Dai precari alla scuola, alla tv: le storie di un Paese rassegnato (da repubblica.it)

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L’italiano non è una tassa d’importazione (da corriere.it)

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Salvi per caso (da corriere.it)

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In questa Giornata della memoria, dopo aver rivisto il film che Vittorio De Sica aveva tratto dall’omonimo dramma di Sartre, tante cose mi riescono difficili. La prima è comprendere lo scarso successo che quest’opera ha ricevuto nel 1962, al tempo della sua prima proiezione. Era davvero troppo sofisticata? O forse era il tema ad essere ancora troppo “duro” da affrontare sul grande schermo? Non è facile individuare una spiegazione: perché, in verità, De Sica è riuscito a portare al cinema un complessissimo pezzo di grande teatro; e perché lo spinoso rapporto tra un intero paese, la Germania, e il ricordo degli orrori e dei crimini del regime che l’ha storicamente travolto non poteva essere reso in un modo migliore.

È questo stesso modo, però, a costituire il secondo profilo di difficoltà. E ciò per il fatto che la tragicità estrema del finale non sembra lasciare scampo. Lo squarcio sulla verità del presente e sul pratico, e quasi indifferente, superamento del passato conferma per Franz una condanna totalmente irrefutabile. Eppure, il giovane ufficiale che si è reso complice di brutalità indicibili e che vive, schizoide, da sequestrato nella soffitta della ricca casa paterna – “protetto”, paradossalmente, sia dal rischio di una sua cattura da parte dei vincitori, sia dal fantomatico e finto scenario di irrimediabile disfatta che gli viene quotidianamente ammansito dalla figura ambigua della sorella Leni – ci sembra intimamente consapevole della giustizia intrinseca che la sconfitta deve necessariamente determinare, e ci pare, pur nella sua conclamata follia, anche migliore del padre (magistralmente interpretato da Fredric March), di quella agiata generazione borghese che nel suo proprio interesse non ha esitato a lasciarsi sedurre e a vendere al nazismo tutta la vita dei suoi figli più capaci. È una tentazione, questa, che può riproporsi ancora, che affonda le sue radici in una debolezza morale che è ricorrente in ogni contesto sociale.

Ecco quale può essere il punto: il fatto che il film sembri del tutto sballato, o a tratti addirittura “stralunato”, se da un lato stona con le attese che la partecipazione di attori di primo piano poteva suscitare (e con il consueto realismo della sperimentata coppia Zavattini-De Sica), dall’altro realizza un effetto allucinante e disorientante che giova alla materia e al contesto, così come alla tensione psicologica che percorre tutta la storia ed alla forte e ricercata caratterizzazione dei personaggi. Il sentirsi disturbati è un pregio, un segno che l’obiettivo del regista ci ha inquadrati fin troppo bene. Proprio a questo livello si può misurare la fedeltà con il testo originale che ha ispirato De Sica. Questo disturbo, infatti, è l’indice della riflessione che il film, come il dramma teatrale, voleva stimolare, un’aspra meditazione, cioè, sulla condizione umana tout court e sul suo essere sempre e comunque in bilico. Per riprendere le parole di Sartre (ben ricordate, a proposito di questo film, da Mario Vargas Llosa, Tra Sartre e Camus, Milano, 2010, 61), “nessuno di noi è stato carnefice ma, in un modo o nell’altro, tutti noi siamo stati complici di una certa politica che oggi disapproveremmo”; anche noi, quindi, come Franz, oscilliamo tra “uno stato di indifferenza bugiarda e un’irrequietezza che si interroga senza tregua: cosa siamo, cosa abbiamo voluto fare e cosa abbiamo fatto?”.

Uno spezzone particolarmente intenso

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In occasione della pubblicazione, nel 2004, del suo bel volume sulle Interpretazioni e trasformazioni della Costituzione repubblicana – una delle letture più formative in cui può imbattersi qualsiasi studioso di diritto pubblico – Sergio Bartole aveva suscitato un vasto dibattito. Sul sito dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti, infatti, gli si era presto “opposto” Giovanni Bognetti, con una lunga recensione, alla quale, tuttavia, lo stesso Bartole aveva “replicato”, sempre nella stessa sede. La discussione si era gradualmente estesa anche alle pagine delle più importati riviste di settore, coinvolgendo altri interpreti e dando vita ad una serie di confronti stimolanti e di nuove riflessioni, capaci di riproporsi per diversi anni e di dimostrarsi via via più attuali che mai. Personalmente, al di là della proficua lettura dei tanti contributi così prodotti, ricordo anche il piacere suscitato dall’ascolto della relazione con cui, tornando ancora una volta sul tema di quel fortunato saggio, Bartole partecipò a Trento, nel 2008, all’inaugurazione del V anno della Scuola di Dottorato in Studi Giuridici Comparati ed Europei.

La Costituzione è di tutti riprende le fila della precedente ricerca, con il medesimo rigore, con la stessa chiarezza e con altrettanta lucidità. In quel caso si trattava di approfondire lo sviluppo delle teorie costituzionali che in ambiti particolarmente importanti hanno guidato la dottrina e la Corte costituzionale, e di evidenziare il ruolo determinante di quest’ultima ai fini dell’implementazione, con esiti talvolta inattesi, dei significati della Costituzione. Ora Bartole – dal 2010 emerito di Diritto costituzionale, nella sua Università di Trieste – si spinge oltre, cercando di comprendere quale possa essere la teoria della Costituzione che ha sorretto interpretazioni tanto innovative e trasformazioni costituzionali così profonde e, in qualche caso, apparentemente contraddittorie. Il quesito oggetto dell’indagine è molto semplice: simili risultati sono la conseguenza di un difetto originario, di un’intrinseca debolezza della Costituzione e dei suoi precetti, o devono considerarsi, piuttosto, come declinazioni puntuali di una scelta ben precisa, quella, cioè, di concepire la Costituzione come fonte destinata a “trarre aliunde elementi atti a integrare il contenuto normativo di quei precetti, aperta dunque a una contaminazione con l’esperienza politica e sociale?” (p. 8).

Nei cinque capitoli in cui svolge l’itinerario argomentativo dell’Autore, si comprende progressivamente che la risposta non può che essere la seconda, e che il titolo stesso del libro si presta ad efficace formula di sintesi di un’acquisizione per nulla scontata: “La Costituzione è di tutti proprio perché è una costituzione di principi, ed è una costituzione di principi perché solo essendo tale poteva e può fornire – secondo il compromesso costituzionale e con l’introduzione di precetti anche discordanti – protezione ad un largo spettro di posizioni e interessi anche diversi e contrastanti (…). Le modalità della sua redazione non impongono, ma nemmeno consentono una interpretazione unidirezionale. Essa offre, invece, ai titolari di diritti e di interessi diversi di declinare i suoi contenuti secondo il mutare delle esigenze del tempo e il variare delle condizioni storiche” (p. 116).

I passaggi che consentono a Bartole di arrivare a questa formulazione e di sottolinearne alcuni corollari sono veri esempi di ottimo ragionamento giuridico. Si muove dalla differenza tra la concezione dei principi costituzionali espressa nella vigenza dello Statuto albertino e il “salto” qualitativo che contraddistingue l’esperienza dei principi della Costituzione repubblicana e la questione sulla loro utilizzabilità pratica (Cap. I). Si passa, poi, ad analizzare il problema della lenta attuazione della Costituzione del 1948 e del suo complesso rapporto con le leggi ad essa pre-vigenti (Cap. II), ma anche del modo con cui, in tale difficile percorso, si sono variamente comportate le forze politiche, specialmente negli scontri parlamentari sorti attorno all’approvazione di alcune fondamentali riforme (ad esempio, quella regionale, quella sull’istituzione del CSM, quella sullo Statuto dei lavoratori, quella sulla riforma sanitaria: Cap. III). Si analizza, quindi, l’interazione che si è creata tra Parlamento e Coste costituzionale in taluni ambiti sensibili (soprattutto del diritto di famiglia: Cap. IV), dimostrando, infine, la connotazione pluralistica e anti-maggioritaria della Costituzione repubblicana, quale fonte, a sua volta, oltre che risultato, di una sorta di consuetudine costituzionale interpretativa che ne rinnova costantemente il carattere vivente: sicché le norme “estratte dalla Costituzione nei vari momenti di applicazione / interpretazione della Costituzione stessa” hanno per l’appunto “una vita che è legata alle sorti degli atti d’autorità che ne attestano l’epifania” (Cap. V).

Al termine della lettura, l’impressione forte è che ci si trovi di fronte ad un testo-chiave, che consente non solo di reperire e coltivare innumerevoli ed utili insegnamenti (molto significative, ad esempio, le pagine sull’interpretazione “per principi”: in partt. 188 ss.), ma anche di cogliere interessanti ed acuti spunti di lettura (come sono, ad esempio, quelli sulla laicità dello Stato – pp. 135 ss. – o sulla concezione “civica” della Nazione: v. pp. 150 ss.). In tale prospettiva, si può dire che Bartole riprende e consacra, proprio in questo testo, un lascito metodologico di particolare rilevanza, che al nitore della ricostruzione tecnica affianca sempre una particolare sensibilità storica e culturale. Questo è, in definitiva, il messaggio rivolto ad un’intera generazione di giovani giuristi, perché, come egli ricorda, “il lavoro del costituzionalista non può procedere senza guardare ad un quadro extratestuale, cui rapportare l’elaborazione del testo costituzionale, restando però sempre legato al vincolo di quest’ultimo” (p. 189).

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Un po’ per prepararsi all’imminente centenario della Grande Guerra, un po’ per fare un viaggio suggestivo nelle radici della cultura e della popolazione della Pedemontana veneta, e un po’ per calarsi nelle sensazioni di un ragazzo curioso e spontaneo al cospetto delle tragiche tracce del conflitto e di una maturità che aspetta soltanto il momento opportuno per sbocciare completamente. Ecco: questi possono essere alcuni buoni motivi per leggere il bel libro di Paolo Malaguti.

L’ultima di queste ragioni rappresenta anche la cornice di senso capace di ordinare la felice sequenza di immagini e di ricordi in cui si risolvono tutti i brevi capitoli: dall’infanzia alle pendici di una montagna presto destinata a diventare teatro di scontri decisivi e sanguinosi all’adolescenza del primo amore e di una spensieratezza che, di fronte al duro lascito di morte e di smarrimento collettivo, pareva perduta e che, invece, conosce, al pari della natura, una nuova fioritura. Ciò che resta impresso, però, non è l’itinerario complessivo, che in fondo si muove sul cliché del racconto di formazione. Sono le sue tappe a colpire il lettore, i singoli e specifici riquadri in cui esse si risolvono, una per una, e nei quali è possibile attingere ad una sensibilità stilistica e compositiva particolarmente affinata.

Con una mescolanza linguistica che ricorda un altro ottimo precedente della stessa casa editrice e che si presta in modo particolare a stimolare empatia e a tradurre anche la vicinanza emotiva dell’Autore, l’io narrante disegna luoghi e figure indimenticabili, a volte terribili, a volte struggenti nella loro statura quasi poetica. È terribile, infatti, ma efficacissima, la descrizione di ciò che il giovane protagonista vede durante la sua precoce attività di recuperante sui campi di battaglia del Monte Grappa (pp. 75 ss.); allo stesso modo, è estremamente ficcante e delicata la rievocazione del vecchio Michele e di Moro Frun (pp. 89 ss.), numi tutelari di universi – uno tutto sociale, l’altro tutto naturale – che per secoli sono cresciuti in reciproca armonia e che la guerra ha improvvisamente separato. E poi c’è il tratto lieve e rarefatto, ed armonioso, con cui viene descritta la città di Bassano, la sua peculiare posizione storica e geografica, i suoi “riti”, il suo ruolo (nel caso, tutto letterario) di scenario ideale per la coltivazione dell’intelligenza del nostro eroe. A sprazzi, il romanzo può anche suscitare qualche istante di autentica commozione, soprattutto nelle parti in cui compare la figura paterna, la sua silenziosa testimonianza, la sua discreta sollecitudine.

Paolo Malaguti – cui si deve, recentemente, anche un grazioso Sillabario veneto – riesce nell’impresa di consegnarci un meccanismo quasi perfetto e di farlo, per di più, riportando alla luce uno dei momenti più sconvolgenti della storia nazionale ed europea. Le percezioni che l’interprete di questo libro avverte di fronte all’oscenità della montagna ferita dalla guerra sono sempre ed esattamente quelle che ancora oggi si può provare calpestando quel medesimo terreno e sperimentando un interrogativo che da allora in poi non può più smettere di tormentare la nostra coscienza (p. 80): «In quella prima mattina di contatto brutale e quasi ferino con la guerra, avvertivo tutto l’immenso e pericoloso fascino del baratro aperto di fronte a me. Pendevo incerto sull’orlo di una voragine che aveva inghiottito generazioni intere, e ora, miracolosamente, si era inceppata proprio mentre mi aggiravo sul suo labbro tumido di sangue giovane. Con quale diritto mi apprestavo a vivere, io? Quale sorte lungimirante, o cieca del tutto, mi aveva destinato al respiro e al sole, condannando invece quelle marionette, ossute e incerte nell’abbrancare spasmodiche il filo spinato arrugginito, all’umiliazione più nera, all’oblio più anonimo?».

Una recensione (di Gianni Giolo)

Il Monte Grappa nella controffensiva italiana dopo Caporetto

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Un piccolo editore di Vittorio Veneto ripropone questo romanzo del 1932, opera ponderosa di una delle figure più interessanti del panorama letterario italiano di quegli anni. Gian Dauli (alias del vicentino Giuseppe Ugo Virginio Quarto Nalato) è stato noto e valente scrittore, ma si è distinto, soprattutto, come direttore editoriale (con la Modernissima e con Corbaccio) e come editore (con la Delta, la Dauliana, Aurora), traducendo e pubblicando le opere di grandi autori stranieri (Conrad, Chesterton, Celine, Stevenson, Schnitzler, London, solo per citarne alcuni; ma Dauli, solo per inciso, è anche il primo a portare in Italia alcune opere sudamericane e ad introdurre nell’organizzazione delle case editrici italiane una strategia ed un organigramma di tipo industriale).

“Gira la rua? La rua gira!”: questo ripeteva ossessivamente un compagno di classe, un po’ suonato, di Giovannino Penta, cinico, ambiguo e sfortunato protagonista di questo libro. Infatti la vita gira, sempre, come la ruota, con esiti imprevedibili, e la famiglia Penta, stirpe benestante di contadini fattisi borghesi, viene puntualmente travolta da un feroce destino di multiple e recidive sconfitte e di inevitabili degradazioni personali, che del resto conducono anche Giovannino allo sbando e poi alla morte. È proprio questo smaliziato e debosciato anti-eroe a ripercorrere, peraltro consapevolmente, tutti gli stadi di una vera e propria epopea di disgrazie familiari e sociali, di fallimenti, sperperi, incesti, adulteri e violenze. A leggere il romanzo – che attinge largamente a ricordi personali e che non manca, quindi, di offrire un verace ritratto della realtà vicentina a cavallo tra Ottocento e Nocevento – non ci si stupisce affatto che Dauli avesse familiarizzato con Federigo Tozzi: vi si riscontra la stessa attenzione, quasi morbosa, per le psicologie più corrotte e decadenti, e per un’ambientazione che cerca di essere il più possibile realista.

Nelle prime pagine del romanzo – che permettono a Gian Dauli (v. qui a lato) di ricorrere al tradizionalissimo artificio del manoscritto ritrovato – si descrive bene questo lunghissimo racconto: “la storia degli ultimi cinquant’anni della borghesia barcollante tra lo scetticismo, il materialismo e il sensualismo; la storia dell’epoca turbata dalle macchine, travolta dalla velocità, stroncata dalla guerra” (p. 23). Ma c’è anche dell’altro, e non lo si può soltanto sintetizzare nel tema trasversale – onnipresente nella narrazione e nei gesti ripetuti delle principali figure che la animano – del degrado morale e sessuale. Questa insistenza si deve ad una sensibilità intellettuale particolarmente diffusa nell’Italia di allora, e in parte è anche riconducibile alle illusioni positiviste da cui lo stesso Nalato era stato fortemente impressionato.

La Rua, in verità, è ancora interessante perché parla anche oggi, forse con una sincerità che per certi versi ci potrebbe risultare addirittura disarmante. Anche oggi, purtroppo, assistiamo al ripetersi – al ri-girare – di una storia di generazioni che, in un Paese che è stato capace di oculati risparmi, di incrollabile tenacia, di forte crescita e di fruttuosa intraprendenza, pare non siano in grado, ancora una volta, di alternarsi in modo armonico e di passarsi il testimone giusto. Riesce difficile ritrovare la solidità e l’operosità dei nostri nonni; la ruota di ambizioni troppo facili o di miraggi esclusivamente di superficie ci espone costantemente al rischio di cadute rovinose e irrimediabili. Nulla è scritto, però; e la vita di Giovannino Penta è un monito che non possiamo più dimenticare.

Una recensione (di Cesare De Michelis) NB: di fatto è anche la Presentazione del libro…

L’Autore nel Dizionario Biografico Treccani

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Sergio Campailla è da anni il curatore, per Adelphi, dell’opera omnia di Carlo Michelstaedter (1887-1910), una delle figure più tragiche della filosofia italiana del Novecento. Il giovane pensatore goriziano, infatti, è morto suicida all’indomani della conclusione della sua tesi di laurea, La persuasione e la rettorica, che ne rappresenta il più noto e tormentato lascito intellettuale. Ne Il segreto di Nadia B. – che reca come sottotitolo la precisazione “La musa di Michelstaedter tra scandalo e tragedia” – il bravo e attento studioso dell’Università di Roma Tre torna, con piglio di vero scrittore, su alcuni dettagli della biografia del Suo Autore per ricavarne un’inchiesta avvincente, che si dipana tassello dopo tassello e che lui stesso concepisce “come un romanzo russo”.

La missione di Campailla è molto chiara: ricostruire la fine altrettanto drammatica e la vita avventurosa di Nadia Baraden, fiamma indimenticabile ed indimenticata di Michelstaedter, mai ricambiato nel suo slancio. Ne emerge una figura così forte dall’aver condizionato in modo decisivo sia l’intensità del pensiero di Carlo, sia l’esito infausto della sua esperienza di uomo. Anche Nadia si è suicidata, pochi anni prima, nel centro di Firenze, avvelenandosi e sparandosi un colpo di rivoltella. E prima di compiere questo terribile gesto, Nadia ne ha comunicato l’intenzione anche a Carlo, con una brevissima, ma esplicita, lettera che, per Campailla, lo ha “in-ca-te-na-to” (p. 200) al suo destino.

Già sposata con una spia zarista (il Baraden che le dà il cognome), Nadia Haimowitch emerge dalle cronache del tempo come un’eccentrica studentessa della celebre Scuola del Nudo, una donna giovane e affascinante, di famiglia ebraica, con un passato insospettabile di rivoluzionaria e di condannata in Siberia e poi all’esilio. Ammirata dalla buona borghesia fiorentina e corteggiata dalla nobiltà locale, rappresenta un lato misterioso che l’Italia dell’inizio del Novecento ancora non può capire e che percepisce, anzi, come spazio dell’esotico o del nevrotico. Nadia, però, è l’eroina incompresa e proto-tipica di uno sconvolgimento politico che presto infiammerà tutta l’Europa e che ne rende la testimonianza un’icona della stessa persuasione che Michelstaedter ricercava come ideale assoluto. Per Campailla, in definitiva, Nadia è stata, per Michelstaedter, ciò che Lou Salomé è stata per Nietzsche. Capirci qualcosa di più non è, quindi, un affare trascurabile.

Il libro è una specie di congegno ad orologeria, il cui ticchettio cresce di intensità passo dopo passo. Ritagli di giornale e documenti recuperati in archivi pubblici e privati si mescolano ai ricordi del giovane studioso, ai primi sguardi, negli anni Settanta, tra le carte gelosamente custodite dalla sorella di Michelstaedter. Deduzioni e ricostruzioni puntuali si intrecciano, poi, a piccoli ma suggestivi schizzi sulla società dell’epoca e sui tanti ed inquietanti tabù che la percorrevano e di cui è stata vittima anche Nadia. Ma senza dubbio il merito del saggio è riportare attenzione attorno ad esperienze individuali irripetibili, che oggi, paradossalmente, ci appaiono come il più chiaro presagio delle inquietudini di un secolo intero.

L’Autore presenta il volume

Il sito dell’Autore

Una poesia di Michelstaedter su Nadia (da C. Michelstaedter, Poesie, Milano, Adelphi, 1987, p. 43):

Sibila il legno nel camino antico

e par che tristi rimembranze chiami

mentre filtra sottil pei suoi forami

vena di fumo.

O caminetto antico quanto è triste

che nella nera bozza tua rimanga

la legna che non arde e par che pianga

di desiderio,

ma dal profondo della sua poltrona

socchiusi gli occhi, il biondo capo chino

stese le mani al foco del camino

Nadia ride.

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Prima di riuscire ad apprezzare, il 2 gennaio, una leggera spruzzata di neve, il 30 dicembre, durante una breve passeggiata montana, sono stato sospinto in un’atmosfera tutta novembrina, complici  i sorprendenti “caldi” di questi giorni invernali di festa. Non c’era atmosfera più adatta per abbordare questo singolare libretto, le cui poesie sono in gran parte di ispirazione autunnale.

Il piccolo fascicolo è formalmente votato all’anonimato più assoluto e la quarta di copertina, autoironica e quasi farsesca, potrebbe anche farci pensare alla dimensione dello scherzo. Nonostante ciò, la poesia di questo Autore non scherza: c’è del mestiere, e ci sono anche immagini e filoni tradizionali e sperimentati, che dimostrano una particolare consapevolezza. Si può anche arrivare a dire di più: dei diciannove pezzi brevi che compongono la raccolta è difficile individuare quello meno riuscito degli altri. Che cosa importa, quindi, dell’identità di chi scrive?

Come si sarebbe detto in altri tempi, l’aura di questi componimenti è tutta pervasa da un clima di malinconia e di insoddisfazione, di stupore inappagato per una perfezione che è delle cose e che, tuttavia, nessun interprete umano può raggiungere. L’ambientazione autunnale non fa altro che enfatizzare questi sentimenti, anche se talvolta la combinazione tra la fascinazione assoluta per un ordine segreto e l’ambizione frustrata dell’artista si trasformano in rabbia determinata, in invettiva nei confronti dell’ineffabile ma aggrovigliata semplicità della terra. I pezzi su Dino Campana e Vincent Van Gogh rivelano che la pazzia può essere un canale privilegiato, un modo di assimilarsi integralmente e con successo, finalmente, alla sorprendente ed agghiacciante follia della natura. Alla fine, sono gli affetti, come sempre, a non tradire, a permettere un minimo conforto: un bacio rubato nel freddo e nel buio può dare il più grande e forse unico sollievo, e l’istintiva attenzione per i propri figli è il segno che almeno loro possono avere ancora l’illusione di capire e cambiare il mondo.

L’Editore

Due poesie scelte…

Odio madre natura, mi fa schifo.

Te, quel poco di sterco e qualche poesia

che riesci a produrre con grande fatica

li tieni da conto come fossero oro.

Lei abbonda di ogni tesoro

e lo spreca, lo butta.

Miliardi di pigne, conchiglie,

pietre bianche, rotonde, nere.

Fiori da riempire all’orlo

mille petroliere.

Li butta, la stolta. Ha le mani bucate,

l’orrenda mignotta, sfondate.

E il vento, le onde, non si fermano mai.

E le nevi perenni, la luce del sole,

e la notte e il giorno, la pioggia che cade.

Gli atomi eterni, un milione d’inverni.

I falchi, le balene, i ghiri,

l’acqua che bevi, l’aria che respiri.

——————————–

Il sole si abbassa,

si piega a leccare la strada.

La massa di foglie secche

è un cane senza padrone.

Non c’importa

il freddo dell’androne,

la porta nera di legno vecchio.

Fuori tutto scurisce, secca.

Tienimi stretto.

Sei l’unica nota intonata

nell’orribile stecca.

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Sia pur ambientata a Torino, capitale italiana dell’esoterismo, l’ultima produzione di Massimo Tallone non racconta certo una vicenda dark, e questo è un merito. Il fantasma è solo il punto d’avvio delle fantasie, fin troppo reali, dell’anziana governante Annetta, vera protagonista del libro, oltre che ininterrotta e simpatica voce narrante di un giallo di per sé abbastanza scolastico.

La storia, infatti, non è originalissima. Nella soffitta di un pittore defunto, poco apprezzato in vita, ma ora prossimo ad una stagione di successi postumi, ci sono strani rumori notturni. La domestica di Maria Doro, sorella dell’artista, ingaggia per suo conto il signor Piola, eccentrico antiquario, affinché scopra l’arcano; nel frattempo, il giovane Corrado, figlio di Maria, muore misteriosamente, cadendo proprio dalla scala che porta alla soffitta. Piola, dunque, architetta un piano per smascherare fantasma e assassino al contempo, dando così il via ad una serie di sviluppi forse un po’ scontati, e con un finale nel quale, come sempre, il colpevole è comunque “il maggiordomo”, ossia la figura apparentemente più innocua e insospettabile.

Però, come si anticipava, c’è Annetta, e questo ci basta: c’è il suo pratico buon senso sabaudo, c’è il suo solido realismo, ci sono le sue impagabili osservazioni-divagazioni da tipica portinaia di palazzo perbene, c’è il suo costante, nostalgico e amabile sguardo al marito Meo, taciturno compagno premorto e perdurante e tenero riferimento di tutta una vita. Annetta, poi, è l’emblema del carattere subalpino e, come tale, la portavoce ideale di alcune fondamentali istituzioni, come l’impareggiabile merenda sinòira.

Tallone, in fondo, è un ottimo disegnatore: anche con riguardo agli altri personaggi, dimostra una certa capacità compositiva, riesce, cioè, a delinearne i tratti in modo molto evocativo e compiuto, trascinando con essi, nell’intreccio, l’atmosfera o il milieu di cui dovrebbero essere l’archetipo. Peccato, tuttavia, per la trama, decisamente troppo “facile”. Si tratta, ad ogni modo, di un Autore rodato, che probabilmente merita ulteriori frequentazioni: visitare il catalogo della “premiata ditta” F.lli Frilli Editori per credere.

Intervista a Massimo Tallone (Salone del libro 2012)

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