Sull’ultimo numero de “La Parola agli Antichi”, per la rubrica “Fendenti”, è stata pubblicata una lettera. Il professore l’ha letta, e così hanno fatto tutti i suoi colleghi e collaboratori; anzi, tutta l’università ne parla. È un vero e proprio attacco, non c’è dubbio: si mette in dubbio la capacità e la reputazione dell’illustre docente, colto in fallo dall’ignoto lettore a proposito della corretta etimologia della parola “ipocrita”. Il professore, più che turbato, comincia la caccia, alla ricerca del nemico, la cui erudizione lascia supporre che non sia uno sprovveduto: che sia un altro membro della Facoltà? O forse uno studente? Che sia, forse, Daverio, il collega che in molti sembrano sospettare, per via dell’attrazione, che ha sempre coltivato, per la moglie del professore? Certo Daverio è letteralmente ossessionato per la giovane donna… Il fatto è che anche il professore ha una seconda vita, non certo più nobile. E la lettera gli ha fatto perdere sia la lucidità che credeva di avere sia il senso del pieno controllo della sua carriera e del suo ménage quotidiano. Quasi gli viene il dubbio che la polemica sull’ipocrita non sia questione di vocaboli ma lo riguardi personalmente. Poi – come in una delle grandi partite di scacchi del passato, delle quali il professore è appassionato – accade qualcosa di imprevisto, la scelta sbagliata che permette a uno dei due giocatori di scegliere una tattica nuova, apparentemente perdente e in definitiva vincente. Ma è vera vittoria?

Il giocatore invisibile è un romanzo raffinatissimo, che si può comprendere a fondo solo alla seconda o alla terza lettura. In superficie la storia può sembrare banale o scontata, percorsa com’è da motivi apparentemente triti e ritriti e infarcita di tanti stereotipi della vita accademica. Non che queste immagini siano sempre fallaci: Pontiggia, bisogna ammetterlo, raffigura il consueto zoo universitario in modo particolarmente verosimile. Ma il quadro è così efficace che ci si potrebbe fermare lì, senza accorgersi di altro. La stessa osservazione vale per l’estrema precisione compositiva, vero pregio dell’opera. Pontiggia studia parole e dialoghi in modo pressoché perfetto; se ne rimane facilmente sorpresi e ammirati, e questo è un dato ancor più notevole, visto che l’italiano utilizzato non è dei più semplici. È la dimostrazione che si riesce a scrivere bene e a farsi capire senza rinunciare a tutte le potenzialità della parola nazionale. Tuttavia, un’altra volta, ci si potrebbe fermare qui. Eppure il pervicace approfondimento espressivo induce a pensare che ci sia di più (perché mai tanto sforzo?) e che Pontiggia abbia voluto costruire, sulla forma, un ingranaggio, preciso come quello di un orologio e, al momento giusto, implacabile come la mossa risolutiva di un campione di scacchi. È su questo piano, infatti, quello della scacchiera, che si intravede il segreto del libro, quando, soltanto alla fine, di fronte ai molti non detti della chiusura, ci si arrende volentieri al dubbio che il professore ferito abbia ordito un piano mostruoso, accettando, nella battaglia, di sacrificare fatalmente il pezzo più importante per tentare di sconfiggere del tutto il suo avversario. Alla prima lettura il dettaglio non si rivela in modo compiuto. Poi, ad un altro sguardo, le sfumature si venano di un colore inatteso, frasi e figure cooperano in modo altrettanto decisivo, e si comprende che la macchina stilistica costruita da Pontiggia è perfettamente proporzionata all’obiettivo: rappresentare l’assurda perfezione di una vera deriva, conclamata nel suo farsi quanto incosciente e disperata. Per ben due volte si è tentata una trasposizione cinematografica del romanzo: la prima (filologicamente più corretta) con Adolfo Celi e Catherine Spaak; la seconda (più recentemente) con il bravo Luca Lionello. Ma (ri)leggere Pontiggia è un po’ come (ri)leggere Bassani, e alla fine ci si rallegra che il film, per quanto bello, non si possa mai avvicinare al libro.

Recensioni (di Giuseppe Pili; di Maria Tortora; di Margherita Lollini)

Un bel ritratto di Giuseppe Pontiggia

Condividi:
 

Per la preparazione di un convegno ho avuto modo di ripescare questa bellissima lettura, il cui titolo completo è Gli anciens régimes e la democrazia diretta, testo oggi disponibile anche on line con la premessa che fu di Arcangelo Ghisleri. Il volume adelphiano del 1995 riproduce l’ultima versione dell’opera e riporta in chiusura le due prefazioni che l’Autore – avvocato e filosofo socialista di natali svizzeri (1871-1941) – ha dedicato alle diverse e fortunate edizioni del libro (le due del 1902 e quella del 1926). La rilevanza del saggio va ben al di là di ciò che si può immaginare fermandosi alla copertina. La tesi del giovane Rensi è la seguente: tra gli assetti di potere dell’ancien régime e le forme di governo parlamentari può non esservi, di fatto, alcuna differenza se il popolo non ha la possibilità di intervenire direttamente per correggere le ricorrenti degenerazioni del governo rappresentativo. Perché l’effettiva realizzazione della sovranità popolare è sempre cosa molto difficile: la classe dirigente, in primo luogo, tende a ridurre i cittadini in soggetti meramente amministrati, a favore delle strutture burocratiche; ma anche le istituzioni rappresentative possono farsi autoreferenziali, prestandosi facilmente a servire gli interessi dei gruppi al potere. E così, prendendo prevalente ispirazione dalle esperienze statunitensi ed elvetiche, Rensi suggerisce l’introduzione di specifiche forme di referendum, dell’iniziativa legislativa popolare, di un “diritto di revisione” (come possibilità di condizionare il processo di modifica della costituzione), di un sistema elettorale proporzionale e della “nazione armata” (quale principale modo d’essere dell’esercito statale, svincolato dal controllo del solo ceto politico).

Le analisi di questo eccentrico interprete – che spesso è stato vicino a posizioni prettamente liberali, tanto più con l’affermarsi del fascismo, del quale fu strenuo oppositore – stupiscono per molte ragioni: l’acutezza delle considerazioni critiche dedicate all’ordinamento costituzionale della monarchia; la valorizzazione degli studi di Gaetano Mosca, con cui Rensi ebbe anche un interessante carteggio; le considerazioni illuminanti, oltre che attualissime, sul ruolo delle “seconde camere”, sulle propensioni pericolosamente “espansive” degli esecutivi e della loro funzione, sugli inganni e sulle tante trappole che si nascondono nella complessità redazionale dei testi legislativi; l’attenzione costante per l’argomentazione storica e per i raffronti comparativi. La modernità estrema dell’approccio di Rensi si può apprezzare del tutto leggendo anche l’articolo su Lo Stato di diritto (del 1900), che è quasi contemporaneo alla redazione di questo libro e che nel testo di Adelphi è opportunamente posto in Appendice. Basti, sul punto, menzionare che, tra le “riforme urgenti” che Rensi propone già sotto la vigenza dello Statuto albertino vi sono, oltre alla previsione del referendum, anche l’istituzione di una Corte Suprema (sul modello americano, come essenziale guarentigia giuridica della democrazia) e la riforma del Consiglio di Stato (per “garantire l’indipendenza dei suoi membri”) e della Corte dei conti (per eliminare la registrazione “con riserva”).

Sappiamo, certo, che la Costituzione repubblicana del 1948 ha parzialmente raccolto buona parte dei suggerimenti di Rensi. L’importanza di tornare nuovamente al suo messaggio, però, è ancora apprezzabile in un frammento tristemente presago, che è correttamente evidenziato (p. 233) nella Nota di Nicola Emery (curatore del volume e appassionato conoscitore del Nostro) e che risale ad un intervento giornalistico del 1925. È una sorta di monito estremo sul destino politico-giuridico cui rischia sempre di essere ricondotta l’Italia, a causa della reiterata incoscienza dei tanti problemi cui Rensi si è dedicato: “Troppo modesti erano stati quei fascisti che hanno limitato a sessant’anni la previsione della durata del loro governo. Questo sarà invece, probabilmente eterno, nel senso che la ‘fase fascista’ non cesserà più per l’Italia. Non si ripristinerà più per l’Italia il sistema di Governo normale, diciamo lo ‘Stato di Diritto’, l’ordine politico in cui v’è una legge o consuetudine forte come la legge che determina e regola le condizioni e il modo del pacifico succedersi dei partiti al potere. Un tale sistema di Governo fu forse per sempre infranto con l’ottobre 1922. E con quest’epoca l’Italia è entrata forse per sempre nel sistema di governo di quella che, in un certo senso, si potrebbe chiamare la periferia europea”.

Un’intervista al Curatore dell’opera

L’importanza di Rensi filosofo della vita (di Roberto Esposito)

Giuseppe Rensi e il problema della democrazia diretta (di Paola Lubelli)

Aporie dell’autorità e della democrazia. Politica, diritto, filosofia in Giuseppe Rensi (di Francesco Mancuso)

Condividi:
 

Dopo aver riletto e riposto questo libro mi convinco di una delle grandi e crudeli verità della letteratura (e non solo di quella, purtroppo…): le imprese più ostiche sono quelle che danno maggiore soddisfazione. Certamente il libro più leggibile e scorrevole avrà le migliori possibilità di essere anche quello più piacevole, ma non si potrà negare che di regola la linfa scorre sotto la corteccia. È lì che occorre penetrare per carpire il segreto della pianta; è lì che si viene catapultati tutte le volte che ci si fida della scrittura più difficile e si ha la fortuna di esserne ripagati con la potenza intrinseca dell’opera d’arte. Le mosche del capitale di Paolo Volponi garantisce un’esperienza di questo genere. Ne conservo una copia della prima edizione del 1989, ma vedo che nel 2010 Einaudi lo ha ripubblicato nella collana che dedica ai veri maestri.

Bruto Saraccini è lo stesso Volponi, ed è il protagonista. Per molti anni è stato il capace e stimato direttore del personale di un’azienda modello, quella voluta dal suo mitico fondatore Teofrasto, dietro il cui ricordo si cela Adriano Olivetti, cui il romanzo è dedicato e per la cui società lo scrittore ha effettivamente lavorato per moltissimi anni. Il presidente Nasàpeti – Bruno Visentini, reale presidente della Olivetti dal 1964 al 1983 – è cosciente delle abilità e della sensibilità di Saraccini, ma per il ruolo di amministratore delegato sceglie il diligente e freddo ing. Sommersi Cocchi (controfigura di Carlo De Benedetti). Saraccini, che capisce che le ragioni dell’industria italiana si fanno sempre più passive ed autoreferenziali, lontane dal destino della società civile e delle sue articolazioni organizzative, lascia l’azienda, sostituito dal servile Lanuti, e cerca di proporre la sua visione a Donna Fulgenzia e a suo nipote dott. Astolfo (vale a dire alla Fiat di Giovanni e Umberto Agnelli). Ma la piovra del potere è un magma che nell’industria non risparmia nessuno, neppure gli arredi degli uffici e le piante che li accompagnano, che prendono la parola e si dimostrano del tutto asserviti. Nel frattempo, all’esterno, sono i lavoratori a farne le spese, e la tragica vicenda dell’operaio Tecraso è come una lama che scorre feroce sulla pelle del futuro del paese.

Visionario, apocalittico, drammatico, politico, poetico, filosofico, allegorico, completo, autobiografico, epico, discontinuo, esagerato, profetico, criptico, impegnato, onirico, incompiuto, angosciante, intelligente, mitologico. Di questo classico si può affermare tutto. Le sue pagine sono rivelatrici: sui destini declinanti dell’economia del boom; sulla dissociazione, ormai e vieppiù conclamata, tra il fare industria e il fare comunità; sul prezzo che l’impresa è condannata a pagare laddove privata di un essenziale motore umanistico; sulla resa del mondo produttivo ai linguaggi spersonalizzati, ma forse fin troppo consapevoli, della finanza, ambiguamente elevata a scienza esatta; sull’importanza che la ragione, le idee, l’approfondimento, i progetti e la pianificazione dovrebbero sempre avere nella realtà intricata della società contemporanea. Ma a Volponi – che va ben oltre il Bernari di Era l’anno del sole quieto (1964) – non vanno riconosciuti soltanto i meriti dell’intellettuale impegnato, del testimone attento o, diremmo oggi, del terribile aruspice. Gli vanno tributati gli allori del poeta; e forse, tra gli italiani, è stato uno dei più concentrati, dei più immersi, cioè, in una totalizzante, autentica e spontanea dimensione lirica. Che fa ordine disorientando, che vela ogni pensiero di una sua naturale malinconia, che ben si addice alla letteratura della crisi in quanto riflessione sulle ragioni della frattura tra l’avventura dell’uomo e il cosmo che fatalmente la avvolge.

Due estratti:

Lanuti a Saraccini: “La gente ha paura dell’uguaglianza, ha paura delle responsabilità attive e diffuse. La gente vuole obbedire e lavorare in pace, in una serena condizione di dipendenza e di benessere. Se poi vuol cercare qualcosa, a lato o sopra, è Dio che cerca, è la natura… E non rispondermi banalmente che Dio e la paura sono la stessa cosa… Sulla paura poggia il mondo, almeno quello politico-economico, e bisogna saperne tener conto”.

Una riflessione di Saraccini: “L’industria italiana non pensa a se stessa quanto alla propria comodità. L’industria italiana non pensa a svilupparsi ordinatamente: alla ricerca, alla perfezione della propria organizzazione, dei propri prodotti, ad un confronto aperto e leale con il mercato, con la cultura industriale, con l’università… pensa alla propria comodità, nel senso che esclude queste reali ipotesi di ricerca per restare nell’ambito dell’esercizio del comando e basta… Produrre quel che sa produrre, vendere quel che sa vendere… E per restare così arretrata, evidentemente, ha bisogno di tenere arretrato l’intero paese”.

L’uscita del romanzo in un articolo di Stefano Malatesta (su La Repubblica, 7 aprile 1989)

La recensione di Franco Fortini (ne L’Indice dei Libri del Mese, n. 6 del 1989; da ibs.it)

L’impegno morale di Volponi (intervista televisiva)

Letteratura e lavoro. L’eredità di Paolo Volponi (di Angelo Ferracuti)

Scritture del lavoro (di Massimo Raffaeli)

Condividi:
 

In questi giorni riesce molto opportuna la rilettura di questo lungo racconto, scritto nel 1956, pubblicato per la prima volta nel 1957 e poi integralmente rivisto nel 1958, per confluire in un autonomo volumetto solo nel 1963, con un disegno di Picasso in copertina. Lo riprendo nel primo tomo dell’edizione Romanzi e racconti dei Meridiani Mondadori. A dieci anni dalla fine della seconda guerra mondiale, e dalle battaglie e sofferenze della Liberazione, Calvino rappresentava già il senso di una complessiva e quasi irrimediabile e inconsapevole rinuncia alle ragioni che avevano animato le migliori speranze di un’intera generazione e che erano diventate troppo facilmente estranee al sentire comune della società italiana. Tutto era già stato dimenticato? Oppure ci si era lasciati dolcemente avviluppare nello sciabordìo di maree tutte nostrane e tutte inevitabilmente avvolgenti e sempre ritornanti?

Quinto Anfossi è un giovane intellettuale di sinistra, che ha militato per la Resistenza e che, a conflitto esaurito, nel clima di una ricrescita economica che sta per approssimarsi, sente la necessità di promuovere un piccolo affare. Perché non valorizzare una piccola porzione della proprietà familiare – si domanda – e costruirvi appartamenti da affittare ai sempre più numerosi turisti della sua bella città natale? La borghesia più operosa dell’incantevole località rivierasca ci ha già pensato da tempo; perché, quindi, sottrarsi alla possibilità di mettere in moto la propria speculazione edilizia e dare, così, senso e concretezza ad un’esistenza che si nutre, ormai, di pensieri soltanto astratti? Quinto si scopre improvvisamente determinato e trascina la madre anziana e il fratello Ampelio, un giovane e scostante assistente universitario, in un’avventura fatta di progetti, di capitolati d’appalto, di atti notarili, di licenze edilizie. Ma sin dall’inizio si capisce che l’impresa non potrà che avere un esito infausto e che sarà, dunque, il Caisotti, il ruvido e astuto costruttore cui gli Anfossi si rivolgono, ad avere comunque la meglio. La beffa è definitiva allorché Quinto, dopo aver accettato la mediazione del notabile di turno, incontra un militante della sezione locale del partito e apprende con sorpresa che la vicenda avrebbe potuto seguire un altro corso.

La semplicità della trama, come si vede, è disarmante. La bellezza della storia è racchiusa soprattutto nelle riflessioni ingenue del protagonista, nella sua strutturale indecisione, nel suo dirsi pronto pur essendo dichiaratamente svogliato, disorientato e disarmato. Eppure Quinto non è privo di qualche importante, e sintomatico, momento di lucidità. La dinamica della controversia che ben presto comincia con il Caisotti – vecchio compagno di lotta – lo porta, infatti, ad una sconsolata rivelazione: “Bella cura aveva fatto la società italiana! Esclamava tra sé. Due partigiani, un paesano e uno studente, due che s’erano ribellati insieme con l’idea che l’Italia fosse tutta da rifare; e adesso eccoli lì, cosa sono diventati, due che accettano il mondo com’è, che tirano ai quattrini, e senza più nemmeno le virtù di una borghesia d’una volta, due pasticcioni dell’edilizia, e non per caso sono diventati soci d’affari, e naturalmente cercano di sopraffarsi a vicenda…” (pp. 862-863). Ma Quinto, da ciò, non riceve alcuno stimolo e, anche nel momento in cui la speculazione se ne sta andando dichiaratamente a rotoli, se ne sta sullo sdraio a leggere (non a caso…) il Felix Krull di Thomas Mann e a fantasticare sul modo con cui approfittare delle grazie della signora Hofer, la prima prosperosa affittuaria del nuovo immobile, colei che, in verità, si prenderà gioco dell’invincibile inettitudine del Nostro.

È un Calvino apparentemente insolito, molto lontano dalle invenzioni che lo hanno reso tanto celebre. È talmente vicino alla sua esperienza più prossima che dietro un’ambientazione spaziale volutamente anonima si distingue palesemente il comune di San Remo, la città delle sue origini familiari, e si delinea, impietosamente, il frammentario gioco delle parti cui sempre si arrende il qualunquismo atavico della società italiana. Ed è in questa società, del resto, che Calvino rappresenta la resa, e la critica disincantata e severa, di un ceto intellettuale e di una classe politica che sono incapaci di ritrovare e vivere nel presente le radici del loro impegno; che, lungi dal partecipare ad un pratico e condiviso sforzo di miglioramento, si improvvisano in ruoli e ambizioni scomposte che non gli dovrebbero appartenere e che non possono che travolgerli assieme alle idee e ai principi su cui tanto si sforzano di discutere.

Il Calvino realista del 1956

Un percorso su Calvino (da italica.rai.it)

Un sito dedicato a Calvino

Condividi:
 

Per il noir dell’estate possiamo scegliere se pescare qualcosa tra le ultime novità, fidandoci magari di qualche nome di grido, o fare un tuffo nel passato, dedicandoci a qualche fidata rilettura. È noto che il noir si addice alle riletture, come accade per i fumetti. Quindi opto per la seconda possibilità. E avendo voglia di trovare senz’altro soddisfazione, mi dirigo risolutamente su Attilio Veraldi, uno dei padri riconosciuti, in Italia, del genere.

Potrei scegliere La mazzetta (1976), il pezzo forte, il debutto, ineguagliabile come tutti i debutti e trascinante come la fortunata pellicola che ne trasse Sergio Corbucci, con Nino Manfredi nei panni di Sasà Iovine, il protagonista assoluto. Invece scelgo Uomo di conseguenza, uscito due anni dopo, nel 1978: Veraldi, del resto, aveva scoperto un suo nuovo talento (oltre a quello di traduttore) e, un po’ come succede per tutte le sorgenti che sgorgano per la prima volta, il getto creativo esigeva un’immediata riproposizione, ma in questo caso abbisognava (forse) di ulteriori stimoli e (soprattutto) delle ripetute insistenze dell’editore.

Con Uomo di conseguenza, quindi, continuano le avventure napoletane di Sasà, mezzo traffichino e mezzo sensale, ufficialmente “commercialista”, per tutti “l’avvocato”, per il panorama letterario italiano una decisa ed indimenticabile figura di successo. Con essa, Veraldi diventa il riferimento di tutti gli scrittori e di tutti gli appassionati che siano alla ricerca di un detective improvvisato, un po’ flaneur e un po’ impacciato, un po’ belloccio, un po’ sfrontato e un po’ cinico, senz’altro acuto, ma sempre sfortunato.

Nonostante oggi l’editore Avagliano proponga soluzioni assai gradevoli, rileggo il libro nella prima edizione economica BUR del 1980, ennesimo frutto di un saccheggio veloce sul tavolaccio della bancarella preferita. Mi sembra, del resto, che anche questa sia un’azione vintage, adatta al volume che mi appresto a “sbranare”. Tutto, effettivamente, torna. Veraldi non delude e il suo Iovine, già dalle prime scene, si ritrova imbarcato, ancora all’interno del suo “studio”, in un intrigo molto pericoloso e senza capirne bene il motivo. Una visita ambigua, un’irruzione pericolosa, un ricevimento che potrebbe essere chiarificatore, un assalto con omicidio: tutto si sussegue, tanto per cominciare, in pochissimo tempo e sempre nella stessa stanza.

Così Sasà comincia a districarsi, come sempre, tra l’esigenza di salvare la pelle e quella di guadagnarci magari qualche cosa, imbattendosi in uno degli uomini più potenti del paese e nei torbidi e “distruttivi” segreti della sua famiglia. Il gioco si fa sempre più duro e ci “scappa” anche l’immancabile “avventura”. Ma, ecco, interviene un “uomo di conseguenza”, dotato del physique du rôle che, come ogni lettore è istintivamente portato ad intuire, sempre contraddistingue simili imperturbabili profili. Forte di un sistema di valori quanto mai discutibile, l’“uomo di conseguenza” indica al Nostro di guardare oltre gli angoli del labirinto, per cercare di riportare un “ordine”, non importa quale, laddove la polizia stessa è ciecamente e stolidamente incapace di farlo, avvitata com’è nel destino tragicamente perdente di coloro che se ne fanno alfieri.

Dov’è quindi la grandezza di Veraldi? Se sono molti a considerarlo il primo “responsabile” dell’hard-boiled in salsa partenopea (e questo non è poco…), non è possibile, nel contempo, non tributare a questo scrittore tardivo (aveva esordito soltanto cinquantenne…) un merito ancor più rilevante: ci troviamo di fronte, cioè, ad un perfetto “caratterista”, ad un abilissimo costruttore di “profili” ben riusciti, così come lo è stato il fantastico duo Fruttero&Lucentini. Dalla più piccola e marginale alla più importante e “centrale”, tutte le figure che popolano i suoi libri sono sempre perfette e indimenticabili, pienamente “comprese” da parole, espressioni o descrizioni inappuntabili e calzanti, memorabili e incisive. Se esiste, pertanto, in Italia un’ottima palestra per narratori agli esordi, questa la si può certamente individuare tra le righe dei romanzi di Veraldi.

E poi c’è sempre, in questi romanzi, una compita rassegna di vizi e di stereotipi tipicamente italiani, tanto caricaturali, a volte, quanto drammaticamente onnipresenti e inconfutabili: l’assenza di confini tra vita pubblica e vita privata, l’avidità e l’avarizia, una potenziale e costante connivenza con il “malaffare”, con quello “piccolo” ma anche con quello organizzato, l’oscenità del potere e dei suoi abusi… Ma Veraldi è anche il primo ad accorgersi di ciò che, già negli anni Settanta, stava accadendo nelle preoccupanti “mutazioni” di una malavita sempre più violenta, aggressiva e diffusa. Un Carlotto ante litteram, dunque; ma anche un osservatore sagace e dotatissimo.

Una recensione (da www.simonepiazzesi.it)

Fahrenheit su Attilio Veraldi

Condividi:
 

Dopo averne parlato con alcuni amici e colleghi, mi ritrovo presto tra le mani questo celebre romanzo breve, costretto quasi dagli eventi, quindi, a confrontarmi nuovamente con il sarcasmo e con l’innato istinto del canovaccio e della scena di un autore che si pone tra Kafka e Beckett, e che quindi mi ha sempre disorientato. Ci provo, allora, perché difficilmente resisto a simili tentazioni, e in una serata ripercorro concentrato le pagine di La panne.

Rivedo, così, Alfredo Traps, di professione rappresentante, incappare nella “panne” della sua bella automobile e fermarsi in un paesino, dove è costretto a passare la notte, presso l’unico alloggio disponibile, la bella casa di un giudice in pensione. Era in cerca di “avventure” Traps, speranzoso di incontri fortuiti che quelle occasioni talvolta possono offrire, eppure la delusione è solo momentanea, perché gli altri strani commensali del giudice, suoi ex “compagni” di lavoro, lo coinvolgono, durante una cena tra le più sontuose, in un gioco tanto surreale quanto piacevole e affascinante. Viene inscenato, in questo modo, un “processo”, in cui Traps è l’imputato, e il cui esito, tra risate, motti, disincanti improvvisi e situazioni più o meno confuse, pare quasi inevitabile, essendo il risultato di un’irresistibile, naturale ed improvvisa conquista, per l’ignaro rappresentante, di un’autocoscienza assai gravosa e insopportabile.

Quando spengo la luce, prima di cercare il sonno, sono quattro i motivi che, alla fine, rendono utile la rilettura di un opera non scontata:

1. Dürrenmatt è Dürrenmatt: della serie, “qualunque occasione è buona”, sicché è meglio tenere l’edizione Feltrinelli di tutti i Racconti sempre sul comodino. E dopo La panne – nel mio caso letta proprio in quell’edizione economica e ri-letta ora nella più recente versione Einaudi – si può anche rileggere, per stare in tema, Giustizia, questa volta ri-edito da Adelphi, e poco tempo fa, invece, edito da MarcosYMarcos.

2. Le prime quattro pagine (che con il racconto c’entrano e no, allo stesso tempo, e che, come tali, non si ricordano mai con sufficiente attenzione): perché sono, per Dürrenmatt, l’Arma virumque cano, la protasi di un’intera produzione letteraria, la dichiarazione poetica che ci rammenta che questo eccentrico scrittore e drammaturgo svizzero è originale perché è inattuale, ed è inattuale perché è classico e perché cerca ostinatamente l’incrocio novecentesco tra l’epica, la tragedia e la satira. La storia ancora possibile, così, è un esercizio artistico di ricomposizione tra più forme e più sostanze, ma è anche la migliore denominazione di una parabola, di innegabile impegno morale, capace di rivelare, anche al tempo presente, le dimensioni farsesche e l’ipocrisia delle relazioni umane e delle regole che le governano.

3. La riduzione cinematografica di Ettore Scola (da lui stesso recentemente rievocata): nel senso che La più bella serata della mia vita (1972) è il film che può assicurare – assieme alla lettura de La panne, da cui è comunque tratto abbastanza liberamente – una delle più belle serate del periodo estivo, e peraltro senza il rischio di “fare la fine” del protagonista. Di più, può farci scoprire che la risata di Alberto Sordi, nelle parti del “povero” signor Traps (alias, nella pellicola, Alfredo Rossi), spiega tutto da sola, pur inserendosi in un finale parzialmente alternativo e pur “scoppiando” in un contesto diverso da quello immaginato da Dürrenmatt.

4. La sottile, elegante ed inquietante ambiguità: che è presente nella progressione narrativa e nella potente metafora, cosmica ed esistenziale, che “la panne”, testualmente, propone e addirittura insinua nella mente del lettore; ma che finisce, in particolare, per distendere le sue ombre sulla nostra realtà, sulle corrosioni che l’ambizione e il potere generano in una società perbenista e sulla nostra esperienza della giustizia, che pare poter “trionfare”, ma soltanto drammaticamente, come “incidente di percorso” e come risultato fatale di una rappresentazione esclusivamente grottesca.

Scheda su una fortunata riduzione teatrale (di Edoardo Erba, autore dell’adattamento)

Il Centre Dürrenmatt di Neuchâtel

Un’intervista a Dürrenmatt (del 1969)

Altri suggerimenti (specifici):

1. Il giudice e il suo boia

2. La morte della Pizia

3. La promessa: un requiem per il romanzo giallo

Condividi:
 

Con tutta probabilità, la sensazione di chi assume regolarmente un farmaco per ragioni terapeutiche è simile a quella che si può provare rileggendo Faulkner periodicamente e tastando così, ad intervalli regolari, il tono rinvigorente di storie che il panorama letterario che ci circonda non è in grado di avvicinare. L’effetto è immediato e sicuro, e ci consente di affrontare e sopportare per un po’ tante altre letture.

La sensazione è ancor più bella quando, per puro caso, si trova in una bancarella, ad un prezzo irrisorio, la prima edizione italiana (1955) di Requiem per una monaca, tradotto da Fernanda Pivano e inserito nella gloriosa collana I grandi narratori d’ogni paese della Medusa (Arnoldo Mondatori Editore). Galeotto è, questa volta, un fortunato ritrovamento, che non solo permette al bibliofilo di arricchire i suoi pochi cimeli, ma che apre la via al piacere di una riscoperta.

Certo questo Faulkner è quello maturo, forse il più “potente”, che si misura addirittura con una particolare rappresentazione teatrale in tre atti e che non ha timore di rendere del tutto espresso il fatale ma impossibile rimpianto di Temple Drake, protagonista inevitabilmente dannata: “Non è che non si debba mai guardare il male e la corruzione; a volte non se ne può fare a meno, non sempre si è messi in guardia. Non è neanche che si debba sempre resistere. Perché si deve incominciare molto prima. Si deve già essere preparati a resistere, a dire di no, molto prima che lo si veda; bisogna aver già detto no molto tempo prima di sapere cos’è” (p. 115).

Si tratta di un motivo davvero ossessivo, in molte delle opere di Faulkner. In questo romanzo, però, emerge davvero come la rappresentazione di una proiezione del tutto inattingibile. Al “peccato”, cioè, non si può sfuggire, così come la terra e gli uomini che la abitano non possono evitare di incontrare il loro destino e di restarne travolti. A chiarirlo e a dare un segnale, drammatico, di ultima speranza è Nancy Mannigoe, la bambinaia di colore, la reietta, l’assassina della figlia di Temple, la colpevole quindi, l’autrice dell’atroce delitto che ha commesso per amore e  per il quale viene giustamente condannata dal Tribunale di Jackson: “Non è che si debba. Non se ne può fare a meno. E Lui lo sa. Ma si può soffrire. E Lui sa anche questo. Non dice di non peccare. Si limita a chiedere di non farlo. E non dice di soffrire. Ma ne offre la possibilità. Offre il meglio che possa pensare, che si sia capaci di fare. E poi la salvezza” (p. 224).

Torna il desiderio di rileggere, quanto meno, anche la storia che più è connessa a quest’opera, Santuario, prima e autentica crime novel della tradizione americana, in cui vi sono tutti i prodromi della terribile vicenda oggetto del romanzo. Temple Drake, infatti, è la stessa Temple Drake che, da giovane studentessa, era stata sequestrata e tenuta ostaggio in un equivoco edificio di Memphis, dove tutto è cominciato… Ma questo è un altro (grande) libro.

Ad ogni modo, in ogni Faulkner, come sempre, c’è tutto Faulkner: la dimensione epica, la cornice leggendaria della Contea di Yoknapatawpa e delle sue indimenticabili genealogie di personaggi, tanto immaginaria e mitica quanto verosimile e radicata, l’epopea del Mississippi, della guerra di secessione e dei suoi invitti, la portata universale dei racconti e il loro tenore quasi biblico, la stretta connessione tra tutte le vicende e il senso onnipresente ed incombente della rovina, l’intreccio lussureggiante e disorientante, il rapporto, tutto ambiguo, tra i bianchi e i neri, nel quale i secondi assumono spesso il ruolo di inevitabile riferimento morale.

Che altro si può dire? Che Faulkner ha davvero ascoltato il suggerimento del suo “maestro” Sherwood Anderson (autore degli splendidi Racconti dell’Ohio, di Riso nero, di Un povero bianco): un vero scrittore deve scrivere soltanto delle cose che conosce; con quelle cose, con la vita e la storia della sua famiglia e del suo Paese, Faulkner ci consegna ogni volta dei veri capolavori.

William Faulkner on the Web

Le opere di Faulkner: una (parziale) classifica personale

  1. Assalonne, Assalonne!
  2. Mentre morivo
  3. Il borgo
  4. Luce d’agosto
  5. Go down, Moses
  6. Santuario
  7. Requiem per una monaca
  8. Le palme selvagge
  9. Sei racconti polizieschi
  10. L’urlo e il furore
  11. Non si fruga nella polvere
  12. Gli invitti
  13. La paga dei soldati
  14. Zanzare
  15. Pilone
Condividi:
 

Il 23 agosto 1990 ho avuto la fortuna di incontrare Mario Rigoni Stern, velocemente, alla presentazione di un suo libro.

Ero reduce dalla lettura di Storia di Tönle, forse il suo romanzo più bello, e alla fine dell’incontro mi sono avvicinato a lui e gli ho avanzato la più classica delle richieste, una dedica. “A Fulvio, cimbro dell’Altopiano, con amicizia”… Nonostante la banalità della cosa, conservo ancora gelosamente quel volume. Ora mi accorgo che la grafia scattosa di quell’autografo è una delle migliori immagini che io conosca, oggi, per rappresentare in modo così efficace i profili delle montagne.

Il segreto di Rigoni Stern, in effetti, è l’essere “montagna”. Esteriormente, in primo luogo, come una specie particolare di medium per afferrare tutto ciò che di semplice e di maestoso la vita ha da offrirci. Ma anche interiormente, come altezza e nobiltà dello spirito, nel senso di un’innata capacità a percepire la comunanza, la solidarietà e la proporzione cui dovrebbe indurci la consapevolezza della nostra umanità.

Quando si è tra l’autunno e l’inverno, allora, è la stagione migliore per rileggere Il bosco degli urogalli, il secondo libro di Rigoni Stern, quello che ha composto nel 1962, raccogliendo alcuni racconti, dopo Il sergente nella neve. È stato il mio primo libro di Rigoni Stern, la chiave della scoperta.

In questo libro c’è tutto: la caccia, la bellezza della natura, l’amicizia, la guerra, i ricordi. Soprattutto, sempre, la montagna. C’è il senso di un andamento ciclico ed eterno, con un inizio, insperabilmente nuovo, e con una fine, anch’essa nuova, perché destinata comunque a riprodursi (il primo racconto, Di là c’è la Carnia, e l’ultimo, Chiusura di caccia). Ci sono immagini che si potrebbero ripetere, quasi mimare, in continuazione e con compiacimento, davanti al fuoco, o dopo una passeggiata sulla neve (La vigilia della caccia; Oltre i prati, tra la neve; Dentro il bosco). Ci sono frasi e parole genuine, pulite, così come lo sono le storie che vengono narrate, ci parlino di incontri improvvisi e sorprendenti (Incontro in Polonia) o ci dicano di due cani (Alba e Franco) o ci insegnino, letteralmente, “sentimenti” ed “esperienze” reali ma assoluti (Una lettera dall’Australia; Vecchia America; A caccia con l’Australiano).

Sembrerà un’associazione di idee completamente strana, ma ho sempre pensato che questa pulizia sia la stessa che Peter O’ Toole, nei panni di Lawrence d’Arabia, attribuisce al deserto, nel bellissimo e lunghissimo film di David Lean. In questa prospettiva, probabilmente, il racconto Esame di concorso non è un corpo estraneo; è la testimonianza, un po’ desolata, di una frattura, della distanza che purtroppo esiste tra la pulizia delle cose e le cose della vita pubblica.

Per certi versi, quindi, Il bosco degli urogalli ci offre la grammatica di una pulizia “estrema”, tanto essenziale quanto diretta e primigenia; ci indica la necessità di non accontentarci delle sole soddisfazioni dell’intelligenza e della fantasia, ma di riconoscere, nella perizia dei gesti più antichi e delle azioni più tradizionali, innate regole di equilibrio (Le volpi sotto le stelle).

Come gli aborigeni, anche noi abbiamo le “vie dei canti”: ma non dobbiamo pensare di dover leggere Chatwin e di immaginarle; ci basta leggere Rigoni Stern. Di cosa, ancora, abbiamo realmente bisogno?

La voce di Mario Rigoni Stern

Condividi:
© 2017 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha