Un grande poeta regala ai lettori un’ulteriore prova della sua consueta bravura. È un apprezzamento che suona quasi volgarmente, come uno slogan da fascetta promozionale. Ma gli affezionati di Loi sanno, in verità, di che cosa si tratta: assaporare I niül (Le nuvole) è come fermarsi ad assaggiare il “meglio” di ciò che oggi è disponibile sul piatto, talvolta troppo “ricercato”, del panorama letterario.

Come accade con i maggiori di questo genere – i noti classici: Marin, Pola, Pasolini, Zanzotto; l’irregolare geniale: Tavan; la recente e giovane scoperta: Cappello – l’uso del dialetto non corrisponde soltanto alla scelta del mezzo espressivo. Il dialetto segna i confini di un’intera esperienza sensoriale; ne connota lo statuto e ne lega le fondamenta ad una sorta di linguaggio prediletto e circostanziato, dei luoghi e delle cose, di una realtà che è fatta di proprie leggi prima che della specifica interiorità dell’osservatore; guida ed orienta i sentimenti con suoni e colori sempre e naturalmente proporzionati ed adeguati, come in ragione di un equilibrio necessario; acuisce quindi l’intensità della concentrazione, nell’autore e nel lettore, alla ricerca – in Loi così forte – di una lingua della persistenza, di una poesia che nasce, con la sua voce, da tutto quello che ci circonda o che ci portiamo dentro.

Perché i niül? Piace immaginare che il titolo di questa raccolta non sia semplicemente preso da uno dei suoi pezzi più riusciti (p. 34). Nuvole rosa, “con buff de scür”, passano su Milano e annunciano una “bèla sera”. Passano come promette di passare un’insopprimibile malinconia, in un avvicinarsi di quiete e di silenzio, che non è solo allegoria della morte, è, quasi paradossalmente, il ritratto di una promessa pacata, ma tagliente, di inevitabile speranza. Come il tocco di un divino che si impone, anche se ineffabile, al di là delle miserie quotidiane. Il messaggio emerge con prepotenza meneghina nello splendido Monologo del povero cristo (p. 42), che chiude il volume. Da solo, meriterebbe una continua rilettura, perché grida e rivendica il tempo dell’attesa, il senso, semplice e unitario, di una rabbia umana e comprensibile così come di una giustizia restaurata e angelica.

La voce di Loi, nella sua religiosità immanente, è dolce e pacata, ma esprime anche sicurezza, vuole “mettersi dalla parte di” e capire, semplicemente. Non è, però, una poesia che conosce la verità; gli uomini non possono che attenderla, perché essa verrà. Neanche il poeta può anticiparne il contenuto: anche la vita, a ben vedere, gli rimane del tutto lontana e incomprensibile. Anzi, egli è più cosciente di questa distanza, e quindi più sofferente. Non resta che farsi specchio dello stato presente, cogliere segnali premonitori, sia pure in una città o in paese che non si riconoscono più, o sul davanzale, o nei colori dell’atmosfera, o negli allarmi delle case. E bisogna guardarsi, fino all’ultimo, dal grande male della disperazione.

 

L’è no ‘l dulur el mal, l’è no el mè piang,

e gnanca la paüra o la desgrassia,

vèss pòer o ferì, andà bel biott…

el mal l’è vèss perdü, vèss sensa grassia,

despèrdess ne la nèbia del savè,

testà nel scür el scür, vèss ne la grassa

e culà giò la merda dal dedrè…

 

Un’intervista a Franco Loi (prima e seconda parte)

Un’altra intervista a Franco Loi: Perché scrivo poesie

Franco Loi nella Treccani

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