di Giuseppe Pontiggia

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Terzo della “trilogia dello spazio”, che ha come protagonista il dottor Ransom, filologo di Cambridge, That Hideous Strenght sviluppa una trama che questa volta si svolge tutta sulla terra, in Inghilterra, nella piccola (e immaginaria) città universitaria di Edgestowe e nei suoi immediati dintorni. Le forze celesti, tuttavia, non stanno a guardare; e ciò perché il pericolo è grande. Infatti, con la complicità di alcuni professori “progressisti”, un fantomatico N.I.C.E. (National Institute for Co-ordinated Experiments) si sta per impadronire dell’antico bosco di Bragdon, proprietà del Bracton College. L’oscuro disegno, in principio, è quasi imperscrutabile e il giovane e ambizioso Mark Studdock, nuovo sociologo del Bracton, si lascia facilmente irretire nel quartier generale del N.I.C.E., nella vicina Belbury, dove si mette a disposizione di un eccentrico e misterioso gruppo di comando, capitanato dal vice-direttore Wither. Nel frattempo, però, Jane, la moglie di Studdock – che Wither vorrebbe a Belbury per poterne sfruttare le innate capacità predittive – trova ricovero a St. Anne, in una strana dimora, nella quale convergono, come a “corte”, tutti gli alleati di Ransom, ivi compreso un grande e docile orso chiamato Mr. Bultitude. Il filologo, reduce dai suoi viaggi interplanetari, è perfettamente cosciente della gravità della battaglia che si va preparando e dell’importanza della posta in gioco: il piano del N.I.C.E. è chiaro, c’è un’orribile e temibile forza che lo muove e che si propone di minacciare definitivamente quello che resta di un antico ordine naturale, muovendo da Edgestowe, instaurandovi un regime di polizia e trasformando tecnologicamente gli uomini in meri strumenti di una nuova religione scientista. Fortunatamente, l’alleato che il perfido Wither cerca nel bosco di Bragdon si risveglia prima di essere scoperto e si presenta, quasi provvidenzialmente, al cospetto di Ransom: dopo secoli di sonno, Merlino è tornato e, grazie alla sua intermediazione, la potenza di Maleldil si manifesterà con tutta la sua forza e non lascerà alcuno scampo ai suoi sventurati avversari.

Pubblicato nel 1945, e subito recensito da Orwell, questo romanzo offre un gradevolissimo spaccato della missione letteraria di Lewis: modernità, disincanto e fede nella scienza hanno convertito l’uomo e la sua visione del mondo, dandogli l’illusione di averlo consegnato a se stesso e per ciò solo liberato; ma la perdita di una prospettiva cosmologica può essere fatale e preludere al dominio irresponsabile di pulsioni tanto incontrollabili quanto apparentemente razionali. Occorre, dunque, tornare al mito, che può essere, in questa cornice, anche un fedele alleato della religione, nella comune finalità di rammentare all’uomo quanto la sua vita possa essere realmente apprezzata se non nella piena accettazione di un limite foriero di gioia e semplicità. In That Hideous Strenght – il cui sottotitolo spiega ogni cosa: “una favola per adulti” – il messaggio è quasi più efficace che nelle Cronache di Narnia; e forse, qui, addirittura, Lewis si rivela, per un attimo, più diretto di Tolkien e di molti altri Inklings. In primo luogo, infatti, ci sono passaggi, dal tenore scopertamente pedagogico, in cui la visione di Lewis si fa particolarmente esplicita, e non solo per gli insegnamenti di cui i personaggi si fanno testimoni, ma anche per il modo assai felice con cui questi se ne fanno portavoce dal punto di vista antropologico. In secondo luogo, è l’ironia a farla da padrone, in un susseguirsi di scene, talvolta esilaranti, nelle quali la pochezza – certamente spirituale, ma non solo… – dei cattivi e delle loro schiere viene messa totalmente alla berlina: come se l’Autore avesse voluto rappresentare, ridicolizzandola, l’estrema debolezza dei poteri cui l’umanità rischia di mettersi al servizio; poteri che sono, viceversa, tremendi solo per i danni che possono causare all’umanità stessa e alla terra che li ospita. Si può restare sorpresi dal tratto talvolta misogino e conservatore dell’universo lewisiano. E non è una mera impressione. Ciononostante il racconto dello scrittore britannico, gustoso e divertente come pochi, trasmette ancora intuizioni che fanno riflettere e che, anche a più di mezzo secolo di distanza, nascondono pillole di saggezza.

Recensioni (di Roberto Persico; di Gianfranco Franchi; di Andrea Monda)

Il romanzo in lingua originale

Un sito (italiano) tutto dedicato a Lewis

La CSLewis Foundation

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Si parte dalle poche e celebri foto del corpo morto di Walser, caduto nella neve durante una delle sue proverbiali passeggiate a Herisau, in Svizzera, non lontano dal manicomio in cui era ospitato. E poi si procede, a ritroso, dal capitolo 7, che è il primo, al capitolo 1, che è l’ultimo, alternando lo scavo sul grande scrittore con i frammenti di un percorso psicologico e di un pellegrinaggio nei luoghi walseriani, come lo definisce lo stesso Autore. È una sfida su più piani: interrogare lo scrittore svizzero, la sua follia, le sue opere e la sua traiettoria esistenziale, così originali e così apparentemente inestricabili; fare memoria di se stessi, dei momenti di sofferenza come di quelli di perfetta e assoluta concentrazione; tornare quindi a ritrovarsi, come se il tuffo di Walser, l’ultimo, quello nel bianco della neve, rappresentasse la metafora di un traguardo, concretamente attingibile, paradossalmente, a chi sa ritrarsi fino in fondo. Miorandi, forse, sulle orme di Carl Seelig, è riuscito a sperimentare, di Walser, ciò che i tanti numi tutelari che hanno cercato di carpirne il segreto – Bichsel, Benjamin, Canetti, Sebald… – sono stati in grado soltanto di intuire. Il precipitato di una delle più profonde ed eccentriche esperienze letterarie del Novecento è condensato in una disperata e ostinata poetica dell’accettazione, alla riscoperta, come in una grande poesia di Wallace Stevens, di quelle “occasioni d’intima eccellenza” che, in questo mondo, possono solo accaderci.

Walser si può leggere partendo da una qualsiasi delle sue opere. Che sia L’assistente – che è quella forse più spiazzante – o Jakob von Gunten o I fratelli Tanner o La passeggiata o Il brigante… poco importa. Sono tutte diverse e tutte uguali. Diverse perché i protagonisti sono differenti; uguali perché, a ben vedere, i protagonisti non sono tali. Il ruolo di protagonista, infatti, non si addice ai soggetti che Walser predilige. I suoi campioni sono i non-campioni per antonomasia, gli irriducibili naturali, i perfetti comprimari, gli innocui perdigiorno; tutti coloro che, pur coltivando una sorta di puntuale marginalità, sanno veramente stare al mondo, perché hanno spontaneamente compreso che, nella vita, si tratta solo di osservare e di goderne. Davvero non stupisce che questo scrittore sia stato amato da Kafka e ammirato da Musil. La sua volontà di annullarsi, tenacemente, e di aderire ad un ordine segreto, ma fisiologico e originario al contempo, è una manifestazione paradigmatica di una fase storica di trasformazione fondamentale della cultura occidentale, rappresentandone, tuttavia, una visione radicalmente critica, se non antagonista. Quella di Walser, da questo punto di vista, è un’esperienza di vero attrito, che si interseca con quei processi (così lontani eppure così simbolicamente vicini…) che portano, nello stesso periodo, all’esplosione dell’arte astratta. È difficile, ad esempio, non avvertire, nei microgrammi di Walser, certi profili di continuità formale con Klee o con Kandinsky. E pensando a tempi immediatamente successivi viene subito alla mente Rothko, nonché, nella grande letteratura, il secondo Salinger. Allo stesso tempo, però, quella di Walser è dimensione anche fortissimamente religiosa, secondo una specie di mistica dello svuotamento e dell’assenza, tipica della tradizione tedesca, che parte da Eckhart e che si fa sentire anche in età romantica (in Walser la nobiltà della scelta secessionista del poeta è quasi come quella del poeta di cui racconta Schiller in Die Teilung der Erde, lontano dalla cose del mondo perché impegnato a stare con Dio). È per questa ragione, per questa sua intrinseca proiezione morale, che, come testimonia perfettamente Miorandi, Walser il pazzo, prosatore essenziale, può essere scoperto anche come maestro di vita e sorgente di guarigione.

Uno speciale su Walser (da Zibaldoni.it)

Sempre su Walser: un’intervista a Gianni Celati

Robert Walser e il magnifico zero (di Paolo Morelli)

Il più celato di tutti gli scrittori (di Alessandro Toppi)

Una birra per Walser (di Franco Marcoaldi)

Robert Walser perso e ritrovato nei suoi microgrammi (di Marco Belpoliti)

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Trovato morto nella camera del suo albergo a Estoril, in Portogallo, Alexandre Alekhine, uno dei più grandi campioni di scacchi di tutti i tempi, è scomparso il 24 marzo 1946, alla vigilia di una partita che, dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale, avrebbe potuto riconsacrarne il valore. Molti indizi – e anche il referto medico – hanno sempre fatto pensare a un decesso naturale, frutto dell’alcol e di un’alimentazione sregolata. Ma è davvero andata così? L’io narrante non ne è convinto e prova così a indagare e a rievocare gli ultimi giorni dello scacchista russo. Forse qualcuno voleva ucciderlo: sono tante, infatti, le ombre che che si allungano su questa vicenda. Strani personaggi, da un lato, sembrano accusarlo di complicità con il Terzo Reich, poiché, pur di continuare a giocare, aveva militato anche sotto quelle terribili insegne, trovando protezione in un potente gerarca. Con tutta probabilità, poi, anche il regime staliniano vuole sbarazzarsene, sia perché rappresenta la figura del perfetto controrivoluzionario e traditore sia perché la sua grande abilità potrebbe effettivamente sconfiggere la maestria del giovane sfidante Botvinnik, orgoglio della scuola scacchistica sovietica e nuova arma di una guerra, quella fredda, ormai alle porte. Dove sta la verità? Forse è stata la polizia segreta del governo portoghese a orchestrare ogni cosa o forse, semplicemente, si è trattato di un ultimo regolamento di conti tra un uomo di genio e i tanti demoni che ne hanno sempre tormentato l’esistenza.

Maurensig torna al genere di racconto – e all’editore – che lo aveva visto debuttare e diventare subito famoso, con La variante di Lüneburg. Da questo punto di vista Teoria delle ombre poteva considerarsi ad alto rischio di remake; e forse una certa atmosfera di quel bel libro si riconosce pure qui, anche se quest’ultimo romanzo riflette l’esperienza di scrittura – e di ricerca introspettiva – che aveva dato vita a L’arcangelo degli scacchi. Vita segreta di Paul Morphy. Maurensig non aveva mai lasciato gli scacchi. Dopo la parentesi (peraltro fortunata) di Canone inverso, si era cimentato anche ne L’ultima traversa, dimostrando di voler riprendere un discorso che, tuttavia, non gli è più riuscito particolarmente facile (né altrettanto felice). Probabilmente ciò era dovuto al fatto che la magia di questo gioco e dei suoi carismatici pezzi attira da sempre, su di sé, un alone di grandi potenzialità narrative, pari forse alla ricchezza e alla molteplicità delle mosse e delle combinazioni che sono possibili solo sulla scacchiera. Per riuscire veramente bene, quindi, occorre andare a grande profondità, un po’ come aveva fatto Stefan Zweig, e un po’ come aveva cercato di fare, da ultimo, Fabio Stassi. Se questo è vero, si può affermare che il bello di Teoria delle ombre non è nell’intreccio quasi spionistico. La virtù del libro è nell’abbandono, nel gesto, cioè, che l’Autore vuole compiere allorché decide – nel lungo intermezzo che copre quasi tutto il volume – di far scorrere, direttamente, la storia di una deriva: quella di un’individualità travolta dagli eventi e dai rapporti con gli altri, ma aggrappata fino alla fine all’unica dimensione che ne ha consentito la sopravvivenza, in un luogo – ai molti inaccessibile – in cui Bene e Male, per come li conosciamo, non hanno più alcun significato.

Recensioni (di Bruno Quaranta, Maurizio Crippa, Annarita Briganti, Paolo Mauri, Nicola Vacca, Lidia Lombardi, Michele Meloni Tessitori, Carlo Macchitelli, Nicolò Di Girolamo)

Paolo Maurensig a Fahrenheit e alla Radiotelevisione svizzera

Un’intervista all’Autore

Il sito di Maurensig

Per i più appassionati… le partite di Alekhine

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