Il vecchio è accompagnato da una ragazza e da un cane. Ha una meta precisa, vuole raggiungere Scano Boa, l’ultima isola sabbiosa tra la foce del Po e il mare. Lì potrà darsi alla pesca dello storione, per guadagnare al più presto i soldi che servono a pagare la multa che trattiene il figlio in prigione. È per questo che si è portato dietro la nipote, Flavia; per conservare ciò che gli resta di una famiglia che sembra sfuggirgli. Il guardiano del faro gli dà una mano, per cominciare. La sua determinazione è rabbiosa, e la fatica, le privazioni e l’ostilità degli altri pescatori non sembrano poterlo ostacolare. Trova un aiutante, il mulatto, e alcune catture vanno anche a buon fine. Lo domina, però, un’ossessione integrale, che finisce per allontanargli definitivamente anche Flavia e il giovane aiutante. In tanti non lo capiscono, perché sanno che la sua è un’ostinazione senza speranza e autodistruttiva. Il vecchio sa bene di che cosa si tratta: “non è che noi siamo cattivi, ma sono piuttosto le cose a renderci crudeli”. È una sfida con il fato che la vita gli ha riservato, una lotta con la fortuna e con la violenza degli elementi, la scarsità dei mezzi e la debolezza dell’età, una missione che si illude di poter compiere solo su quel terreno, di naufragio in naufragio, di umiliazione in umiliazione, fino ad una resa tragica e quasi scenografica. Con un riposo che pare essergli negato anche dopo la morte.

Cibotto se n’è andato l’estate scorsa, mentre ero preso da un trasloco. Ho cercato Scano Boa subito, per risentirne a caldo la voce, la corrente, e per lasciarmi commuovere. Ma tra gli scatoloni non l’ho più ritrovato. L’ho ricomprato usato qualche settimana fa, in questa piccola edizione tascabile, e l’ho apprezzato ancor più di quanto non avessi fatto alla prima lettura. Un Grande Veneto, Cibotto; innamorato della sua terra come lo sono stati Comisso, Parise e Zanzotto. Ma anche un grande talento epico, che tra Melville, Faulkner e Caldwell non sfigura. Il suo vecchio pescatore è come il capitano Achab; il Delta del Po è l’orizzonte di una lussureggiante e fagocitante Yoknapatawpha di acqua, di limo e di vento, proiettata verso il mare; e gli altri personaggi, tutti, sono le comparse di un ecosistema che le vuole costantemente nel loro destino, eterno e per ciò vincente, di povertà, di cinismo, di lotta e di inevitabile sconfitta. Poi, però, c’è il valore aggiunto della poesia, del senso plastico dell’immagine, di quel tanto di lucreziano istinto, passionale, che nell’anima di ogni scrittore padano è sorprendentemente innato, e che sa sempre promuovere un racconto a sceneggiatura toccante e suggestiva del valore morale della Natura, della sua impetuosa indifferenza e delle gesta disperate di chi la vive fino in fondo. Del resto, da Scano Boa – che come luogo, selvaggio ed evocativo, esiste veramente, come il faro di Pila – sono stati tratti due film, uno nel 1961 e uno nel 1996, anche se solo Lattuada (o il De Santis di Riso amaro) avrebbe potuto trarne spunto per un vero capolavoro neorealista. A pensarci bene, questo romanzo di Cibotto è più forte de Il vecchio e il mare di Hemingway, perché davvero non arretra mai, neanche al suo epilogo, ed è proprio bello immaginare che, forse, anche il grande Nobel nordamericano ne avrebbe amato l’estrema sincerità.

Una recensione

Un ricordo di Cibotto

La voce di Cibotto nel suo mondo

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