Quelli del Boca (da succedeoggi.it)

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Raccontami la leggenda del Trinche (da ultimouomo.com)

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Erminio Squarzanti, un immaginario socialista ferrarese, racconta la sua storia di confinato a Ventotene, durante il fascismo. Sbarcato lì nel 1939, incontra Sandro Pertini, dalla cui austera e determinata compostezza è immediatamente affascinato. Sull’isola, nel variegato arcipelago degli antifascisti, conosce anche Spinelli, Rossi e Colorni, i famosi autori dell’altrettanto famoso manifesto Per un’Europa libera e unita: li vede già immersi nei fitti conciliaboli che nel 1941 portano alla stesura del documento e partecipa lui stesso alla discussione di un primo elaborato, con tono assai critico. Nel frattempo, però, Erminio familiarizza con un altro confinato, anch’egli un personaggio immaginario, Giacomo Pontecorboli, fisico romano che ha lavorato con Fermi e ha conosciuto Majorana. Si tratta di una figura misteriosa, taciturna, immersa nei suoi pensieri. La sua attenzione è costantemente catturata dal vecchio orologio della piazza principale e da strani ragionamenti sullo spazio e sul tempo. Del resto Pontecorboli confida a Erminio di aver addirittura costruito una macchina del tempo, come nel romanzo di Wells, e di aver anche visto Majorana scomparire proprio a bordo di quel mezzo. Per Erminio, quindi, è del tutto naturale credere che Giacomo stia fantasticando, un po’ come sta facendo lui stesso, impegnato a leggere ogni evento attraverso la lente della mitologia classica. Gli dei dell’Olimpo, però, c’entrano sul serio. Perché Ares e Poseidone parteggiano per le camicie nere, e Giacomo ne morirà. Ma Ermes e Atena, invece, seguono e spalleggiano i confinati, per i quali, come per le sorti della guerra e dell’Italia, arriverà il kairos, l’8 settembre 1943, il momento opportuno per il cambiamento.

La macchina del vento segue l’atmosfera e le contaminazioni (storia e “fantastico”) già sperimentate con Proletkult, anche se l’effetto sembra un po’ più fiacco. Non che manchino idee o scorci interessanti: ad essere di per sé buona è la ricostruzione di che cosa fosse il confino in età fascista; anche il richiamo di tanti nomi di confinati, più o meno celebri, è meritevole, perché sollecita il doveroso ricordo di protagonisti la cui esperienza e i cui ideali sono stati parte determinante del patrimonio politico e culturale su cui si è fondata la Repubblica. Ma la trama è piuttosto esile e, a tratti, la lettura può anche risultare noiosa. Il libro, però, si salva per due motivi. Innanzitutto può funzionare da ipertesto e stimolare la lettura di altri ottimi volumi, anch’essi pubblicati di recente: la voce Europeismo di Spinelli, ripubblicata da Treccani con un saggio di Giuliano Amato; il curioso W W W W – Wars of Worlds of Wells and Welles, che non ripropone La Macchina del Tempo – quella va assolutamente riletta nella traduzione di Michele Mari, per Einaudi – ma raccoglie i due famosi pezzi sull’invasione aliena, quello del grande campione della fantascienza e quello dell’ipnotico e istrionico regista, accompagnati da un suggestivo corredo di due pezzi critici e di alcune belle immagini. L’ultimo Wu Ming 1, ad ogni modo, si segnala anche per il fatto che al suo interno c’è un messaggio che non va sottovalutato, soprattutto sul piano della ricerca sulla storia dell’europeismo novecentesco. L’Autore fa leggere al suo personaggio – il giovane Squarzanti – il Manifesto di Ventotene, ancora clandestino. E gli attribuisce una serie di rilievi, né ingenui, né infondati. Facendo questo, certo, il romanzo prova a servirsi della macchina del tempo per dirci qualcosa sui vizi di un certo modo di concepire l’europeismo contemporaneo e su alcune sue amnesie e mancanze costitutive. Al contempo, però, invita anche a rammentare che il federalismo europeo degli antifascisti italiani rappresentava una galassia molto ricca e percorsa da proposte tanto sfortunate quanto veramente rivoluzionarie o decisamente originali. Chissà che ai lettori de La macchina del vento venga voglia di saperne di più e di approfondire, ad esempio, i pensieri e le opere di Silvio Trentin o di Umberto Campagnolo, che pure non vengono trattati e che, viceversa, meritano tuttora di essere riscoperti e meditati.

Una recensione (di Edoardo Zambelli)

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La storia secondo Alessandro Barbero (da iltascabile.com)

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Vola una libellula, in città, e incontra altri insetti: di ciò racconta la poesia che apre questa piacevole raccolta. Pare quasi di vederla, la libellula, così leggera, nella sua disorientata e breve avventura destinata a concludersi la sera, con la fine della giornata e della vita, in compagnia di una lucciola. È in questa sembianza, forse, che si vede l’Autore? I protagonisti del volume, per la verità, sono anche tanti altri: uno sfortunato coltivatore di radici, che per volerle illuminare finisce per ucciderle e per morirne disperato; un malinconico elefante, dal naso di ottone, che pur di farsi accettare e amare, si mette in dieta e perde definitivamente anche ciò che lo rendeva unico; un giovane che si crogiola nella disperazione e che come tale non può che dar vita ad una prole infeconda; una giocoliera sfrenata e appassionata, e per la sua arte incompresa e condannata, come capita spesso ai grandi artisti; una voragine ingorda e onnivora, quasi un buco nero, alimentato dall’incessante forza del pensiero; un fachiro eccezionale, capace di ogni sforzo, certo, ma non di essere un comune, e globalizzato, consumatore; un abilissimo scultore, che scolpisce di tutto, pure la Luna, togliendo però al mondo il suo consueto e irrinunciabile “caos rotondo”; un terrorista talmente determinato da toglierci il sonno al solo pensiero… La rassegna potrebbe continuare, con la sua simpatica geografia, visto che quasi tutte le poesie hanno specifici e improbabili luoghi di elezione: Ventotene, l’Alaska, Borgoricco, Zelarino, Pordenone, Tolmezzo, Canelli, Buffalora, etc. È un mondo tutto fantastico, e al contempo, però, sembra più vero di quello che normalmente ci circonda, perché lo scherzo, talvolta, va anche al di là di quanto possa riuscire il ragionamento.

La quarta di copertina avverte che in questo libro si trovano trenta “racconti in rima”, e l’Autore specifica, in una nota conclusiva, che si tratta del frutto di un puro divertissement, di un esercizio per lo più estemporaneo, anche se coltivato per quasi vent’anni. Sul sito dell’editore, poi, in un articolo confezionato per l’occasione, è sempre l’Autore a chiarire che le storielle fantasiose ed eccentriche che ha scritto altro non sono che composizioni “gratuite”, “infondate”, scaturite dall’ascolto di ciò che le parole, sole e semplici, possono suggerire. Apparentemente, dunque, ci troviamo di fronte a qualcosa di totalmente disimpegnato, di giocoso. La verità è che si tratta di qualcosa di molto più interessante, perché è proprio nel gioco e nel disimpegno che l’auscultazione delle parole e delle loro possibili associazioni consente di dare voce ad una poesia singolarmente autentica e pulita. Vengono alla mente le filastrocche dell’infanzia; c’è del Gianni Rodari, sullo sfondo. Ma ogni pezzo, oltre a nascondere una sua morale, è anche un ritratto, e un po’ è pure un inno alla vita, o meglio alla vitalità, con un originale effetto fusion tra Edgar Lee Masters (ma remixato da De André) e Boris Vian (in Non vorrei crepare). Forse è solo una coincidenza o forse, invece, è l’ennesimo affiorare di quel rizoma che sempre connette sensibilità affini: prima di avere il tempo di aprire questo volumetto, soltanto qualche giorno prima, un amico, un poeta vero, mi segnala un bellissimo intervento radiofonico di Stephen Fry, un’appassionata laudatio della lingua e delle sue enormi virtù. Ecco, di queste intrinseche virtù Scarpa – un vero folletto dei nostri tempi, sempre più lucreziano, e sempre più epicureo – dà un saggio tanto esemplare quanto accessibile a tutti.

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I look at the world and I notice it’s turning / While my guitar gently weeps (George Harrison)

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