La Legislatura in corso prevede, tra i suoi appuntamenti più caldi, il dibattito sul cd. “premierato”, un disegno di legge costituzionale presentato al Senato nel novembre dello scorso anno e concernente l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri. Naturalmente la discussione è già montata e si è fatta presto arroventata, sia nel discorso pubblico (sono stati molti, ad esempio, gli editoriali sulle testate giornalistiche nazionali), sia nelle riflessioni strettamente giuridiche (a quest’ultimo riguardo v. i commenti e i contributi prodotti da un gruppo di lavoro formatosi in seno alla Fondazione Astrid; ma cfr. anche le audizioni svolte in Parlamento). Il libro di Michele Ainis, noto costituzionalista, saggista e romanziere, si pone un po’ a metà strada. Con lo stile arguto che lo contraddistingue, l’Autore non cerca solo di fornire ai comuni cittadini gli strumenti conoscitivi per collocare la proposta italiana di riforma nell’ambito delle diverse forme di governo che attribuiscono una diretta legittimazione democratica all’Esecutivo (il “modello statunitense”, la “variante francese”, il “brevetto israeliano”). Né si ferma a soppesare pregi e difetti delle possibili ricette presidenzialiste (rispettivamente, alle pp. 77 e 85). Non gli interessano i “figurini” della modellistica. Più che analizzare in dettaglio la “proposta italiana” (di cui si mettono in luce le imprecisioni, le aporie e le mancanze), gli preme porre in luce alcuni profili, metodologici come di tendenza. 

Dal primo punto di vista, Ainis invita a riflettere su come sia necessario, per poter fare realmente le riforme, riavvicinare i cittadini alla partecipazione politica. In proposito non rinuncia a qualche provocazione, immaginando, ad esempio, che si possa scegliere (eleggere? Sorteggiare?) un gruppo di persone comuni, cui affidare la formulazione di idee specifiche, ovvero che si possa anche costringere il circuito politico-rappresentativo e le sue articolazioni decisionali a raccogliere nel modo più diffuso, anche online, sollecitazioni o spunti utili al cambiamento. Oltre a ciò, Ainis descrive la tensione trasformativa verso modelli presidenziali come qualcosa di tipico nell’evoluzione più recente dei sistemi parlamentari. Così suggerendo, quasi, che sia quanto mai urgente riallineare la forma alla sostanza anche nel contesto nazionale, che pure, tuttavia, egli descrive in termini assai scettici e preoccupati, data l’onnipresenza – ad ogni livello – di una sfibrante cultura del capo. Se i rilievi concernenti la partecipazione paiono un po’ troppo ingenui, quelli sulla dilagante “capocrazia” – e sulla dubbia opportunità di assecondare un certo trend – oltre a palesarsi come parzialmente contraddittori, finiscono per generare una sorta di irrimediabile pessimismo (tradito in modo assai plastico dal sottotitolo del saggio: “Se il presidenzialismo ci manderà all’inferno”). Al punto che, in definitiva, il libro lascia il lettore con l’amaro in bocca e con la sensazione che la (lunga) rassegna degli intoppi e degli errori del passato (e del presente) sia destinata a completarsi e a consolidarsi anche nel prossimo futuro. Ma qualcosa di interessante, nei pensieri ad alta voce dell’Autore, rimane. Vale a dire il duplice insegnamento che le riforme che funzionano sono quelle che davvero si configurano come un meditato atto collettivo, e che quest’ultimo evento va in qualche modo promosso e coltivato con una seria consapevolezza dei fallimenti già sperimentati.

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L’Autore di East West Street torna alla ribalta. Lo fa con la storia dei chagossiani. Ne ha preso le parti in qualità di avvocato, difendendo le Mauritius contro la Gran Bretagna dinanzi alla Corte internazionale di giustizia. Sul punto, nel 2019, la Corte ha pronunciato un parere, poi avallato anche dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Un nutshell di questa vicenda (lunga, travagliata e, di fatto, ancora aperta) si può leggere qui (dove si trovano anche riferimenti per altre belle letture). Ma chi sono i chagossiani? Sono gli ex abitanti delle Isole Chagos, nell’Oceano Indiano, i discendenti di schiavi provenienti dall’Africa. Ex abitanti perché deportati negli anni Sessanta alle isole Mauritius. La regista di quell’operazione è stata la Gran Bretagna. In quel modo, se da un lato rinunciava a parte di quelle sue colonie in favore del riconoscimento dell’indipendenza del nuovo stato mauriziano, dall’altro manteneva la propria sovranità proprio sulle Chagos, per concederne quindi l’uso parziale agli Stati Uniti, che sull’isola di Diego Garcia hanno realizzato una base militare. Ciò facendo, però, lo stato britannico ha violato il diritto internazionale. Ha simulato, infatti, che le Chagos fossero disabitate e ha, quindi, smembrato la sua ex colonia, calpestando i diritti dei chagossiani, che così non hanno potuto godere delle conseguenze, in termini di autodeterminazione, del processo di decolonizzazione. Riassunta così, questa storia sembra semplice, come può apparire di facile affermazione la sua conclusione. Le cose non stanno esattamente in questi termini e Sands – prendendo spunto dalla traiettoria personale di Liseby Elysé, Olivier Bancoult e altri chagossiani – ripercorre tutti i complessi passaggi politici, diplomatici e giurisprudenziali, che hanno consentito di portare la questione all’attenzione della Corte dell’Aja. 

Il racconto è molto interessante, perché vi si descrive un’ipotesi esemplare di come sul piano internazionale importanti principi giuridici vengano affermati, interpretati e fatti valere. Nel caso di specie si passa dalle risoluzioni apparentemente più astratte (la 1514 del 1951, dell’Assemblea generale dell’Onu) alle prime e discusse non applicazioni (come nella sentenza del 1966 concernente le cause intentate dalla Liberia e dall’Etiopia contro il Sudafrica); dai successivi segnali di riconoscimento operativo (il parere della Corte internazionale sulla Namibia, nel 1971; o la controversia tra il Nicaragua e gli Stati Uniti, decisa nel 1984) alle diverse azioni intraprese con successo dalle Mauritius contro la Gran Bretagna (l’arbitrato del 2015 sull’illegittima creazione della riserva marina delle Chagos; e, per l’appunto, le procedure che hanno portato al parere, già ricordato, del 2019). In più di un passaggio Sands insiste sul carattere frequentemente incrementale della formazione del diritto internazionale e degli strumenti che ne garantiscono l’effettività, con rilievi che, almeno in parte, possono valere anche per altre branche del diritto. È sintomatico, ad esempio, questo estratto: “ho imparato che nel diritto, come nella vita, nulla è mai come sembra in superficie: le conseguenze reali di una sentenza, tra cui includo l’effetto domino di un’opinione dissenziente, richiedono tempo per manifestarsi”. Non meno significativi, poi, sono i luoghi in cui l’Aurore si sofferma sulla grande importanza che nelle controversie internazionali hanno la cultura, la provenienza e le esperienze pregresse dei giuristi e dei giudici coinvolti nello scioglimento delle singole questioni, ovvero l’intreccio complicato tra gli interessi strategici degli stati e, più precisamente, delle grandi potenze. Sono inviti a non trattare casi come quello dei chagossiani in modo naïf o, peggio, meramente retorico, perché le vie della giustizia sono sempre molto faticose e richiedono un’expertise adeguata e molta tenacia. Ma i pensieri di Sands, più di tutto, restituiscono il senso dell’oppressione colonialista e i suoi irresistibili e perduranti lasciti intellettuali, istituzionali e umani.

Recensioni (di V. Calzolaio; di K. Biondi; di A. Mittone)

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V13 è la sigla di un noto processo svoltosi a Parigi per gli attentati terroristici di venerdì 13 novembre 2015. Quel giorno un gruppo di giovani islamici radicalizzati e armati, partiti in auto da Bruxelles e operanti nel nome dell’ISIS, ha messo in atto una serie di azioni omicide: al di fuori dello Stade de France; dentro la sala del Bataclan, dove si stava svolgendo un concerto rock; davanti ad alcuni noti, e affollati, locali e caffè. Tra i killer c’è stato anche chi si è fatto saltare in aria, azionando cinture esplosive. Alla fine sono morte 130 persone. Ma le vittime (feriti, invalidi, persone in vario modo traumatizzate…) sono state molte di più. Come inviato freelance di un periodico, Carrère ha seguito tutto l’iter processuale, dalla prima udienza alla lettura della sentenza, pubblicando a puntate una serie di resoconti settimanali, che ora sono stati raccolti in volume e ordinati in tre parti: le vittime; gli imputati; la corte.

Nella prima parte lo scrittore spiega la struttura del giudizio e il relativo programma, dedicando, poi, apposito e ampio spazio alle voci e alle storie di chi ha subito l’attentato. È una galleria costellata di vite improvvisamente interrotte, di dolori profondi e paralizzanti, di immagini di sangue e di ferite, di sensazioni strazianti, e di rapporti che Carrère costruisce empaticamente anche con i familiari di chi è morto. La seconda parte, invece, è dedicata agli accusati, o meglio a chi non è esploso ed è stato infine catturato. È percorsa dal desiderio di capire, di ricostruire per quanto possibile i contesti familiari e sociali, e la psicologia, degli imputati, visti in azione nei mesi, nelle settimane, nei giorni e nelle ore antecedenti agli eventi. Ne esce un quadro contraddittorio, disegnato da un intreccio di silenzi e di dichiarazioni occasionali, e raffigurante, in larga parte, un complesso di traiettorie personali tanto sbandate quanto indecifrabili. La terza parte, infine, è quella delle arringhe di accusa e difesa, dell’analisi delle rispettive strategie e dell’attesa del verdetto. Carrère si sofferma bene sia sull’eloquenza degli avvocati, sia sulle capacità degli accusatori, sia – ancora – su specifici snodi tecnici di alcune questioni giuridiche (che dimostra di descrivere assai bene). È la fase in cui emerge nel modo più palpabile la speciale sensibilità che l’Autore manifesta sin dalle prime pagine per le dinamiche della giustizia.

Tutto il libro è percorso da interrogativi fondamentali, talvolta espliciti, talaltra impliciti, ma inequivocabilmente presupposti: a che cosa serve il giudizio? Qual è il ruolo dei soggetti che sono chiamati ad animarlo? Si possono difendere degli indifendibili? Si può davvero ristorare il dolore patito? Del processo, in realtà, lo scrittore avverte – si direbbe – una funzione catartica: come luogo privilegiato per il riconoscimento che le vittime cercano o per l’incontro che proprio lì possono fare con i loro carnefici e con i rispettivi parenti, e che può preludere anche percorsi esistenziali riparativi, particolarmente articolati; ma anche come margine istituzionale comunque necessario, in cui riaffermare le radici della convivenza e le ragioni di un nuovo inizio, perché, in questa prospettiva, il processo è il modo “per trasformare l’emotività in diritto” ed evitare che “vada persa” senza frutto. Più, e forse meglio, di altri e tanti testi V13 dimostra plasticamente come e quanto la giustizia dello stato di diritto e la sua ritualità, pur non riuscendo a risolvere ogni cosa, possano farsi filtro efficace di pulsioni pericolose o autodistruttive. E contribuiscano, dunque, in maniera determinante, a rilegittimare i poteri pubblici e a rinnovare il patto sociale.

Recensioni (di M. Cecchetti; C. Consoli; D. Coppo; V. Latronico; A. Mittone; M. Moca; G. Silvano; M. Zanon)

Un’intervista all’Autore

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In questo piccolo libro si tracciano alcune coordinate per interpretare e gestire un ampio fenomeno, del quale l’Autrice cerca di offrire, innanzitutto, una mappatura sintomatica. Il fenomeno è quello della contestazione, distruzione o rimozione di monumenti. È ciò che accade quando non vengono più percepiti come simboli positivi e condivisi, ma, all’opposto, assumono la sostanza di disvalori da rigettare. Pensiamo alle statue dei dittatori o di chi ha combattuto dalla parte “sbagliata”, di chi si è arricchito con la tratta degli schiavi o di chi si è reso colpevole della dominazione e dell’estinzione di popoli interi; oppure, ancora, alle rappresentazioni magniloquenti di regimi oppressivi o alle architetture espressive di ideali altrettanto distruttivi. A volte si tratta di manufatti qualificabili (anche) come opere d’arte, a volte no. Comunque sia, sorge sempre un interrogativo: è giusto fare tabula rasa? Non occorre soltanto misurarsi con le declinazioni spaziali della cancel culture. Occorre ragionare, prima di tutto, su che cosa sia un monumento e sulle logiche che possono animarne conformazione, dimensione e collocazione. Lisa Parola prova a seguire sin dall’inizio questa traccia, guardando a basamenti e piedistalli come ai media perfetti delle politiche usualmente verticali, impositive e unilaterali – spesso di matrice etnica e “maschile” – che hanno promosso, innalzandolo, un certo simulacro a proprio simbolo. Poi il volume fornisce una sorta di galleria, un racconto dei tanti episodi (noti e meno noti) di crollo o trasformazione di alcuni monumenti. Quindi passa a un resoconto di come in diversi casi il monumento possa essere oggetto di riscoperta o riqualificazione per mezzo di operazioni artistiche di originale contestualizzazione. La convinzione che pagina dopo pagina si forma inevitabilmente il lettore è che la tesi sia questa: la via d’uscita non è l’eliminazione o l’abbattimento, bensì lo spostamento o lo slittamento di senso, attività che consentono di superare la prevaricazione dell’affermazione originaria, come la sua sopravvenuta caducità, con un gesto di stratificazione documentale. Con un gesto, cioè, che, non indulgendo nel puro e semplice, e di per sé logico, actus contrarius, non ripete a ritroso il metodo della monumentalizzazione e può, invece, fornire motivi per un momento di partecipazione, di dibattito e di apprendimento collettivi. È un approccio valido per ogni ipotesi di patrimonio dissonante. Un esempio interessante che mi viene subito alla mente – e che, non a caso, è richiamato anche dall’Autrice – è l’installazione realizzata a Bolzano sul fregio ornamentale di un grande palazzo concepito e costruito durante il fascismo. Essa consiste nella sovrapposizione al relativo bassorilievo – assai paradigmatico della retorica del Ventennio – di una scritta che la sera si illumina, recita “nessuno ha il diritto di obbedire” ed è proiettata in tre lingue (oltre all’italiano, il tedesco e il ladino). Un volta rivisto, il monumento, all’evidenza, diventa altro, pur non scomparendo e, anzi, riemergendo, in parte quale veicolo di un messaggio istituzionale nuovo, in parte quale testimonianza storico-culturale di un passato da conoscere, assimilare e superare. E il superamento non è damnatio memoriae, è processo di digestione culturale. In questa prospettiva, è vero che il testo di Lisa Parola – che forse a tratti è eccessivamente descrittivo – non aggiunge molto alla lezione già desumibile da alcune (poche ma lucidissime) pagine di Jacques Le Goff o dal famoso saggio di Alois Riegl sul culto moderno dei monumenti. Ha il merito, tuttavia, di lanciare un sasso per l’avvio, anche in Italia, di un dibattito più cosciente e, soprattutto, più sistematico, nel quale, come accade da tempo negli Stati Uniti, pure la competenza dei giuristi può scoprirsi più pertinente di quanto si possa immaginare.

Due interviste all’Autrice (qui e qui)

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La recente lettura di un bel libro di Wolfram Eilenberger mi ha condotto a riscoprire Simone Weil. I suoi scritti sono sempre costellati di pensieri tanto diretti e lucidi quanto densi e prospettici; e capaci, proprio per questo motivo, di conferire a ogni singola riga l’impronta di un vero classico. Il giudizio vale anche per questo breve, incisivo saggio del 1940, pubblicato solo postumo nel 1950 e poi raccolto negli Écrits de Londres editi da Gallimard nel 1957. Se ne potrebbe fare oggetto di una approfondita discussione seminariale. La tesi è bruciante: occorre sopprimere i partiti politici. I primi recensori del 1950 – André Breton e Alain (pseudonimo di Émile-August Chartier), i cui pezzi accompagnano questa nuova edizione – hanno enfatizzato il fatto che il pamphlet potesse essere in primo luogo rivolto al partito comunista e, soprattutto, alla sua declinazione staliniana. Niente di più vero. Tuttavia l’opera di demolizione ha come oggetto anche il partito tout court, considerato nella sua versione continentale e organizzata. Secondo la Weil, infatti, è il partito istituzionalizzato, con la sua disciplina e con la sua vocazione assorbente, a produrre visioni assolute del mondo in reciproca e radicale alternativa, e a configurarsi sempre come fenomeno totalitario, impedendo che si possa garantire nelle istituzioni rappresentative l’autentica formazione di una razionale volontà generale. Quella di Rousseau, quindi, non era un’illusione: se non si può mai realizzare, ciò dipende solo dall’esistenza dei partiti. Ma c’è dell’altro. Il turbinio di antitetiche e irriducibili passioni che i partiti generano ed esaltano nel dibattito pubblico e politico allontana i cittadini da qualsiasi verosimile ricerca del bene comune, rendendoli prigionieri di idee inesistenti o ingannatorie. Con un prezzo da pagare molto più alto e quasi inimmaginabile: così facendo, la tensione verso la giustizia e la verità si trasforma paradossalmente in questione puramente personale; e in tal modo l’arena pubblica diventa il territorio privilegiato per l’affermazione di misure del tutto opposte all’interesse pubblico. 

La potenza del messaggio è grande per molte ragioni, specie in quest’ultima parte. Perché non si tratta – semplicemente – di mettere alla prova i tanti ragionamenti sui punti deboli della rappresentanza alimentata dai partiti e sull’importanza delle regole costituzionali volte a garantire l’autonomia deliberativa dei parlamenti mediante la protezione della capacità di discernimento di chi vi fa parte. I bilanciamenti classici tra l’idea della rappresentanza come rapporto e l’idea della rappresentanza come posizione non definiscono gli unici confini del saggio. Nel quale, del resto, non si vuole strizzare l’occhio neppure a posture che oggi si potrebbero definire, banalmente, antipolitiche. La filosofa francese prende di mira ogni chiusura istituzionalizzata del pensiero critico, tanto che non risparmia nemmeno l’ortodossia cattolica concepita da San Tommaso. La traiettoria di Simon Weil è molto più moderna; anzi, è sorprendentemente attuale. Essa conduce alla perfetta raffigurazione di ciò che (tragicamente) accade quando ogni discorso (e in primis quello politico e civile) è dichiaratamente lasciato al dominio di opinioni puramente passionali e partigiane, nella convinzione presupposta che anche le valutazioni più obiettive (come sono quelle scientifiche, ad esempio) altro non siano che il frutto di pure, e false, opzioni assiomatiche. In una società risolutamente post-ideologica il tema è incandescente, perché in teoria dovrebbe essere più facile accorgersi che il re è nudo. Ad ogni modo, se c’è qualcosa che questo Manifesto invita a riconsiderare è la tendenza fallace a immaginare che i parametri di razionalità siano sempre condizionati, in ultima analisi, da fattori di mera volontà, e che la libertà di tutti e di ciascuno si sviluppi soltanto mediante le sue più spontanee occasioni di manifestazione. È un fenomeno che oggi fagocita gli stessi partiti; che ne travalica l’esperienza. Occorre, tuttavia, apprendere che un tal genere di libertà non esiste e che, viceversa, è la menzognera utopia di poter sostenere, scegliere e realizzare qualsiasi cosa – magari accedendo autonomamente a ogni tipo di informazione o di servizio, rigorosamente individualizzati e pretesamente identitari… – a lasciare il campo al finale dominio di pochi e ad un più generale senso di frammentazione e disorientamento collettivi.

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Nel 2003 Alessandro Fontana – noto e apprezzato studioso, e sodale, di Michel Foucault, della cui opera è stato curatore ufficiale – tiene un ciclo di sei lezioni nel corso di Storia del diritto medievale e moderno presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Catania. La sbobinatura di quegli incontri, corredata di un utile apparato di note e di una preziosa introduzione, viene ora pubblicata in questo libro, per la cura di Ernesto De Cristofaro. È un volume che si legge d’un fiato, complice il mantenimento dell’itinerario felicemente erratico e del tono colloquiale dell’Autore. Il titolo centra il cuore dei ragionamenti che le lezioni sviluppano. Nel soffermarsi specialmente sul pensiero di Machiavelli e sul contesto in cui è sbocciato, Fontana argomenta attorno all’importanza della nascita della scienza della politica come disciplina della contingenza e dello stato di guerra. Così facendo, spiega il significato istituzionale, e l’onda lunga in Occidente, del passaggio dal paradigma medievale della salvezza dell’anima a un’epoca, quella moderna, il cui baricentro è la “potenza”, la sicurezza dello Stato, all’esterno come all’interno. Nello stesso tempo, Fontana – in un calembour di annotazioni e divagazioni sempre intelligenti e stimolanti – si sofferma su tanti altri aspetti. Accenna alla contemporaneità, come fase nella quale alla sicurezza si sostituisce la sopravvivenza della specie; analizza le grandi alternative alla via machiavelliana (che a suo giudizio si potevano intravedere nelle opere di Leon Battista Alberti e nel Cortegiano di Baldassarre Castiglione); richiama la (ulteriormente) differente esperienza degli antichi, il cui sforzo filosofico è concentrato nell’elaborazione di una tecnica dell’esistenza; salta agli sviluppi novecenteschi della sicurezza e della complessa microfisica del potere che ne costituisce la declinazione pervasiva (con cenni all’importanza, terribile, che sul punto ha avuto la “scuola” di Cesare Lombroso e di Enrico Ferri). Più di tutto, Fontana – che post mortem sta conoscendo una stagione di vero e proprio rilancio: l’anno scorso Ronzani ne ha meritoriamente riproposto Il vizio occulto – cerca di dare un’esemplificazione pratica di che cosa possa essere il metodo foucaultiano. Nella prima lezione ne presenta la fisionomia e il lascito (non senza qualche spunto polemico su chi se ne vorrebbe fare variamente erede: il rilievo su Toni Negri è più che risoluto). Di lì in poi ne offre un suggestivo saggio concreto nella conversazione ricca e intensa in cui si articolano tutte le altre lezioni. Lo scopo – come osserva De Cristofaro – è testimoniare che “il sapere non ha una funzione ornamentale o consolatoria ma serve, essenzialmente, a prendere posizione”.

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“Dare un indirizzo al mondo non è un atto neutrale”: così si conclude questo saggio, il cui scopo è argomentare quanto e perché tracciare e nominare vie e spazi pubblici sia un’operazione significativa. L’impianto non è teorico. Il libro è una rassegna molto articolata di esperienze, di case studies che vengono raccontati uno dopo l’altro con sguardo curioso e piglio narrativo. Passo dopo passo scopriamo, ad esempio, che ci sono progetti che cercano di assegnare indirizzi a tutti coloro che vivono nelle baraccopoli di Calcutta, per consentirne l’accesso alle misure sociali stabilite dalla legislazione indiana. Apprendiamo anche che la mappa di una città si può rivelare determinante per individuare la fonte di un’epidemia e rimuoverla (come nella Londra dell’Ottocento), o accertarne i responsabili (come ad Haiti). E constatiamo che alle spalle di un preciso disegno di strade e di viali vi sono progetti di riforma o di costituzione ex novo di intere e nuove comunità (come a Philadelphia). Gli indirizzi, poi, sono fattori che in molti contesti, influenzando il valore degli immobili (come a New York), possono essere anch’essi commerciabili. In altri casi, invece, sono comunque percepiti come negativi: perché aiutano le istituzioni a rintracciare, tassare, sanzionare i singoli individui; o perché si sovrappongono a modalità di localizzazione radicate ed espressive di tradizioni culturali profonde (come in Giappone o in Corea); o perché portano con sé l’affermazione di identità storicamente complesse, oggi valutate come discriminatorie o rappresentative di valori negativi o di una passata testimonianza di sopraffazione e dolore. Una buona parte del volume è dedicata proprio a quest’ultimo problema, di ricorrente attualità, perché simbolico di istanze di giustizia che ancora faticano a trovare un vero, metabolizzato accoglimento. Mask, soprattutto, si sofferma sul rapporto tra toponomastica e tensioni razziali, negli Stati Uniti o in Sudafrica, e in questa seconda ipotesi il capitolo è davvero tutto da leggere, con grande attenzione, perché evidenzia il nesso molto stretto tra storia, politica e diritto. L’Autrice, infine, dimostra anche che il potere pubblico non è più il vero monopolista degli indirizzi. Esistono start up e colossi della rete che sono ormai in grado di rintracciare con estrema precisione ogni luogo del pianeta e di condizionare, per lo più anche positivamente, l’effettività concreta di moltissimi servizi e di altrettante attività di interesse generale. L’indagine è ricca e stimola interrogativi e riflessioni di varia natura. La mancanza di una rielaborazione complessiva, forse, è il punto debole del libro, ma occorre ammettere che questa assenza è coerente con la mappa plurale che il libro illustra. Si ha l’impressione che il territorio, visto dall’alto della prospettiva globale, si stia evolvendo in una sorta di inestricabile e rigogliosa selva; e che ciò accada, paradossalmente, proprio per mezzo della moltiplicazione degli strumenti che possono mettere un qualche ordine e della diffusione della consapevolezza sociale sul loro intrinseco valore strutturante. Che sia questa la più plastica e convincente dimostrazione dell’ansia ordinante che ci caratterizza e dell’eterogenesi dei fini cui essa è sempre destinata?

Recensioni (di G. Marrone; di S. Marsico; di M. Sacchi; di PD Smith; di S. Vowell)

Un’intervista all’Autrice

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Napoleone crolla e al Congresso di Vienna, tra il 1814 e il 1815, si gettano le basi della Restaurazione, cominciando dalle spartizioni territoriali. Ma c’è un punto, sulle carte topografiche, in cui la matita dei negoziatori ha tracciato un confine incerto. È un piccolo spazio di 3,4 Km², tra la Prussia e il regno olandese; una terra di nessuno, che non è così facile da attribuire, perché è appetita da entrambi gli stati. Vi si trovano una ricca miniera di zinco e, soprattutto, uno stabilimento industriale, che lavora quel minerale in modo innovativo e incredibilmente efficiente. Comincia qui la storia – tutta vera – del territorio neutrale di Moresnet, destinato a restare tale, conteso presto anche dal Belgio, per un secolo intero, finché sarà travolto e cancellato dalla prima guerra mondiale. Nel frattempo, però, Moresnet sperimenta i problemi e le possibilità dovuti all’ambiguità del suo singolare regime. L’Autore di questo libro ne fa una divertita e romanzata rassegna. È ben vero che gli abitanti di Moresnet non hanno più una cittadinanza certa e che per loro è difficile anche sposarsi. E poi c’è il dilemma della legge applicabile e del giudice cui rivolgersi in caso di controversie. Tuttavia Moresnet è una sorta di paradiso fiscale, che se consente il contrabbando e altre manovre speculative sui più vari tipi di merci, non impone troppe tasse, neanche agli operai più poveri. E le autorità che dovrebbero vigilare sono lontane e svogliate. Ciò che è chiaro è che, ad un certo punto, pur facendo discutere a lungo politici e giuristi di tutta Europa – c’è anche chi ritiene che il suo vero cuore sia l’azienda che ne sfrutta i giacimenti minerari e che dunque abbia una singolare natura commerciale – Moresnet potrebbe diventare qualsiasi cosa: un nuovo Principato di Monaco, ad esempio, meta ideale per i più ricchi giocatori d’azzardo di tutto il mondo; o un piccolo e tranquillo Stato in formazione, con propri fantomatici e preziosi francobolli, ma senza l’oppressione di un vero Governo. Perfino gli esperantisti ci mettono gli occhi, dandogli un inno ufficiale e immaginando che proprio lì la loro lingua universale possa radicarsi e accreditarsi definitivamente. Già censita da Graziano Graziani nel delizioso Atlante delle micronazioni, ma parimenti riscoperta anche da altri scrittori, la vicenda di Moresnet non è soltanto un curioso accidente; è una lezione spassosa ed efficace sugli elementi costitutivi dello stato, sul rapporto centrale tra fatto e diritto, e sul ruolo fondamentale del controllo delle risorse economiche come fattore agglutinante per originali soluzioni istituzionali. Leggere questo libro permette di comprendere, ancora una volta, che le idee e le esperienze maturate dalla statualità nel corso della sua storia plurisecolare offrono una lente assai utile per comprendere tante questioni presenti.

Recensione (di L. Fazzini)

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Due autorevoli intellettuali – un filosofo e un giurista – ripubblicano e a loro modo commentano e sviluppano un testo, già edito anche in Italia nel 1948, di Werner Jaeger, Praise of Law (1947). Vi si traccia con grande efficacia l’evoluzione del pensiero greco più antico sulla Giustizia e sul Diritto, dai poemi omerici a Platone. Il saggio è riproposto in tutto e per tutto (compreso qualche refuso) nella traduzione di Edoardo Ruffini e merita da solo un’attenta lettura. Molto acute e ispirate, ad esempio, sono le pagine su Esiodo e sull’emersione di Dike quale fondamento dell’ordine divino del mondo come della società umana; importantissima, inoltre, è la digressione sulla riflessione socio-politica nell’età presocratica e sul parallelismo, che allora debutta, tra il discorso sulle forme della vita pubblica e la fisiologia del corpo umano; altrettanto illuminante è la descrizione della polis come laboratorio di metabolizzazione della giustizia, dunque come “vera educatrice dei cittadini”; ed è analogamente significativa la discussione dell’opera platonica a partire dalla constatazione di un preliminare e fondamentale cambio di paradigma: nel quale si registra apertamente l’ambiguo e costitutivo problema di coordinamento tra ordine della natura e ordine della legge, una dialettica destinata a ricorrere sempre, sul piano storico, e da risolversi nella prospettiva della ricerca della verità.

L’analisi di Jaeger è davvero incisiva. Gli interventi di Cacciari e di Irti ne sono evidentemente alimentati. Cacciari, in primo luogo, esplica in modo ragionato, logico-filologico, il significato delle conclusioni di Jaeger. Muove, infatti, dall’origine di Dike, come lungo processo di materializzazione di un dispositivo capace di emancipare gli uomini dalla barbarie e dall’arbitrio, figliata non a caso dall’unione di Zeus con Themis, della quale è – e deve rimanere – somma interprete. Oltre il mito, e dal punto di vista filosofico, ciò significa che la sfera della legge (nomos) non può che fondarsi su qualcosa cui solo la sfera della ragione (logos) può attingere, dunque nei “ritmi eterni” della natura (physis). Ma la natura è ambigua, perché anch’essa è percorsa dal dominio del più forte. Sicché è solo la via – tortuosa e imperfetta – della ricerca della verità (aletheia) a poter fungere da antidoto e a sorreggere la buona politica e il buon governo. È questo – si potrebbe dire – il destino della Götterdämmerung su cui si fonda la fortuna e la condanna di tutta la civiltà occidentale, e che a partire dalla giustapposizione tra ius civile romano e cristianesimo contraddistingue anche la costante dialettica tra il Diritto e la Giustizia. Irti riparte da questo punto, tracciando un parallelismo tra la sofistica greca e la teoria generale del diritto del Novecento: in entrambi i casi il Diritto ha cercato di rendersi del tutto autonomo e il Nomos si è tradotto in Lex, con dissoluzione di Dike nella dimensione puramente normativa; e la Giustizia si è trasformata in una questione di esperienze terrene, di conflitto tra interessi di volta in volta divergenti. In questi orizzonti la ricerca dell’unità è rigorosamente formale e interna al solo fenomeno normativo, salvi i tentativi di Carl Schmitt e Friedrich August von Hayek di ritrovare, sia pur in modo diverso, un fondamento ontologico. Ma l’obiettivo, per Irti, rimane ancora lontano, specie in un’epoca, come la presente, in cui i nomoi sono sempre più tecnici e gli individui sempre più soli.

Recensione (di Nicoletta Tiliacos)

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Mettetevi nei panni di un professore di diritto internazionale molto noto, che insegna in un ateneo prestigioso, è un esperto di crimini di guerra e genocidi, e patrocina come avvocato in processi dalla risonanza globale. Immaginate, allora, di essere anche invitato a tenere una conferenza a Leopoli, nel cuore della fascia di terra storicamente più tormentata e insanguinata della Mitteleuropa; e di realizzare improvvisamente che nell’Università di quella città, in cui era nato vostro nonno, si è intrecciato il destino di due grandi protagonisti del diritto del Novecento, Hersch Lauterpacht e Raphael Lemkin, le cui idee hanno condizionato buona parte dei vostri studi. Questo è ciò che è accaduto a Philippe Sands. E L’occasione è stata irripetibile, soprattutto per la possibilità di intrecciare pubblico e privato: di cogliere le interferenze tra la storia “grande”, del secondo conflitto mondiale, della Shoah e del processo di Norimberga, e le storie “piccole”, dei due famosi internazionalisti come del nonno Leon Buchholz, della nonna Rita e delle loro due famiglie. I viaggi di Sands, dunque, sono più di uno, e sono tutti appassionati e filologicamente minuziosi. C’è quello del giurista, che sul campo della genesi della giustizia penale internazionale contrappone Lauterpacht e Lemkin, in modo molto suggestivo, sul crinale del confronto tra chi vuole garantire i diritti dell’individuo e chi intende salvare l’esistenza dei gruppi. C’è poi il viaggio sentimentale nei segreti e nei silenzi di famiglia, sulle orme dell’ebreo errante, in una reticenza che si è alimentata alla tragedia dell’Olocausto, ma che si nasconde anche nell’intimità delle sensibilità più personali. C’è infine la discesa negli inferi, nella psicologia e nella caduta di nazisti (Hans Frank e Otto von Wächter) che hanno operato negli stessi luoghi dei protagonisti, e nell’angosciosa memoria dei loro figli, tuttora impegnati a fare i conti con le incancellabili colpe dei padri.

Finalmente un giurista è riuscito a provare che si può fare Law & History in modo convincente e divulgativo. Dal punto di vista editoriale non c’è motivo di sorprendersi, soprattutto per il genere adottato: la non fiction funziona molto bene da tempo, e la tipologia dei percorsi proposti al lettore è già collaudata. Per intendersi, questo libro è una sorta di cocktail fascinoso: un pizzico di Un’eredità di avorio e ambra, di de Waal; e un pizzico di Paesaggi contaminati, di Pollack; con l’aggiunta – notevole – di un po’ di diritto. La circostanza che East West Street sia stato pubblicato, da poco, anche nel nostro Paese – pur con un titolo quanto meno discutibile, se non sbagliato… – potrebbe rappresentare una sollecitazione più che buona affinché qualche studioso italiano dotato di motivazioni e di meticolosità (e di facilità di penna) analoghe a quelle di Sands segua la stessa strada con altrettanto successo. Non si tratta, si badi bene, di sedurre il lettore, rinunciando al carattere geometrico di alcune acquisizioni teoriche. Gli snodi e le opzioni cruciali che alla fine del secondo conflitto mondiale hanno portato all’affermazione della punibilità internazionale dei crimini contro l’umanità e del genocidio sono affrontati con puntualità, come con altrettanta puntigliosità ne è discussa la genesi. Si tratta, semplicemente, di risvegliare la consapevolezza che il diritto è cosa viva, che è esso stesso storia e carne della società. Se si vogliono cercare dei difetti – e commentavo proprio questo profilo con un collega – sorprende, nella rievocazione dell’orrore della strategia nazista e dei suoi prodromi, anche giuridici, l’assenza di qualsiasi riferimento allo scivolamento progressivo del diritto tedesco e dei suoi protagonisti (e di Carl Schmitt, in particolare). Forse, inoltre, anche il confronto tra Lauterpacht e Lemkin è stressato un po’ troppo: del secondo, del resto, non è facile ricostruire il percorso, per la carenza di grandi riscontri e testimonianze, e l’Autore, poi, parteggia quasi dichiaratamente per il primo (his legal hero), figura più tecnica, più affidabile e istituzionale. Ma tutto si tiene molto bene, perché in un libro di questo tipo la partecipazione di chi scrive è un ingrediente indispensabile.

Recensioni (di Lisa Appignanesi; di Christopher R. Browning; di Robert Gerwarth; di Bernard-Henri Lévi; di Mark Mazower)

Un’intervista all’Autore e una conversazione

What Our Fathers Did. A Nazi Legacy (2015): il documentario girato da Sands, con i figli di Frank e von Wächter

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