Un eccentrico collezionista d’armi di Trieste muore in un misterioso incendio, scoppiato nel suo magazzino. Si salvano molti appunti, oscuri e disordinati; altri vanno irrimediabilmente distrutti. Luisa Brooks è colei che è stata incaricata dalle istituzioni locali di curare il museo che il defunto avrebbe sempre voluto realizzare in nome della Pace: sala dopo sala, arma dopo arma, la giovane curatrice ricostruisce la vita, i ricordi e gli enigmi di una figura apparentemente inafferrabile. Ma nel frattempo Luisa – di famiglia ebraica e di padre afroamericano – racconta anche la sua storia, quella dei suoi cari, dei loro amori, grandi e sfortunati, e di una città spazzata via dalle guerre, dal vento e dagli orrori dell’occupazione nazifascista, del collaborazionismo e dei conflitti interetnici. Quello strano collezionista, del resto, li ha vissuti quei drammatici giorni: le spiate, le deportazioni, gli indicibili affari degli aguzzini e di molti benestanti. Soprattutto, pare che quel singolare individuo, avvinto da un’irrefrenabile mania polemologica, si sia spinto nel ventre più tenebroso della Risiera di San Sabba e vi abbia visto, e copiato, scritte che avrebbero dovuto essere cancellate per sempre e che alla fine sono andate disperse anche nel rogo che lo ha ucciso. “Non luogo a procedere”, dunque, perché ogni traccia è scomparsa; e non ci sarà giustizia, né per il defunto, né per il fumo  grigio del campo di sterminio.

L’ispirazione di Magris viene da una storia vera, quella dell’enigmatico Diego de Henriquez, che qui, però, è reinventata e sezionata nei suoi minimi e ossessivi dettagli, per essere così sovrapposta a quella di Luisa, punto di convergenza drammatica tra due delle più grandi epopee di persecuzione e discriminazione, quella dello schiavismo e quella antisemita. Per il collezionista, come per Luisa, e per la madre di lei, la vita ha senso solo se vissuta in funzione della verità: che l’uno non concepisce se non nell’affermazione della dimensione ontologica della guerra, come ragione cosmica; e che le altre sentono di dover cercare ostinatamente e di poter, tuttavia, superare soltanto nella disperata realizzazione di un sogno d’amore, destinato ad essere travolto dall’incombente violenza delle cose e della Storia. Magris, come sempre, è autore di grandi libri, che sono tali perché sapientemente e pazientemente forgiati da un archeologo delle parole, delle passioni e della Kultur che le permea entrambe. Qui sta il punto di forza di Non luogo a procedere; nel suo essere tecnicamente impeccabile, studiato, quasi fino alla perfezione. Ciò detto, si deve anche riconoscere che – nella sostanza – Magris non ci offre niente di particolarmente nuovo: l’estrema importanza della filologia dell’orrore è un dato acquisito sin dal terribile e illuminante saggio di Klemperer; la tipica e ricorrente situazione narrativa della vittima della Shoah, tradita in primo luogo da chi le è più vicino, sembra quasi presa da Partir, revenir di Lelouch; e dell’eterna lotta tra il Bene e il Male, alla fine, sappiamo sin dalla notte dei tempi, così come ci appare ancor più confermata l’impressione che in Magris – memore, in questo, della lezione di Burckhardt – sia sempre possibile dare alle vicende degli uomini un significato universale e, per ciò solo, morale. Dopodiché al romanzo italiano contemporaneo, e allo scandalo dell’Olocausto nazionale, mancava una rappresentazione posseduta e allucinata come questa: è qui, forse, che va individuato il merito che può rendere questo libro meritevole e appetibile.

Recensioni (di Corrado Stajano, Lorenzo Mondo, Renato Minore, Paolo Petroni, Renato Barilli, Giuseppe Fantasia, Antonio Saccà, Giuseppe Marchetti, Claudio Cossu, Paolo Perazzolo, Fulvio Paloscia, Edoardo Pisani, Silvia Ferrari, Alessandro Mezzena Lona)

L’Autore a Fahrenheit

Magris alla Normale di Pisa

Il Museo della Guerra per la Pace “Diego de Henriquez”

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L’avventura comincia il 23 novembre 1932. L’io narrante è in viaggio, in un trenino diretto verso una stazione sperduta ai confini orientali del Regno, dove approda soltanto a notte fonda. Dopo uno stranissimo assopimento, il giovane “aiutante volontario di cancelleria” ricorda di essere giunto lì, ad Aidussina, oggi Slovenia occidentale e allora limite estremo dell’Italia, per prendere servizio nella locale pretura. Il suo esordio nell’amministrazione, in verità, era già avvenuto a Pontebba, ma c’era rimasto poco: giusto il tempo di conoscere il cancelliere Cadringher, il pretore Zolla Carbonero e lo sbandato Carlo Fohn, nel loro intreccio di nostalgie austriacanti, miserie umane e sventure di confine. Su queste si era ben presto scagliata la furia ordalica dell’Alto Commissario Speciale per la Giustizia, il terribile e inflessibile Mordace, che ottiene anche il trasferimento d’ufficio del nostro eroe. Uno scenario consimile, tuttavia, lo attende anche ad Aidussina, dove si abitua subito a galleggiare, da perfetto impiegato imboscato, e dove diventa complice delle meschinerie del pretore Merdicchione e del cancelliere Semitecolo, passando le sue giornate tra il pokerino pomeridiano nell’ufficio del giudice, gli appuntamenti conviviali nell’animata trattoria della Cermeli e le tante pause di lettura, noia e torpore. La giustizia di Mordace, implacabile, non tarda ad abbattersi anche su questo luogo, e così l’aspirante travèt finisce a Cividale, la provincia perfetta che aveva già cominciato a desiderare da tempo con tanto compiacimento. Le aspirazioni in parte si avverano, e non mancano le occasioni per stringere amicizie e sodalizi e per nuove avventure sentimentali. Ma il Caffè Longobardo non attrae i suoi avventori soltanto per il gioco del biliardo. Presto, infatti, il piccolo funzionario si infatua della bella, irraggiungibile e ambigua Ilde. Complice la sua tendenza ormai naturale allo spregio di ogni regola dell’ufficio, l’aiutante cancelliere si imbatte ancora nelle ire di Mordace e comprende che il suo futuro non può più essere in quella città: non gli resta che fingersi malato di picnolessia e sperare in un’aspettativa, che al fine gli viene concessa. La storia ovviamente non termina a Cividale, perché il sogno d’amore, tanto coltivato, viene amaramente frustrato dalle feroci determinazioni di Ilde, e in quel di Trieste giunge anche il momento della resa dei conti con Mordace e della possibile e salvifica fuga via mare. È così che, sul punto di imbarcarsi come scrivano di bordo alla volta dei mari orientali, il protagonista si chiede, prossimo al puntuale e ricorrente momento di sonnolenza, se riuscirà mai a vedere Singapore o se tornerà al paese natale, tra le onde del Lago Maggiore.

Per il suggerimento di questa lettura devo ringraziare un anziano ma arguto avvocato di Tolmezzo. È un romanzo bellissimo, in effetti; non c’è da stupirsi che nel 1981, anno della sua prima pubblicazione, sia stato salutato da un notevole successo. Il motivo attorno al quale Piero Chiara costruisce la sua storia è tutto autobiografico: il primo attore è proprio l’Autore, che ha vissuto realmente il curioso apprendistato amministrativo descritto nel libro, dal quale ha tratto anche altri memorabili racconti (come Il pretore di Cuvio). Occorre dire che il gustoso e caustico ritratto che in questo testo viene offerto di certa burocrazia e delle sue gerarchie assume i tratti di qualcosa di eterno e invariabile. E in ciò ritroviamo conferma del fatto che l’impiego pubblico sa sempre dare grandi spunti alla migliore letteratura, come ha recentemente ricordato anche Luciano Vandelli. Ma il punto forte di Vedrò Singapore? è la graziosa semplicità con cui riesce a restituire un mondo intero, quello dell’antica e immarcescibile melmosità della provincia, delle sue istituzioni e dei suoi miti. Il protagonista vi scopre, da un lato, il luogo quieto e ideale per l’ingrasso dell’uomo senza grandi ambizioni, dall’altro il palcoscenico di un’educazione morale e affettiva tanto dubbia quanto naturalmente accettata. Non c’è spazio per un giudizio, neanche nei confronti delle autorità fasciste, certo incarnate dal feroce Mordace, che del resto non si palesa come titolare dell’arbitrio o della sopraffazione, bensì come castigamatti del vizio e dell’indolenza. Allo stesso tempo, il viaggio del nostro impiegato non nasconde nulla, neanche il grottesco, perché si tratta di un itinerario che si sovrappone a un processo di crescita e di maturazione che deve comunque compiersi e che si alimenta, così, necessariamente, di tutto ciò che può accadere. Se c’è qualcosa di cui Chiara e il suo personaggio – novello Renzo Tramaglino nel caos sensuale della vita extradomestica – non hanno paura è l’esperienza, anche quando è piccola, subdola o banale; d’altra parte, come dimostra la strana fascinazione del protagonista per la figura di Lunardini, anche in ciò che è dichiaratamente modesto e appartato può nascondersi il segreto della felicità. Vedrò Singapore? merita un ultimo appunto, quello sullo stile. A Chiara – che è, per così dire, un artigiano del mestiere d’artista – bastano poche e giuste parole di buonissimo italiano per costruire una fisionomia, dargli un nome, delineare una situazione, esprimere un’opinione, raffigurare un’azione. Ricorda da vicino Pratolini e Pirandello, ma la freschezza della lingua è spesso vicina a quella di Comisso. Questo romanzo va letto anche per le sue innegabili virtù espressive, come se fosse un manuale di una scrittura forse perduta per sempre.

Recensioni (di Renzo Montagnoli; di Luigi Fattorini)

L’introduzione al libro (di Mauro Novelli)

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Dee Je-dijeh è un giovane giudice, di fresca nomina. Deve salutare i suoi amici e abbandonare la capitale imperiale per recarsi nel Sud, a Peng-lai, grande e importante città portuale dello Shantung. Sarà la sede del suo primo incarico, e lì dovrà cominciare con la prova più difficile e rischiosa: smascherare l’assassino del suo più esperto predecessore, morto avvelenato nella biblioteca. Lo accompagna il fedele Hoong e, lungo il tragitto, dà prova di coraggio e destrezza, guadagnandosi il sodalizio di Ma Joong e Chiao Tai, scaltri avventurieri raminghi. La squadra si è formata, dunque, e Dee può insediarsi ufficialmente nei quartieri del tribunale. La sfida si rivela subito grande e ingarbugliata: il vecchio cancelliere Tang nasconde sicuramente qualcosa; l’impiegato Fan è scomparso; l’appartamento privato del magistrato sembra ancora occupato dal fantasma del giudice ucciso. Come se non bastasse, Koo Meng-pin, un ricco armatore, denuncia la scomparsa della moglie, la figlia dell’eccentrico e facoltoso dottor Tsao. Cominciano le indagini, a 360 gradi, e cominciano anche a spuntare nuovi cadaveri e figure ancor più misteriose e ambigue, come quella dell’efficiente Kim Sang, amministratore di Koo, e del colto e indisciplinato Po Kai, amministratore del concorrente Yee Pen. Dee comprende che gli intrighi devono essere tanti e che ad essi non sono estranei pure il tempio buddhista e gli strani traffici del porto. La ricerca pertanto continua, tra le varie scorribande notturne di Ma Joong e Chiao Tai, che, come il giudice, rischiano la vita in veri e propri agguati. Dee, però, confuciano di stretta ma magnanima osservanza, non si dà per vinto e, nel momento in cui la soluzione sembra sfuggirgli, viene soccorso da un’intuizione improvvisa, che sembra giungergli dalla grande tradizione della più antica criminalistica cinese. Il caso viene quindi risolto, e brillantemente, con un finale del tutto a sorpresa, nel quale le abilità di cui è dotato aiutano il giovane giudice a spiegare ogni cosa e a scoprire un’amara verità.

I tantissimi “casi” di questo giudice – realmente esistito – della dinastia Tang (VII-VIII sec. d.C.) sono il frutto della fantasia, della curiosità e della passione di un diplomatico olandese, che sin dagli studi universitari si era totalmente immerso nella conoscenza dell’Estremo Oriente. Ci si può sorprendere che le vicende di Dee non siano oggi ricordate, in Europa, alla stessa stregua delle storie di Poirot: ne hanno tutti i tipici ingredienti e hanno anche il pregio di essere più movimentate. Sappiamo, in verità, che la prolifica serie del giudice Dee – oggi riproposta sistematicamente da un editore assai meritevole – attirava le simpatie manifeste di Agata Christie, e i motivi sono presto detti. Da un lato, Van Gulik riesce a rievocare con gusto un’età e una civiltà lontanissime, attingendo ad una letteratura insospettabile e altrettanto fertile, oltre che ben più longeva della giallistica occidentale. Allo stesso tempo, tuttavia, il suo campione, pur essendo cinese, si muove come il Dupin di Allan Poe e ha “scatti” deduttivi da vero Sherlock, nel complesso di una trama articolatissima, che talvolta è venata, in modo molto originale, da tinte hardboiled e da uno spiccato senso del divertimento. Dee, quindi, appartiene ad un cosmo dichiaratamente diverso dal nostro, ma che del nostro pare condividere moltissimi aspetti. Si ha l’impressione, così, che van Gulik possa non solo appassionare gli amanti del poliziesco: la coltivazione di questo genere, anzi, sembra quasi l’escamotage di una maliziosa e accattivante operazione di mediazione culturale. Non è un caso che lo stesso scrittore sveli nel Postscriptum che ha cercato di fondere assieme molti elementi diversi della cultura orientale, cimentandosi direttamente anche con lo stile figurativo dell’epoca Ming e con la storia del teatro cinese. La sua è una volontà rappresentativa che si spinge ben oltre i confini dell’enigma investigativo. La Cina – è questo che vuol farci capire il prolifico Autore – è un serbatoio di tesori che l’Occidente può comprendere perfettamente e nel quale può anche cercare di ritrovarsi, a patto di riscoprire nella pazienza della sua migliore razionalità un primo ed essenziale canale di comunicazione.

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Sulla costa c’è un carcere, con i suoi piani e le sue alte cinte, e tra queste ci sono i cani, intrappolati nella loro rabbia. Toro – così lo chiamano dentro – sta per rientrare; sta affrontando le consuete e umilianti formalità. Ma non è lui il protagonista. La parte spetta ad una voce, quella di altro recluso, condannato al “fine pena mai” e ridotto all’isolamento. È a questo singolare narratore che spetta raccontarci ciò che accade usualmente dietro le sbarre. Gli Enne occupano un intero settore e sono come un clan militare, dedito al crimine per fiera appartenenza genealogica. I tossici sono in un altro settore, e in un altro piano ci sta anche Toro, con gli altri delinquenti comuni. I detenuti politici sono a parte, assieme agli infami. Ancora a parte stanno le guardie, depresse e irritabili, e guidate da Comandante. Scorre la droga, i controlli e i pestaggi sono di routine, come la censura e il governo sistematico del cibo e dei farmaci; e c’è chi si suicida, perché è debole e perché anche in questa inesorabile verità viene accompagnato fino in fondo. Tutto è regolato, inevitabile, preciso. Dentro, infatti, le regole ci sono e funzionano, disegnando una realtà parallela e completa; anche se pure Comandante, talvolta, si è fatto fregare dalla potenza suggestionante di questo universo. Intanto la voce dice anche la sua storia, e la pena che deve scontare sa di un meccanico contrappasso: è finito dentro per sequestro di persona, faceva da carceriere nel rapimento della Principessa del caffè; e ora il “sequestro” tocca a lui. La tenda nei boschi, le paure del rapitore e della rapita, la solitudine di un giovane uomo che si è scoperto colpevole quasi inavvertitamente: è così che questo ignoto narratore è finito all’isola, dove le guardie hanno cercato di fargli confessare l’identità dei suoi complici, inutilmente, fino alla tragica beffa che lo ha portato a uccidere un secondino e a un destino di oblio e di assoluta e definitiva consunzione.

Quello di Torchio, probabilmente, si merita la palma del libro dell’anno. Lo stile è incisivo e le parole sono prive di qualsiasi retorica. In queste pagine la psicologia criminale, apparentemente, quasi non esiste, poiché si presenta senza veli, del tutto inconsapevole: ci pare che non possa che essere così, anche nella realtà, perché nella sua straniante purezza essa non concepisce livelli diversi di valutazione o censura; ma anche perché la sua auto-rappresentazione allude a predestinazioni che non sembrano superabili. Non è un romanzo-denuncia, quindi, almeno non lo è esplicitamente. Nonostante ciò, la sua forza espressiva si traduce in qualcosa di molto più forte. Se c’è un aspetto che in questo libro emerge meglio che in qualsiasi altra trattazione, esso coincide con la semplice messa in scena, pacata e naturale, di un ambiente nel quale accade tutto fuorché l’esecuzione di una pena. E ciò si capisce non tanto per la palese assenza di una qualsiasi prospettiva rieducativa, ma ancor prima per l’altrettanto radicale inesistenza della possibilità concreta di espiare una colpa. Perché il carcere, in ciò che racconta Torchio, moltiplica e genera patologie, in un sistema in cui anche la parte dello Stato è coinvolta in uno specchio deformante e violento, come se fosse a suo modo complice di una devianza, originaria e irrimediabile. Il carcere si dimostra, in questi termini, come il luogo della sfiducia e dell’abbandono, della conferma di un marchio che non ammette riscatti e che comincia prima, fuori dalle sue mura. Cattivi riesce a provare che la letteratura goes first everytime, e non è un caso che tra i credits di questo romanzo figuri anche Jack London (v. Il vagabondo delle stelle). Sono molti, e autorevoli, i contributi che recentemente hanno puntato il dito sull’insostenibilità di un regime carcerario più colpevole dei colpevoli che vi trovano dimora; ma le parole di Torchio ci costringono a guardarci dentro veramente e a scoprire quali siano i frutti di un potere che, pur dovendo essere il luogo della giustizia, resta irrazionalmente terribile e sconcertante.

Recensioni (di Luca Illetterati, di Matteo Moca, di Goffredo Fofi, di Giacomo Raccis, di Demetrio Paolin, di Giovanni Turi, di Lorenzo Marchese, di Cecilia Bello)

Intervista a Maurizio Torchio

Il sito dell’Autore

Libri recenti sul carcere: F. Corleone, A. Pugiotto (a cura di), Il delitto della pena; F. Corleone, A. Pugiotto (a cura di), Volti e maschere della pena; L. Manconi, S. Anastasia, V. Calderoni, F. Resta, Abolire il carcere

Una quaestio sull’ergastolo (di A. Pugiotto)

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The Children Act è il titolo originale di questo romanzo, ed è anche la consueta denominazione del “codice dei minori” nella legislazione britannica. Protagonista del racconto, in effetti, è un giudice della High Court, Fiona Maye, impegnata nella sezione che si occupa di diritto di famiglia. L’avvio della storia è un riuscitissimo ritratto di questa figura, del contrasto tra la severità del suo ruolo pubblico e la fragilità della relazione con il marito geologo, e dei casi, molto difficili, che deve affrontare quotidianamente. Tra questi spicca da subito la vicenda di Adam Henry, un adolescente ricco di talento e di entusiasmo, ma malato di leucemia e bisognoso di trasfusioni che, tuttavia, non sono consentite dalla confessione religiosa cui appartiene. L’ospedale nel quale è ricoverato, viceversa, chiede l’autorizzazione a procedere in tal senso, ma i genitori si oppongono, e così dimostra di voler fare, risolutamente, lo stesso Adam. Prima di decidere, Fiona vuole andare fino in fondo e conoscere personalmente Adam. Il colloquio le sembra illuminante: il verdetto viene pronunciato in pubblica udienza e tutto pare risolto. Le cose, però, non sono così semplici, e il caso torna a ripresentarsi, anzi, ad imporsi nuovamente, con tutta la sua problematicità, intrufolandosi addirittura nella vita privata del giudice e condizionandone tutti i comportamenti e i pensieri, fino ad un epilogo sorprendente e disorientante.

Due ragioni per leggere questo McEwan (oltre al fatto che ci troviamo di fronte ad un grande scrittore): 1) i primi tre capitoli sono una lezione quasi perfetta su che cosa sia l’arte di giudicare, specialmente allorché siano in gioco complessi bilanciamenti tra diritti e libertà ugualmente predicabili e pertinenti: aveva davvero ragione chi ricordava che il diritto, più che opera di sola scienza, è necessariamente anche opera di sapienza; McEwan, dunque, ci aiuta a metabolizzare che, soprattutto oggi, di fronte alle hard choices del biodiritto, non possiamo proprio rinunciare a un sapere la cui autonomia diventa tanto più preziosa quanto più rischia di risultare permeabile a influenze – morali, scientifiche, politiche, religiose… – apparentemente irresistibili; 2) il quarto e il quinto capitolo ribaltano la prospettiva e la riaffermano allo stesso tempo, in un quadro di deliberata confusione tra sfera personale e doveri d’ufficio: capitolando dinanzi a un finale che può anche deludere, apprendiamo che il diritto e la sapienza del giudizio non ci rendono immuni davanti alla forza della vita, né possono essere invocati per risolvere ogni possibile questione; di qui l’importanza della coscienza del limite, e l’icona dell’umanità ferita di Fiona Maye – che si scopre, suo malgrado, e quasi per rimbalzo, l’eroina di un dramma degno del tema classico di Tristano e Isotta – è molto efficace. Che dire ancora? McEwan frequenta le cronache giudiziarie da tempo e più di altri ha compreso che il tribunale non è materia noiosa, né sede di sole trame da giallo o da vacuo feuilleton; in altri termini: la giustizia è tornata sulla scena della migliore letteratura, e questa è una buona notizia.

Recensioni (di Livia Manera, di Davide Turrini, di Massimiliano Parente, di Giovanni Dozzini, di Tessa Hadley, di Ron Charles)

Una video-intervista all’Autore

Sulla scrittura di Ian McEwan (di Valentina Pigmei)

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Guido Calabresi è uno dei giuristi più noti e autorevoli di tutto lo scenario globale. Le tre lezioni contenute in questo volume sono state svolte come primo appuntamento, nel 2012, delle “Alberico Gentili Lectures”, organizzate finora in tre edizioni presso l’Università di Macerata. In esse Calabresi racconta della sua esperienza di giudice negli Stati Uniti, patria adottiva sin da quando, a sei anni, nel 1938, ha abbandonato l’Italia con la famiglia, a causa delle leggi razziali. È nel mondo accademico americano, infatti, che Calabresi ha espresso le sue doti, diventando uno studioso di riferimento: nel contesto universitario, come uno dei padri dell’analisi economica del diritto e come maestro indiscusso del tort law; e ciò anche al di fuori della Yale Law School, della quale è stato preside per molti anni, fino a quando Bill Clinton lo ha nominato giudice della Corte d’appello federale del Secondo Circuito (per gli Stati del Vermont, del Connecticut e di New York).

La prima lezione ci cala subito nella complessità del sistema giudiziario americano, che viene tuttavia sciolta in pochi e chiari tratti: ragione e funzioni delle corti d’appello federali sono illustrate benissimo, Federalist Papers alla mano. Nel far questo, Calabresi non si limita a discutere dei profili organizzativi e delle motivazioni istituzionali e di contesto che li giustificano (e che sono determinanti in tutti i sistemi giuridici). La sua attenzione è dedicata soprattutto alle peculiarità del reclutamento dei giudici federali, provenienti da estrazioni e da esperienze socio-culturali e formative diversissime, e alla loro competenza “generalista”, che li obbliga sempre a spaziare tra questioni, materie e tipologie di giudizio altrettanto differenti. Ciò assicura, per un verso, che le sentenze obbediscano ad un “sistema di scelta generale” (“di idee, di principi, e non di come si deciderebbe un caso specifico in una materia specifica”); per altro verso, che tutti i giudici sviluppino capacità proprie di ogni fase o di ogni momento della funzione giurisdizionale (da quelle necessarie alla cognizione del merito a quelle indispensabili nel sindacato di costituzionalità). Quest’ultima peculiarità rende il giudice americano particolarmente predisposto al dialogo: con le altre corti del suo stesso sistema, statali e federali; con i giudici di altri ordinamenti; con gli altri poteri, in primis con quello legislativo e con quello esecutivo. La seconda lezione sviluppa il tema e descrive con ricchezza di esemplificazioni quali siano gli strumenti del dialogo, tra livello federale e livello statale, da un lato, tra i giudici comuni e la Corte Suprema, dall’altro. Calabresi affronta, allora, l’istituto della certification, la tecnica degli obiter dicta e il modo con cui si bilancia, tra principio di uguaglianza e istanze di due process, la necessità che intervenga la giustizia federale con l’opportunità che una questione resti allocata in capo ai giudici statali. Nei rapporti tra legislatore e giudice, inoltre, grande attenzione è dedicata al problema del countermajoritarianism, che “non è una difficulty, quanto una scelta strutturale di assegnare alle Corti il dovere di proteggere valori fondamentali da pressioni popolari momentanee”. Che fare, però, se il giudice è del tutto e apertamente contrario, nel suo intimo, a ciò che stabilisce una legge? La terza lezione porta in piena luce questo dilemma, dal momento che Calabresi affronta il rapporto tra giudice e giustizia “di fronte alla pena di morte”. Pur non rinunciando ad esprimere la sua personale avversione per la pena capitale, Calabresi respinge con vigore l’idea che ciò lo possa indurre a rinunciare a partecipare a collegi giudicanti che debbano esprimersi su casi in cui quella pena potrebbe venire in considerazione (perché anteporrebbe le sue convinzioni all’esigenza istituzionale che è intrinseca al suo ruolo di giudice). Allo stesso modo, viene rigettata anche l’ipotesi di poter denunciare facilmente l’incostituzionalità dell’eventuale legge che preveda la pena più estrema (poiché un giudice non può strumentalizzare la valutazione sulla legittimità costituzionale e far prevalere il suo giudizio su ciò che è il diritto). Al contempo, Calabresi invita tutti i giuristi a confrontarsi con il problema della bontà di discipline che siano percepite come tali soltanto perché espressione di una chiara volontà popolare: giacché il diritto deve sempre coltivare una posizione cauta, “nei confronti del formalismo della tradizione, delle Corti, dei valori del passato, e anche della maggioranza che innerva la legge”, così come “delle scienze sociali”. Il diritto, infatti, “si nutre della prospettiva di tutte queste risorse, si giova di ogni loro contributo ma, in definitiva, ciò che conta è accogliere tutto ma di tutto essere scettici”. Soprattutto, però, Calabresi – rifacendosi a San Tommaso Moro, per cui “Dio ci ha dato il cervello e l’intelligenza per evitare il martirio” – ricorda che un giudice attento studia i casi drammatici che gli si possono parlare di fronte ben prima che l’evenienza concreta si presenti, visto che proprio questo studio potrebbe consentirgli di evitare gli esiti più duri.

Le parole del senior judge italo-americano forniscono spunti notevoli, anche nelle digressioni o nelle piccole divagazioni che caratterizzano il tono pacato e quasi confidenziale di queste conversazioni. Ad esempio: è molto acuta l’osservazione che viene fatta in merito all’assenza, nel sistema dell’integrazione europea, di un’articolazione locale di corti propriamente sovrastatali; lo è anche il passaggio in cui l’Autore si sofferma sull’attenzione che ogni giudice deve porre al tema dell’esecuzione (in termini di eseguibilità effettiva) delle sue decisioni; o quello in cui si narra di un gustoso scambio di battute tra Aharon Barak e Dieter Grimm sull’esistenza o meno di limiti alla manifestazione di un pensiero razzista o violento; o quello, ancora, in cui si descrive il ruolo delle giurie, che, diversamente dai giudici, possono prendersi la libertà di non seguire meccanicamente ciò che la legge impone, poiché tale è la loro “funzione democratica”. E si potrebbe continuare, segnalando che, nell’argomentare di Calabresi, anche le immagini sono virtuosamente calzanti, come quella del giudice americano costantemente in bilico tra Burke e Bentham, tra tradizione e innovazione. Il mestiere di giudice è, in definitiva, un aureo libretto, che la ricca e ordinata bibliografia finale impreziosisce di stimoli per ogni altro approfondimento.

Le lezioni… dal vivo!

La registrazione della presentazione del libro presso il Consiglio di Stato

Una recensione (di Guido Melis)

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Estate 1981: Giacomo Colnaghi è sostituto procuratore presso il Tribunale di Milano e sta indagando sulla morte di un uomo politico, assassinato da un gruppo terroristico. Fa la spola tra la metropoli stretta dall’afa, Saronno – il suo paese natale – e la costa ligure, dove si trovano la moglie e il figlio per una breve vacanza. È un magistrato atipico; vuole capire, al di là della ricognizione degli eventi e dell’interpretazione delle norme e della loro applicazione. Ha dei riferimenti molto forti: il magistero di Guido Galli, ucciso da poco più di un anno per mano di Prima linea; le riflessioni scomode di Dante Troisi, il cui diario lo colpisce nel profondo; il ricordo del padre Ernesto, giovane contadino morto da partigiano e da piccolo-grande eroe incompreso di un’Italia ancora da venire. Proprio la storia del padre si alterna al racconto delle investigazioni, degli interrogatori e dei tormenti, anche personali, di Giacomo, il cui assillo non è quello di compiere un dovere astratto e formale, bensì di cercare la giustizia, al costo – se necessario – di riuscire a perdonare: “Eccezioni sempre, errori mai”, questo è il motto che dirige le sue azioni. Colnaghi è sempre alla ricerca, e si confronta con i suoi più cari amici, il libraio Mario e il giudice Doni, che, però, non riescono a cogliere fino in fondo le ragioni della sua inquietudine, né ad evitare l’avverarsi di un destino sempre temuto e quasi atteso.

Con questo romanzo – che unito al precedente Per legge superiore, forma un “dittico ideale”, secondo la definizione data dallo stesso Autore – Fontana ha vinto il Campiello 2014. I motivi del successo si intuiscono: l’intreccio con un filone molto gradito in questi ultimi anni (la produzione letteraria sulle vittime del terrorismo è stata tanta e di ottima qualità); una scrittura semplice, asciutta e rigorosa (e quindi molto adatta all’esigente registro etico e civile del testo); uno sguardo originale e interessante (che alla semplicità – o quasi assenza – di una trama da svolgere sovrappone con efficacia lo scavo psicologico e deontologico). Come per il libro del debutto, tuttavia, si prova una sensazione di incompiutezza, un inappagamento che non si può superare con la sola constatazione di un indubbio talento compositivo. A questo stile, pensandoci bene, manca una spina dorsale; gli difetta, in altre parole, una verità, che, in letteratura, non può mai essere quella dei puri fatti, o delle questioni morali riconosciute o largamente dibattute, o degli interrogativi socio-politici ficcanti perché giudicabili come intrinsecamente intelligenti. In letteratura, ciò che conta è innanzitutto la persuasione, non l’aspirazione a raggiungerla, per quanto fresca, nobile e determinata. Senza la persuasione traspare solo una certa paura, il timore di non avere o di esprimere una tesi, di non saper sostenere una lettura deliberatamente unilaterale. Chiarire che cosa si nasconde dietro il gesto del fare giustizia; comprendere il perché delle molte e perdute occasioni di nascita collettiva di uno specifico e virtuoso carattere nazionale; svelare l’intima ambiguità dei racconti, per quanto diversi, sulla Resistenza o sugli Anni di Piombo; testimoniare l’umanità e la fragilità di chi rappresenta lo Stato e la sua forza: tutte queste operazioni sono certamente meritevoli; e Fontana sembra essersi messo sulla strada giusta, per questo non può che piacere. Ma convincerebbe ancor di più se avesse il coraggio di tendere un indice e di mostrarci senza vergogna una nuova e possibile versione delle cose.

Recensioni (di Giacomo Giossi, Francesca Visentin, Angela Arbore-Giovanni Zaccaro, Paolo Nori, Clotilde Bertoni)

La genesi del romanzo nelle parole di Fontana

Un’intervista a Fontana

Il sito dell’Autore

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“Diceva Einstein: è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”: in questo modo si esprime sconsolato il giovane e talentuoso avvocato Fillioley del foro di Siracusa, chiamato, con l’illustre collega Pier Luigi Romano, a difendere in primo grado Salvatore Gallo, accusato di aver ucciso, in concorso con il figlio Sebastiano, il fratello Paolo. Il punto è che il corpo del morto non si trova; eppure, le chiacchere e le convinzioni già da tempo diffuse sulle tante liti di questa famiglia contadina di Avola e sul carattere aggressivo di Salvatore conducono gli inquirenti ad una conclusione che sembra facile, comoda, naturale e incontestabile. E che tale deve rimanere, a costo di piegare la ricerca della verità e la stessa macchina giudiziaria al servizio dell’ingiustizia. Siamo nel bel mezzo degli anni Cinquanta, in una Sicilia ancora feudale, arretrata, nella quale l’analfabetismo e la povertà dominano come tratti troppo fedeli di un territorio nel quale lo Stato e la sua giustizia sembrano sempre destinati a fallire. Tuttavia la perseveranza di alcuni difensori e di un giornalista di razza non permette che il caso finisca nel dimenticatoio, ed anche per questa drammatica vicenda i nodi, anche se tardi, arrivano al pettine.

Basterebbe la lunga recensione di Aldo Busi – che a sua volta merita un’autonoma menzione – per dire molto sulla qualità di questo libro. Non colpisce soltanto l’uso sapiente del dialetto insulare, che contribuisce a immergere il lettore in un universo così lontano e così vicino allo stesso tempo. Come è stato giustamente evidenziato, Giallo d’Avola è la prova che, in letteratura, il realismo funziona, soprattutto se veicolato da un’intenzione morale e sociale. Più che a Sciascia o a Silone, però, Di Stefano si avvicina, con questa storia vera, al Sergio Saviane de I misteri di Alleghe (correva l’anno 1953…), che pure aveva cercato di ricostruire e di districare, agli antipodi dello Stivale, una vicenda familiare e locale ugualmente oscura e macchiata da omertà, pregiudizi e, seguendo quanto recentemente dimostrato dal bel dossier di Toni Sirena, da una giustizia, anche quella volta, quanto meno claudicante. Così, le osservazioni che suscita questo giallo anomalo sfociano in un’amara considerazione. Che spesso, ora come allora, al Nord come al Sud, gli ingranaggi del nostro sistema giudiziario non sono soltanto rallentati dai difetti di qualche singola ruota, ma sono pericolosamente bloccati dalla sistematica mancanza dell’olio della ragione e della misura, l’unico capace di farli scorrere nel modo più corretto.

Recensioni (da Internazionale e da La Stamberga dei Lettori)

Un’intervista all’Autore

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Questo romanzo è l’esordio narrativo di un noto consigliere di Stato, un giudice amministrativo assai impegnato: come fautore di importanti orientamenti interpretativi; come studioso del diritto amministrativo sostanziale e processuale; come animatore di percorsi formativi di successo, assai frequentati dai giovani che si propongono di accedere alla magistratura. È del tutto naturale, quindi, che la fonte d’ispirazione di questo noir sia il mondo della giustizia, con tutte le sue insidie, e specialmente con tutti i dubbi e i problemi che ogni giudice incontra nella sua esperienza quotidiana. E magari anche con la gustosa aneddotica che circonda da sempre tutto l’ambiente, a partire dalla celebre domanda che ogni collegio si porrebbe al principio della camera di consiglio: Ci è u ftiènt? (p. 55).

Il colore del vetro si dipana nel sovrapporsi di due diverse vicende. Quella di Maurizio Salinaro, detto “Cristo” per l’espressione del suo viso barbuto, giudice penale presso il Tribunale di Milano. Il suo equilibro ha già subito una forte scossa, in particolare allorché, in un recente passato, si è trovato ad affrontare una questione che lo ha profondamente turbato. Ora sente di essere incappato in un imperdonabile errore, che rischia di aver consegnato alla cella un innocente. L’occasione lo mette fortemente in crisi, sia dal punto di vista professionale, sia dal punto di vista personale ed affettivo. Ad essere in crisi, però, è anche l’altro protagonista: Nicola Morgese. Maurizio lo aveva incrociato in un momento decisivo della sua vita. Ora Nicola, che è separato e ha perso la possibilità di restare con i suoi due figli, ambisce a costruirsi una vita diversa, sul crinale di una traiettoria che è sospesa tra un presente non del tutto chiaro e un futuro di nuova e insperata passione per la bella Giovanna e per il mondo semplice da cui essa proviene. Le due vicende tendono lentamente a convergere, fino ad una rivelazione che si lascia intuire passo dopo passo e che, tuttavia, non rappresenta il vero colpo di scena, che l’Autore consegna soltanto alle ultimissime pagine del libro.

Il titolo sintetizza bene ciò che Caringella vuole proporre all’attenzione dei lettori: “Se un giudice sceglie il vetro o il colore sbagliato la verità diventa inafferrabile” (p. 114). Salinaro lo prova sulla sua pelle e lo comunica efficacemente; soprattutto, riesce a farci capire il peso che può gravare sulle spalle di chi esercita determinate funzioni. Ma non si tratta di un filone nuovo: sulla stessa strada, non molto tempo addietro, si è indirizzato anche Giorgio Fontana, in Per legge superiore, con la creazione del p.m. Doni, anch’esso immaginato tra i corridoi del Palazzo di Giustizia meneghino. A differenza di Salinaro, però, Doni è più anziano e pone rimedio ai dilemmi che lo attanagliano proiettandosi al di fuori della propria storia personale. Salinaro e Morgese, invece, sono fagocitati dall’assolutezza delle proprie scelte e da un senso di insopprimibile frustrazione. Caringella, forse, intende dirci qualcosa che non coincide con ciò che vuole dirci Fontana. E il romanzo, come si diceva, non ha un lieto fine.

Quest’ultimo aspetto è l’elemento migliore de Il colore del vetro, perché costituisce l’approdo chiarificatore per la crescente tensione drammatica delle biografie dei due protagonisti, che all’inizio si fa strada tra le pagine quasi timidamente. Dapprima, infatti, si è avvolti da uno stile e da un linguaggio piani e sereni, che lasciano quasi presagire una nostalgica e romantica adesione alle ragioni, pur contraddittorie, di Nicola e di Maurizio. Poi, all’improvviso, la tensione si fa evidente, fino ad esplodere in un epilogo inequivocabilmente tragico e rivelatore. Lo smarrimento che possiamo avvertire dopo la lettura è l’anticamera ideale per conclusioni che ciascuno può facilmente trarre. La giustizia non è mai insensibile alla vita, così come la seconda può essere influenzata dalla prima. Anche l’uomo di legge, pertanto, è innanzitutto un uomo, e prendere le misure con questo comune destino non è meno difficile che scegliere il colore della lente con cui giudicare un colpevole.

Un’intervista all’Autore

Recensioni (di Giuseppe Di Stefano e di Domenico Mutino)

In “sottofondo”… Pink Moon, di Nick Drake, e Neanche un minuto di non amore, di Lucio Battisti

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Originale e accattivante: sono questi i due pregi del romanzo di Ballestracci, che per qualche strana combinazione di intuizioni e di emozioni – non ultime quelle che suscita la foto in copertina, di Enrico Pandiani, altro “asso” di Instar Libri – non può che ricordare il bellissimo Tutto il ferro della torre Eiffel di Michele Mari; ciò, almeno, al lettore che si scopra meno incline alle mode del momento. Personaggi reali e spezzoni di storia e di vite effettivamente vissute si mescolano a trame variamente inventate, in intrecci e coincidenze sorprendenti quanto intelligenti.

Questa volta, però, i protagonisti non sono Bloch, Benjamin o Céline, e non agiscono soltanto nello spazio di una città “magica”. In questo caso, al centro di una scena che trascorre dall’Europa del 1938 all’Argentina degli anni Settanta e Ottanta si muovono indimenticati campioni sportivi, degli scacchi, del calcio, del ciclismo e del pugilato: da un mitico Gino Bartali a Ezi Willimoski, prolifica punta delle nazionali polacca e tedesca; da Matthias Sindelar, grande attaccante dell’Austria Vienna degli anni Trenta, al giovanissimo Diego Armando Maradona; da Carlos Monzón, uno dei più forti pesi medi della boxe, a Rodrigo Valdéz, suo tenace rivale. Le loro imprese fanno da sfondo e da contrappunto ad altre piccole e grandi vicende di valore e di resistenza, che sono, al contempo, testimonianza di amore e di passione incondizionata per lo sport, ma anche di sofferenza, di esilio e di persecuzione: a causa del dilagare del Nazismo, ma anche in ragione delle brutalità estreme dei rapimenti e delle torture messi in atto dai generali golpisti di Buenos Aires. Tra le righe, allora, compaiono e agiscono anche figure drammaticamente note e terribili: Adolf Eichmann, Martin Bormann, Klaus Barbie; così come Eduardo Acosta, Alfredo Astiz, Mario Alfredo Marcote.

Figura chiave di tutto il racconto è Casimiro Stablinski, prodotto diretto della penna, sempre curiosa, di Ballestracci. È il figlio del Leopoldo Stablinski che si incontra nelle prime pagine del libro e che si presenta, subito, come l’emblema dell’ebreo errante e, più in generale, di una porzione di umanità tragicamente predestinata a sperimentare continuativamente l’inesorabile follia della storia. Sarà proprio Casimiro, in tale destino, a fare da vittima, e la sua esperienza estrema gli consentirà la conquista di una dura consapevolezza, che, pur affascinata dalla logica della vendetta più feroce, si scioglierà nell’immaginazione di una giustizia tutta terrena e tutta incerta. In proposito, l’epilogo del romanzo è un vero capolavoro di pastiche storico-letterario, con le scene del processo Eichmann che trascolorano improvvisamente nei fotogrammi dei primi e recenti giudizi ai torturatori dei desaparecidos argentini: e qui troviamo Casimiro, che vi assiste assieme a Kaddish Poznan, felicissima incarnazione dell’omonimo protagonista de Il ministero dei casi speciali di Nathan Englander.

La storia balorda è una lettura altamente raccomandabile, non solo per il prezioso atto di memoria che l’Autore rende allo sport, alla letteratura e a tanti sconfitti del Novecento più drammatico. Il volume stupisce anche per le trovate ripetute e intense, diffuse a profusione nel corso della narrazione: la pagina su Paolo Rossi al mondiale del 1978, paragonato al coyote di Mark Twain, è semplicemente geniale; l’intermezzo su e con Osvaldo Soriano – l’autentica “musa” ispiratrice dell’Autore – è un meccanismo perfetto ed in sé compiuto; la sovrapposizione delle sfide calcistiche di Argentina ed Inghilterra con gli episodi della guerra delle Malvinas è epica pura ed azzeccata. Con Ballestracci, che è anche un quotato bluesman, basta soltanto avere un po’ di pazienza: abbandonarsi, cioè, al flusso degli eventi e delle tante e diverse epifanie del tempo che scorre. Attimi di vero piacere e momenti di profonda riflessione non solo possono coesistere; sono garantiti.

Le recensioni di Giovanni Pacchiano e di Giorgio Sbrissa

L’Autore si racconta

Il blog di Ballestracci

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