Vola una libellula, in città, e incontra altri insetti: di ciò racconta la poesia che apre questa piacevole raccolta. Pare quasi di vederla, la libellula, così leggera, nella sua disorientata e breve avventura destinata a concludersi la sera, con la fine della giornata e della vita, in compagnia di una lucciola. È in questa sembianza, forse, che si vede l’Autore? I protagonisti del volume, per la verità, sono anche tanti altri: uno sfortunato coltivatore di radici, che per volerle illuminare finisce per ucciderle e per morirne disperato; un malinconico elefante, dal naso di ottone, che pur di farsi accettare e amare, si mette in dieta e perde definitivamente anche ciò che lo rendeva unico; un giovane che si crogiola nella disperazione e che come tale non può che dar vita ad una prole infeconda; una giocoliera sfrenata e appassionata, e per la sua arte incompresa e condannata, come capita spesso ai grandi artisti; una voragine ingorda e onnivora, quasi un buco nero, alimentato dall’incessante forza del pensiero; un fachiro eccezionale, capace di ogni sforzo, certo, ma non di essere un comune, e globalizzato, consumatore; un abilissimo scultore, che scolpisce di tutto, pure la Luna, togliendo però al mondo il suo consueto e irrinunciabile “caos rotondo”; un terrorista talmente determinato da toglierci il sonno al solo pensiero… La rassegna potrebbe continuare, con la sua simpatica geografia, visto che quasi tutte le poesie hanno specifici e improbabili luoghi di elezione: Ventotene, l’Alaska, Borgoricco, Zelarino, Pordenone, Tolmezzo, Canelli, Buffalora, etc. È un mondo tutto fantastico, e al contempo, però, sembra più vero di quello che normalmente ci circonda, perché lo scherzo, talvolta, va anche al di là di quanto possa riuscire il ragionamento.

La quarta di copertina avverte che in questo libro si trovano trenta “racconti in rima”, e l’Autore specifica, in una nota conclusiva, che si tratta del frutto di un puro divertissement, di un esercizio per lo più estemporaneo, anche se coltivato per quasi vent’anni. Sul sito dell’editore, poi, in un articolo confezionato per l’occasione, è sempre l’Autore a chiarire che le storielle fantasiose ed eccentriche che ha scritto altro non sono che composizioni “gratuite”, “infondate”, scaturite dall’ascolto di ciò che le parole, sole e semplici, possono suggerire. Apparentemente, dunque, ci troviamo di fronte a qualcosa di totalmente disimpegnato, di giocoso. La verità è che si tratta di qualcosa di molto più interessante, perché è proprio nel gioco e nel disimpegno che l’auscultazione delle parole e delle loro possibili associazioni consente di dare voce ad una poesia singolarmente autentica e pulita. Vengono alla mente le filastrocche dell’infanzia; c’è del Gianni Rodari, sullo sfondo. Ma ogni pezzo, oltre a nascondere una sua morale, è anche un ritratto, e un po’ è pure un inno alla vita, o meglio alla vitalità, con un originale effetto fusion tra Edgar Lee Masters (ma remixato da De André) e Boris Vian (in Non vorrei crepare). Forse è solo una coincidenza o forse, invece, è l’ennesimo affiorare di quel rizoma che sempre connette sensibilità affini: prima di avere il tempo di aprire questo volumetto, soltanto qualche giorno prima, un amico, un poeta vero, mi segnala un bellissimo intervento radiofonico di Stephen Fry, un’appassionata laudatio della lingua e delle sue enormi virtù. Ecco, di queste intrinseche virtù Scarpa – un vero folletto dei nostri tempi, sempre più lucreziano, e sempre più epicureo – dà un saggio tanto esemplare quanto accessibile a tutti.

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