Vicino alla stazione di Firenze, lungo i binari, viene ritrovato un corpo. È quello di un vecchio, distinto e ben vestito. Corre l’anno 1931, ed è l’alba di una fredda giornata di febbraio. Nessuno sembra desideroso di capirci qualcosa e il caso viene affidato a un giovane commissario, Ottaviano Malossi, che fiuta subito la patata bollente. Il morto, infatti, è nientemeno che il generale Andrea Graziani, pezzo grosso del regime e già Ispettore Generale del Movimento di Sgombero delle truppe in rotta dopo Caporetto. La sua fama di fucilatore, sul fronte della Grande Guerra, lo ha sempre preceduto; anche Malossi, ragazzo del ’99, se lo ricorda. Forse è per questo che tutti si aspettano che l’indagine finisca presto e che si accerti che si è trattato di un semplice incidente. Ma probabilmente c’è qualcosa di più, e il commissario vuole comunque vederci chiaro. La verità, infatti, è ben altra: viene proprio dai campi della disfatta dell’autunno del 1917. Dai luoghi in cui si svolge una diversa storia, quella che l’Autore intreccia alla prima, e che ha come protagonista un Vecio, uno dei fanti del 1915, sopravvissuto a tante sanguinose battaglie e ritratto nelle sofferenze della dura ritirata di Caporetto e della strenua difesa del nuovo confine. Che cosa c’entra questo Vecio con la morte di Graziani? Forse i loro destini si erano improvvisamente incontrati? Malossi lo intuirà in quel di Verona, ai margini dei solenni funerali che le camicie nere dedicheranno al generale defunto. E deciderà, per quanto gli compete, di fare a suo modo giustizia.

A qualche anno di distanza dal freschissimo esordio de Sul Grappa dopo la vittoria, Paolo Malaguti torna a raccontare il primo conflitto mondiale. Lo fa, però, con un’intenzione ben precisa. Il nuovo senso di questo romanzo ci scruta sin dalla copertina e ha lo sguardo ghiacciato di Max Frechette, uno degli attori di Uomini contro (1970), di Francesco Rosi. Non è il richiamo generico a un’immagine di trincea; è il rinvio a un’atmosfera coerente, di dolore, denuncia e ribellione. È chiaro, infatti, già dalle prime pagine, che Malaguti vuol prendere una parte, senza ambiguità. Vuole stare, nel centenario che la ricorda, con chi ha subíto la Grande Guerra, con quegli italiani che, ritenuti colpevoli di condotte poco fedeli, sono stati puniti o uccisi dalle incomprensibili sanzioni e dagli ordini spietati di gerarchie tanto inflessibili quando militarmente incapaci. E vuole condannarle quelle gerarchie, come tutta quella guerra, un conflitto che ha travolto o segnato migliaia di individui semplici. Per raggiungere questo scopo, lo scrittore ha deciso di marciare col soldato, col Vecio e con la buffa, imparandone il gergo (riproposto in appendice al volume), condividendone speranze e paure, e coltivando passo dopo passo, nel fango e negli orrori, un insopprimibile senso di vuoto, di abbandono e di rifiuto, e un’istanza di riconoscimento, per la quale, tuttavia, la sola memoria non sembra più sufficiente. Era tempo, dunque, che il lungo viaggio del Vecio (così potremmo chiamarlo) venisse riscoperto, a testimonianza della sventura di un intero esercito; ma era anche tempo che questo viaggio diventasse l’antefatto di una sentenza esemplare, come spunto per la rinascita di un giudizio collettivo finalmente più giusto. È per questo che Malaguti inventa Malossi, facendogli condurre un’indagine che riporta alla luce un fatto tanto assurdo quanto realmente accaduto, per il quale il generale Graziani è da sempre rimasto tristemente famoso, e del quale ora, sia pur post mortem, può pagare simbolicamente le conseguenze.

Recensioni (di Franco Cardini; di Dino Messina; di Milena Nebbia; di Maria Emilia Piccone; di Silvia Stucchi)

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È l’autunno del 1983. Georges si trova nel Nord del Libano, dove viene gravemente ferito dopo che un tank siriano ha colpito la sua auto. Ma come è arrivato fino a lì? Occorre tornare indietro nel tempo, quasi dieci anni prima, a Parigi, quando Georges conosce Sam Akounis, un regista greco di origine ebraica, fuggito dal golpe dei colonnelli. Le violenze e gli aspri conflitti politici nati dalle contestazioni studentesche sono lo scenario di quella che si rivela ben presto una grande amicizia. Nella militanza, che è fatta di lotta e di colpi durissimi, Georges conosce anche Aurore, che sposerà, e con cui avrà una figlia, Louise. È il sogno di Sam, però, ad allontanarlo da un tranquillo destino borghese. Il regista, che nel frattempo ha viaggiato molto, vuole mettere in scena a Beirut, in un teatro semidistrutto dalle granate, l’Antigone di Jean Anouilh, quella allestita durante l’occupazione nazista della capitale francese. Ha già trovato gli attori, ciascuno prescelto da una delle differenti etnie in conflitto: Imane, ad esempio, una giovane maestra palestinese, interpreterà Antigone; Chabrel, cristiano maronita, farà Creonte; un ragazzo druso, Nakad, si vestirà dei panni di Emone, il figlio del re. Sam, tuttavia, è gravemente malato, e così lascia il testimone a Georges, che dovrà preparare gli attori, convincere le diverse fazioni ad accettare una tregua e diventare il vero regista di questa incredibile impresa. Georges dunque si tuffa nell’avventura, guidato da Marwan, il padre di Nakad. Si addentra tra le macerie di una città assediata dai cecchini, rischiando la vita, superando le diffidenze di tutti e riuscendo addirittura ad organizzare una sorta di prova generale dello spettacolo. Poi accade l’indicibile, drammaticamente, e la vita di Georges si sbriciola, portandolo a rompere in prima persona la quarta parete che divide il palcoscenico dal pubblico e trasformandolo brutalmente in uno degli attori di una tragedia cruenta, che nessuno è stato veramente in grado di fronteggiare.

Può sembrare che l’Autore cerchi di realizzare un’operazione molto sofisticata, assemblare una trama potenzialmente assurda con fatti realmente accaduti, dando vita ad un racconto ricco di suggestioni e di significati. È bella di per sé l’idea di ripescare Brecht e pensare all’azione teatrale come ad un fatto catartico, individualmente, socialmente e politicamente rivoluzionario; con una quarta parete che si apre non solo per far passare la forza della rappresentazione artistica nella realtà storica, ma anche per dimostrare quanto il mondo possa cambiare l’esistenza. Così Chalandon immagina da un lato che quella stessa Antigone, quella di Anouilh, che si era simbolicamente opposta all’oppressione degli invasori, possa stimolare un nuovo miracolo; e dall’altro che il teatro della terribile guerra mediorientale indichi a Georges la sua vera identità e la sua naturale inclinazione. Trovarsi faccia a faccia con lo spietato massacro di Sabra e Shatila significa, per Georges, cogliere l’occasione senza ritorno di recitare nel teatro che gli è stato destinato, uscire dall’illusione posticcia di un impegno fin troppo vacuo, esclusivamente generazionale, per entrare nel luogo in cui respirare fino in fondo la durezza di ogni autentica scelta. Perché tutto è irrimediabilmente duro, al di là dell’istanza di giustizia sotto le cui bandiere ciascuno si propone di combattere. E anche il sogno di Sam si è infranto. Proprio qui, forse, si intravede ciò che l’Autore intende mettere in scena. Come nel testo di Anouilh, infatti, la chiusa del romanzo sta in un comune orizzonte di morte, in una conseguenza che non si riesce mai ad imparare, eppure dovrebbe valere più di ogni altra lezione e restare bene impressa nella memoria: “Ma adesso è finita. Sono comunque tranquilli. Quelli che dovevano morire sono morti. (…) E quelli che ancora vivono cominceranno dolcemente a dimenticarli e a confondere i loro nomi. È finita”. È così che, dai tempi di Sofocle, la storia si ripete.

Recensioni (di Giacomo Giossi; di Riccardo Michelucci)

Antigone nel testo di Jean Anouilh (v. anche un dibattito sul significato di questa versione)

L’Antigone di Sofocle e le sue letture moderne (di Moreno Morani)

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Fine della seconda guerra mondiale: un bambino di sette anni, con una sedia sopra la testa, attraversa spavaldo una Trieste liberata ma ancora militarizzata. È Flavio, il papà dell’Autore. L’immagine – immortalata in una vecchia foto di giornale – apre una fitta galleria di ricordi, di racconti, di conversazioni, e anche di indagini: sulla propria eredità sentimentale e sulla storia di una città multietnica e conflittuale. I due livelli si sovrappongono costantemente, con un effetto di rimbalzo reciproco, talvolta semiserio e scanzonato, talvolta emotivamente forte, comunque molto efficace. La sensazione è che i protagonisti siano tutti attori di un film, che va assemblandosi pagina dopo pagina. È il lungometraggio di una terra e di una popolazione martoriate da un lungo destino di esili, di guerre, di passioni, di separazioni, di crimini e scontri atroci, al di qua e al di là della cortina di ferro. Ma è anche l’autobiografia di un’identità multiforme e di una comunità esuberante, da sempre eterogenea ed errante; la fisiologia di un avvitarsi collettivo e individuale psicologicamente complesso, sempre indefinito, e per questo fertile e maturo, pronto per una nuova chance di vivace cosmopolitismo, sulle orme di Berlino e di Belfast. Di questo vuole convincersi, e convincerci, anche Covacich, che in una tale impresa si fa aiutare dai suoi eroi, dai personaggi che ha deciso di eleggere a numi tutelari del suo percorso narrativo: il poeta croato Ivan Goran Kovačic, rievocato nell’esemplare durezza della sua tragica e paradossale parabola esistenziale; lo scrittore italianissimo Pier Antonio Quarantotti Gambini, alfiere, testimone e custode di un’epoca di slanci e di rivendicazioni politiche e culturali; il grande compositore istriano Antonio Bibalo, triestino di nascita ma campione riconosciuto solo nella sua Norvegia; e il Fulvio Tomizza di Materada, il collega e il compatriota a tutti gli effetti, riscoperto tra i colori tenui di un paese, il suo paese, che, a ben vedere, non ha mai smesso di essere allergico a ogni confine.

Il libro è semplicemente bello. Forse la chiusa cede un po’ alla retorica, e i ripetuti riferimenti a Kafka e a Joyce, come a Svevo e a Saba, sono un po’ di troppo, perché scontati (ma come evitarli?). Eppure la Trieste di Covacich è un universo che attrae. In primo luogo perché ciascuno di noi ne ha una: è la città della nascita e dell’adolescenza; degli affetti e delle genealogie familiari; delle fughe, delle nostalgie e dei ritorni; di tutti i piccoli grandi miti personali, sui quali vorremmo scrivere tutti una sceneggiatura, anche soltanto per trarne egoisticamente un supplemento di energia e di motivazione. Poi, però, in questo testo emerge anche una virtù che trascende questo piano. Trieste è uno snodo singolare di culture e di occasioni di analisi e di pensiero, un luogo in cui si può essere tante cose – italiani, asburgici, sloveni, croati, ebrei, contadini, marinai, impiegati, migranti, viaggiatori, imprenditori, musicisti, scrittori… – senza mai provare la sensazione di non capirsi. Anzi, l’idea di Covacich è che questo impasto sia, più in generale, il segreto e il modello di un’umanità più ricca, quella di cui il nostro tempo (la nostra Europa) sembra avere davvero bisogno. Ed è un’idea – particolare non trascurabile – scritta bene, con grazia, e assistita da un approccio molto interessante alla letteratura e allo spazio che per l’Autore le si addice più di ogni altro. A Covacich interessa la descrizione e l’analisi del rapporto costante e fondamentale tra l’io e le tante cose che lo costituiscono dall’esterno, offrendogli così il modo di essere davvero cosciente e determinante. Ecco perché questa Trieste non è un semplice spot sul fascino di un capoluogo mitteleuropeo. In una simile prospettiva – i luoghi come laboratorio dell’anima e della consapevolezza, personale e collettiva – il titolo del libro è già un manifesto più che eloquente; non serve dire altro. Può essere utile, invece, aggiungere un consiglio: provare a leggere La città interiore dopo aver visto due brevi docufilm, entrambi usciti nel 2012 dalla fucina di Elisabetta Sgarbi: Il viaggio della signorina Vila e Trieste: la contesa. Due piccoli gioiellini, che, con questo volume (prodotto, in fondo, dalla stessa firma…), completano un trittico suggestivo e stimolante.

Recensioni (di E. Barbieri, C. Battocletti, A. Mezzena Lona, S. Pent, C. Taglietti)

Conversazione con l’Autore (su radioradicale.it)

Mauro Covacich a Fahrenheit

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Luca Rainer è un traduttore e vive da single nel centro di Trieste. La Vecchia Blu, storica direttrice della Fortezza, il carcere cittadino, gli chiede di confrontarsi con Carlo Malaguti, omicida reo confesso e prossimo alla liberazione per limiti d’età: al processo, vent’anni prima, era stato difeso dalla madre di Luca, intuitiva ma scostante avvocatessa; ora il figlio potrebbe anche ricavarne un racconto, da consegnare al suo editore. Malaguti, però, si ostina a nascondergli la verità, anche se tra i due si fa gradualmente strada un po’ di confidenza. Luca comincia a scavare nel passato e si spinge fino all’isola di Sant’Erasmo, nella laguna veneta, dove incontra un’eccentrica fattucchiera. È quello il luogo in cui tutto era cominciato; è lì che Carlo, per fuggire da un arruolamento forzato, aveva incontrato un grande e indimenticabile amore; ed è lì che la guerra aveva infranto tutti i suoi sogni. Ma Luca ancora non capisce: perché mai Carlo ha ucciso Marta Vianello, un’anonima dattilografa di Mestre? Neppure l’occasione di un viaggio in barca, in Adriatico, riesce a dischiudergli la strada per capire a fondo il segreto dell’ex ergastolano. All’improvviso, poi, questi muore, suicida, nella sua vecchia casa, lasciando al nuovo amico, solo allora, una lunga confessione scritta, il resoconto drammatico di una vicenda di passione e paura, di tradimento e vendetta, di una colpa mai del tutto espiata. Il cerchio si chiude, quindi; e per Luca non si tratta più di scrivere un libro di successo, poiché l’estrema solitudine di Carlo lo ha fatto riflettere sull’insensatezza della sua e sul valore dell’amicizia.

Di Molesini, questa, è l’opera seconda. Lo è per ragioni cronologiche, innanzitutto, perché viene dopo l’originale e fortunato debutto di Non tutti i bastardi sono di Vienna. Lo è, tuttavia, anche perché non è al livello della precedente: viene dopo anche sul piano del giudizio di valore. C’è qualcosa, in questo romanzo, che non gira. Le pagine si susseguono e si è indotti ad attendere un’accelerazione, un cambio di passo che non si avverte neanche quando Carlo Malaguti racconta la sua storia in prima persona, nella lunga lettera che lascia a Luca Rainer: questa, semplicemente, sviluppa, o svela, tutto ciò che si intravede già nella prima metà del libro, e che, a voler essere sinceri, di suo non sarebbe per niente male. L’Autore, infatti, cerca di rappresentare qualcosa che, in effetti, non sopporta i colpi di scena o le articolazioni troppo complesse. L’obiettivo è intimo, riguarda un’istanza di giustizia personale e incommensurabile, che supera per definizione qualsiasi variazione di trama e di contesto, e che quindi non vi si può adattare naturalmente, in forza della sua assolutezza. Ma allora non si comprende come mai Molesini abbia voluto dire troppo, esplicitare così tanto un mood che, viceversa, nel suo rimanere rispettosamente implicito, avrebbe potuto manifestare al meglio la sua efficacia sul piano narrativo. Forse che l’Autore – di cui chiaramente la figura di Luca Rainer è la proiezione più desiderata… – si è lasciato prendere da una sua propria, e umanissima, emergenza? Detto questo, una buona notizia c’è: Molesini si aggiunge a quegli scrittori (come Giorgio Fontana, ad esempio, o come la Simona Vinci de La prima verità: tutti vincitori recenti del Campiello…), che sono interessati, senza vergognarsene, a riconoscere una dichiarata priorità alla psicologia delle relazioni e degli affetti, delle scelte e delle parabole irresistibilmente individuali, e ciò anche quando grandi questioni o snodi cruciali della Storia sembrerebbero dover prendere sempre il sopravvento e spiegare ogni cosa. È un filone più che meritevole, che forse, mutatis mutandis, attualizza la lezione di Romano Bilenchi (tutta da riscoprire…) e che anche oggi, in questo modo, potrebbe avere qualche degno erede.

Recensione (di Bruno Quaranta)

Un’intervista a Molesini

Il sito dell’Autore

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Stati Uniti, Stato di Washington, 1899: la guerra civile è terminata da trent’anni, ormai. Abel Truman, un vecchio reduce confederato, vive ai bordi di una spiaggia selvaggia con la sola compagnia di un cane, venuto dalla foresta. I ricordi della guerra, atroce e sanguinosa, continuano a tormentarlo; è stanco e malato, e le tante ferite accumulate in battaglia non mancano di farsi sentire. Le sue notti, poi, sono turbate da fantasmi ancor più lontani, la morte della figlia e la scomparsa della giovane moglie, delle quali si è sempre sentito responsabile. Un giorno, all’improvviso, arrivano alla spiaggia due uomini, spietati, che feriscono Abel quasi a morte, per impossessarsi del suo cane e usarlo come animale da combattimento. Una famiglia di colore e un indiano, tutti in fuga da una cittadina vicina, scoprono Abel e lo salvano. Ed è così che, una volta rinvenuto, il soldato comincia il suo viaggio: per riprendersi il cane e affrontare il suo passato, che a spezzoni riemerge, in una drammatica rievocazione, a tinte forti, della durissima battaglia del Wilderness e del modo con cui Abel ha perso i suoi compagni ed è riuscito, tuttavia, a sopravvivere, esiliandosi, infine, nelle terre estreme del Nord del paese. Ma nel frattempo l’avventura di Abel continua e incrocia i destini, altrettanto travagliati, di Glenn Makers, della sua compagna Ellen e di un piccola bambina cinese, Jane, che compare, in verità, già all’inizio del racconto, situato nel 1965, e di cui si capiscono l’identità e l’importanza soltanto alla fine, dopo un crescendo di avvenimenti e redenzioni.

La ricetta di Weller, al suo libro d’esordio, è questa: un terzo del miglior Clint Eastwood (attore), magari quello di Impiccalo più in alto; un terzo del libro per eccellenza di Stephen Crane, Il segno rosso del coraggio; e un terzo di Faulkner, preso a piacere da qualsiasi fonte (eventualmente sostituibile con un McCarthy). Con questi ingredienti – noti e collaudati – non si possono che ottenere buoni risultati: una sceneggiatura da “filmone”, con violenza, dolore profondo e natura matrigna a più non posso, e uno scenario storico dal pedigree indiscutibile, che profuma di ennesima epopea del nationbuilding a stelle e strisce, con l’amara narrazione dello schiavismo e della comune sorte di tutti i vinti. Naturalmente c’è anche spazio per un momento conclusivo di commozione, che non guasta mai. Tutto, quindi, pare perfetto. Ma non lo è; meglio: non lo è ancora. Si ha l’impressione, cioè, che Weller possa fare molto meglio, magari cambiando soggetto e lasciando che la sua scrittura assecondi più liberamente la virtù che le è chiaramente riconoscibile, ossia la grande capacità di dare forma, colore, rumore e odore agli oggetti; uomini compresi, riscoperti nel loro essere parte sofferente di un ingranaggio ben più grande. È la furia dell’universo; è questo il teatro – e il protagonista – che meglio si addice all’Autore, che a tratti riesce anche ad esprimersi con singolare efficacia, restando, però, complessivamente avvinto dalla preoccupazione della trama e del disegno generale. È come se avesse avuto paura di non piacere, di non arrivare ad un punto che fosse in qualche modo riconosciuto e apprezzato dal pubblico; e così, forse, è stato tentato dall’operazione più discutibile, comprimere il libro in un altro libro, per nasconderlo e renderlo più comprensibile, più proporzionato e digeribile. In definitiva: ai buongustai la lettura piacerà molto; i mangiatori forti spereranno in prossime, e più genuine, portate.

Un’intervista a Lance Weller

Il sito dell’Autore

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Un eccentrico collezionista d’armi di Trieste muore in un misterioso incendio, scoppiato nel suo magazzino. Si salvano molti appunti, oscuri e disordinati; altri vanno irrimediabilmente distrutti. Luisa Brooks è colei che è stata incaricata dalle istituzioni locali di curare il museo che il defunto avrebbe sempre voluto realizzare in nome della Pace: sala dopo sala, arma dopo arma, la giovane curatrice ricostruisce la vita, i ricordi e gli enigmi di una figura apparentemente inafferrabile. Ma nel frattempo Luisa – di famiglia ebraica e di padre afroamericano – racconta anche la sua storia, quella dei suoi cari, dei loro amori, grandi e sfortunati, e di una città spazzata via dalle guerre, dal vento e dagli orrori dell’occupazione nazifascista, del collaborazionismo e dei conflitti interetnici. Quello strano collezionista, del resto, li ha vissuti quei drammatici giorni: le spiate, le deportazioni, gli indicibili affari degli aguzzini e di molti benestanti. Soprattutto, pare che quel singolare individuo, avvinto da un’irrefrenabile mania polemologica, si sia spinto nel ventre più tenebroso della Risiera di San Sabba e vi abbia visto, e copiato, scritte che avrebbero dovuto essere cancellate per sempre e che alla fine sono andate disperse anche nel rogo che lo ha ucciso. “Non luogo a procedere”, dunque, perché ogni traccia è scomparsa; e non ci sarà giustizia, né per il defunto, né per il fumo  grigio del campo di sterminio.

L’ispirazione di Magris viene da una storia vera, quella dell’enigmatico Diego de Henriquez, che qui, però, è reinventata e sezionata nei suoi minimi e ossessivi dettagli, per essere così sovrapposta a quella di Luisa, punto di convergenza drammatica tra due delle più grandi epopee di persecuzione e discriminazione, quella dello schiavismo e quella antisemita. Per il collezionista, come per Luisa, e per la madre di lei, la vita ha senso solo se vissuta in funzione della verità: che l’uno non concepisce se non nell’affermazione della dimensione ontologica della guerra, come ragione cosmica; e che le altre sentono di dover cercare ostinatamente e di poter, tuttavia, superare soltanto nella disperata realizzazione di un sogno d’amore, destinato ad essere travolto dall’incombente violenza delle cose e della Storia. Magris, come sempre, è autore di grandi libri, che sono tali perché sapientemente e pazientemente forgiati da un archeologo delle parole, delle passioni e della Kultur che le permea entrambe. Qui sta il punto di forza di Non luogo a procedere; nel suo essere tecnicamente impeccabile, studiato, quasi fino alla perfezione. Ciò detto, si deve anche riconoscere che – nella sostanza – Magris non ci offre niente di particolarmente nuovo: l’estrema importanza della filologia dell’orrore è un dato acquisito sin dal terribile e illuminante saggio di Klemperer; la tipica e ricorrente situazione narrativa della vittima della Shoah, tradita in primo luogo da chi le è più vicino, sembra quasi presa da Partir, revenir di Lelouch; e dell’eterna lotta tra il Bene e il Male, alla fine, sappiamo sin dalla notte dei tempi, così come ci appare ancor più confermata l’impressione che in Magris – memore, in questo, della lezione di Burckhardt – sia sempre possibile dare alle vicende degli uomini un significato universale e, per ciò solo, morale. Dopodiché al romanzo italiano contemporaneo, e allo scandalo dell’Olocausto nazionale, mancava una rappresentazione posseduta e allucinata come questa: è qui, forse, che va individuato il merito che può rendere questo libro meritevole e appetibile.

Recensioni (di Corrado Stajano, Lorenzo Mondo, Renato Minore, Paolo Petroni, Renato Barilli, Giuseppe Fantasia, Antonio Saccà, Giuseppe Marchetti, Claudio Cossu, Paolo Perazzolo, Fulvio Paloscia, Edoardo Pisani, Silvia Ferrari, Alessandro Mezzena Lona)

L’Autore a Fahrenheit

Magris alla Normale di Pisa

Il Museo della Guerra per la Pace “Diego de Henriquez”

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L’Autore ricorda la strana vicenda di un suo amico d’infanzia. Da piccolo, nell’immediato dopoguerra, amava passare le sue giornate al limite dei boschi e a raccogliere un solo tipo di funghi, i finferli, che poi consegnava a una famiglia di raccoglitori, per un po’ di denaro. Questa attività lo faceva sentire speciale. In seguito lo studio e il lavoro lo hanno portato lontano dal paese natale: ha studiato diritto ed è diventato un avvocato di fama internazionale, specializzato nel difendere criminali di guerra. Si è sposato e si è fatto una famiglia. Un bel giorno, però, in una passeggiata nel bosco, fa l’incontro destinato a cambiargli la vita: vede e raccoglie, per la prima volta, un meraviglioso porcino. Da quel momento in poi tutto il suo mondo comincia a ruotare attorno ai funghi, ai loro luoghi, ai sentieri lungo i quali si trovano… Inizialmente la passione gli dà giovamento, migliora anche il suo lavoro. Ma presto diventa una mania, e tutto il resto perde di significato. Sogna di scrivere sui funghi un libro del tutto innovativo, rivoluzionario; ma la sua famiglia si allontana da lui, senza che se ne accorga veramente. A questo punto entra in scena, in modo ancor più diretto, lo stesso Autore, che ci accompagna, passo dopo passo, verso il disvelamento del modo e dell’occasione in cui l’amico è riuscito a salvarsi.

Quest’ultimo racconto di Handke si presta a moltissime definizioni, eventualmente anche contraddittorie: lento, misterioso, lineare, pulito, fiabesco, semplice, disorientante, universale, rarefatto, ambiguo, essenziale, frammentato, complesso, personale… In parte questa polivalenza di stile e di genere può essere considerata un difetto, specialmente per chi non è abituato alla prosa dello scrittore austriaco; e anche per chi non si senta a suo agio con autori come de Saint-Exupéry. Perché Handke è sempre sornione, nel senso che è un finto-facile: gli piace esprimere temi e sentimenti umanissimi, ma costringe il lettore a seguire le spirali di un lungo caffè turco, disseminato di un sotto-testo ricchissimo, e così la verità la si può sperare di intravedere soltanto alla fine, sul fondo della tazzina, nelle ultimissime pagine. Naturalmente tutte queste impressioni valgono anch’esse fino ad un certo punto, poiché non è detto che ci si trovi di fronte ad un testo propriamente narrativo: il titolo (quello originale) rimanda al genere del “Versuch”, che nel caso di Handke – che già lo ha sperimentato con profitto altre volte – non richiama il semplice “saggio”, ma l’azione che è più vicina al significato etimologico della parola tedesca (e in definitiva anche di quella italiana), ossia il tentativo, il cercare qualcosa, e quindi l’ipotizzare, l’esplorare, l’interpretare. Dando – e dandosi, innanzitutto – una spiegazione della strana sorte toccata all’amico cercatore di funghi, Handke prova, pure da questa prospettiva, a fare ciò che da tempo tenta di fare: rappresentare luoghi, immagini, situazioni che possano spiegare la specialità della condizione umana e il bisogno di tutelarla da sé stessa.

Recensioni (di Daniele Abbiati, di Franco Marcoaldi, di Helmut Böttiger, di Friedmar Apel)

Conversazione con Handke (di Luigi Zoja)

La casa di Peter Handke (di Danilo De Marco)

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Dopo Indagine 40814 Luca Valente pubblica un nuovo romanzo. Non è più un giallo, ma suspence e sorprese non gli difettano. Il modello è quello di un affresco storico, che si dipana dal 1918 al 1954. Il racconto parte con un approccio da feuilleton, presentando ben presto una passione d’amore che cresce sempre di più e che rappresenta, anche nei punti più drammatici, il vero architrave di tutta la narrazione. Il tenente Carlo Barbero è ferito sul fronte dell’Altopiano di Asiago e, durante la licenza che segue al ricovero ospedaliero a Schio, incrocia, nel mezzo del viaggio ferroviario, dapprima la giovanissima principessa Maria José del Belgio, già promessa sposa di Umberto di Savoia, poi l’altrettanto giovane Maria Luisa, collegiale di Poggio Imperiale, a Firenze. Di questa si innamora all’istante, e il caso lo porterà ad incontrarla nuovamente a Vienna, alla fine del conflitto. Lì cominceranno tutte le loro avventure, anche perché, da quel momento, il destino familiare che li attende sarà posto ripetutamente a dura prova, nonostante l’amicizia della Casa Reale. Infatti non sarà soltanto l’esplosione della Seconda Guerra Mondiale a tenerli lontani; dovranno fronteggiare l’odio e l’ambizione di figure ambigue e crudeli, con le quali l’intelligenza, la dedizione e l’onestà di Carlo si scontreranno, per la prima volta, proprio nella capitale austriaca.        

Nel corso della lettura, a seguire le tante peripezie della famiglia, ci si aspetta che tutto termini nel materializzarsi effettivo di una conclusione felice. Anche il titolo del libro pare prefigurarla. Ma il posto migliore non è quello che sembra, e Carlo e Maria Luisa, tra gli orrori della guerra di Liberazione e le perversioni dei cattivi come dei buoni, dovranno passare il testimone ad altri, cui sarà, viceversa, concesso di vedere uno spicchio di riparazione terrena. Di più non è lecito dire. La parte finale va scoperta, visto che, in alcuni punti ben precisi, cambia registro del tutto, sostituendo il tono iniziale del romanzo popolare con squarci di puro stile pulp e con un realismo che quasi colpisce allo stomaco e al cuore. Luca Valente conferma in questa prova le sue abilità di scrittore artigiano, che nella trama tesaurizza in giusta dose i pregressi interessi di storico e una certa sensibilità, se non una sentita e spontanea fiducia, per un governo sovra-umano delle cose del mondo. Sono tante, infatti, le coincidenze e gli incontri che nell’intreccio si confondono, talvolta con un ricercato gusto del paradossale; ma non si tratta di un ingenuo espediente narrativo. È la voluta testimonianza di una fatalità che per Valente non ha radici rigorosamente laiche e che intende coniugare l’idea dell’incommensurabile con quella della sua reale incidenza. Ad ogni modo, se c’è un appunto che si può fare a Un posto migliore, ebbene questo è l’eccessiva lunghezza. Così confezionato, la sua collocazione perfetta sarebbe quella di una pubblicazione a puntate. Nel formato dell’unico volume, qualche dialogo in meno e un po’ di selezione in più avrebbero ulteriormente giovato, specie ad un tessuto narrativo che, se fosse stato bevibile in un unico sorso, avrebbe potuto essere ancor più avvincente.

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Storpiando un adagio reso noto da un vecchio slogan pubblicitario, dovremmo sempre ripetere: “di noir francese ce n’è uno, come lui non c’è nessuno”. Onore al merito, dunque, ai libri di Varenne, grande esponente di un genere glorioso e di una scuola, quella d’Oltralpe, che da Héléna a Izzo ha generato una tradizione di grandi suggestioni e di grandi successi. Tuttavia, L’arena dei perdenti non convince come Sezione Suicidi, e ciò anche se si tratta di un libro più intimo e profondo, forse più importante, sia per l’Autore (che nella nota conclusiva rivela di essersi ispirato ai racconti del padre), sia per il panorama letterario francese (che torna a confrontarsi drammaticamente con i temi del colonialismo, della guerra d’Algeria, del reducismo che per lungo tempo si è incistato nei ranghi della società civile e della politica transalpine, condizionando esistenze individuali e mitologie collettive).

La storia ha due momenti. La prima parte è fatta del sovrapporsi di due vicende, apparentemente prive di collegamento. Da un lato – ci troviamo nel 2009 – assistiamo al processo di rapida degradazione e corruzione di un poliziotto boxeur, George Crozat, che dapprima cede alle lusinghe di un guadagno facile e si rende strumento di una ripetuta azione criminale, quindi ha un disperato sussulto d’orgoglio che, però, lo conduce quasi all’autodistruzione. Dall’altro siamo guidati nel passato dell’occupazione militare francese dell’Algeria, tra il 1957 e il 1959, e delle tante violenze che le forze speciali compiono nei confronti di tutti coloro che siano sospetti fiancheggiatori dei movimenti di liberazione nazionale: in questo quadro abbiamo modo di assistere all’esperienza, sempre degradante e durissima, cui il giovane Pascal Verini, di famiglia di stretta militanza comunista, viene sottoposto nel suo periodo di ferma presso uno dei molti campi di prigionia e di tortura.

C’è un punto di contatto tra George e Pascal, ed è la figura dell’algerino Rachid, alias Bendjema, che è, di fatto, il detonatore della seconda parte. L’anziano ribelle è uomo dalla duplice identità, il sopravvissuto di una guerra storica che, rimasto impigliato in una dolorosa sete di vendetta e di sopravvivenza al contempo, fa interagire i destini degli altri due personaggi e li conduce a rendersi strumento di una resa dei conti complessiva, che possa scacciare le paure del presente e i fantasmi del passato. Ciascuno a suo modo, nella finale concentrazione di sofferenza in cui si riconoscono, George e Pascal riescono a farsi strada nell’oscurità ed abbandonano Rachid-Bendjema all’unico ruolo che gli resta, quello del combattente ormai malato, che torna nel suo paese per morire dove già avrebbe potuto, dietro un sipario che ci rivela senza appello l’impossibilità di riportare all’indietro le lancette del tempo ormai perduto.

Il fatto che L’arena dei perdenti non risulti del tutto vincente (nonostante i tanti premi di cui è stato insignito) non lo si deve al titolo posticcio (l’originale è Fakirs). Forse è la mescolanza di profili sin troppo diversi a nuocere ad un romanzo che, in verità, ne racchiude due, quello di George, l’ottimo ed attuale interprete del più tipico e “dannato” poliziotto noir, e quello di Pascal, alter ego della figura paterna e di un’esperienza nazionale che non ha ancora superato i traumi di un colonialismo brutale. Il primo romanzo è pressoché perfetto, e la descrizione degli incontri di boxe cui si sottopone Crozat, quello con Gabin e quello con Esperanza, ricorda da vicino il passo narrativo di London, Hemingway e Mailer, supremi estimatori della nobile arte. Il secondo, invece, è troppo sentito, troppo personale, dai contorni troppo sbiaditi ed irrisolti, come se l’Autore lo avesse scritto con la vista offuscata da lacrime ancora troppo calde. Anche questo, comunque, è il noir, e l’onestà di scrittura di cui si dimostra capace Varenne vale pur sempre il prezzo di copertina.

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In questa Giornata della memoria, dopo aver rivisto il film che Vittorio De Sica aveva tratto dall’omonimo dramma di Sartre, tante cose mi riescono difficili. La prima è comprendere lo scarso successo che quest’opera ha ricevuto nel 1962, al tempo della sua prima proiezione. Era davvero troppo sofisticata? O forse era il tema ad essere ancora troppo “duro” da affrontare sul grande schermo? Non è facile individuare una spiegazione: perché, in verità, De Sica è riuscito a portare al cinema un complessissimo pezzo di grande teatro; e perché lo spinoso rapporto tra un intero paese, la Germania, e il ricordo degli orrori e dei crimini del regime che l’ha storicamente travolto non poteva essere reso in un modo migliore.

È questo stesso modo, però, a costituire il secondo profilo di difficoltà. E ciò per il fatto che la tragicità estrema del finale non sembra lasciare scampo. Lo squarcio sulla verità del presente e sul pratico, e quasi indifferente, superamento del passato conferma per Franz una condanna totalmente irrefutabile. Eppure, il giovane ufficiale che si è reso complice di brutalità indicibili e che vive, schizoide, da sequestrato nella soffitta della ricca casa paterna – “protetto”, paradossalmente, sia dal rischio di una sua cattura da parte dei vincitori, sia dal fantomatico e finto scenario di irrimediabile disfatta che gli viene quotidianamente ammansito dalla figura ambigua della sorella Leni – ci sembra intimamente consapevole della giustizia intrinseca che la sconfitta deve necessariamente determinare, e ci pare, pur nella sua conclamata follia, anche migliore del padre (magistralmente interpretato da Fredric March), di quella agiata generazione borghese che nel suo proprio interesse non ha esitato a lasciarsi sedurre e a vendere al nazismo tutta la vita dei suoi figli più capaci. È una tentazione, questa, che può riproporsi ancora, che affonda le sue radici in una debolezza morale che è ricorrente in ogni contesto sociale.

Ecco quale può essere il punto: il fatto che il film sembri del tutto sballato, o a tratti addirittura “stralunato”, se da un lato stona con le attese che la partecipazione di attori di primo piano poteva suscitare (e con il consueto realismo della sperimentata coppia Zavattini-De Sica), dall’altro realizza un effetto allucinante e disorientante che giova alla materia e al contesto, così come alla tensione psicologica che percorre tutta la storia ed alla forte e ricercata caratterizzazione dei personaggi. Il sentirsi disturbati è un pregio, un segno che l’obiettivo del regista ci ha inquadrati fin troppo bene. Proprio a questo livello si può misurare la fedeltà con il testo originale che ha ispirato De Sica. Questo disturbo, infatti, è l’indice della riflessione che il film, come il dramma teatrale, voleva stimolare, un’aspra meditazione, cioè, sulla condizione umana tout court e sul suo essere sempre e comunque in bilico. Per riprendere le parole di Sartre (ben ricordate, a proposito di questo film, da Mario Vargas Llosa, Tra Sartre e Camus, Milano, 2010, 61), “nessuno di noi è stato carnefice ma, in un modo o nell’altro, tutti noi siamo stati complici di una certa politica che oggi disapproveremmo”; anche noi, quindi, come Franz, oscilliamo tra “uno stato di indifferenza bugiarda e un’irrequietezza che si interroga senza tregua: cosa siamo, cosa abbiamo voluto fare e cosa abbiamo fatto?”.

Uno spezzone particolarmente intenso

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