Pietro Zambelli, detto Zambo, prende il suo zaino ed esce da Genova. Vuole raggiungere a piedi una casa in Maremma, un lontano lascito del padre, che vi aveva trascorso i momenti più intensi della guerra partigiana. Il suo percorso è lungo, ma lui non ha fretta e parte determinato, accompagnato dal cane Tobia. Il programma è inoltrarsi nelle montagne, per passare attraverso gli Appennini. Il viaggio, tuttavia, si interrompe presto. Zambo incontra una strana famiglia, che abita in un vecchio rifugio: si ferma con loro per qualche tempo e conosce Agnese. Poi riparte, ma si accorge che non trova più la pistola che aveva con sé. Avvia allora un’ostinata ricerca, tornando anche sui suoi passi, inutilmente, e raggiungendo così la baita del vecchio Dindon, antico amico del padre. È qui che viene a contatto con il lupo, un esemplare ramingo che un’associazione di animalisti vuole monitorare e proteggere, e che lui, invece, libera di nascosto. Da quel momento l’avventura sembra procedere, apparentemente senza sorprese. Zambo raggiunge la casa e comincia a ristrutturarla, conosce la figlia di Dindon, ritrova e riperde la misteriosa Agnese, e ritrova anche il lupo, con il quale finisce per condividere la lotta per la sopravvivenza in quota. In ballo, però, c’è qualcosa di più che il rischio di una vita selvaggia. Dindon gli ha rivelato un segreto profondo, che spiega la morte del padre e il significato della casa in Maremma. La sua missione, dunque, non è ancora finita, e dovrà tornare nuovamente indietro, con il lupo, per restituire alla natura tutte le sue ragioni.

È da tempo che la montagna è al centro della scena letteraria italiana: come luogo del ritorno alle origini; mezzo per riscoprire se stessi; occasione per sperimentare il senso del limite; teatro di un predominio naturale riaffermato come irrinunciabile; spazio della resa di conti. Caccia sceglie quest’ultima opzione, perché sullo sfondo c’è da risolvere definitivamente un enigma familiare, risvegliando anche le zone d’ombra della guerra di Liberazione. Ma il protagonista è anche attratto da un magnetismo che lo spinge a cercare in ogni caso un nuovo equilibrio personale. Fino a qui non si direbbe un romanzo originale. E non suona bene – perché un po’ retorica – anche la scelta di inframmezzare il racconto con spezzoni della memoria di Zambo, che ricorda il rapporto con il padre, nell’infanzia e in un passato più recente. Sennonché il libro si rivela ugualmente avvincente. L’Autore riesce a costruire una relazione di singolare connivenza tra l’asprezza delle leggi di natura e il carattere implacabile della legge morale, in un crescendo in cui tutto si fonde, anche biologicamente, nel finale freddo e sorprendente. La Natura, in questo romanzo, non è solo matrigna; è fisiologicamente spietata, incombente, onnivora. In altre parole, è americana, come nei migliori orizzonti del Grande Sud letterario. Anche la copertina, particolarmente azzeccata, sembra suggerire questa direzione: la foresta, il bosco sovrastano anche il lettore, programmaticamente. Da non sottovalutare, poi, le partecipazioni straordinarie di due grandi ex della scena punk italiana: fanno la loro buona comparsa, infatti, Giovanni Lindo Ferretti, il barbarico, con la sua passione per i cavalli, e Massimo Zamboni, fonte pressoché certa d’ispirazione, per la creazione di Zambo e per il tema familiare / resistenziale, oggetto di un altro bel libro.

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Why Information Grows?
È la domanda cui cerca di rispondere l’Autore, giovane direttore del Macro Connections Group presso il MediaLab del MIT di Boston. Prima di tutto occorre capire di che cosa si tratta. L’informazione, infatti, è nozione tecnica: identifica il modo con cui si strutturano, si correlano e si dispongono gli oggetti fisici. Si studia in termodinamica ed è una sorta di anomalo e curioso contraltare dell’entropia: paradossalmente aumentano entrambe. Il fatto è che l’uomo, che ne è esso stesso un frutto tangibile, ha una grande possibilità di influire sull’informazione, che a sua volta, per crescere, abbisogna di occasioni di solidificazione, come accade, ad esempio, nei prodotti industriali. Ma affinché ciò accada occorrono sistemi non in equilibrio e una combinazione di volta in volta efficace di conoscenza, know how e capacità di calcolo. L’uomo, creando oggetti con la propria fantasia, può cristallizzare la propria immaginazione e concentrarvi grandi quantità di informazione, sempre più complessa. Può quindi operare agglutinando informazione nel modo più vario. In questa direzione, Hidalgo si propone di capire quale rapporto vi sia tra la crescita dell’informazione e l’economia, e quali siano i fattori sociali e produttivi che possano fungere da ostacolo o da moltiplicatore di questo processo. Su tutto, in particolare, emerge il ruolo fondamentale dell’esistenza di specifiche reti di persone, senza le quali conoscenza, know how e capacità di calcolo non riuscirebbero a trovare una sintesi puntuale e funzionante. È così che, in economia come nel mondo degli atomi, l’ordine fisico prospera in modo sensibilmente differenziato, soprattutto nei luoghi in cui l’informazione meglio può concentrarsi e moltiplicarsi.

Questo saggio va letto perché: offre una chiave di lettura molto originale sulle dinamiche dello sviluppo e su frontiere epistemologiche che forse abbatteremo molto presto; passa dalle scienze dure alle scienze sociali senza soluzione di continuità e in modo suggestivo; dimostra di per sé l’importanza di un approccio metodologico integrato all’analisi del presente e del futuro dell’esperienza umana; è scritto come un romanzo, ma senza incorrere in facili semplificazioni; guida il lettore passo dopo passo, accompagnandolo con rapide e limpide riepilogazioni al termine di ogni capitolo; prova ancora una volta che si può coniugare divulgazione e rigore scientifico senza imbarazzanti effetti collaterali. Dopodiché L’evoluzione dell’ordine è anche un piccolo modello per gli studiosi di ogni disciplina: non ha paura di fare teoria; non si abbandona a ipotesi fantasiose, ma sente sempre il bisogno di suffragare le proprie tesi con elementi verificabili; domina lo specialismo senza temere di rinunciarvi e di alzare, in questo modo, lo sguardo a un livello superiore; non pecca di autoreferenzialità; è un luogo in cui coltivare una prospettiva dichiaratamente obliqua e sperimentare l’esistenza e la praticabilità di traiettorie inusuali. Quanto al significato dell’interpretazione proposta, è difficile dire se si tratti di un nuovo antropomorfismo, rovesciato, o se si tratti, invece, di una forma sofisticata di darwinismo 2.0, oppure, ancora, se – senza prendervi espressamente posizione – ci si trovi di fronte, materialmente, ad un perfetto terreno di coltura per visioni postumaniste di varia estrazione. La sensazione – ed è una sensazione positiva… – è che Hidalgo non intenda dirci che cosa dobbiamo fare, ma voglia solo illuminare di una luce differente il maggior studio delle interazioni e delle continuità tra uomo e natura. Gli orizzonti di senso e le scelte sono riservate ad un altro piano.

L’Autore presenta la sua lettura

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Sono nove racconti pressoché perfetti, ambientati tra il Colorado e il Wyoming. La prosa è semplice e asciutta, giusto quella che serve, non una parola di più e non una parola di meno. Anche le storie sono essenziali, eppure curiose, originali e toccanti. Un veterinario si mette alla ricerca di una bambina sorda scomparsa nel deserto, rischiando la vita con serena, appagante e sorprendente tenacia. Un ragazzo che ha perso la sorella, e per il quale tutti si preoccupano, pesca e dorme d’inverno sulle rive selvagge di un torrente, e all’improvviso sorride. Una vecchia ranchera, ormai sola e malata, e anche un po’ scorbutica, cavalca a lungo, fino al paradiso, ma senza accorgersene veramente. Padre e figlia sfidano qualcosa che va al di là delle loro semplici paure, tra un puma affamato e un freddo letale. Un allevatore scapolo, un po’ saggio e un po’ smaliziato, riesce a mostrare a moglie e marito come si fa ad andare nel verso giusto. Uno sceriffo conciliante e prudente incontra comunque il suo destino. Un tizio vuole capire chi sia un altro tizio che gli ha lasciato uno strano messaggio sotto casa e che tutti dicono di conoscere e di non volerne sapere nulla. Un incubo si racconta da solo, e alla fine, dopo una scena quasi horror, non si capisce che cosa sia vero e che cosa sia falso. Un giovane aiuta un’anziana della riserva a morire felice, mentendole in modo provvidenziale. Ecco: è “l’arcipelago Everett” che si manifesta, riga dopo riga; e che ci cattura definitivamente.

Quasi ogni sabato faccio la mia sortita in un piccolo supermercato a conduzione familiare, un luogo a suo modo superstite, frequentato per lo più da stranieri e pensionati. Everett porterebbe il West proprio lì e ce lo farebbe apprezzare in tutta la sua consistenza. Per questo singolarissimo scrittore afroamericano la frontiera è una categoria dell’anima, risvegliata dal confronto con la natura (o anche con ciò che ci circonda tutti i giorni…) e con alcune paure elementari (del dolore, della morte, di ciò che è sconosciuto). È il West, questo West, a funzionare da totem ideale, per opporre e conciliare proficuamente, e coraggiosamente, la grandezza e l’unicità dell’orizzonte, da un lato, e la superficialità delle differenze sociali, culturali e generazionali, dall’altro. Bastasse anche solo a ricordarci che, per quanto ci agitiamo, le cose scorrono tutte sotto il medesimo cielo, il West di Everett avrebbe facilmente raggiunto il suo scopo. Tra i critici i paragoni si sprecano: Carver? Barthelme? La sfida è difficile, anche perché Everett non ha bisogno di accreditarsi con un paragone. Ci sarebbe anche il solito Faulkner: aveva inventato una contea e vi aveva collocato tutta la sua potente epopea. Everett, però, la contea ce l’ha sotto mano, ed è quella vera, quella più convincente e soprendente di qualsiasi invenzione, e che era in attesa di un suo interprete fedele, di un filosofo della prateria, dei margini, del cuore più desolato e più forte che esista. Viene da pensare all’Autore come a un Eraclito dei nostri giorni, accoccolato tra i cactus a esplorare la corrente fangosa di qualche guado e circondato dai suoi discepoli prediletti, i semplici per eccellenza della grande periferia americana. Serpenti e scorpioni, laggiù, sono di casa, ma in compagnia di un simile maestro ci si sente sempre al sicuro.

Recensioni (di Masolino D’Amico; di Walton Muyumba; di Susanna Nirenstein; di Marco Rossari)

The Percival Everett International Society

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La finzione è uno degli strumenti più importanti e interessanti per il mestiere del giurista: si presuppone come esistente (o come non esistente) qualcosa che non esiste (o che esiste), per far discendere in un certo caso determinati effetti, quelli che il diritto, in un determinato modo, già riconosce in altri casi. La culla della fictio è il diritto romano, nel quale essa nasce, in primo luogo, come fictio legis, a partire da quella introdotta con la legge Cornelia dell’81 a.C., che, per riconoscere effetti al testamento del civis romanus morto in prigionia (e la cui cattività, secondo le regole generali, lo aveva privato della capacità), consentiva di considerare il prigionierio come già morto nel momento in cui era caduto nelle mani dei nemici. La fictio in seguito si ripropone in molte ipotesi, sempre per l’intervento del legislatore. Ma si trasforma anche in fictio iuris, diventa, cioè, tecnica dell’interpretazione giuridica, come sarebbe accaduto – almeno per l’Autore – in occasione della formulazione del noto insegnamento per cui conceptus pro iam nato habetur. In questo breve saggio, Thomas rievoca tanti esempi di finzione così come maturati nell’esperienza giuridica romana, cercando di evidenziarne la logica e mettendo in luce – questa la sua tesi – la diversità con cui i giuristi medievali hanno trattato l’utilizzo di questo particolare meccanismo: mentre il diritto romano, infatti, non avrebbe patito, nel ricorso alla fictio, il limite della presupposizione di una verità superiore, il diritto comune avrebbe introdotto, mercé l’influenza del cristianesimo, alcune distinzioni, volte se del caso a sbarrare la strada ad un certo tipo di finzioni (e precisamente a quelle finalizzate a “varcare” la frontiera fra corporeo e incorporeo ovvero a bypassare le regole “naturali” sulla riproduzione dei corpi).

Il ragionamento di Thomas può dirsi condivisibile, e rilevante, quanto a quattro specifici profili: la ricostruzione dell’originalità delle dinamiche messe in gioco dall’operazione finzionale; la confutazione dell’idea diffusa che questa operazione sia indissolubilmente, e prevalentemente, legata al carattere conservatore di un ordinamento giuridico (che in tal modo, tramite le finzioni, evolverebbe senza mai porre in discussione la sua struttura); la rappresentazione dell’autonomia del giuridico quale risultato di un processo istituzionale coscientemente fondato sull’opposizione rispetto al reale; la bella descrizione dell’approccio romano allo spazio del sacro, come frutto, esso stesso, della produzione giuridica e, quindi, come limite insuscettibile di costituire una preclusione immutabile e ontologica alla trasformazione delle regole. Ciò che lascia un po’ dubbiosi, invece, è la parte del lavoro dedicata ai “limiti medievali” della finzione, e ciò per due ragioni: la prima è che lo stesso Thomas, in conclusione, relativizza in buona parte la portata del dispositivo limitante di origine divina (così come frequentemente invocato dai giuristi di diritto comune), sottolineando quanto nel diritto dell’età intermedia esso, lungi dall’eliminare il metodo finzionale, ne avrebbe razionalizzato il ricorso soltanto in parte; la seconda è che, quanto meno al giurista poco esperto di diritto romano e di diritto comune, lo studio della fictio pare non potersi troncare alle soglie della modernità, se non altro perché questa si è costruita e si è imposta anche per mezzo di una ulteriore e potente strategia finzionale, quella del famoso (e trasversale) etiamsi daremus Deum non esse di Ugo Grozio. E senza le scoperte della razionalità medievale questa ulteriore progressione sarebbe stata difficilmente pensabile. Viene quasi da chiedersi, al riguardo, se la fictio, da delicato artificio proprio del fenomeno giuridico, non si possa configurare quale uno dei massimi esempi di quanto i modi di costituzione dell’autonomia del giuridico stesso si siano resi, nella storia, effettivi veicoli di mutamenti epistemologici particolarmente profondi. È nella prospettiva di questo interrogativo che una simile lettura si dimostra molto proficua.

Il saggio dei curatori del volume (M. Spanò e M. Vallerani)

Lo studio di Thomas in lingua originale (francese)

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Sorokin distilla con maestria uno dei canoni più importanti della storia della letteratura e, accompagnato da Gogol, da Gončarov e da Saltykov-Ščedrin, mette nero su bianco una storia senza tempo, che è favola, satira e oscura profezia. Il dott. Garin deve raggiungere un piccolo villaggio per somministrare un vaccino e debellare una virulenta peste nera, importata chissà come dalla Bolivia: c’è il rischio che i contagiati, defunti, si trasformino in temibili zombie. Ma una tormenta altrettanto implacabile gli sbarra la strada. Decide di rivolgersi ad un umile vetturino, Raspino, affinché lo conduca a destinazione con la sua “propulsoslitta”, trainata da cinquanta cavallini. La distanza non è molta, ma nel bianco della bufera si nascondono insospettabili insidie. Durante il viaggio, infatti, il pattino della slitta si rompe più volte e Garin – che nonostante ciò sembra sempre animato da una incrollabile fiducia nel compimento della sua missione salvifica e nel ruolo ufficiale che riveste, e che come tale non può conoscere ostacoli – è costretto a tappe forzate, nelle quali fa molti e strani incontri: una compiacente mugnaia; dei nomadi “spacciatori”; il cadavere gelato e spaventoso di un misterioso gigante… Passa il tempo, quindi, e l’obiettivo, tanto più vicino, sembra allontanarsi in modo irresistibile. Anche il freddo sale, avvinghiando tutto il corpo e diventando, così, in un biancore tanto meraviglioso quanto inquietante, un nemico ancor più invincibile. Solo la pazienza di Raspino pare fronteggiarlo efficacemente; quanto meno fino all’epilogo, che da tragicomico si fa improvvisamente triste e quasi straziante.

Come prendere questo breve romanzo? Come un ottimo esperimento narrativo alla maniera della migliore letteratura russa? Come una metafora disperante della situazione socio-politica in cui versa la Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica? O come un incubo lungo e articolato, nel quale collocare le immagini dei tanti mostri con cui sembra tuttora lottare, senza speranza, un’intera nazione? L’ambiguità e il carattere grottesco e talvolta surreale della “novella” – collocata in un presente che è anche sprofondato in un atavico passato, oltre che percorso qua e là da uno scioccante futuro, anche tecnologico – ne accentuano la capacità suggestiva, moltiplicando e ingarbugliando ogni possibile interrogativo. Al contempo, però, si avvertono chiaramente molti motivi classici della tradizione letteraria russa: il dualismo tra classi sociali, tra la figura di Raspino e quella di Garin, il primo ad incarnare l’eterna e serena morale dell’accettazione, propria della popolazione russa più povera, e il secondo a interpretare i panni della classe dirigente del paese, distratta da ambizioni, da vizi e da paure tipicamente piccolo-borghesi; il quadro generale e irrinunciabile di una natura affascinante e grandiosa, ma pure ostile e crudele, che offre lo sfondo fatale in cui si muovono i due protagonisti, e il cui volto segreto è quello di un potere onnipresente, inafferrabile e soverchiante; l’idea che i pericoli vengano anche dall’esterno, da fattori che sono estranei al nocciolo duro di una cultura plurisecolare e che possono, però, invaderla, renderla incosciente e ucciderla; la premonizione di una dannazione conclusiva, di una spoliazione violenta e fatale, perché il popolo russo, disorientato, diviso e imbrigliato nella tempesta, non sa dimostrarsi unito e può essere dunque oggetto di qualsiasi sopruso, di qualsiasi degenerazione, e anche della schiavitù. Con questo bel libro, percorso da una tensione onirica che non cala mai e che, tuttavia, è animata da una funzione critica, morale, altrettanto palpabile, Sorokin si dimostra all’altezza della sua fama, anche per la particolare abilità di descrivere le cose e le persone, e di farcene avvertire l’odore e la temperatura, a dimostrazione che nella scrittura di qualità non basta la fantasia ma serve anche la tecnica.

Recensioni (di Alexandr Genis; di Wlodek Goldkorn; di Goffredo Fofi; di Valentina Parisi)

Due interviste (da corriere.it e da rainews.it)

Come scrive Sorokin?

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Stati Uniti, Stato di Washington, 1899: la guerra civile è terminata da trent’anni, ormai. Abel Truman, un vecchio reduce confederato, vive ai bordi di una spiaggia selvaggia con la sola compagnia di un cane, venuto dalla foresta. I ricordi della guerra, atroce e sanguinosa, continuano a tormentarlo; è stanco e malato, e le tante ferite accumulate in battaglia non mancano di farsi sentire. Le sue notti, poi, sono turbate da fantasmi ancor più lontani, la morte della figlia e la scomparsa della giovane moglie, delle quali si è sempre sentito responsabile. Un giorno, all’improvviso, arrivano alla spiaggia due uomini, spietati, che feriscono Abel quasi a morte, per impossessarsi del suo cane e usarlo come animale da combattimento. Una famiglia di colore e un indiano, tutti in fuga da una cittadina vicina, scoprono Abel e lo salvano. Ed è così che, una volta rinvenuto, il soldato comincia il suo viaggio: per riprendersi il cane e affrontare il suo passato, che a spezzoni riemerge, in una drammatica rievocazione, a tinte forti, della durissima battaglia del Wilderness e del modo con cui Abel ha perso i suoi compagni ed è riuscito, tuttavia, a sopravvivere, esiliandosi, infine, nelle terre estreme del Nord del paese. Ma nel frattempo l’avventura di Abel continua e incrocia i destini, altrettanto travagliati, di Glenn Makers, della sua compagna Ellen e di un piccola bambina cinese, Jane, che compare, in verità, già all’inizio del racconto, situato nel 1965, e di cui si capiscono l’identità e l’importanza soltanto alla fine, dopo un crescendo di avvenimenti e redenzioni.

La ricetta di Weller, al suo libro d’esordio, è questa: un terzo del miglior Clint Eastwood (attore), magari quello di Impiccalo più in alto; un terzo del libro per eccellenza di Stephen Crane, Il segno rosso del coraggio; e un terzo di Faulkner, preso a piacere da qualsiasi fonte (eventualmente sostituibile con un McCarthy). Con questi ingredienti – noti e collaudati – non si possono che ottenere buoni risultati: una sceneggiatura da “filmone”, con violenza, dolore profondo e natura matrigna a più non posso, e uno scenario storico dal pedigree indiscutibile, che profuma di ennesima epopea del nationbuilding a stelle e strisce, con l’amara narrazione dello schiavismo e della comune sorte di tutti i vinti. Naturalmente c’è anche spazio per un momento conclusivo di commozione, che non guasta mai. Tutto, quindi, pare perfetto. Ma non lo è; meglio: non lo è ancora. Si ha l’impressione, cioè, che Weller possa fare molto meglio, magari cambiando soggetto e lasciando che la sua scrittura assecondi più liberamente la virtù che le è chiaramente riconoscibile, ossia la grande capacità di dare forma, colore, rumore e odore agli oggetti; uomini compresi, riscoperti nel loro essere parte sofferente di un ingranaggio ben più grande. È la furia dell’universo; è questo il teatro – e il protagonista – che meglio si addice all’Autore, che a tratti riesce anche ad esprimersi con singolare efficacia, restando, però, complessivamente avvinto dalla preoccupazione della trama e del disegno generale. È come se avesse avuto paura di non piacere, di non arrivare ad un punto che fosse in qualche modo riconosciuto e apprezzato dal pubblico; e così, forse, è stato tentato dall’operazione più discutibile, comprimere il libro in un altro libro, per nasconderlo e renderlo più comprensibile, più proporzionato e digeribile. In definitiva: ai buongustai la lettura piacerà molto; i mangiatori forti spereranno in prossime, e più genuine, portate.

Un’intervista a Lance Weller

Il sito dell’Autore

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Terzo della “trilogia dello spazio”, che ha come protagonista il dottor Ransom, filologo di Cambridge, That Hideous Strenght sviluppa una trama che questa volta si svolge tutta sulla terra, in Inghilterra, nella piccola (e immaginaria) città universitaria di Edgestowe e nei suoi immediati dintorni. Le forze celesti, tuttavia, non stanno a guardare; e ciò perché il pericolo è grande. Infatti, con la complicità di alcuni professori “progressisti”, un fantomatico N.I.C.E. (National Institute for Co-ordinated Experiments) si sta per impadronire dell’antico bosco di Bragdon, proprietà del Bracton College. L’oscuro disegno, in principio, è quasi imperscrutabile e il giovane e ambizioso Mark Studdock, nuovo sociologo del Bracton, si lascia facilmente irretire nel quartier generale del N.I.C.E., nella vicina Belbury, dove si mette a disposizione di un eccentrico e misterioso gruppo di comando, capitanato dal vice-direttore Wither. Nel frattempo, però, Jane, la moglie di Studdock – che Wither vorrebbe a Belbury per poterne sfruttare le innate capacità predittive – trova ricovero a St. Anne, in una strana dimora, nella quale convergono, come a “corte”, tutti gli alleati di Ransom, ivi compreso un grande e docile orso chiamato Mr. Bultitude. Il filologo, reduce dai suoi viaggi interplanetari, è perfettamente cosciente della gravità della battaglia che si va preparando e dell’importanza della posta in gioco: il piano del N.I.C.E. è chiaro, c’è un’orribile e temibile forza che lo muove e che si propone di minacciare definitivamente quello che resta di un antico ordine naturale, muovendo da Edgestowe, instaurandovi un regime di polizia e trasformando tecnologicamente gli uomini in meri strumenti di una nuova religione scientista. Fortunatamente, l’alleato che il perfido Wither cerca nel bosco di Bragdon si risveglia prima di essere scoperto e si presenta, quasi provvidenzialmente, al cospetto di Ransom: dopo secoli di sonno, Merlino è tornato e, grazie alla sua intermediazione, la potenza di Maleldil si manifesterà con tutta la sua forza e non lascerà alcuno scampo ai suoi sventurati avversari.

Pubblicato nel 1945, e subito recensito da Orwell, questo romanzo offre un gradevolissimo spaccato della missione letteraria di Lewis: modernità, disincanto e fede nella scienza hanno convertito l’uomo e la sua visione del mondo, dandogli l’illusione di averlo consegnato a se stesso e per ciò solo liberato; ma la perdita di una prospettiva cosmologica può essere fatale e preludere al dominio irresponsabile di pulsioni tanto incontrollabili quanto apparentemente razionali. Occorre, dunque, tornare al mito, che può essere, in questa cornice, anche un fedele alleato della religione, nella comune finalità di rammentare all’uomo quanto la sua vita possa essere realmente apprezzata se non nella piena accettazione di un limite foriero di gioia e semplicità. In That Hideous Strenght – il cui sottotitolo spiega ogni cosa: “una favola per adulti” – il messaggio è quasi più efficace che nelle Cronache di Narnia; e forse, qui, addirittura, Lewis si rivela, per un attimo, più diretto di Tolkien e di molti altri Inklings. In primo luogo, infatti, ci sono passaggi, dal tenore scopertamente pedagogico, in cui la visione di Lewis si fa particolarmente esplicita, e non solo per gli insegnamenti di cui i personaggi si fanno testimoni, ma anche per il modo assai felice con cui questi se ne fanno portavoce dal punto di vista antropologico. In secondo luogo, è l’ironia a farla da padrone, in un susseguirsi di scene, talvolta esilaranti, nelle quali la pochezza – certamente spirituale, ma non solo… – dei cattivi e delle loro schiere viene messa totalmente alla berlina: come se l’Autore avesse voluto rappresentare, ridicolizzandola, l’estrema debolezza dei poteri cui l’umanità rischia di mettersi al servizio; poteri che sono, viceversa, tremendi solo per i danni che possono causare all’umanità stessa e alla terra che li ospita. Si può restare sorpresi dal tratto talvolta misogino e conservatore dell’universo lewisiano. E non è una mera impressione. Ciononostante il racconto dello scrittore britannico, gustoso e divertente come pochi, trasmette ancora intuizioni che fanno riflettere e che, anche a più di mezzo secolo di distanza, nascondono pillole di saggezza.

Recensioni (di Roberto Persico; di Gianfranco Franchi; di Andrea Monda)

Il romanzo in lingua originale

Un sito (italiano) tutto dedicato a Lewis

La CSLewis Foundation

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Enrico, Fabio e Francesco sono molto amici. Il primo è un insegnante, gli altri due sono architetti. Passano sempre insieme almeno una parte dell’estate e da un po’ di tempo hanno deciso di trascorrerla alle isole Solovki, nel Mar Bianco, come volontari dell’Unesco. Vogliono contribuire al restauro dell’antico monastero che si trova nell’isola grande e che in epoca sovietica era stato trasformato in un temutissimo gulag. Nel corso del loro ultimo viaggio, però, i tre fiorentini scompaiono, senza lasciare tracce. Entra in scena, allora, Alessandro Capace, un simpatico e squattrinato cronista freelance, che viene spedito a indagare dal direttore di uno dei periodici con cui collabora. Presto l’inchiesta lo porta fino in Russia, accompagnato dalla bella Julia, vecchia fiamma degli anni universitari. Ma le Solovki sono impermeabili a qualsiasi tentativo di decifrazione: che cosa sarà mai successo? Un banale incidente, come quello, forse, accaduto ad un giovane volontario tedesco, sparito poco tempo prima? Il gesto di un folle, un certo Valentin, tipico “scemo del villaggio”? O un complotto, guidato dal misterioso pope del monastero? O forse è tutta la piccola comunità locale ad essere autrice dei delitti? Il tempo passa e la vicenda sembra destinata a insabbiarsi, come le prospettive esistenziali di Capace, che è ormai pronto a seppellire il matrimonio con Gaia e a perdere, così, anche il piccolo Niccolò. C’è un tarlo, tuttavia, che continua a non dargli tregua: aver approfondito la vita e la personalità dei tre amici gli dà ancora da pensare. E poi due eventi – un ritrovamento fortuito e una lettera inattesa – paiono convincerlo a non demordere e a cercare, da solo, tutte le risposte, disarmanti e per nulla scontate.

A ben pensarci, questo giallo è tale solo nella forma. Era la più adatta, forse, per tentare il gioco dal quale il libro è nato. Ma si ha tutta l’impressione che, durante la scrittura, il romanzo si sia letteralmente trasformato tra le dita del suo Autore, tradendo gradualmente un oggetto e uno stile molto diversi da quelli delle prime pagine. Queste, infatti, sono le consuete, azzeccate e divertenti pagine di Claudio Giunta, osservatore schietto e implacabile dei costumi e dei tipi italiani dei nostri giorni. Poi, però, emerge una Stimmung decisamente malinconica. Si avverte, cioè, che il mistero della scomparsa dei tre giovani amici non è nascosto nelle pieghe degli indizi “polizieschi”. Se le Solovki conservano realmente verità e ricordi dolorosi, la soluzione sta in un disagio profondo, che in quel lontano e inospitale arcipelago finisce per trovare uno sbocco tristemente congeniale. Giunta, quindi, da un lato prova a depistarci su tracciati facilmente suggestivi, noti e apprezzati nella letteratura di genere, dall’altro lascia trasparire il desiderio di rappresentare il malessere di una generazione che è figlia di una società troppo stanca e prevedibile, e che fatica a presentarsi pronta e motivata di fronte alle scelte e alle responsabilità della vita. Mar Bianco, in questo modo, non è solamente un titolo: è immagine e sensazione di un vuoto uniforme e glaciale, nel quale, oggi, purtroppo, è fin troppo facile perdersi e abbandonarsi.

Una recensione (da ilfoglio.it)

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L’Autore ricorda la strana vicenda di un suo amico d’infanzia. Da piccolo, nell’immediato dopoguerra, amava passare le sue giornate al limite dei boschi e a raccogliere un solo tipo di funghi, i finferli, che poi consegnava a una famiglia di raccoglitori, per un po’ di denaro. Questa attività lo faceva sentire speciale. In seguito lo studio e il lavoro lo hanno portato lontano dal paese natale: ha studiato diritto ed è diventato un avvocato di fama internazionale, specializzato nel difendere criminali di guerra. Si è sposato e si è fatto una famiglia. Un bel giorno, però, in una passeggiata nel bosco, fa l’incontro destinato a cambiargli la vita: vede e raccoglie, per la prima volta, un meraviglioso porcino. Da quel momento in poi tutto il suo mondo comincia a ruotare attorno ai funghi, ai loro luoghi, ai sentieri lungo i quali si trovano… Inizialmente la passione gli dà giovamento, migliora anche il suo lavoro. Ma presto diventa una mania, e tutto il resto perde di significato. Sogna di scrivere sui funghi un libro del tutto innovativo, rivoluzionario; ma la sua famiglia si allontana da lui, senza che se ne accorga veramente. A questo punto entra in scena, in modo ancor più diretto, lo stesso Autore, che ci accompagna, passo dopo passo, verso il disvelamento del modo e dell’occasione in cui l’amico è riuscito a salvarsi.

Quest’ultimo racconto di Handke si presta a moltissime definizioni, eventualmente anche contraddittorie: lento, misterioso, lineare, pulito, fiabesco, semplice, disorientante, universale, rarefatto, ambiguo, essenziale, frammentato, complesso, personale… In parte questa polivalenza di stile e di genere può essere considerata un difetto, specialmente per chi non è abituato alla prosa dello scrittore austriaco; e anche per chi non si senta a suo agio con autori come de Saint-Exupéry. Perché Handke è sempre sornione, nel senso che è un finto-facile: gli piace esprimere temi e sentimenti umanissimi, ma costringe il lettore a seguire le spirali di un lungo caffè turco, disseminato di un sotto-testo ricchissimo, e così la verità la si può sperare di intravedere soltanto alla fine, sul fondo della tazzina, nelle ultimissime pagine. Naturalmente tutte queste impressioni valgono anch’esse fino ad un certo punto, poiché non è detto che ci si trovi di fronte ad un testo propriamente narrativo: il titolo (quello originale) rimanda al genere del “Versuch”, che nel caso di Handke – che già lo ha sperimentato con profitto altre volte – non richiama il semplice “saggio”, ma l’azione che è più vicina al significato etimologico della parola tedesca (e in definitiva anche di quella italiana), ossia il tentativo, il cercare qualcosa, e quindi l’ipotizzare, l’esplorare, l’interpretare. Dando – e dandosi, innanzitutto – una spiegazione della strana sorte toccata all’amico cercatore di funghi, Handke prova, pure da questa prospettiva, a fare ciò che da tempo tenta di fare: rappresentare luoghi, immagini, situazioni che possano spiegare la specialità della condizione umana e il bisogno di tutelarla da sé stessa.

Recensioni (di Daniele Abbiati, di Franco Marcoaldi, di Helmut Böttiger, di Friedmar Apel)

Conversazione con Handke (di Luigi Zoja)

La casa di Peter Handke (di Danilo De Marco)

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10 agosto, ore 21 (Castelvecchio Pascoli, frazione di Barga – LU): comincia la serata che ogni anno si tiene, a cura della Fondazione Pascoli, per omaggiare in versi e in musica il grande poeta. Il contesto è abbastanza sobrio e i protagonisti dell’evento sono i tanti autoctoni che, in abiti eleganti, non vogliono rinunciare all’occasione, un po’ paesana e un po’ mondana. Sergio Castellitto – è lui lo speaker incaricato – apre la lettura con un brano del 1908, dedicato a tutti gli italiani, e ai barghigiani in particolare, che hanno lasciato la loro terra per emigrare Oltreoceano. Ecco, Pascoli afferma che, da quel suo “romitaggio” in Garfagnana, sul colle dei Caproni, può “vedere e udir tutto”. Come si può “vedere e udir tutto”? Dove è possibile farlo? Questo, in fondo, è il segreto della poesia. E così non posso che pensare alla lettura dell’ultima prova di Roberto Cogo, concepita anch’essa in un ideale luogo di “romitaggio”, in Irlanda (isola di Achill), nel cottage che fu di Heinrich Böll e che oggi accoglie artisti in residence da ogni parte del mondo. Come per Pascoli, anche per Cogo è la natura a essere il medium ideale per una comprensione delle cose e della vita dell’uomo; anche per il poeta vicentino è la prossimità alla fonte il segreto per potersi addestrare alla visione e all’ascolto; e in entrambi i casi questa prossimità è fisica, biologica, fatta di immanenze e di presenze, delle quali il poeta è pioniere e sacerdote. Ma c’è un’altra incredibile coincidenza. In quest’ultima raccolta Cogo tasta dal vivo l’interessenza che può crearsi tra la terra e il suo popolo: per Pascoli si trattava di un serbatoio di energie individuali e sociali, capaci di trasformare, in una visione utopistica, il destino di un paese intero; ciò che Cogo registra in Irlanda, invece, è la possibilità che le forze della natura sovrastino, determinino e plasmino il carattere degli uomini, rendendolo duttile e tenace.

Il volume – nel quale tutte le poesie sono rese in italiano e in inglese, testo a fronte – è illustrato da foto e schizzi dell’Autore, ed è chiuso da una postilla versificata (originale e preziosa) di Camillo Pennati. Il viaggio di Cogo comincia a Dublino today, nel gioioso trambusto dei pub del centro, ma sulle orme di Patrick Kavanagh, vas electionis per quello che già si preannuncia come un itinerario iniziatico. Poi l’avventura ha inizio, l’Irlanda si dischiude tappa dopo tappa, nuvola dopo nuvola, mandandogli incontro i suoi tanti alfieri: i prati smisurati, le siepi, gli animali, il vento, il cielo… Finalmente, dopo la contea di Roscommon, si fece la poesia (p. 24). Il miracolo può avverarsi, il “romitaggio” è raggiunto. È l’ora di entrare in simbiosi con i colori e con la torba, di approdare all’isola e al cottage, di lasciarsi immergere dagli umori della contea di Mayo e delle sue storie di povertà e oppressione, di prendere confidenza con la spiaggia battuta dall’oceano rabbioso e sormontata dal profilo cupo e immoto del monte Slivemore, e di capire che qui si accetta l’impotenza / qui cala ogni tensione al dominio / qui si vive compressi senza opporre resistenza (p. 44); del resto, anche al deserted village (p. 50), poterono pensare solo di andarsene. Occorre, forse, imparare dagli uccelli marini, dalle sule, dalle sterne, dai cormorani, dai gabbiani, tutti sospesi in un cosmo immoto e immutabile, eppure percorso da spaccature improvvise e movimenti continui. Si è anche indotti a prestare attenzione, sempre, e non si può che restare inquieti, perché i segni sono tanti (nel cimitero di Dookinella; attorno alla chiesa…) e perché la natura è così potente e misteriosa dal diventare, a tratti, quasi gotica (non si intravede forse un tocco dark anche in Pascoli?): c’è la carogna di una pecora sfracellata tra gli scogli (p. 68); poi la luce variò ancora i colori mutando le cose / ombre di nubi scivolarono sulla superficie / come fantasmi dei pensieri più oscuri (p. 90). Ad un tratto, però, compare il fiore, la fuchsia, che dà il titolo alla silloge (deora dé, espressione gaelica per “lacrime di Dio”), e che qui ha quasi la funzione che Leopardi ha dato alla ginestra (p. 84). Il finale meditativo (p. 102) è ciò che il poeta porta con sé al termine del soggiorno: la dualità va superata questo l’ho capito ma mantenersi saldi in questa / posizione senza timore e apprensioni questo è più difficile da farsi – / includere la morte è includere la vita tutta intera senza esclusioni, / senza confronti.

PS: Barga, il comune nel cui territorio si trova l’amato “romitaggio” di Pascoli, ha un bel pub irlandese e si è autodefinita come “the most scottish town in Italy”: i discendenti dei barghigiani emigrati in Scozia tornano spesso alla loro terra, specie d’estate, e nel mese di agosto, sotto il cielo di San Lorenzo, organizzano spensierate serate di fish & chips, nello stadio comunale… Cogo si interroga se la globalizzazione guizzi come il pangasius coreano nel pub di Dugort (p. 54); di certo in agosto l’oceano romba anche in Garfagnana.

Una recensione (di Pina Rando)

Un assaggio del volume

Due “precedenti” di Roberto Cogo: Senza il peso di un pensieroDell’immergersi e nuotare (wild swimming)

Diario d’Irlanda (Heinrich Böll)

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