Ma questo è camminare alto sull’acqua e su quello che non c’è (Afterhours)

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Un grande poeta regala ai lettori un’ulteriore prova della sua consueta bravura. È un apprezzamento che suona quasi volgarmente, come uno slogan da fascetta promozionale. Ma gli affezionati di Loi sanno, in verità, di che cosa si tratta: assaporare I niül (Le nuvole) è come fermarsi ad assaggiare il “meglio” di ciò che oggi è disponibile sul piatto, talvolta troppo “ricercato”, del panorama letterario.

Come accade con i maggiori di questo genere – i noti classici: Marin, Pola, Pasolini, Zanzotto; l’irregolare geniale: Tavan; la recente e giovane scoperta: Cappello – l’uso del dialetto non corrisponde soltanto alla scelta del mezzo espressivo. Il dialetto segna i confini di un’intera esperienza sensoriale; ne connota lo statuto e ne lega le fondamenta ad una sorta di linguaggio prediletto e circostanziato, dei luoghi e delle cose, di una realtà che è fatta di proprie leggi prima che della specifica interiorità dell’osservatore; guida ed orienta i sentimenti con suoni e colori sempre e naturalmente proporzionati ed adeguati, come in ragione di un equilibrio necessario; acuisce quindi l’intensità della concentrazione, nell’autore e nel lettore, alla ricerca – in Loi così forte – di una lingua della persistenza, di una poesia che nasce, con la sua voce, da tutto quello che ci circonda o che ci portiamo dentro.

Perché i niül? Piace immaginare che il titolo di questa raccolta non sia semplicemente preso da uno dei suoi pezzi più riusciti (p. 34). Nuvole rosa, “con buff de scür”, passano su Milano e annunciano una “bèla sera”. Passano come promette di passare un’insopprimibile malinconia, in un avvicinarsi di quiete e di silenzio, che non è solo allegoria della morte, è, quasi paradossalmente, il ritratto di una promessa pacata, ma tagliente, di inevitabile speranza. Come il tocco di un divino che si impone, anche se ineffabile, al di là delle miserie quotidiane. Il messaggio emerge con prepotenza meneghina nello splendido Monologo del povero cristo (p. 42), che chiude il volume. Da solo, meriterebbe una continua rilettura, perché grida e rivendica il tempo dell’attesa, il senso, semplice e unitario, di una rabbia umana e comprensibile così come di una giustizia restaurata e angelica.

La voce di Loi, nella sua religiosità immanente, è dolce e pacata, ma esprime anche sicurezza, vuole “mettersi dalla parte di” e capire, semplicemente. Non è, però, una poesia che conosce la verità; gli uomini non possono che attenderla, perché essa verrà. Neanche il poeta può anticiparne il contenuto: anche la vita, a ben vedere, gli rimane del tutto lontana e incomprensibile. Anzi, egli è più cosciente di questa distanza, e quindi più sofferente. Non resta che farsi specchio dello stato presente, cogliere segnali premonitori, sia pure in una città o in paese che non si riconoscono più, o sul davanzale, o nei colori dell’atmosfera, o negli allarmi delle case. E bisogna guardarsi, fino all’ultimo, dal grande male della disperazione.

 

L’è no ‘l dulur el mal, l’è no el mè piang,

e gnanca la paüra o la desgrassia,

vèss pòer o ferì, andà bel biott…

el mal l’è vèss perdü, vèss sensa grassia,

despèrdess ne la nèbia del savè,

testà nel scür el scür, vèss ne la grassa

e culà giò la merda dal dedrè…

 

Un’intervista a Franco Loi (prima e seconda parte)

Un’altra intervista a Franco Loi: Perché scrivo poesie

Franco Loi nella Treccani

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Quella di Kurt Erich Suckert (1898-1957: Curzio Malaparte è un nom de plume) non costituisce un’esperienza facilmente riassumibile.

Arruolato nella Legione straniera, militante attivo durante il Primo conflitto mondiale, fascista della prima ora e giornalista di grande successo, Malaparte coltiva costantemente relazioni ed idee “pericolose”. Queste lo rendono presto avverso al regime e lo portano al confino, sull’isola di Lipari, ma, al contempo, gli consentono di continuare ad esprimersi comunque, sotto altro pseudonimo, sulle pagine del Corriere della sera, di combattere, poi, come ufficiale nell’esercito italiano e di diventare, a guerra finita, non solo un collaboratore attivo degli Alleati, ma anche un autore di grande successo, ormai consacrato in Italia come all’estero (Kaputt, 1944, e La pelle, 1949, sono considerati, a ragione, due veri capolavori).

Una figura controversa, dunque. L’unica cosa che, forse, gli si può unanimemente riconoscere è lo sguardo diretto, impertinente, capriccioso e acuto delle migliori intuizioni, condite con una singolare capacità di scrittura.

Di tali qualità è specifica dimostrazione questo piccolo libro, che Adelphi finalmente ripubblica. Risale al 1931; il testo originale compare, per la prima volta, in Francia. In Italia sarà dato alle stampe soltanto nel 1948. Le ragioni di questo ritardo sono presto dette: proporre, in quei tempi, una lucida e spietata analisi del modo con cui è possibile assumere il potere all’interno di uno Stato – prendendo a riferimento anche l’ascesa di Mussolini e l’incombente pericolo hitleriano – non era, evidentemente, un’operazione indolore. D’altra parte, è da questa iniziativa che anche le “sfortune” di Malaparte prendono avvio, dal momento che, a causa di essa, viene subito rimosso dal prestigioso incarico di direttore de La Stampa.

Tuttavia, il testo non è un atto d’accusa nei confronti delle nascenti dittature; o forse lo è implicitamente. Malaparte, in realtà, vuole semplicemente spiegare, quasi fosse il più freddo studioso di anatomia, come, nello Stato moderno, le questioni sulla conquista del potere si debbano considerare, innanzitutto, questioni di tecnica; e come la “ragione” del suo libro non sia quella “di discutere programmi politici, sociali ed economici” di quegli uomini che si sono proposti di sovvertire l’ordine costituito, “bensì di mostrare che il problema della conquista e della difesa dello Stato non è un problema politico” e “che l’arte di difendere lo Stato è regolata dagli stessi principi che regolano l’arte di conquistarlo” (p. 261).

Segue una galleria vivissima di personaggi storici (Napoleone, il generale Pilsudski, i tedeschi Kapp e Bauer, Trockij e Stalin, Mussolini e Hitler) e di colorite ricostruzioni (del 18 brumaio, della crisi polacca del 1920, delle acute crisi della Repubblica di Weimar, della Rivoluzione d’Ottobre, dell’avvento del fascismo e delle velleità del futuro Führer), nelle quali l’Autore cerca di dimostrare che, di fronte alle tecniche messe in atto dai rivoluzionari del contesto moderno, le soluzioni di polizia, di controllo dell’ordine pubblico e della sicurezza, sono del tutto insufficienti, e che, per farvi fronte, non è necessario discutere degli obiettivi che quelle rivoluzioni vogliono porsi, ma è necessario, piuttosto, e paradossalmente, curare la patologia con altra patologia, muoversi da perfetti e cinici tattici. A questo proposito, sono impressionanti, davvero, le pagine su Mussolini (e sulla sua spregiudicata ed esiziale “intelligenza marxista”: 196 ss.) e quelle su Hitler (e sulla sua “morbosa” follia: 241 ss.). E non stupisce che il primo abbia messo al bando quest’opera e che il secondo l’abbia condannata al rogo.

Quanto all’Italia, due passaggi fanno, ancora una volta, riflettere, a prescindere dall’attendibilità storica delle tesi in essi sostenute: “Verso la fine del 1920 il problema che si poneva al fascismo non era quello di combattere il governo liberale o il partito socialista, che, con la sua progressiva parlamentarizzazione, turbava sempre più la vita costituzionale del paese, ma quello di combattere le organizzazioni sindacali dei lavoratori, che costituivano la sola forza rivoluzionaria capace di difendere lo Stato borghese contro il pericolo comunista o fascista” (p. 213); “Chi avrebbe mai immaginato che Mussolini, così buon patriota quando conduceva la lotta contro i comunisti, i socialisti e i repubblicani, sarebbe diventato dall’oggi al domani un uomo pericoloso, un ambizioso senza pregiudizi borghesi, un catilinario deciso a impadronirsi del potere anche contro il Re e contro il Parlamento? Era colpa di Giolitti se il fascismo era diventato un pericolo per lo Stato. Bisognava strozzarlo in tempo, metterlo fuori della legge fin dal principio, schiacciarlo con le armi come era stato schiacciato D’Annunzio” (pp. 232-233).

Qual è, in definitiva, il messaggio che questo pamphlet, così provocatorio, consegna ai posteri? Ce lo dice, senza fronzoli, lo stesso Malaparte: “La particolare natura dello Stato moderno, la complessità e la delicatezza dei problemi politici, sociali ed economici che è chiamato a risolvere, ne fanno il luogo geometrico delle debolezze e delle inquietudini dei popoli, e aumentano le difficoltà che si debbono superare per provvedere alla sua difesa. (…) L’opinione pubblica di quei paesi, nei quali l’opinione pubblica è liberale e democratica, ha torto di non preoccuparsi dell’eventualità di un colpo di Stato. Una tale eventualità (…) non è da escludersi in nessun paese” (pp. 40-41).

Un’intervista al curatore di questa edizione (Giorgio Pinotti)

Una scheda su Curzio Malaparte

Tutto su Malaparte

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Romanzo colto e raffinato, “costruito” con tecnica e con sapienza compositiva di stampo mitteleuropeo. Giorgio Manacorda – stimato germanista e valente poeta – si cimenta con la narrativa e regala ad un pubblico esigente un’opera prima di tutto rispetto.

Il protagonista, Giorgio, è un poliziotto che indaga su fatti drammatici e controversi di lotta armata e di scontri tra formazioni di estrema destra e formazioni di estrema sinistra. L’Italia è lo scenario naturale di questi conflitti, ma non si tratta del paese “storico”, bensì di un’Italia immaginaria, collocata in un tempo tutto artificiale, in cui, dopo le contestazioni studentesche della fine degli anni Sessanta e degli anni Settanta, una Giunta militare ha preso il potere. Inoltre, a fare da vero perno di tutta la vicenda, e così di tutta l’indagine poliziesca, non sono tanto gli Anni di piombo, quanto un viaggio nella memoria e nell’adolescenza: un viaggio che può chiarire le ragioni oscure di quegli Anni e che Giorgio sente di dover compiere, a Berlino, per ricostruire l’origine di alcuni fatti violenti e per capire Andrea, suo vecchio compagno di collegio in una scuola d’élite di quella grande città tedesca.

Andrea, precisamente, è coinvolto in questi fatti, e così lo è anche, se non soprattutto, Silvestro, suo fratello, che era stato nello stesso collegio e che, come Andrea e come Giorgio, ne aveva sperimentato la dura e inevitabile iniziazione, lungo il corridoio di legno (l’Holzgang) che separava le camerate degli allievi più giovani da quelle degli allievi più grandi. La “cellula” di amici e “compagni”, rivoluzionari in nuce, era nata lì, nell’ambiguità promiscua delle tradizioni e dei riti degli studenti.

Si attraversa, quindi, una successione di “tempi” diversi; per buona parte, Giorgio racconta le cose che scopre per mezzo della riproduzione di alcune lettere, scritte da Andrea ad un caro amico, un editore tedesco al quale era legato, e con il quale aveva lavorato, sempre a Berlino, dove era tornato per sfuggire alla spirale degli Anni di piombo. Andrea parla, in quelle lettere, del suo rientro in Italia, della sua ricerca di Silvestro, della ricostituzione che questi aveva fatto dell’antica “cellula”, ma con finalità del tutto diverse, anzi, del tutto opposte a quelle originarie. E in queste rievocazioni spuntano una strana figura di donna, amori e frequentazioni altrettanto oscuri e simbolici, tradimenti e sequestri, delitti e sopraffazioni. Così come emerge, quasi per contrasto, anche la solidità di un’esistenza tanto semplice e reale quanto apertamente tradita, che, fino alla fine, rappresenta, in una figura femminile, un’interlocuzione sicura. Riuscirà Giorgio a ritrovare Silvestro e a bloccarne la furia rivoluzionaria? Riuscirà soprattutto, a scoprirne le ragioni? Quali sono i segreti che sono rimasti impigliati nel corridoio di legno e che costituiscono l’unica e “vuota” giustificazione di tanta violenza?

Le domande esigono di trovare una risposta solo per mezzo della lettura, che non è sempre facile e che, in questa difficoltà, cerca talvolta una sorta di autocompiacimento, un effetto certamente studiato, per dare senso e densità alle allusioni filosofiche e psicanalitiche di cui si nutre tutto il romanzo. Ma una cosa si può dire subito: nel racconto, per l’appunto psicologico, e a volte anche un po’ “claustrofobico”, di Manacorda emerge un’ipotesi ricostruttiva anche sugli Anni di piombo e sui “vuoti” che comunque si nascondevano dietro la declamata forza rivoluzionaria delle passioni e delle ideologie. Il problema della costruzione artificiale di una vita e di un’identità, a partire da uno scollamento esistenziale “forte” e “primitivo”, ne rappresenta il nucleo centrale. È un tema, questo, che sicuramente merita ancora operazioni di memoria e di riflessione, e che nel libro, misurandosi con l’abisso, vuole palesarsi, come per assurdo, nella più estrema delle sue possibili esasperazioni.

L’Autore presenta il suo libro

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Negli anni Settanta Ivan Illich, acutissimo filosofo austriaco, si era servito della bicicletta per spiegarci che i tempi della democrazia non sono quelli dell’automobile e che il ritmo del movimento è una potente metafora degli assetti sociali e politici del mondo. L’importante saggio Energie, vitesse et justice sociale (1973), ripubblicato in italiano non molti anni fa per Bollati Boringhieri, con il titolo Elogio della bicicletta (2005), costituisce tuttora un riferimento anche per tutti coloro che ipotizzano che ogni sviluppo dell’economia presente e futura debba essere affrontato con la strategia della “decrescita”. Ma  è un “classico” che può offrire altri motivi di riflessione, perché la bicicletta è un mezzo per rielaborazioni anche molto personali e per testare particolari abilità (non a caso, con il testo di Illich si era aperta, nel 2010, anche la prima edizione di un concorso nazionale, “Talenti per il futuro”, dedicato a giovani studenti che vogliano mettersi alla prova nell’ambito del sapere umanistico-giuridico).

La bicicletta, quindi, nasconde da tempo segreti, spunti, immagini ed argomenti che ai più, forse, risultano ancora insospettabili, pur nella loro perdurante ed inesauribile forza. Pedalo dunque sono – che non è certo immemore del precedente di Illich – ce lo ricorda e ripropone quello che, precisamente, si può definire come il valore euristico di questo elementare mezzo di locomozione, che aiuta a spostarsi, non solo fisicamente, ma anche con la mente, indicando nuove prospettive e nuove possibilità di pensiero. Lo evidenzia bene il curatore, nella sua Introduzione, dove rivela la finalità del testo (dedicato al filosofo Franco Volpi, morto in un incidente di bicicletta): “accogliere la filosofia come pratica quotidiana, trasferirla sul sellino della bicicletta e condurla alla scoperta del mondo che circonda le nostre giornate, scegliendo di meravigliarsi secondo i giusti ritmi” (pag. 6).

Seguono sette pezzi agili di sette autori diversi, ciascuno con un background differente; sette “pedalate”, dunque, oppure sette ciclisti che si muovono assieme, in gruppo, ma ognuno con il suo stile personale, come usualmente procedono le formazioni che ogni domenica vediamo sfrecciare lungo le strade, o come normalmente si sviluppano e si associano, alla ricerca di un qualche ordine, tutte le nostre idee. Ma quali sono, piuttosto, le suggestioni che questi sette itinerari sviluppano? Senza rivelare i segreti che alimentano la spinta dei contributi raccolti nel volume, è possibile contrassegnarli con una sola frase, una, cioè, per ogni capitolo:

1. La bicicletta come esperienza proporzionale del tempo e dello spazio;

2. La bicicletta come scoperta dell’intelligenza intrinseca della slow bike;

3. La bicicletta come chance evolutiva;

4. La bicicletta come strumento rivoluzionario di efficienza strategica;

5. La bicicletta come medium di crescita interiore;

6. La bicicletta come laboratorio intensivo di esperienza;

7. La bicicletta come sede di pratiche ciclistiche e di altrettante pratiche auto-riflessive.

Ci sono altre ragioni per impegnarsi nella lettura di questo libro? A tale riguardo non resta che fornire, “per la sola cronaca”, una breve conclusione: ieri si è corsa la 103ª edizione della Milano-Sanremo; ha vinto l’australiano Gerrans, secondo, tra i “canguri” di sempre, ad occupare il gradino più alto del podio in questa grande classica primaverile. La grande stagione ciclistica è ufficialmente aperta! Et de hoc satis.

Genealogia di un libro

I. Illich, Energia ed equità (testo fornito dalla Biblioteca del Consorzio della Quarantina…)

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È semplicemente un bel libro, ben scritto, rapido, evocativo. Insomma: this book rocks! Perché non è solo un romanzo generazionale ed autobiografico; è un racconto “che spacca” sulla forza del rock e su quella che si potrebbe definire come rockness, cifra distintiva ed inimitabile di un genere musicale tanto maledetto quanto potente, esuberante, energetico e, a suo modo, formativo.

In effetti, L’erba cattiva è anche un romanzo di formazione, sospeso tra l’inizio degli anni Ottanta e tutti gli anni Novanta, la storia di un ragazzo che, cresciuto immerso nella musica classica, alle soglie dell’adolescenza – che è sempre e rigorosamente una Rivoluzione – scopre i Clash e gli AC/DC, compra la prima chitarra elettrica e cambia per sempre la sua vita, cambiando anche scuola, ma cambiando, in generale, il suo sguardo sul mondo, e scoprendo l’amicizia e l’amore, con la loro inimitabile bellezza e con la loro tragica tristezza.

E da questo momento in poi il libro è una lunga corsa, una colonna sonora impagabile, un riff suonato veloce, anni che si susseguono vorticosamente, come i tanti incontri surreali, i tanti “personaggi”, i tanti episodi “mitici”, le manifestazioni di piazza, i vari gruppi fondati e sciolti, i più diversi generi musicali, le esclamazioni e lo slang della giovinezza più vera. C’è anche un esame universitario sostenuto brillantemente dopo un’incredibile performance notturna al Leonkavallo di Milano, ci sono molti eccessi, i tour impossibili e sgangherati, i momenti di crescita e di riflessione. C’è persino un Enzo Jannacci nella sua veste di medico (ché questo è stato il suo vero mestiere). Ma al giovane protagonista e ai suoi compagni di avventura non mancano anche i clamorosi successi.

Un’esperienza dapprima amatoriale, quella tipica di tanti ragazzi e della loro band, formatasi sui banchi di scuola ed affinatasi tra parchi pubblici, feste private e centri sociali, cresce e si trasforma, con il battito pulsante e la vigoria contagiosa e distruttiva delle formazioni rock più autentiche. Le gigs diventano addirittura Arezzo Wave, il concertone del Primo Maggio e un disco per la EMI; eppure tutto questo, improvvisamente, ha una fine. Che, come sempre, è un nuovo inizio, come ben si addice, comunque, al risultato che ci porta tutti alla tanto attesa e tanto temuta maturità: “Sento che ho vissuto tantissimo sin qui. Ho vissuto forte, controvento e controluce. Ci ho provato in tutti i modi a cambiare il mondo. Mi sono sentito i Clash nelle ossa e Angus nei piedi, ho sentito Miles tra le dita e Tom Waits nel naso. Sono cresciuto, le mie ossa hanno tenuto botta, non mi sono spezzato. E va bene così. Ascolto il lunghissimo fade di questo pezzo che non vuole finire, immagino le mani del fonico che piano, piano piano, pianissimo abbassano il volume, mentre il coro, il ritornello, il tema di fiati vanno avanti. Il volume si abbassa, ma il pezzo non finisce, si fonde con qualcosa di diverso, diventa sogno, diventa memoria. Diventa vita. Diventa amore” (p. 216).

Non è il Brizzi di Jack Frusciante è uscito dal gruppo; questo libro è una cosa diversa. Ma non sarebbe male se gli arridesse la stessa fortuna. E se di questa fortuna potesse godere anche la casa editrice, esordiente, che lo ha lanciato.

Contenuti extra

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Non è il libro più recente di Scott Turow: risale al 2003. E non appartiene al genere che lo ha reso famoso, come Autore, ad esempio, di Presunto innocente (1987), thriller capostipite di una lunga e fortunata serie, oltre che fonte d’ispirazione per il noto ed omonimo film di Alan Pakula, con Harrison Ford nei panni del protagonista. Si tratta, questa volta, di un saggio “d’eccezione”, che di certo si potrebbe definire, senza timore di essere smentiti, come un pezzo di high class journalism. Perché non è affatto facile discutere della pena di morte in modo così chiaro, completo e sincero.

Lo stimolo alla lettura è stata la preparazione per assistere ad un recente seminario, organizzato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento, in occasione della presentazione di un documentario (Still Killing: Academics for the abolition of Capital Punishment, 2011). Non posso che ringraziare il collega che mi ha indicato gli estremi di questa lettura e che, così facendo, mi ha consentito di presenziare, preparato e sensibilizzato, a quel dibattito. Ma il libro di Turow è qualcosa di più, e anche di diverso. Il suo nucleo essenziale è il resoconto delle impressioni e delle riflessioni che l’Autore ha maturato soprattutto come membro della Commissione sulla pena capitale nominata dal Governatore dello Stato dell’Illinois, George Ryan, che il 31 gennaio 2000 proclamò una moratoria su tutte le esecuzioni future. Non vi sono estranee, tuttavia, esperienze professionali personali, nelle quali il romanziere si è trovato ad affrontare, da legale, alcuni delicati processi.

L’elemento qualificante del testo è l’equilibrata pacatezza con cui vengono affrontati alcuni dei nodi essenziali della discussione sulla pena di morte, in primo luogo negli Stati Uniti. Si affrontano le perplessità basate sull’elevata statistica relativa agli errori (cioè ai casi di condannati a morte poi scagionati) o sui modi con cui la pubblica accusa può incappare, più o meno consapevolmente, in materiali strumentalizzazioni delle cause che possono sfociare in una condanna capitale (troppo spesso, cioè, gli inquirenti difendono anche i propri errori, anche quando sono palesi). Si evidenzia l’ambiguità strutturale dell’enfasi sulle vittime dei colpevoli e sul loro ruolo processuale (“In una democrazia, nessuna minoranza, neanche quelle che conoscono tragedie strazianti, dovrebbe avere il potere di parlare a nome di tutti”: p. 78); ma si sottolinea anche la scarsa tenuta degli argomenti con i quali usualmente si giustifica la pena di morte in base al presunto valore deterrente della sua previsione (“se la pena capitale è un deterrente, la cosa non è visibile a occhio nudo”: p. 83); e si considera quanto, in questo discorso, possono avere un peso i motivi di ordine squisitamente morale (“Per il male supremo non deve esistere una pena suprema? Il problema non è vendicarsi o pareggiare i conti, ma l’ordine morale”: p. 87).

Ciò che spinge Turow, però, a votare contro la pena di morte non è un misurato e risolutivo bilanciamento di posizioni pro e di posizioni contra. È la violenza “estrema”, tanto più se autorizzata dalla legge, a sembrargli del tutto sproporzionata e inutile rispetto ai bisogni, “troppo umani” potremmo dire, che essa dovrebbe asseritamente soddisfare: “Il procedimento legale non sanerà mai del tutto le nostre ferite. (…) Rispetto profondamente la legge come istituzione, ma il suo funzionamento non è scevro da lacune e sbagli. Non è in grado di risalire alle verità né di amministrare la giustizia con l’affidabilità che è costretta a ostentare. Le sue affilate regole non arrivano mai a penetrare fino in fondo le tenebre dell’ambiguità morale, e non sanno comprendere né dare risposte alla complessità delle motivazioni e delle intenzioni umane. E la pena, da sola, non trasforma il mondo che ci circonda in quello in cui vorremmo vivere” (p. 142).

Anche la letteratura, ancora una volta, ci spiega perché le scelte legislative e il potere pubblico devono sempre avere dei limiti.

Una recensione da RaiLibro

Il sito ufficiale dell’Autore

Un’intervista a Turow (fatta da Serena Dandini)

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In una Nota, che l’Autore pone alla fine di questo piccolo libro, si apprende che il testo è il risultato di una sorta di assemblaggio di idee, pensieri, passi ed estratti contenuti in contributi pregressi. Si giustifica, quindi, l’unico addebito che si può fare al volume: le osservazioni che vengono proposte, così intelligenti e così vivaci, paiono il frutto di divagazioni estemporanee, al di fuori di uno sviluppo realmente coerente e di un ragionamento complessivo. Non è facile, cioè, seguire “il filo” del discorso, che si palesa come un’evidente opera di montaggio. Ma solo questo è il lato debole del saggio. Perché, in realtà, quelle osservazioni-divagazioni costituiscono veri e profondi esercizi di laicità, e forse è proprio il metodo del discorso “il filo” più riconoscibile dell’opera.

Levi Della Torre ci dimostra che per essere laici non occorre distanziarsi acriticamente dalla cultura religiosa, e che, parafrasando Leopardi, e in modo quasi apparentemente paradossale, “la culla della laicità incredula è (…) ‘la metafisica che va dietro alle ragioni occulte delle cose’” (p. 7). Apprendiamo, allora, ad esempio, che la notissima storia di Giobbe, nella Bibbia, può essere letta non solo come “il libro della protesta del giusto che soffre”, ma anche come “il libro della protesta contro un’idea canonica e tranquillizzante della religione” (p. 20) e che, per questo, “è proprio il Dio di Giobbe a recitare una laicità che critica radicalmente la religione non perché troppo trascendente ma perché lo è troppo poco, perché riempie il mistero di definizioni, normative e parole, a coprire il suo abisso” (p. 27).

La laicità, dunque, è innanzitutto percezione drammatica, che rifugge ogni facile e rassicurante idea di autosufficienza e di completezza, e per la quale può essere più che mai utile “non dimenticarsi del Signore” (p. 33), per sperimentare continuativamente, cioè, il senso della necessità, il problema della libertà, le insidie della possibilità, il sentimento del tempo, la rappresentazione dell’alterità. Anche la tradizione, per il laico, ha un grande valore, poiché essa, a ben vedere, “non è il passato, ma la memoria e lo spessore storico che di volta in volta è attuale” (p. 42). Di fronte alla tradizione, l’atteggiamento del laico e quello del religioso sono ben distinti: “Tutto l’essenziale è stato deciso, malgrado le variazioni delle contingenze, dice lo spirito religioso; tutto l’essenziale è da decidere, malgrado il peso e l’inerzia del preesistente e delle sedimentazioni del passato, dice lo spirito laico” (p. 43).

La cultura ebraica dell’Autore, che pure è un non credente, funge da meravigliosa “cassetta degli attrezzi” della laicità, dato che con essa vengono ulteriormente spiegati altri aspetti essenziali del pensare laico: l’ironia e l’autoironia, così come si manifestano anche nel classico understatement delle argomentazioni delle interpretazioni talmudiche; l’importanza della persona umana, come risultato di un decisivo processo di “inculturazione” di cui la figura di Gesù Cristo è l’immagine ipostatica; il carattere viceversa potenzialmente totalitario dell’attitudine religiosa, visto che tutti i “fratelli sono figli di un unico padre” (p. 60); lo stretto legame che esiste tra l’idea eminentemente religiosa dell’immortalità dell’anima e l’idea eminentemente laica di persona in quanto soggetto autonomo; l’analogia fondamentale che sussiste tra l’idea del Patto tra Dio e gli uomini e l’idea del limite sottesa al costituzionalismo moderno; l’ambiguità del relativismo culturale, che si rivela curiosamente imparentato con la religione e con i suoi fondamentalismi; l’importanza di riscoprire la cultura come il frutto di un processo laico, ossia come “elaborazione estremamente variegata della natura umana” (p. 96). E si potrebbe continuare.

È un libro, pertanto, dalle innumerevoli suggestioni, il più delle volte assai riuscite, anche per l’originalità, come si è esemplificato, di discutere sulla laicità mediante il diffuso richiamo all’argomento teologico-policito. Ma anche per la parte finale, che “aggredisce”, per così dire, le paure e le insidie del tempo presente, ed il carattere entropico della transizione veicolata dalla crisi e dai progressi tecnologici, riaffermando la persistente importanza della “fatica del dimostrare” rispetto alle semplici ed illusorie “rassicurazioni del credere”.

Una recensione al libro dal sito dell’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti)

Intervista a Stefano Levi Della Torre (sull’identità italiana)

Stefano Levi Della Torre a Radio Radicale (sulla realtà politica e sociale israeliana)

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Raise your glass to the hard working people (Rolling Stones)

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