Why Information Grows?
È la domanda cui cerca di rispondere l’Autore, giovane direttore del Macro Connections Group presso il MediaLab del MIT di Boston. Prima di tutto occorre capire di che cosa si tratta. L’informazione, infatti, è nozione tecnica: identifica il modo con cui si strutturano, si correlano e si dispongono gli oggetti fisici. Si studia in termodinamica ed è una sorta di anomalo e curioso contraltare dell’entropia: paradossalmente aumentano entrambe. Il fatto è che l’uomo, che ne è esso stesso un frutto tangibile, ha una grande possibilità di influire sull’informazione, che a sua volta, per crescere, abbisogna di occasioni di solidificazione, come accade, ad esempio, nei prodotti industriali. Ma affinché ciò accada occorrono sistemi non in equilibrio e una combinazione di volta in volta efficace di conoscenza, know how e capacità di calcolo. L’uomo, creando oggetti con la propria fantasia, può cristallizzare la propria immaginazione e concentrarvi grandi quantità di informazione, sempre più complessa. Può quindi operare agglutinando informazione nel modo più vario. In questa direzione, Hidalgo si propone di capire quale rapporto vi sia tra la crescita dell’informazione e l’economia, e quali siano i fattori sociali e produttivi che possano fungere da ostacolo o da moltiplicatore di questo processo. Su tutto, in particolare, emerge il ruolo fondamentale dell’esistenza di specifiche reti di persone, senza le quali conoscenza, know how e capacità di calcolo non riuscirebbero a trovare una sintesi puntuale e funzionante. È così che, in economia come nel mondo degli atomi, l’ordine fisico prospera in modo sensibilmente differenziato, soprattutto nei luoghi in cui l’informazione meglio può concentrarsi e moltiplicarsi.

Questo saggio va letto perché: offre una chiave di lettura molto originale sulle dinamiche dello sviluppo e su frontiere epistemologiche che forse abbatteremo molto presto; passa dalle scienze dure alle scienze sociali senza soluzione di continuità e in modo suggestivo; dimostra di per sé l’importanza di un approccio metodologico integrato all’analisi del presente e del futuro dell’esperienza umana; è scritto come un romanzo, ma senza incorrere in facili semplificazioni; guida il lettore passo dopo passo, accompagnandolo con rapide e limpide riepilogazioni al termine di ogni capitolo; prova ancora una volta che si può coniugare divulgazione e rigore scientifico senza imbarazzanti effetti collaterali. Dopodiché L’evoluzione dell’ordine è anche un piccolo modello per gli studiosi di ogni disciplina: non ha paura di fare teoria; non si abbandona a ipotesi fantasiose, ma sente sempre il bisogno di suffragare le proprie tesi con elementi verificabili; domina lo specialismo senza temere di rinunciarvi e di alzare, in questo modo, lo sguardo a un livello superiore; non pecca di autoreferenzialità; è un luogo in cui coltivare una prospettiva dichiaratamente obliqua e sperimentare l’esistenza e la praticabilità di traiettorie inusuali. Quanto al significato dell’interpretazione proposta, è difficile dire se si tratti di un nuovo antropomorfismo, rovesciato, o se si tratti, invece, di una forma sofisticata di darwinismo 2.0, oppure, ancora, se – senza prendervi espressamente posizione – ci si trovi di fronte, materialmente, ad un perfetto terreno di coltura per visioni postumaniste di varia estrazione. La sensazione – ed è una sensazione positiva… – è che Hidalgo non intenda dirci che cosa dobbiamo fare, ma voglia solo illuminare di una luce differente il maggior studio delle interazioni e delle continuità tra uomo e natura. Gli orizzonti di senso e le scelte sono riservate ad un altro piano.

L’Autore presenta la sua lettura

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È da qualche anno che i figli delle vittime degli anni di piombo consegnano la loro memoria e il ricordo dei genitori prematuramente scomparsi alla forza di racconti intensi, ragionati e solo in parte autobiografici. I lavori di Mario Calabresi, Benedetta Tobagi e Silvia Giralucci – tanto per fare qualche esempio – sono i prototipi di un genere letterario che ormai sa combinare passione, testimonianza civile e inchiesta giornalistica in modo pregevole, contribuendo anche a definire pezzi significativi del DNA socio-politico di una delle fasi più travagliate della Repubblica. Il libro di Luca Tarantelli fa parte di questa stessa serie, ma spicca per la genuina spontaneità e per il bel connubio tra la messa a nudo della ricerca del proprio sé, rimosso dal lutto, e la descrizione di quella che anche Carlo Azeglio Ciampi definisce nella Prefazione come un’esemplare “storia italiana”.           

Luca narra della vita, della formazione e delle origini del padre Ezio, ma, allo stesso tempo, si confronta con lui, si cerca e si riconosce nelle sue vicende, e tenta di spiegarne l’uccisione da parte delle BR, il 27 marzo 1985, nel contesto delle tensioni sociali e politiche del dibattito sulla scala mobile e sull’evoluzione del rapporto tra salari e inflazione tra anni Settanta e anni Ottanta. Riga per riga assistiamo al parallelo dispiegarsi, da un lato, della complessa attività di documentazione e di ricostruzione, anche concettuale, svolta da Luca, dall’altro, della maturazione intellettuale, scientifica e pubblica di Ezio. Questo viene presentato sia nella sua immagine di outsider nel mondo accademico di allora, sia quale eclettico e brillante economista del lavoro e consulente della Banca d’Italia. Di Ezio colpiscono molti profili: la curiosità per approcci scientifici e metodologici teoricamente dissonanti e, quindi, la vicinanza a Federico Caffè come a Franco Modigliani; la capacità di fare sintesi e di guardare alla realtà sociale e ai soggetti che la determinano come ad elementi effettivamente costitutivi di un modello teorico, che soltanto così, nella sua proiezione effettiva, può dirsi valido; la dinamicità e la ricchezza di una figura professorale senza dubbio atipica e coinvolgente; la convinzione che l’utopia sia indispensabile tanto quanto la costanza di una ragionevolezza promossa a strumento per sciogliere insieme, con la forza delle idee, qualsiasi forma di conflitto.

Dalla lettura, complessivamente, ricavo tre spunti molto accattivanti: 1) il ritratto che Ezio Tarantelli ha dato dell’università italiana post-sessantottina, portavoce di un mero salto generazionale e incapace, come tale, di rinnovare veramente le strutture gerarchiche del potere e dell’organizzazione della conoscenza: occorre constatare che la distanza tra l’esperienza italiana e quella anglosassone è, in proposito, ancora marcata; 2) la lezione che emerge dallo stravolgimento della “ricetta Tarantelli” (la predeterminazione dei punti di scala mobile) da parte del decreto di San Valentino 1984, opera unilaterale del Governo e, quindi, imposizione di una scelta che avrebbe dovuto muovere i suoi passi dalle parti sociali e, innanzitutto, dalle rappresentanze dei lavoratori: non è altro che a prova ulteriore di una risalente e drammatica immaturità del sistema italiano delle relazioni industriali, che dopo la stagione concertativa degli anni Novanta ha ripetuto, e continua a ripetere, i vizi e le storture di cui si racconta nel volume; 3) la chiara responsabilità storica, a quest’ultimo riguardo, della sinistra italiana, da sempre distante dalla prospettiva dello scambio politico e, così, dalla possibilità di agire concretamente per la trasformazione socio-economica del Paese: il cd. compromesso politico, infatti, non deve inevitabilmente intendersi come luogo di una contrattazione privata tra élite partitiche, ma può essere, anzi, l’unica e sostanziale sede deliberativa in cui lasciar fluire e interagire, al di là di ogni pregiudiziale, le migliori proposte. Di questo, in effetti, l’Italia continua ad avere urgente bisogno: di riuscire a capitalizzare e a coalizzare le sue risorse più intelligenti, bypassando le “danze propiziatorie” (così le chiamava Enzo Tarantelli) messe periodicamente in scena dalle più disparate categorie.

Recensioni (di Alberto Mattei, Miguel Gotor, Marco di Marco, Marcello Sorgi, Sciltian Gastaldi)

La presentazione del libro su Radio Radicale e su Radio24

Chi era Enzo Tarantelli? (da lastoriasiamonoi.rai.it)

Un’intervista a Luca Tarantelli

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“Voti, seggi e parlamenti da Platone ai giorni nostri”: è questo il sottotitolo di un volume che può sembrare complessivamente curioso, sia per lo stile espositivo scelto dal suo Autore, sia per i profili e i problemi che si propone di indagare. Occorre dire subito che il libro non si occupa tout court di sistemi elettorali. La questione affrontata è differente e duplice: 1) qual è il modo migliore di votare nell’ipotesi in cui un certo collegio deve scegliere tra più di due opzioni? (In questo caso la domanda non vale solo per situazioni proprie delle elezioni politiche; nel testo si discute anche di decisioni assunte da commissioni, da consigli o da organi giurisdizionali) 2) qual è la soluzione tecnicamente più adeguata a garantire una corretta distribuzione di seggi parlamentari in corrispondenza di un certo numero di circoscrizioni elettorali di diversa dimensione? (Qui la domanda ha a che fare con uno snodo classico, quello della definizione della formula elettorale, che Szpiro analizza, in particolare, con riferimento alla controversa vicenda della scelta, da parte del Congresso degli Stati Uniti, di un meccanismo che meglio garantisse la ripartizione dei seggi tra i diversi Stati: la Costituzione americana, infatti, si avvale di un criterio flessibile, che dipende dalla popolazione: v. l’art. 1, sec. II). 

Per entrambi i quesiti l’approccio è diacronico. Per il primo, si parte da Platone, mossi dalla suggestiva immagine di un filosofo in erba che non si dà pace per il modo con cui una “giuria” pubblica aveva condannato il suo maestro Socrate. Ma si viene presto a contatto con Plinio il Giovane e con la scoperta delle insidie nascoste nel voto a maggioranza semplice, specialmente per la debolezza che esso presenta nei casi di “voto strategico”. Si scopre anche che grandi pensatori medievali – Raimondo Lullo e Nicolò Cusano – hanno ipotizzato metodi di scelta che potessero evitare queste criticità, incappando, però, nella scoperta disarmante del carattere “intransitivo” delle votazioni tra più di tre alternative, o sperimentando comunque tutti i limiti di ogni soluzione che abbia l’ambizione di predefinire il merito di ogni potenziale opzione e di consentire ai votanti di stabilire una graduatoria. La cosa più stupefacente è che la scelta di un metodo può davvero condurre a risultati differenti. Il dibattito continua anche molto tempo dopo, nella Parigi rivoluzionaria: Jean-Charles de Borda viene studiato e poi criticato da Condorcet, che sancisce ufficialmente il paradosso dei voti a maggioranza semplice (in quanto sistematicamente forieri di soluzioni “cicliche”) e che, tuttavia, non riesce ad elaborare un valido stratagemma. Di lì a poco, Laplace suggerirà che solo la maggioranza assoluta (e, in taluni casi, una maggioranza ancor più qualificata) può dare qualche garanzia. Sarà l’inventore de Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carrol (ossia Charles Lutwidge Dodgson, matematico di Oxford dal carattere un po’ difficile…), a cercare di immaginare, in piena età vittoriana, alcune varianti, ma con un tasso di difficoltà operative forse troppo elevato per permettere un’effettiva acquisizione del nuovo metodo su larga scala.

A questo punto, Szpiro passa al secondo problema, inanellando, con diversi esempi, le descrizioni delle soluzioni immaginate dai Padri della Costituzione americana e da tutti coloro che si sono confrontati con gli innumerevoli inconvenienti di quegli stessi espedienti, tra i quali spiccano grandi matematici ed economisti delle più influenti e prestigiose università degli USA. La cosa notevole di questa parte del volume è che l’appello alla migliore expertise matematica non sembra aver portato ad un risultato univocamente riconosciuto e condiviso, sicché, al di là di quanto avrebbe stabilito anche la Corte Suprema, ad ogni nuovo censimento (ogni dieci anni) la diatriba può riproporsi con effetti destabilizzanti. È così che l’Autore del saggio riprende nuovamente il primo problema e si sofferma sull’opera giovanile di colui che sarà anche un noto Premio Nobel, Kenneth J. Arrow, cui si deve la dimostrazione (disperante) dell’impossibilità razionale di una qualsiasi soluzione di scelta capace di preservare con sicurezza le preferenze individuali espresse nella società. In conclusione, per Szpiro, “l’opprimente matematica della democrazia non è destinata a scomparire”. Non esistono, cioè, accorgimenti capaci di ridurne i paradossi, se non uno, lo stesso che anche Szpiro lascia implicitamente intravedere qua e là, quando allude all’estremo grado di consapevolezza diffusa, istruzione e fair play che solo potrebbe evitare ogni manipolazione e che d’altra parte consente, di tanto in tanto, di riproporre l’attenzione di attori politici e di eminenti studiosi. Se non altro, l’indagine – la cui lettura non richiede conoscenze aritmetiche particolari ed alterna all’esposizione divertita del tema ritratti briosi dei protagonisti che con esso si sono cimentati nel corso dei secoli – prova, ancora una volta, che la democrazia non si può risolvere mai con in algoritmi e in fatti di pura volontà: parafrasando note e autorevolissime espressioni, tra “legge del numero” e “legge della ragione” la democrazia e la sua cultura stanno esattamente nel giusto mezzo. Vero è, ad ogni modo, che essere coscienti delle ambiguità sottese ad una procedura piuttosto che ad un’altra è parte assai rilevante di questa cultura. Ed è per questo che il lavoro di Szpiro non può passare inosservato.

Recensioni (di Piero Bianucci, di Anthony Gottlieb)

Il sito dell’Autore

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Dopo aver riletto e riposto questo libro mi convinco di una delle grandi e crudeli verità della letteratura (e non solo di quella, purtroppo…): le imprese più ostiche sono quelle che danno maggiore soddisfazione. Certamente il libro più leggibile e scorrevole avrà le migliori possibilità di essere anche quello più piacevole, ma non si potrà negare che di regola la linfa scorre sotto la corteccia. È lì che occorre penetrare per carpire il segreto della pianta; è lì che si viene catapultati tutte le volte che ci si fida della scrittura più difficile e si ha la fortuna di esserne ripagati con la potenza intrinseca dell’opera d’arte. Le mosche del capitale di Paolo Volponi garantisce un’esperienza di questo genere. Ne conservo una copia della prima edizione del 1989, ma vedo che nel 2010 Einaudi lo ha ripubblicato nella collana che dedica ai veri maestri.

Bruto Saraccini è lo stesso Volponi, ed è il protagonista. Per molti anni è stato il capace e stimato direttore del personale di un’azienda modello, quella voluta dal suo mitico fondatore Teofrasto, dietro il cui ricordo si cela Adriano Olivetti, cui il romanzo è dedicato e per la cui società lo scrittore ha effettivamente lavorato per moltissimi anni. Il presidente Nasàpeti – Bruno Visentini, reale presidente della Olivetti dal 1964 al 1983 – è cosciente delle abilità e della sensibilità di Saraccini, ma per il ruolo di amministratore delegato sceglie il diligente e freddo ing. Sommersi Cocchi (controfigura di Carlo De Benedetti). Saraccini, che capisce che le ragioni dell’industria italiana si fanno sempre più passive ed autoreferenziali, lontane dal destino della società civile e delle sue articolazioni organizzative, lascia l’azienda, sostituito dal servile Lanuti, e cerca di proporre la sua visione a Donna Fulgenzia e a suo nipote dott. Astolfo (vale a dire alla Fiat di Giovanni e Umberto Agnelli). Ma la piovra del potere è un magma che nell’industria non risparmia nessuno, neppure gli arredi degli uffici e le piante che li accompagnano, che prendono la parola e si dimostrano del tutto asserviti. Nel frattempo, all’esterno, sono i lavoratori a farne le spese, e la tragica vicenda dell’operaio Tecraso è come una lama che scorre feroce sulla pelle del futuro del paese.

Visionario, apocalittico, drammatico, politico, poetico, filosofico, allegorico, completo, autobiografico, epico, discontinuo, esagerato, profetico, criptico, impegnato, onirico, incompiuto, angosciante, intelligente, mitologico. Di questo classico si può affermare tutto. Le sue pagine sono rivelatrici: sui destini declinanti dell’economia del boom; sulla dissociazione, ormai e vieppiù conclamata, tra il fare industria e il fare comunità; sul prezzo che l’impresa è condannata a pagare laddove privata di un essenziale motore umanistico; sulla resa del mondo produttivo ai linguaggi spersonalizzati, ma forse fin troppo consapevoli, della finanza, ambiguamente elevata a scienza esatta; sull’importanza che la ragione, le idee, l’approfondimento, i progetti e la pianificazione dovrebbero sempre avere nella realtà intricata della società contemporanea. Ma a Volponi – che va ben oltre il Bernari di Era l’anno del sole quieto (1964) – non vanno riconosciuti soltanto i meriti dell’intellettuale impegnato, del testimone attento o, diremmo oggi, del terribile aruspice. Gli vanno tributati gli allori del poeta; e forse, tra gli italiani, è stato uno dei più concentrati, dei più immersi, cioè, in una totalizzante, autentica e spontanea dimensione lirica. Che fa ordine disorientando, che vela ogni pensiero di una sua naturale malinconia, che ben si addice alla letteratura della crisi in quanto riflessione sulle ragioni della frattura tra l’avventura dell’uomo e il cosmo che fatalmente la avvolge.

Due estratti:

Lanuti a Saraccini: “La gente ha paura dell’uguaglianza, ha paura delle responsabilità attive e diffuse. La gente vuole obbedire e lavorare in pace, in una serena condizione di dipendenza e di benessere. Se poi vuol cercare qualcosa, a lato o sopra, è Dio che cerca, è la natura… E non rispondermi banalmente che Dio e la paura sono la stessa cosa… Sulla paura poggia il mondo, almeno quello politico-economico, e bisogna saperne tener conto”.

Una riflessione di Saraccini: “L’industria italiana non pensa a se stessa quanto alla propria comodità. L’industria italiana non pensa a svilupparsi ordinatamente: alla ricerca, alla perfezione della propria organizzazione, dei propri prodotti, ad un confronto aperto e leale con il mercato, con la cultura industriale, con l’università… pensa alla propria comodità, nel senso che esclude queste reali ipotesi di ricerca per restare nell’ambito dell’esercizio del comando e basta… Produrre quel che sa produrre, vendere quel che sa vendere… E per restare così arretrata, evidentemente, ha bisogno di tenere arretrato l’intero paese”.

L’uscita del romanzo in un articolo di Stefano Malatesta (su La Repubblica, 7 aprile 1989)

La recensione di Franco Fortini (ne L’Indice dei Libri del Mese, n. 6 del 1989; da ibs.it)

L’impegno morale di Volponi (intervista televisiva)

Letteratura e lavoro. L’eredità di Paolo Volponi (di Angelo Ferracuti)

Scritture del lavoro (di Massimo Raffaeli)

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Il fascino di questa baleneide è grandissimo. Dopo una tigreide altrettanto avvincente, Einaudi rende disponibile al pubblico italiano un ulteriore e ottimo pezzo di non-fiction su uno degli animali più misteriosi e affascinanti del mondo. Nel testo, certo, la presenza di Melville è ingombrante. Ma si tratta di uno spontaneo e mitico riferimento obbligato, che Hoare sa dipanare abilmente come filo rosso di innumerevoli e interessantissime divagazioni: letterarie, storiche, antropologiche, economiche, naturalistiche… Da Nantucket alle Azzorre, da Cape Code all’Australia, si viene condotti, a colpi di pinna, sui ponti delle navi baleniere, tra le pagine di Hawthorne e Thoreau, nelle profondità degli oceani, lungo le viuzze dei piccoli grandi porti del New England e dello Yorkshire, all’interno delle misteriose e bizzarre stanze di collezioni e musei più o meno famosi. La suggestione è totale, tanto che la lettura – specialmente se compiuta tra gli scogli, in una breve ma intensa pausa agostana – non può che suscitare un’impressione simile a quella provata dall’Autore al suo primo contatto con il mammifero gigante: ”La balena mi ha respirato addosso: è come un battesimo” (p. 30).

Questo bel libro è adatto, in primo luogo, a tutti coloro che siano attratti dalla curiosità di sapere quali e quante risorse potevano essere estratte dal corpo di una balena: bastano poche pagine per capire perché i cetacei sono stati per lungo tempo il grande motore delle esplorazioni e dei commerci più redditizi e arditi. Ma le sorprese per il lettore comune sono molteplici: le balene non sono tutte uguali, sono capaci di performances estreme, possiedono un complessissimo sistema di comunicazione e di caccia, sono assai longeve, tendono a dare un forte significato ai legami familiari e di gruppo. Soprattutto, poi, hanno sempre esercitato, per l’uomo, un’irresistibile forza magnetica e un efficacissimo fattore di circolazione di tecnologie e di idee, veri dispositivi euristici ed efficienti agenti globalizzanti prima che la globalizzazione venisse teorizzata; ovvero, e meglio, prove tangibili e vaganti di un’umanità universale che sempre è esistita e che oggi, davvero, non può più trovarci indifferenti. Ecco, dunque, perché occorre prendersi cura di questi giganti compagni di viaggio: essi sono i custodi di un patrimonio che ci riguarda molto da vicino.

Recensioni (di Fulvio Ervas, Luigi Mascheroni, Alberto Manguel, Nathaniel Philbrick, Rachel Cooke, Doug Johnstone, Jonathan Mirsky)

Il blog dell’Autore

Riascoltare (in formato audiolibro) e rivedere (nel kolossal di John Huston) Moby Dick

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La prosa raffinata di Hans Tuzzi ricostruisce gli ultimi giorni di John Pierpont Morgan, quel JPM che, tra Ottocento e Novecento, con altri ricchissimi e famosissimi uomini d’affari (Carnegie, Gould, Rockfeller; tutti soprannominati the rubber barons), ha cambiato la faccia degli Stati Uniti d’America e posto le basi per ciò che è diventata la grande finanza mondiale. Per intenderci, è il fondatore di quel formidabile sistema di istituti di credito che dall’inizio del secolo scorso è cresciuto quasi senza interruzioni, almeno fino allo scandalo dei mutui subprime, nel 2008, e quindi fino alle porte della crisi che ancora oggi stiamo vivendo. È quasi una sorta di simbolica ricorrenza, perché poco più di cento anni prima, nel 1907, furono proprio gli ingenti investimenti di JPM a salvare il sistema bancario e l’economia americana dal temutissimo crack che stava per affossare definitivamente la borsa di New York.

Il bravo scrittore milanese, però, non ci parla di questo, o meglio, non ce ne parla direttamente. La sua scelta è di ritrarre la sensibilità di JPM, il suo profilo strettamente personale e il milieu sociale nel quale si è sviluppato, così come emerge nel sovrapporsi della voce spesso ammirata di un segretario personale e dei pensieri segreti del magnate moribondo, riverso in stato di veglia sul letto del Grande Albergo di Roma (l’odierno Plaza), dove esalerà l’ultimo respiro al termine dell’ennesimo attacco depressivo. Il tronco del racconto è dedicato al mecenatismo di JPM, alle sue fantastiche imprese di mercante d’arte e alle sue complesse relazioni con la sua bibliotecaria, la misteriosa Miss Belle da Costa Greene, e con il grande critico Bernard Berenson. Ma su questo filone si innestano, come tanti spicchi, altre storie ed altre avventure, come quella del Titanic, realizzato proprio dalla White Star, la compagnia che JPM aveva acquistato diventando così signore assoluto del traffico marino. Alle opinioni del narratore, inoltre, si intersecano altri episodici interventi, tra cui le riflessioni sempre acute e profonde, e non prive di ironia, del Dottor Dixon, che dall’inizio sembra invitarci a scoprire in JPM qualcosa di nascosto, di assolutamente impenetrabile, ricordandoci, con Montaigne (p. 13), che “gli altri non vi vedono affatto; vi indovinano per congetture incerte”, e che ciò vale “per tutti”, “tanto più per i grandi”.

In verità, nella cornice di due sole pagine, Adriano Bon – questo il vero nome dell’Autore – arriva a rivelare moltissimo, non solo sull’importanza storica di JPM, ma anche, al contempo, sulla sua esistenza duplice, e apparentemente inconciliabile, di colto filantropo e di protagonista spregiudicato del capitalismo mondiale e delle forme finanziarie che sono giunte fino a noi e che tanto avvolgono e stressano ogni aspetto dell’economia globale. Come rievoca solennemente la voce narrante del giovane segretario, “John Pierpont Morgan ha creato un’era”, “ha saputo orchestrare ed armonizzare l’economia planetaria grazie ad un sistema finanziario internazionale”, “ha consolidato in un sistema di governo economico le energie dell’acciaio, del petrolio e della velocità”, e quando è giunto il panico, nel 1907, “la salvezza di tutti venne da lì, dai risultati della sua opera di disciplinatore, dal sempre più complesso edificio finanziario eretto dalla sua formidabile intelligenza” (p. 141). Ma era davvero meraviglioso questo nuovo mondo? La bella Bessie, che scorta per le strade di Roma questo ingenuo dipendente, non ne è tanto sicura. Eppure JPM compra i tesori dell’arte, apre biblioteche, elargisce importanti somme per opere di bene. Il giovane ne è convinto (p. 140): “Non è un paradosso, puoi essere crudele eppure formalmente ineccepibile nei confronti dei tuoi avversari in affari, ma non hai motivo di essere cattivo nei confronti di un’astratta umanità, il tuo prossimo, e questo per la ragione che se guadagni in un anno quanto il bilancio di uno Stato nazionale, il tuo prossimo si limita ai tuoi diretti dipendenti (…): poi c’è l’Umanità, ma il resto del mondo è lontano, la gente comune con i suoi grigi problemi e le sue nere miserie tu non la vedi, non esiste, e come si fa a essere cattivi con chi non esiste?”. Ecco, questo è il punto; e forse, oggi più che allora, Bessie continuerebbe ad essere perplessa, come molti di noi.

L’Autore racconta il suo libro (alla radio svizzera e a radio 3)

Una recensione (di Alberto Alfredo Tristano)

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Grazie alla segnalazione di un vulcanico collega, approdo alla newsletter settimanale (Il Rosso e il Nero) che Alessandro Fugnoli pubblica sulla home page di Kairos, società che si occupa da anni di gestione del risparmio e che, in tale settore, svolge senz’altro un ruolo di leader ormai riconosciuto. La scoperta è piacevolmente sorprendente, come lo potrebbe essere quella di un cocktail frizzante e corroborante, o di un canale radiofonico cui sintonizzarsi per godere in ogni momento di rapide ma continue improvvisazioni jazzistiche.

Fugnoli, infatti, somministra pillole di economia e di analisi strategica mediante brillanti ed incisive incursioni nella filosofia, nella storia, nell’arte e nella letteratura: e così rende affascinante ed umano ciò che talvolta tendiamo a percepire erroneamente soltanto in modo asettico, freddo e distante. Soprattutto, ci aiuta a ricordare – a suo modo seguendo le orme di Carlo M. Cipolla – che in economia i modelli astratti non sono sempre vincenti e che un valore determinante lo può giocare la corretta valutazione delle esperienze, presenti e soprattutto passate, e un’attenta e smaliziata previsione dei comportamenti individuali e collettivi.

Le domande che nella newsletter potrebbero trovare una risposta sono tantissime. Ad esempio: è possibile comprendere il senso e i limiti del regime europeo di volontaria austerità economica muovendo da Savonarola e Robespierre? Perché magnati russi e cinesi investono in divise che rendono meno di quelle nazionali? Che cosa c’entra il Katéchon con l’euro? Perché per orientarsi nel complesso mondo degli investimenti può essere utile leggere Dino Buzzati? Questi sono soltanto alcuni degli innumerevoli percorsi che può suggerire la lettura de Il Rosso e il Nero e dei suoi densi archivi, che sono raccolti e resi disponibili sin dai numeri del 2010, e che, data la loro freschezza espositiva, paiono indenni dal naturale rischio di scadenza cui possono incorrere i temi e gli eventi fatti oggetto di attenzione. Che altro dire… È davvero un appuntamento da non perdere!

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Uno degli economisti italiani più noti e impegnati inaugura una nuova serie de il Mulino dedicata ad una interessante collaborazione tra questo editore e lavoce.info. Lo fa, nella specie, affrontando i mali del calcio italiano, in un’intervista che prende spunto dai tanti scandali degli ultimi anni (da Calciopoli alla recentissima vicenda, ancora pendente, delle scommesse) e che cerca di isolare i fattori che in Italia rischiano di inquinare sistematicamente, se non esaurire, le grandi risorse e le insospettabili potenzialità di questo sport.

La dimensione del libro (103 pp. in un formato più che tascabile) lo renderebbe particolarmente appetibile proprio per l’assolata giornata che sta per culminare in Italia-Spagna, attesissima finale degli Europei 2012, se non altro perché, al termine di riflessioni poco confortanti sul pianeta-calcio, c’è sempre la speranza di rinfrancarsi e di emozionarsi di fronte all’incontrollabile magia del gioco. Il fatto è, però, che la rassegna dei problemi / “vizi” analizzati da Boeri non ci rivela alcunché di particolarmente originale.

Da molto tempo, ormai, si discute, quanto al calcio italiano, della cronica incapacità di scoprire e lanciare nuovi e giovani talenti, o del patologico intreccio tra potere mediatico, disciplina dei diritti televisivi e scarsa solidità patrimoniale delle società sportive, o, ancora, del complesso reticolo che, anche nel “governo del pallone”, agevola e protegge conflitti di interessi e fenomeni più o meno macroscopici di “cattura” di quei soggetti istituzionali che, viceversa, dovrebbero essere il più indipendenti possibile. Non meno sperimentati sono i rilievi critici all’ampiezza della “forbice” che separa le grandi star dai giocatori delle serie minori. Analogamente, è da tantissimo tempo che si ragiona su quale possa essere il modo per rendere più sereni e “incorruttibili” gli esponenti della classe arbitrale, le cui aspirazioni di carriera – e di guadagno – sono sempre state il terreno di ogni possibile speculazione e di ogni relativo “scandalo” (estivo o meno). Certo, a quest’ultimo riguardo, ed anche per chi non consulta sempre l’home page di lavoce.info, il ragionamento di Boeri fornisce notizia di una bella ricerca empirica, che non può che suffragare ulteriormente le lamentazioni, spesso solo “sentimentali”, di appassionati e osservatori.

Ad ogni modo, la poca originalità del volume fa riflettere: in primo luogo, sulla circostanza che, forse, bene avrebbe fatto, lo stesso Boeri, a “non” parlare solo di calcio e, anzi, a saggiare le sue brillanti capacità analitiche proprio nella “metafora” cui dice espressamente di voler sfuggire, quella, cioè, tra i problemi del calcio italiano e i problemi del Paese; in secondo luogo, sulla questione, di ben maggiore portata, se l’apporto degli economisti ai dibattiti più cruciali e più sentiti dall’opinione pubblica debba concentrarsi, principalmente, non tanto sull’applicazione divulgativa del “metodo” che ne caratterizza l’expertise, quanto, piuttosto, sulla divulgazione “sostanziale” di dati, documenti, ricerche, studi e valutazioni che la loro scienza gli mette quotidianamente a disposizione (in altri termini: dobbiamo tutti “armarci” di una “tecnica” specifica e diventare, nel nostro piccolo, “economisti in provetta? O dobbiamo, meglio, conoscere effettivamente quali sono i risultati che lo studio dell’economia ci consegna e che ci permetterebbe di avere basi conoscitive ed istruttorie migliori per comprendere la realtà e per pensare, anche con l’aiuto di altre considerazioni, a qualche idea?). D’altra parte, i passaggi migliori di questo testo sono, guarda caso, quelli in cui si riferisce di indagini che non sono già disponibili al normale lettore delle pagine sportive dei principali giornali e che ne possono ampliare la “consapevolezza”, oppure quelli in cui si avanza qualche proposta operativa (come quella relativa ad una più netta “responsabilizzazione” dei dirigenti delle società).

Se c’è un aspetto, comunque, sul quale Boeri merita è un plauso è che ci ricorda che il calcio è una cosa maledettamente seria. Che cosa si può leggere, dunque, di serio, prima della partitissima? Ritrovo uno spunto di grande saggezza – quasi à la Montesquieu – in un classico pezzo dell’eterno Gianni Brera (Il più bel gioco del mondo, nel libro che porta lo stesso titolo e che raccoglie alcuni dei migliori articoli del grande giornalista, morto nel 1992: Milano, 2007, 409-410): “Il guaio è che il calcio è sempre maledettamente difficile da capire e da interpretare. Il fenomeno calcistico è vasto come il mondo ed esige conoscenze sportive non limitate affatto alla pedata, bensì fondate sullo studio dell’etnos, della psicologia razziale, dell’ambiente sociale ed economico. Quando un paese mezzo alpino e mezzo mediterraneo come l’Italia pretende di assumere gli usi e i costumi calcistici degli inglesi, immancabilmente si vota alla catastrofe; quando ripudia il proprio modulo ideale per adeguarsi a quello d’un popolo dalle caratteristiche quasi opposte, rivela altresì deleteria ignoranza. Questa verità critico-storica è oggi accolta da chiunque si interessi di calcio fra noi. Per giungere ad affermarla ci sono voluti quasi vent’anni, e fa molta specie ammetterlo, ma in fondo non meraviglia, perché la pigrizia mentale è sempre stata e rimane una delle più gravi jatture dell’uomo”.

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