In una Milano fredda e sferzata dal vento, Carlo Monterossi, noto autore televisivo di talk show tanto trash quanto di successo, viene coinvolto in una brutta storia. Un venditore di auto di lusso e un’accompagnatrice di alto bordo sono stati uccisi, freddati dai proiettili di una stessa pistola. La seconda è stata anche torturata. Il vice-sovrintendente Ghezzi, per caso, si è quasi imbattuto nell’assassino, ma gli è andata male. Ora Carlo è preso da una rabbia invincibile: aveva conosciuto la donna – si faceva chiamare Anna – e non riesce a perdonarsi di non essere riuscito a intravedere il pericolo mortale che l’ha travolta. Cominciano le indagini, dunque, su tutti i fronti. Si muove la polizia, sia ufficialmente, con la squadra del sovrintendente Carella, sia ufficiosamente, con un Ghezzi quanto mai determinato. Si muove però anche Carlo, con l’amico Oscar, enigmatico factotum metropolitano. Il punto è che gli indizi sono pochissimi e che il killer è ancora a piede libero. Quel che è certo è che sta cercando un fantomatico “tesoro”, qualcosa che Anna custodiva, forse per lui. Le strade, così, sembrano condurre tutti gli investigatori verso la figura di un rapinatore tuttora latitante, vecchia fiamma della giovane uccisa. È lui il colpevole? Naturalmente le strade della polizia e quelle di Monterossi si incrociano subito e finiscono per convergere, almeno in parte. Almeno fino a quando il caso sembrerà risolto. Poi spetterà proprio a Carlo, tra suggestioni letterarie e frequentazioni (sic) cimiteriali, a scoprire gli ultimi segreti e agire di conseguenza.

Carlo Monterossi è una proiezione narrativa dell’Autore. I due fanno lo stesso mestiere, e la sensazione è che al secondo piacerebbe davvero vestire i panni del primo. Soprattutto, però, Monterossi è un personaggio ben riuscito, felicemente ammiccante: fa un lavoro che gli permette di vivere comodamente; è un uomo affascinante; ha un’agente che ci si immagina come un incrocio tra Giusy Ferré e Mara Maionchi; è coccolato dalle attenzioni culinarie della portinaia straniera che tutti vorrebbero avere; e si scopre saltuariamente detective non per passione o per affezione, ma per un insopprimibile istinto morale, che lo porta sempre, come per forza di gravità, a scegliere la via più complicata e ad andare fino in fondo. Robecchi, poi, scrive in modo efficace, possiede i ferri del mestiere e conosce i trucchi del genere. Le virtù del romanzo, dunque, sono tutte qui. Il punto è che, talvolta, queste virtù possono essere anche viziose. Perché quando i fattori di forza sono così evidenti, allora tutto rischia di sapere un po’ troppo di costruito. Specialmente quando di ingredienti giusti ce ne sono a bizzeffe. Sia chiaro che il libro è piacevolissimo e che questa terza avventura di Monterossi non è da meno delle precedenti. Quindi l’occasione è più che buona per constatare, ancora una volta, che nell’attuale e variegato mondo del noir italiano “nulla si crea e nulla si distrugge”, e che è difficile, pertanto, distinguere la ricorrenza puntuale, ma armoniosa, di veri e propri tòpoi dal peso specifico della riproducibilità tecnica, paradigma assoluto al quale l’opera d’arte finisce comunque per obbedire, da molto tempo ormai, anche in questo settore.

Recensioni (di Pietro Cheli; di Antonio D’Orrico; di Anna Girardi; di Sergio Pent)

Il sito dell’Autore

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È la seconda indagine per il maresciallo Altasi, che in tal modo torna a farsi vivo dopo il bel debutto di Dove inizia la nebbia. La scena non è più collocata nella bassa padovana; accade tutto nell’alto vicentino, a Thiene e dintorni, nuova sede di servizio del baffuto e aitante carabiniere. Vicino a una discarica viene ritrovato il corpo di un’anziana maestra e l’Arma è chiamata a indagare. Inizialmente tutto porta a pensare che il colpevole possa individuarsi in un vicino campo nomadi. Ma Altasi – che ha subito “legato” con il vice-brigadiere Orpelli – è perplesso. E lo è anche Antonia, giornalista locale tanto determinata sul piano professionale quanto irrisolta su quello sentimentale. Tutto si ingarbuglia ancor di più quando sopravviene un altro tragico lutto e viene scoperto pure un altro cadavere, quello di Tal, un giovane Rom con cui qualche anno addietro anche Orpelli aveva avuto qualche conto da regolare. Anche il vice-brigadiere, infatti, nasconde qualcosa. Chi sarà mai, dunque, il responsabile di tutti questi delitti? Si nasconde addirittura tra gli inquirenti? C’è forse di mezzo anche qualche losco traffico di armi e di rifiuti pericolosi? Per il maresciallo – confortato da un nuovo e fedele compagno e dal fascino della maestra Sara – è tempo di decidere se fidarsi delle nuove amicizie o fermarsi di fronte alla presunta chiarezza di tanti indizi. La verità, naturalmente, non è mai quella più facile da afferrare e l’assassino, come dice il vecchio adagio, è sempre il maggiordomo.

Insediamenti Rom e relativi pregiudizi; intrecci tra bassa politica, interessi imprenditoriali e indecifrabili traiettorie di personaggi sbandati; distruzione del paesaggio e avvelenamento del terreno; perdita della propria identità e frenesia di sicurezza; giornalisti maschilisti e giornaliste impegnate; insegnanti coraggiose e dirigenti scolastici pavidi e conformisti: gli ingredienti di questo romanzo sono tanti e, a dire il vero, così considerati, non prometterebbero bene. Perché sarebbe alto il rischio di assemblare una sintesi generica di mali fin troppo noti e di luoghi comuni altrettanto diffusi. Non che i fenomeni, gravi, cui questi mali si riferiscono non esistano; tutt’altro. E questo libro ce lo ricorda, seguendo a suo modo le tracce della tanta e feconda letteratura nera del Nord-est, in un poliziesco classico, dalla struttura circolare, per cui la soluzione si intravede sin dall’inizio. All’Autrice, però, le patologie socio-culturali servono solo per comporre il puzzle nel quale far agire il suo eroe e farne emergere al meglio le virtù. Rispetto al libro precedente, in particolare, L’acqua del diavolo – letterariamente parlando – segna il luogo della piena caratterizzazione di Altasi, vale a dire del suo assestamento credibile. Il pericolo insito nella banalità del contesto, dunque, viene assorbito nell’operazione, in larga misura riuscita, di far transitare il bravo carabiniere dalla fase crepuscolare (quasi fosse un’iniziazione) del primo romanzo ad un momento di crescita e di consolidamento, di familiarità e normalità. In Dove inizia la nebbia, che per certi versi è un racconto più riuscito e sofisticato, Altasi emergeva come da un incubo fangoso e piovoso. Ora sappiamo che il personaggio può esistere davvero e che si trova nell’anticamera di una metamorfosi ufficialmente matura, che – ci auspichiamo – si manifesterà pienamente nella risoluzione di prossimi e avvincenti casi pedemontani.

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Enrico, Fabio e Francesco sono molto amici. Il primo è un insegnante, gli altri due sono architetti. Passano sempre insieme almeno una parte dell’estate e da un po’ di tempo hanno deciso di trascorrerla alle isole Solovki, nel Mar Bianco, come volontari dell’Unesco. Vogliono contribuire al restauro dell’antico monastero che si trova nell’isola grande e che in epoca sovietica era stato trasformato in un temutissimo gulag. Nel corso del loro ultimo viaggio, però, i tre fiorentini scompaiono, senza lasciare tracce. Entra in scena, allora, Alessandro Capace, un simpatico e squattrinato cronista freelance, che viene spedito a indagare dal direttore di uno dei periodici con cui collabora. Presto l’inchiesta lo porta fino in Russia, accompagnato dalla bella Julia, vecchia fiamma degli anni universitari. Ma le Solovki sono impermeabili a qualsiasi tentativo di decifrazione: che cosa sarà mai successo? Un banale incidente, come quello, forse, accaduto ad un giovane volontario tedesco, sparito poco tempo prima? Il gesto di un folle, un certo Valentin, tipico “scemo del villaggio”? O un complotto, guidato dal misterioso pope del monastero? O forse è tutta la piccola comunità locale ad essere autrice dei delitti? Il tempo passa e la vicenda sembra destinata a insabbiarsi, come le prospettive esistenziali di Capace, che è ormai pronto a seppellire il matrimonio con Gaia e a perdere, così, anche il piccolo Niccolò. C’è un tarlo, tuttavia, che continua a non dargli tregua: aver approfondito la vita e la personalità dei tre amici gli dà ancora da pensare. E poi due eventi – un ritrovamento fortuito e una lettera inattesa – paiono convincerlo a non demordere e a cercare, da solo, tutte le risposte, disarmanti e per nulla scontate.

A ben pensarci, questo giallo è tale solo nella forma. Era la più adatta, forse, per tentare il gioco dal quale il libro è nato. Ma si ha tutta l’impressione che, durante la scrittura, il romanzo si sia letteralmente trasformato tra le dita del suo Autore, tradendo gradualmente un oggetto e uno stile molto diversi da quelli delle prime pagine. Queste, infatti, sono le consuete, azzeccate e divertenti pagine di Claudio Giunta, osservatore schietto e implacabile dei costumi e dei tipi italiani dei nostri giorni. Poi, però, emerge una Stimmung decisamente malinconica. Si avverte, cioè, che il mistero della scomparsa dei tre giovani amici non è nascosto nelle pieghe degli indizi “polizieschi”. Se le Solovki conservano realmente verità e ricordi dolorosi, la soluzione sta in un disagio profondo, che in quel lontano e inospitale arcipelago finisce per trovare uno sbocco tristemente congeniale. Giunta, quindi, da un lato prova a depistarci su tracciati facilmente suggestivi, noti e apprezzati nella letteratura di genere, dall’altro lascia trasparire il desiderio di rappresentare il malessere di una generazione che è figlia di una società troppo stanca e prevedibile, e che fatica a presentarsi pronta e motivata di fronte alle scelte e alle responsabilità della vita. Mar Bianco, in questo modo, non è solamente un titolo: è immagine e sensazione di un vuoto uniforme e glaciale, nel quale, oggi, purtroppo, è fin troppo facile perdersi e abbandonarsi.

Una recensione (da ilfoglio.it)

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Dee Je-dijeh è un giovane giudice, di fresca nomina. Deve salutare i suoi amici e abbandonare la capitale imperiale per recarsi nel Sud, a Peng-lai, grande e importante città portuale dello Shantung. Sarà la sede del suo primo incarico, e lì dovrà cominciare con la prova più difficile e rischiosa: smascherare l’assassino del suo più esperto predecessore, morto avvelenato nella biblioteca. Lo accompagna il fedele Hoong e, lungo il tragitto, dà prova di coraggio e destrezza, guadagnandosi il sodalizio di Ma Joong e Chiao Tai, scaltri avventurieri raminghi. La squadra si è formata, dunque, e Dee può insediarsi ufficialmente nei quartieri del tribunale. La sfida si rivela subito grande e ingarbugliata: il vecchio cancelliere Tang nasconde sicuramente qualcosa; l’impiegato Fan è scomparso; l’appartamento privato del magistrato sembra ancora occupato dal fantasma del giudice ucciso. Come se non bastasse, Koo Meng-pin, un ricco armatore, denuncia la scomparsa della moglie, la figlia dell’eccentrico e facoltoso dottor Tsao. Cominciano le indagini, a 360 gradi, e cominciano anche a spuntare nuovi cadaveri e figure ancor più misteriose e ambigue, come quella dell’efficiente Kim Sang, amministratore di Koo, e del colto e indisciplinato Po Kai, amministratore del concorrente Yee Pen. Dee comprende che gli intrighi devono essere tanti e che ad essi non sono estranei pure il tempio buddhista e gli strani traffici del porto. La ricerca pertanto continua, tra le varie scorribande notturne di Ma Joong e Chiao Tai, che, come il giudice, rischiano la vita in veri e propri agguati. Dee, però, confuciano di stretta ma magnanima osservanza, non si dà per vinto e, nel momento in cui la soluzione sembra sfuggirgli, viene soccorso da un’intuizione improvvisa, che sembra giungergli dalla grande tradizione della più antica criminalistica cinese. Il caso viene quindi risolto, e brillantemente, con un finale del tutto a sorpresa, nel quale le abilità di cui è dotato aiutano il giovane giudice a spiegare ogni cosa e a scoprire un’amara verità.

I tantissimi “casi” di questo giudice – realmente esistito – della dinastia Tang (VII-VIII sec. d.C.) sono il frutto della fantasia, della curiosità e della passione di un diplomatico olandese, che sin dagli studi universitari si era totalmente immerso nella conoscenza dell’Estremo Oriente. Ci si può sorprendere che le vicende di Dee non siano oggi ricordate, in Europa, alla stessa stregua delle storie di Poirot: ne hanno tutti i tipici ingredienti e hanno anche il pregio di essere più movimentate. Sappiamo, in verità, che la prolifica serie del giudice Dee – oggi riproposta sistematicamente da un editore assai meritevole – attirava le simpatie manifeste di Agata Christie, e i motivi sono presto detti. Da un lato, Van Gulik riesce a rievocare con gusto un’età e una civiltà lontanissime, attingendo ad una letteratura insospettabile e altrettanto fertile, oltre che ben più longeva della giallistica occidentale. Allo stesso tempo, tuttavia, il suo campione, pur essendo cinese, si muove come il Dupin di Allan Poe e ha “scatti” deduttivi da vero Sherlock, nel complesso di una trama articolatissima, che talvolta è venata, in modo molto originale, da tinte hardboiled e da uno spiccato senso del divertimento. Dee, quindi, appartiene ad un cosmo dichiaratamente diverso dal nostro, ma che del nostro pare condividere moltissimi aspetti. Si ha l’impressione, così, che van Gulik possa non solo appassionare gli amanti del poliziesco: la coltivazione di questo genere, anzi, sembra quasi l’escamotage di una maliziosa e accattivante operazione di mediazione culturale. Non è un caso che lo stesso scrittore sveli nel Postscriptum che ha cercato di fondere assieme molti elementi diversi della cultura orientale, cimentandosi direttamente anche con lo stile figurativo dell’epoca Ming e con la storia del teatro cinese. La sua è una volontà rappresentativa che si spinge ben oltre i confini dell’enigma investigativo. La Cina – è questo che vuol farci capire il prolifico Autore – è un serbatoio di tesori che l’Occidente può comprendere perfettamente e nel quale può anche cercare di ritrovarsi, a patto di riscoprire nella pazienza della sua migliore razionalità un primo ed essenziale canale di comunicazione.

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Nella classica notte buia e tempestosa, lungo una strada fangosa delle montagne dell’Alto Vicentino, una ragazza viene accoltellata. Prima di morire, però, riesce a consegnare alcuni misteriosi documenti a Gigi Marcante, un giovane geometra che, pur restando anonimo, non esita a denunciare l’accaduto ai carabinieri, ai quali trasmette anche copia di quelle strane carte. Entrano subito in gioco tutti gli altri personaggi: il maresciallo Piconese e i suoi uomini, da una parte; il giornalista Andrea Rezzonico, la postina Silvana e suo fratello Nello, dall’altra. Cercano di risolvere il caso, per trovare l’assassino, ancora a caccia del suo prezioso bottino, ma anche per capire se gli enigmi nascosti dietro le parole e i segni di quello strano e composito lascito vi sia la possibilità di recuperare un tesoro. È un rebus in piena regola e l’intreccio è subito intrigante: alcune tracce, infatti, portano verso una singolare comunità religiosa, abbarbicata su quelle montagne e devota custode delle antiche radici del popolo cimbro. Tra eretici dimenticati, ruderi maledetti ed eredità altrettanto sinistre, si procede passo dopo passo, con altre morti e con nuovi sospetti, e anche con l’apporto di figure che appaiono comprimarie e che, invece, finiranno per rivelarsi determinanti.

Il romanzo è ambientato nell’inverno tra il 1975 e il 1976, e il geometra Marcante è impegnato nei rilievi che porteranno al famoso progetto del prolungamento a nord dell’autostrada della Valdastico, opera tuttora al centro di un grande e tormentoso dibattito. Tuttavia questa è solo la cornice, la buccia del racconto, e anche le avventure di Gigi, Andrea, Silvana e Nello sono solo un pretesto: a Matino interessa tornare sul luogo dei suoi precedenti delitti, per raccontare ancora il passato di un territorio ricco di leggende e per dare testimonianza appassionata del popolo cimbro. Così era già stato con La valle dell’orco e con L’ultima anguàna, che assieme a quest’ultima prova formano un trittico divertente e piacevole. È vero, però, che in Tutto è notte nera c’è un gusto ancor più accentuato per l’intrattenimento, con un effetto che rende ancor più forte il desiderio di studiare meglio la storia locale e la sua insospettabile ricchezza; le dense e succose appendici critiche che l’Autore ha accorpato al testo non sono per nulla superflue e rappresentano un primo valido alimento per la curiosità che la lettura arriva a suscitare immancabilmente. La differenza tra questo Matino e i due fortunati precedenti non è solo la nuova veste editoriale: qui si apprezza maggiormente la consapevolezza dello scrittore, la volontà di scherzare costruendo maschere simpatiche e affiatate nelle quali provare a riconoscersi per qualche ora di riposo.

I libri di Umberto Matino

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Edgardo è un giovane copista dell’abbazia di Bobbio e si lascia persuadere dal confratello Ademaro che la soluzione alla sua crescente miopia possa nascondersi nelle virtù di alcune misteriose pietre, lapides ad legendum, di cui narrano i mercanti di Venezia. Si recano entrambi in laguna, ospiti del convento di San Giorgio, nella speranza di trovare una risposta ai loro interrogativi in qualche misterioso trattato proveniente dall’Oriente. Ma la città è allarmata da una serie di inquietanti omicidi: gli occhi delle vittime – che provengono tutte dal mondo dei mastri vetrai, i “fiolari” – vengono sostituiti da bulbi artificiali. Edgardo, però, non si lascia condizionare e comincia la sua ricerca, anche se si trova ben presto al centro delle strane trame del mercante Karamago e della risoluta concorrenza tra il collerico mastro Segrado e i suoi più acerrimi competitori. Segrado, infatti, vuole realizzare un vetro purissimo, aiutato dalla fedelissima schiava Kallis, ma sono tante le persone che desiderano conoscerne i segreti di fabbrica. Edgardo, che intanto, nello scriptorium di San Giorgio, ha scovato un libro scritto in arabo, pieno di allusioni alle strane pietre vitree che lo potrebbero aiutare, accende la miccia dello scontro definitivo, tra delazioni, sospetti, linciaggi e improvvise e travolgenti passioni. Come in ogni più classica trama da romanzo giallo, il colpevole non è mai la figura più scontata e il gran finale, una vera e propria resa dei conti, ha, per Edgardo, il sapore di una triplice iniziazione: ad una vita finalmente adulta, al lato oscuro del sapere, alle più forti delusioni del cuore.

Il nome della rosa lo ha scritto Umberto Eco, un bel po’ di anni fa: la debolezza de La pietra per gli occhi è questa. Nonostante si tratti di una storia diversa, sono tanti, forse troppi, i punti di contatto, le coincidenze, le suggestioni convergenti; e il modello rimane ancora insuperabile. Il resto, invece, funziona molto bene, tanto che il libro merita veramente una lettura. La Venezia fangosa, umida e sporca – e sconosciuta – dei secoli in cui era ancora un arcipelago e si stava preparando a dominare il mare e la terraferma; la vivacità del porto di Rialto, allora in febbrile espansione; i nomi originari di piccole isole un tempo abitate e oggi scomparse; l’abilità e la curiosità di artigiani tenaci, autentici pionieri della produzione dei più antichi occhiali; le intuizioni e le sperimentazioni del grande scienziato arabo Alhazen; la violenta determinazione di una popolazione costantemente divisa in fazioni; il fascino straordinario di palazzi e costruzioni destinati a diventare patrimonio dell’umanità: Tiraboschi vi si orienta – e ci guida – con perizia e passione, come tra i canneti e le atmosfere limacciose della brughiera e della foresta medievali della serie di Fratello Cadfael. In poche parole, ciò che è pregevole, in questo giallo storico, non è il giallo, ma la storia, lo sguardo che l’Autore ci consente di dare ad un tempo tanto lontano e ad un’ambientazione eternamente carica di segreti e di miracoli.

Una recensione (di Sergio Pent)

Un’intervista all’Autore

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Il 2 dicembre 2014 Giampaolo Rugarli è scomparso e il giorno dopo il Corriere della sera, Repubblica, La Stampa e Il Fatto Quotidiano gli hanno dedicato il classico coccodrillo. Per chi non ne ha mai sentito parlare, gli scrittori si scoprono anche così, ed è finita, come tante altre e analoghe volte, che l’indomani ho ordinato La troga (1988), romanzo in tre atti (con prologo ed epilogo). Ma che cos’è questa troga? Anche il commissario Pantieri – il protagonista – non lo sa; gliene ha parlato un’insolita vecchina, poi trovata morta nel Tevere, e da quel momento gli sembra che la strana parola sia sulla bocca di tutti. La confusione è tanta, Pantieri si sente solo con i ricordi della sua infanzia; d’altra parte è rimasto vedovo e ora convive con l’eccentricità disarmante del giudice Biraghi. Non gli resta che provare a indagare, in una Roma umida e fangosa, colpita senza tregua dalla pioggia, ma anche da indecifrabili eventi: misteriosi attentati, apparizioni improvvise di dirigibili, febbri sconosciute, diffuse e letali, delitti più o meno celebri. È soprattutto dalla morte del dottor Gruvi, illustre primario e figlio della vecchina scomparsa, che Pantieri comprende che i tentacoli della troga sono pericolosissimi e che lui stesso è in pericolo. Le insidie, infatti, lo perseguitano e provengono da ogni dove: dal volgarissimo procuratore Conti, che pare volerlo incastrare; dalla sua ex fiamma Mirella Janca, che è diventata una prostituta; e dal marito di lei, il temibile latitante De Fiore. Oltre a ciò, non sa capacitarsi delle strane fotografie trovate nell’armadio della moglie defunta e dei bizzarri comportamenti del suo coinquilino, trasferitosi d’emblée nella nuova villetta di Lavinio. E nel frattempo le morti eccellenti non mancano e Lauro Grato Sabbioneta, il morigerato ma potente leader politico, viene rapito e spedisce ex captivitate sorprendenti missive pubbliche, che ne rivelano un’immagine insospettabile e depravata. Tra un pericolo e l’altro, ivi compresa una rocambolesca e fortunosa fuga dal carcere in cui è stato arbitrariamente rinchiuso, Pantieri giunge alla soluzione dell’enigma e alla scoperta, angosciante, dell’identità reale di Raimondo di Turenna, pseudonimo del grande capo della troga.

Con La troga Rugarli, ex bancario divenuto scrittore di successo soltanto in età matura, consegna alla storia della letteratura nazionale tre cose: 1. un commissario perspicace e saggiamente normale, quasi la reincarnazione del credibilissimo Ciccio Ingravallo di gaddiana memoria (ma collocata in una Gotham City degli Anni di Piombo); 2. l’immagine di un’Italia grottesca e irrimediabilmente compromessa, perché geneticamente consegnata alla doppiezza e all’ambizione fini a se stesse di un’intera classe dirigente (accecata dalla mistica dell’intrigo e dall’art pour l’art del potere per il potere); 3. un modello di stile sofisticato e ironico, ricco di immagini folgoranti e di una terminologia finemente cesellata, avvolgente e disorientante (come il magma stagnante che vuole rappresentare). Ammiratore di Sciascia e stimato da Volponi, l’Autore non e dei più semplici e per questo è stato anche aspramente criticato: la difficoltà della sua prosa, in effetti, può ubriacare molti lettori. Tuttavia non si tratta di un disordine inespressivo. L’abilità narrativa di Rugarli sta tutta nella riproduzione della malìa delle grandi favole, come è La troga stessa, sia pur nel suo pessimismo, e come anche la chiusura del libro vuole visibilmente suggerire. Al termine della sua perigliosa vicenda, di fronte a una deriva generale e pressoché inarrestabile, Pantieri e la sua donna si rifugiano in una antica dimensione rurale, nella quale non c’è altra ragione per sperare che non sia quella del racconto da Mille e una notte. Non è un caso che a Rugarli riesca anche di giocare, in modo civilmente blasfemo, con la memoria del caso Moro. Ecco: La troga è una delle tante, se non infinite, variazioni sul tema del grande e irriducibile, e inafferrabile, mostro nazionale, che macina ogni cosa, che alimenta la terribile e ammiccante complicità degli stessi italiani, che non può essere eliminato e che, anzi, può essere soltanto domato dalla ricerca di un racconto finalmente diverso.

Recensioni (di Alfredo Giuliani; di Alfio Squillaci)

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Waltari è l’autore del romanzo storico da cui è stato tratto l’holliwoodiano The Egyptian (1954), di Michael Curtiz, con Edmund Purdom nei panni del medico Sinuhe. Non manca annata in cui il kolossal cinematografico venga ancora riproposto nel palinsesto domenicale di molte emittenti. Eppure, oggi, dell’abilità narrativa dello scrittore finlandese ci si ricorda poco, ed è un bene che Iperborea ne stia ripubblicando le opere più famose: di taglio storico, per l’appunto, com’è anche il caso de Gli amanti di Bisanzio; o di matrice poliziesca, come in Chi ha ucciso la signora Skrof?, e come negli altri gialli in cui compare, da protagonista, il corpulento e scorbutico commissario Palmu. Nella Helsinki degli anni Trenta, alla vigilia della seconda guerra mondiale, Palmu si muove accompagnato dal suo assistente. È un esperto detective della vecchia scuola, un Nero Wolfe nordico, tutto fiuto e intuizioni, che tendo, però, senza comprenderne il motivo, ad immaginarmi come il Jack Frost della vecchia serie tv. I delitti in cui si imbatte – pur se costruiti sullo schema del più classico (e anglosassone) enigma da crime story – sembrano la rappresentazione plastica dei segni dei tempi e di una decadenza morale e sociale ben più diffusa, che l’Autore pare descrivere con sconsolata rassegnazione. Chi ama I Bassotti della Polillo è avvertito: in questo libro non troverà una pari soddisfazione. La trama e le astuzie del narratore sono tutte di maniera, e a prima lettura ne riescono un po’ sviliti sia il puro svago intellettuale (che, come si è detto, non è il fulcro della narrazione), sia la critica dei costumi (che, viceversa, lo sarebbe e che, tuttavia, è quasi ammorbidita o annegata dallo stanco trascinarsi di un commissario troppo mordace e consapevole). Probabilmente, tuttavia, è nella medietas di questi toni il segreto del giallo, perché i suoi colori, le sue immagini, le sue situazioni paiono tutti, e appositamente, usati e abusati, stanchi e prevedibili, inevitabilmente consumati.

Sin dalle prime pagine, del resto, irrompe sulla scena un’umanità piccola, dapprima sullo sfondo degli appartamenti del condominio in cui avviene il fattaccio e poi attorno al cadavere della defunta. La vecchia signora Skrof sembra morta per un tragico incidente, soffocata nella notte dal gas della sua modesta cucina. Ma Palmu non ci casca, poiché alcuni dettagli gli fanno subito comprendere che si tratta di un assassinio, secondo il perfetto e tradizionalissimo cliché della stanza chiusa. A dire il vero, i potenziali colpevoli non mancano; sono anche troppi. Troppe persone, infatti, sono interessate alle ricchezze nascoste della signora Skrof. Quella del commissario, quindi, diventa subito una tipica indagine per sottrazione, in cui gli alibi sono sempre deboli e tanti, quante sono le ingenuità del suo giovane praticante, nel ruolo altrettanto noto della spalla sprovveduta e impacciata. Palmu, nel frattempo, si diverte a giocare con tutti i personaggi come il gatto con il topo, e a smontare progressivamente il palco delle deduzioni più scontate. Chi è, dunque, il colpevole? Sarà stato il sedicente reverendo Mustapää, santone di una setta cui l’acida signora Skrof intendeva donare molte delle sue insospettabili sostanze? O sarà stato suo nipote Kaarle Lankela, aviatore spericolato e paladino del gossip cittadino? O forse l’omicidio è opera dell’altra nipote, la bella, ma infelice, Kristi? E che non ci sia stata, invece, la mano dell’avvocato Lanne, lo storico, e bene informato, consulente di famiglia? Coerentemente con l’intento pedagogico dell’Autore, la verità non emerge da un gioco di virtuosismi logici; la si può intravedere nell’aridità della vita e dei progetti della vittima, dominati, anche post mortem, dalla gelida disciplina del denaro e della sua accumulazione. Come suggerisce Luca Scarlini – che firma la postfazione a questo romanzo – la storia della morte della signora Skrof è una versione finnica, e quasi divertita, di un drammatico meccanismo sociale di “delitto e castigo”. Con la differenza, tuttavia, che, questa volta, la follia di una vendetta tutta personale ha l’ostentata vuotezza di un posticcio gesto dadaista: perché, in una società allo sbando, la povertà di certi rapporti non risparmia neanche i presunti giustizieri e l’enfasi erroneamente romantica delle loro azioni. Così anche quello che sembra un finale un po’ artificioso assume all’improvviso un’intelligenza del tutto insperata.

La riscoperta di Waltari (v. gli articoli da Il Manifesto, La Stampa, Il Giornale, Avvenire)

L’Associazione Mika Waltari

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Una vacanza, breve o lunga che sia, val bene un Recami, e così, in tempo d’estate, ne appare provvidenzialmente uno nuovo. La serie è quella leggera e briosa, milanesissima, della “casa di ringhiera”, con l’Amedeo Consonni ad indagare sul “caso” del titolo e l’Angela Mattioli alle prese con i conti sospesi del precedente episodio (Il segreto di Angela). Naturalmente non mancano i curiosi e vivaci personaggi del condominio, che variamente interagiscono per dare corpo ad una divertente commedia degli equivoci e per cooperare, più o meno coscientemente, alla risoluzione di un intreccio come sempre avvincente. Questa volta il Consonni agisce su commissione: è la famosa e bella Kakoiannis-Sforza, regina del jet set, a dargli un incarico, quello di ritrovare la figlia Marilou, precoce e altrettanto sfrontata protagonista del bel mondo, scomparsa improvvisamente da qualche giorno. E così l’ex tappezziere si aggira tra i quartieri della metropoli lombarda, ragiona sui modi e sugli eccessi di ex calciatori playboy e imprenditrici spregiudicate, e comincia a fiutare i primi e pochi indizi, in una giravolta di piccoli colpi di scena e relativi progressi, che si alternano, però, alle storie e alle disavventure semiserie dei diversi vicini di casa, Angela compresa. Quando le apparenze sembrano militare per una soluzione a tinte fosche, tra perversioni della peggior specie e ricatti inaccettabili, il Consonni ribalta tutto e, illuminato da una passata truffa sulla Merda d’Artista di Piero Manzoni, credendosi quasi ingannato dalla sua astuta e competitiva committente, rischia quasi di realizzarne le oscure trame. Interviene, però, forse per caso, o forse no, l’intuito di Angela, che si rappacifica col Nostro, salvandolo dalla complessa macchinazione in cui si era improvvisamente cacciato. Nel prologo del romanzo – lo sappiano da subito tutti gli aspiranti lettori – è già rappresentata anche la sua fine, in una studiata ed efficace simmetria che precorre in movenze da rotocalco il comune e tragico destino delle due figure femminili che sono alla base di tutta l’intricata vicenda.

Recami questa volta si autodefinisce, parodisticamente ma in modo efficace. Accade in un passaggio nel quale il direttore di un’importante casa editrice descrive le peculiarità del dattiloscritto che fatalmente è capitato nelle sue mani e che altro non è se non il memoriale che la Mattioli aveva composto nella precedente puntata della serie: “È apparentemente inconsistente perché è profondamente inconsistente, ma la sua consistenza è data dal fatto che imita l’inconsistente così bene che è uguale all’inconsistente, ma per questo è più consistente del consistente che imita il consistente”. I volumi della “casa di ringhiera” sono proprio così: stando al gioco, sono perfetti nella loro volontà di imperfezione; nella loro volontà, cioè, di adeguarsi simultaneamente a forme espressive e a generi raramente commisti, riuscendone, però, a capitalizzare, in un unico momento, tutti i rispettivi vantaggi e tutti i relativi effetti, senza contraddizioni o stonature. Questi libri, infatti, sono intriganti come i gialli all’italiana, ma hanno scene, ritmi e toni divertiti alla Monicelli o alla Dino Risi; ci sono spezzoni da rivista scandalistica, ma ci sono anche fulminee e commoventi citazioni (come, in questo caso, quella dedicata a Bianciardi: v. a p. 58); c’è simpatia e compartecipazione per le sorti dei personaggi principali, ma c’è anche una profonda ironia, specie nei confronti delle figure che incarnano alcuni tipici “campioni” della vie quotidienne nazionale (il profilo della signorina Mattei-Ferri, pettegola e falsa-invalida, è esemplare). L’elemento, comunque, più riuscito del Recami-approccio è un altro: le pagine trasudano un gusto e una fiducia estrema nella letteratura tutta e nella scrittura, che in quest’ultimo episodio, tra l’altro, si rivelano come parti attive, visto che giungono fortunosamente, ma ufficialmente, in soccorso degli umani sbandati; come se trame e parole potessero davvero avere ingresso nelle cose della nostra vita. Recami, dunque, ci intrattiene con grandi sorrisi e, facendolo con un successo assicurato, ci offre anche un motivo in più per continuare a leggere, la convinzione che l’esperienza di carta è molto meno immaginaria di quello che sembra.

Quando un piccolo cenno in un libro risveglia un interesse… Uno “speciale” e una mostra (ormai chiusa…) su Piero Manzoni

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Barbara Rossini è un interprete, viaggia di continuo. La telefonata di un maresciallo dei carabinieri, però, la costringe a tornare nei luoghi dell’infanzia, in un piccolo paese della bassa padovana, vicino a Montagnana. In un casolare, infatti, sono stati trovati un cadavere di donna e, vicino al corpo, la pagina di un vecchio diario, quello che la stessa Barbara teneva da bambina, quando abitava con i suoi genitori in un piccolo appartamento della casa granda, ex magazzino di tabacco. Le circostanze militano affinché Barbara – che è comunque al di fuori di ogni possibile sospetto – incontri un vecchio amico, Michele, e ripercorra con lui alcune e dolorose vicende del passato, in una storia che si dipana lentamente, tra i misteriosi rintocchi notturni di alcune campane, e che getta ombra anche su quest’amicizia. Il maresciallo Altasi, nel frattempo, sembra brancolare nel buio e, mentre Barbara si scopre improvvisamente impegnata a recuperare il suo ruolo di madre separata, i fili della trama cominciano a dipanarsi, anche grazie all’aiuto del vecchio Gianni e dell’altrettanto anziano, e simpatico, don Pericle. Al primo omicidio, poi, se ne aggiungono altri due. La verità, a questo punto, appare in primo piano, in parte riallacciando passato e presente, ma soprattutto prefigurando, per il giallo, una drammatica soluzione, fatta di solitudine, povertà e violenza.      

È un buon libro. Intanto perché trasuda, in molte e riuscite immagini, tutta l’umidità delle terre in cui è ambientato. Nella prefazione critica, in effetti, scritta da Alessandra Agosti, si dice che quella di Cristina Lanaro è una scrittura materica. A me questo carattere materico ricorda l’ambiguità e la densità quasi opprimente delle pagine di Juan Manuel De Prada, ne La tempesta: altri tempi e altri luoghi, ma stessa atmosfera porosa. Oltre a ciò, il libro è curioso per la presenza – non casuale – delle campane, in particolare delle campane a sistema veronese e dei concerti che con esse si possono fare. Trattandosi di una vicenda di strani delitti, mi è venuto subito in mente Il segreto delle campane, della straordinaria, e mai abbastanza lodata, Dorothy Sayers, la creatrice dell’ineffabile ed elegante detective amatoriale Lord Peter Wimsey. Se un romanzo sa stimolare queste opportune reminiscenze, allora vuol dire che non è male. E c’è da dire che, durante la lettura, mi si è prodotta un’ulteriore associazione mentale, precisamente con il famoso Io non ho paura, di Ammaniti. Anche in Dove inizia la nebbia c’è un bambino, ma il punto che lega i due racconti è l’insensibilità e la povertà che la miseria materiale e l’ignoranza possono alimentare, specialmente nelle tante e piccole sacche rurali del nostro paese, al sud come al nord. Ecco, da un piccolo giallo di un piccolo editore può tornare la voglia di riprendere altre e suggestive letture, e di risvegliare il piacere che avevano portato con sé.

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