Giovanni Pascoli mi ha sempre affascinato. È accaduto al primo impatto, sui banchi di scuola. Pareva un autore troppo semplice, quasi banale. Doveva per forza nascondere qualche mistero; un segreto che non fosse, naturalmente, quello che di solito si decritta anche nelle più comuni antologie. Come è noto, infatti, lo scioglimento dell’enigma è intravisto a metà strada tra una spiccata e riconoscibile abilità di innovazione e sperimentazione linguistica e di padronanza metrica e stilistica, da un lato, e, dall’altro, la poetica del nido come tenace ispirazione al ripiegamento luttuoso, tragico e doloroso in un confine di cose, di sensazioni e di affetti familiari e minuti. Ma questa lezione, a ben vedere, non è completamente convincente. Specie se presa come unica e, per così dire, autentica. Anche l’eccellente e persuasivo scavo di Cesare Garboli, a partire dal volume sulle Trenta poesie famigliari, non ha mutato il quadro critico di riferimento. Anzi, paradossalmente, lo ha tanto più consolidato attorno all’immagine esclusivizzante e a dir poco ambigua del rapporto tra il poeta e le sorelle Ida e Mariù (e soprattutto quest’ultima, elettasi in seguito al ruolo di custode ufficiale della memoria di Giovannino e della sua immagine). In anni recenti, però, la produzione di una nuova biografia e la pubblicazione del carteggio col fratello Raffaele – opere entrambe di una appassionata studiosa – consentono di allargare lo spettro dell’analisi pascoliana. Di rivelarne, cioè, una complessità ancor maggiore, e di valorizzare – nel tentativo di abbracciare una personalità mossa da forze talvolta contrastanti o addirittura contraddittorie – sia gli studi danteschi (a lungo misconosciuti, per la loro apparente oscurità), sia il corpus dei contributi in prosa (spesso valutati come occasionali o eccessivamente retorici). In particolare, ciò che si traguarda non è più l’esperienza dell’uomo prigioniero di un dramma e di una correlata istanza di ricostruzione e protezione affettive, bensì la dimensione del Pascoli proiettato nel futuro, innovatore e creatore di un nuovo approccio nei confronti della vita e dell’universo. Una dimensione, questa, che non è estranea al fattore psicologico, ma che con esso convive e si lega quasi sinergicamente, producendo un quid di irriducibile positività.

Di quest’ultima ispirazione costituisce esempio emblematico il libro di Giuseppe Grattacaso. Che si sviluppa in un originale ritmo alternato, dove alla meticolosa rivisitazione di alcune delle più celebri poesie pascoliane (tra cui L’aquiloneX agostoIl ceppo) si intervallano efficaci carotaggi in molti degli snodi cruciali dell’itinerario esistenziale e di pensiero del poeta di San Mauro. È proprio attraverso queste tappe, illustrate al lettore con sapiente oculatezza, che l’Autore riporta alla luce un Pascoli parzialmente diverso. Lo vediamo, ad esempio, nell’esuberante e fecondo periodo messinese, alla ricerca di un riconoscimento pubblico e di una posizione sociale che a tratti gli paiono più che tangibili. E lo scopriamo anche nella fedeltà che riserva alle sue amicizie e nella volontà di farsi portavoce visionario di una inedita forma di umanità, resa cosciente dai progressi della scienza. Allo stesso tempo, però, lo comprendiamo anche in tutta l’ambiguità e fragilità del suo carattere, che ce lo mostrano “come le foglie della sensitiva”, facile a ripiegarsi su se stesso al primo segnale di pericolo o di insuccesso. Sicché il sentimento di una strutturale, ma essenziale, precarietà diventa, per Pascoli, porta privilegiata di accesso per un’inedita Weltanschauung: la conoscenza sempre più precisa, e disorientante, della realtà è sostenibile, e diventa, addirittura, fonte di energia e di forza, soltanto alla condizione di cogliere la “spaventevole proporzione” tra ciò che è infinitamente piccolo e ciò che è infinitamente grande. In questa prospettiva, la sovrapposizione tra il presente e il passato come la prefigurazione del futuro e la custodia del ricordo non sono altro che funzionali ed efficacissime tecniche espressive. Non solo pongono Pascoli quale antesignano di esplorazioni e sensibilità tipicamente novecentesche (quale quella proustiana), ma consentono al poeta “fanciullino” di diventare “sacerdote”, mentore qualificato di una riconnessione palingenetica alla natura e al cosmo intero. È così che dal buio di una parabola calante si fanno strada una sofisticata proposta epistemologica e un kit di salvezza individuale e collettiva. Niente male per colui che finora è stato etichettato come grande incompreso e malinconico aedo contadino.

Giovanni Pascoli nella Treccani

La Fondazione Pascoli (a Castelvecchio) – Il Museo Casa Pascoli (a San Mauro) – La Rivista Pascoliana

Pascoli secondo Renato Serra (un famoso saggio) – Pascoli secondo Cesare Garboli (un testo, un’intervista, una lezione) – Un’intervista impossibile (Arbasino intervista Pascoli)

I grandi della letteratura italiana: Giovanni PascoliPascoli “Narratore dell’avvenire”Pascoli a Barga

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La Costituzione è inattuabile? (da unacittà.it)

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Primitivi e postmoderni (da iltascabile.com)

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Acredine e ribollio di una città “sprecata” (da lindiceonline.com)

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Coltivo da anni quella che considero una buona abitudine. Se viaggio verso un luogo, tanto più se mi devo impegnare in una qualche attività di riflessione, confronto o discussione critica, cerco di sintonizzarmi con alcuni demoni di quel luogo. Specialmente se figurano tra i protagonisti del dibattito. Così è stato qualche giorno fa, nell’itinerario per un bel convegno che si è tenuto a Cagliari: l’occasione perfetta per leggere un breve, ma intenso, racconto di Emilio Lussu, Il cinghiale del Diavolo. È un piccolo capolavoro. Si tratta di una storia di caccia, scritta tra il 1936 e il 1938, come Un anno sull’Altipiano, e pubblicata, però, solo nel 1967. Durante una battuta al cinghiale, gli anziani del gruppo, stimolati dai ripetuti, inspiegabili, errori dei tiratori più abili, rievocano attorno al fuoco una misteriosa vicenda sepolta nel passato. E quasi celebrano, in questo modo, un vero e proprio rito apotropaico, di rispettoso ricongiungimento agli spiriti profondi dei loro avi e della natura più segreta e avvolgente. Tutto funziona in questa prova letteraria, che tiene in equilibrio temi e toni alla Rigoni Stern – citato anche da Lussu nel suo commento introduttivo – con un’atmosfera weird degna di Lovecraft. Il confezionamento complessivo dell’edizione ha meriti ancor maggiori, che vanno oltre l’utilissima digressione antropologica offerta dall’Autore nelle pagine che precedono il racconto. Il volume, nella riedizione di Ilisso, raccoglie, infatti, altri cinque testi: sulla cultura paterna e familiare, sulle origini del Partito Sardo d’Azione, sul futuro dell’isola, sul brigantaggio e su di un episodio puntuale di vita politica e parlamentare. Sono pezzi interessanti, ma, nella sua essenziale incisività, quello di apertura – La mia prima formazione democratica – è formidabile. Perché ricorda le lezioni ricevute dal padre, “un provinciale semplice, senza nessuna cultura”. Eppure capace di comunicare coraggio e integrità, spirito critico e realismo, riconoscimento e rispetto, umiltà e dignità. A dimostrazione che il rapporto con le radici, proprio quando sa farsi veicolo di una trasmissione dialettica e metabolizzata, è capace di custodire le virtù che meglio alimentano ogni stabile progresso.

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La storia come luogo delle possibilità (da nazioneindiana.com)

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L’Autrice di questo piccolo saggio è una nota e autorevole studiosa dei diritti dell’antichità. Che ha deciso di affrontare senza molte cerimonie un argomento potenzialmente scomodo, ossia la relativizzazione, o contestualizzazione storica, dell’Antigone di Sofocle. D’altra parte, nei secoli, il personaggio Antigone è diventato un mito a tutti gli effetti: un modello di resistenza all’abuso del potere; un’icona delle garanzie dei diritti fondamentali e, come tali, irrinunciabili; un’eroina univocamente simbolica e indiscutibile. Lo aveva ricostruito bene, da par suo, George Steiner, in un volume che funge da base forte anche per Eva Cantarella. Quindi non è cosa facile restituire la famosissima tragedia alla sua primigenia complessità; a un livello di lettura, cioè, nel quale le parti risultano più equivoche di quanto siamo stati abituati a pensare. In quest’ultimo senso, però, la tesi dell’Autrice non fa sconti: “Antigone era un’individualista, per la quale la polis non contava, non esisteva; per Creonte, dunque, era la personificazione dell’inconcepibile, dell’intollerabile, un pericolo inaccettabile” (p. 82). E ancora: “L’Antigone del mito non è una lettura ‘diversa’, è il travisamento del personaggio di Sofocle, è la sua trasformazione in un personaggio altro, operato in chiave antilluminista dal romanticismo letterario e filosofico” (p. 102). Per giungere a queste affermazioni, Eva Cantarella compie diverse operazioni: ricostruisce la collocazione dell’Antigone nella trilogia (tebana) cui appartiene; contrappone la figura dell’eroina ai lineamenti di altri personaggi, come la sorella Ismene o il marito Emone (figlio di Creonte); spiega il senso dell’ideologia e della prassi funerarie nella Grecia antica, con precisi commenti ad alcune famose pagine dell’Iliade; e infine illustra le perduranti inclinazioni sociali alla vendetta nell’Atene del V secolo, evidenziando proprio in questo frangente la prospettiva da cui interpretare correttamente l’opera sofoclea. Che non assume per principio una parte rispetto ad un’altra e che, viceversa, ammonisce sugli eccessi che possono mettere a rischio la città e le sue leggi, presidio di ogni possibile convivenza. Non c’è che dire: di questi tempi, non si tratta soltanto di un (condivisibile) invito all’intelligenza intrinseca dello studio più accuratoè un richiamo alla phronesis e alle sue (attualissime) declinazioni civili.

Recensioni (di A. Ambrosio; di P. Buttafuoco; di D. Fusaro)

Interviste all’Autrice: qui e qui.

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