Ludovico arriva a Venezia come vincitore di una borsa di studio privata per una ricerca sul teatro d’opera del Seicento. Michela, la sua ragazza, è rimasta a Milano. Al Lido Ludovico incontra Edmund, che lavora alle Gallerie dell’Accademia, dove deve occuparsi di un nuovo progetto: l’utilizzo di NFT per la creazione di una perfetta immagine digitale della Tempesta di Giorgione, la sua parcellizzazione e la messa in commercio delle singole parti. Tra i due giovani nasce subito una spontanea, magnetica amicizia, che coinvolge presto anche Patrizia, la bellissima compagna di Edmund. Nel caldo dell’estate lagunare ogni contorno sfuma in maniera disorientante e Ludovico, rapito dal ritmo e dal senso di un’arietta seicentesca, si confonde. Che cosa sta accadendo? A Venezia le suggestioni sono tante, il tempo scorre in modo diverso e ciò che prima pareva certo ora non lo è più. Il mistero è grande o, forse, è tutto e soltanto un sogno? Per questo Autore – che non è nuovo a questi schermi – la trama non costituisce un fulcro necessario, raccontare è una scusa, un espediente per fare molte cose assieme: trasmettere un po’ di passione per l’arte e per la musica; divulgare un po’ di diritto, suscitando interesse per l’intreccio sempre più stretto tra contratti e nuove tecnologie; soprattutto, però, offrire un saggio delle capacità ipnotiche di un’immersione veneziana. E, dunque, invitare i lettori a perdersi, ad approfittare dell’atmosfera unica dell’isola per meglio trovarsi, o anche solo per vivere stranianti e improvvise emozioni. Viene da chiedersi, sul punto, se Annunziata non sia riuscito davvero, in un modo tanto indiretto, allusivo e ambiguo, a interpretare in forma narrativa l’enigma della famosissima opera di Giorgione: che, al pari di quanto può sortire oggi la città con la sua lunghissima e ricchissima storia, altro non è, sin dal principio, che un potente talismano; un allucinogeno, foriero di interrogazioni profonde e determinanti. Ad ogni modo Tentarmi è vanità, anche nella estrema leggerezza che lo contraddistingue, oltre a ricordare la naturale e comune licenziosità dei monologhi di Paolo Puppa, ha il merito di richiamare alla memoria altre letture (da Bonfantini a Berto) con le quali continuare stordimenti ed esplorazioni.

Recensione (di D. Ripamonti)

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Nelle giornate in cui la guerra che oppone Stati Uniti e Iran, anziché temperarsi, promette di accendersi ulteriormente – e il segretario alla difesa americano Hegseth formula accorate preghiere per ottenere il sostegno divino (sic) – la lettura del piccolo libro di Giuliano da Empoli pare intonarsi quanto mai bene (ahinoi) agli sviluppi dello scenario internazionale. Un po’ reportage, un po’ autofiction, un po’ saggio libero, il testo raccoglie ritratti e immagini della metamorfosi dei potenti del mondo e delle modalità del loro agire politico. L’Autore – che da giovane consulente di Antonio Maccanico ai successi de Il mago del Cremlino ha fatto parecchia strada, passando per Matteo Renzi – li ha visti da vicino, ed anche in momenti diversi, al seguito di qualche delegazione italiana, ma per lo più dell’Esecutivo francese. La sua tesi, in estrema sintesi, è che in fondo non c’è da stupirsi se nella nostra epoca spadroneggiano i Trump, i Bukele, i bin Salman… Perché per da Empoli – che si ispira a Machiavelli – quest’epoca, caratterizzata dalla fine di ogni illusione, appartiene ai “Borgiani”: a coloro, cioè, che, ricalcando le orme del Valentino, praticano l’azione più risoluta e avventata, lo shock che consente alla volontà di potere di cui dispongono di superare ostacoli considerati inutili, travalicando qualsiasi confine di legittimità ed esprimendosi pienamente.

L’analisi di da Empoli – che per deformazione professionale tende a indulgere troppo sulla centralità dei leader e della classe dirigente – è interessante, specie nella seconda parte del volumetto (da pag. 57 in poi). Dove si intravede meglio lo spazio della spiegazione culturale. E dove, pertanto, si comprende che ai Borgiani, oggi, le cose riescono facili perché il dibattito pubblico, la politica, le dinamiche democratiche e istituzionali in generale hanno abbandonato il mondo reale, lasciando spazio alla giungla digitale; a un mondo alternativo, le cui forze accelerazioniste – dominate da nuovi conquistadores – premiano la velocità e la predazione, e a cui fa gioco l’ignavia delle ideologie woke. È il tempo, del resto, in cui l’economia e la finanza non si appoggiano più alla politica, mentre è l’élite tecnologica a dare l’agenda e a disegnare il campo in cui ogni fattore acquista un qualche significato: l’unica cosa che conta è il successo. Ed è così che lA svela la sua natura per nulla strumentale, attraendo e concentrando verso di sé tutti coloro che credono di poterla cavalcare, e dando vita ad una sorta di inedita religione. da Empoli arriva, per questa via, a una riflessione notevole e condivisibile: “I nostri antenati vivevano in società molto più povere di dati, ma erano in grado di pianificare per sé stessi e per i loro discendenti”. Come fronteggiare, dunque, questo orizzonte? La conclusione viene – simbolicamente, ma eloquentemente – dalla storia di un sindaco francese, che combatte da anni gli algoritmi dei navigatori, cui si deve l’invasione del suo piccolo paese da parte di un infernale traffico automobilistico. È tutto qui? Si, è tutto qui. Ma l’intuizione è più che sufficiente.

Recensioni (di G. Caldiron; L. Cerani; G. Mughini; A. Paolucci; A. Preiti)

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Apocalissi mancate / Giorgio Falco (da labalenabianca.com)

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You belong somewhere you feel free (Tom Petty)

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