Simon Renoir ha lasciato la polizia per darsi all’insegnamento: ha studiato da pittore – non poteva essere altrimenti, con quel nome… – e il Prof. Foglian, suo caro amico, gli ha procurato una docenza all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Ma il richiamo di Firenze è troppo forte. Il commissario Mezzanotte lo sta cercando, ha bisogno di lui e delle sue intuizioni, perché c’è un nuovo serial killer in circolazione. La verità è che Simon cerca solo l’occasione buona per tornare a casa e provare a scacciare i fantasmi familiari che ancora lo tormentano. Il nuovo criminale, intanto, è un osso duro, non si limita a uccidere. Inscena impressionanti e complesse esecuzioni, che ricordano la morte di alcuni santi martiri: prima San Sebastiano, poi San Lorenzo, poi ancora San Bartolomeo. Le vittime sembrano avere anche qualcosa d’altro in comune e, mentre gli inquirenti cercano, come da migliore tradizione, dalla parte sbagliata, quella più facile e scontata, Simon è attirato da un luogo particolare, che con il suo magnetismo può aiutarlo a superare i suoi tormenti più profondi e a circoscrivere il caso nella dimensione giusta. La cosa certa è che, prima di risolvere l’enigma, il pittore-poliziotto rischierà veramente tutto.

Non è un giallo di fresca pubblicazione, risale a diversi anni fa. Proviene dal ricco serbatoio di un editore che delude raramente, e al quale è sempre opportuno rivolgersi in carenza di nuovi titoli attraenti sugli scaffali delle librerie. Il romanzo in effetti merita una segnalazione, ma non per via dell’intreccio, visto che non è particolarmente originale. Sono tanti gli ormai classici (troppo classici) stereotipi che ne popolano le pagine: la cocciuta e miope ostinazione del titolare dell’indagine; la figura del giornalista un po’ impiccione; il “cattivo” scenografico; la contaminazione pseudo-religiosa… C’è però un motivo interessante, che non è così frequente e che è reso, sul piano del tono e del mood complessivo della narrazione – grigio, triste, piovoso – in maniera molto efficace. Le vittime sono tali a causa del loro dolore, dalle stesse scelto come condizione invincibile: hanno inseguito, cioè, la morte già nel corso della loro vita; per questo sono state perversamente elette dal loro carnefice come esempi perfetti di ammonizione e di redenzione. La soluzione del giallo avviene per l’improvvisa rottura del medesimo straziante incantesimo, che per un attimo sembra aver colpito anche il protagonista, in quanto afflitto da un dolore altrettanto profondo. Ma Simon – che pure incorre in questa sorta di irresistibile e fatale colpevolizzazione – si salva, perché è giusto che la vita continui, anche dopo gli eventi più tragici e spiazzanti, e nonostante le pene che questi possono portare. È la concretezza imperfetta di Mezzanotte a risolvere il dramma. In tale lezione, e non è poco, Dio del Sagittario ha fatto centro.

L’Autore

Condividi:
 

Libera è una bambina selvatica, cresciuta da sola nei boschi dell’Appennino, alle Terre Soprane, tra l’Emilia e la Toscana. È stata abbandonata? Forse non l’hanno voluta, a causa di una malformazione che l’ha privata di una mano sin dalla nascita. Non sa parlare, o meglio non lo sa fare allo stesso modo con cui lo fanno tutti gli altri uomini, quanto meno quelli che abitano nelle Terre Sottane, in pianura. Però sente e capisce soprattutto la lingua degli animali e interloquisce con loro. È così che riesce a comunicare con l’Uomo-Somaro, che le spiega che proprio lei ha una missione importantissima da compiere: ritrovare il “Mezzo” Patriarca dei Cinque Popoli, quello che è scomparso nel 1945, durante la guerra di Liberazione, rifugiandosi dove abitano gli uomini. Se Libera, che è nata proprio in quell’anno, non lo troverà, gli uomini e i Popoli si separeranno per sempre, a tutto vantaggio degli antichi Semidei dell’Appennino, che, a quanto pare, non hanno mai gradito quell’alleanza. E infatti fanno di tutto per ostacolarla. Ma il viaggio di Libera, lunghissimo e pericoloso, termina in un giardino di Modena, dove finalmente ritrova il “Mezzo” Patriarca che stava cercando e incontra anche l’Autore. Prima di tornare indietro, però, Libera deve tenere fede alla promessa che ha fatto a coloro che l’anno aiutata, agli strani e misteriosi nocchieri dell’aldilà che le hanno indicato la strada giusta. Anche questa missione ha successo e, nonostante i Semidei le tendano un agguato potenzialmente mortale, Libera riesce a ritrovare l’Uomo-Somaro, che la salva definitivamente. Non le resta che continuare a diffondere il messaggio che, in conclusione, funge da morale della favola: “Resistere. Lottare. Immaginare”.

Questo romanzo, per il suo contenuto apparentemente criptico e per la scrittura antica da cui è alimentato, è molto singolare; così singolare da correre il pericolo di attirare l’attenzione di pochi o di essere banalizzato. Tuttavia è una lettura che dà soddisfazione. La dà perché offre una proposta in cui il racconto non risponde ad alcuno degli standard più diffusi e, ciò facendo, stimola il gusto della scoperta, pagina dopo pagina. Si nutre, in particolare, di un tono da leggenda, quasi da fiaba, talvolta grave e talvolta leggero, eppure appropriato alla materia e ai luoghi d’ambientazione. La materia, infatti, non dev’essere rigorosamente e attentamente districata, dev’essere intuita: così si addice alla narrazione mitica, sempre, e tanto più in questo caso dove viene in gioco una simbologia che tende alla riconciliazione tra l’uomo e una parte ben precisa delle forze naturali, di quelle che ne hanno consentito, storicamente, un’emancipazione armonica. Che questa rappresentazione, poi, venga allestita nell’Appennino tosco-emiliano – e sul tracciato eroico della Via Vandelli – è il valore aggiunto che conferisce allo stile dell’Autore credibilità e verosimiglianza: non c’è niente di più denso e misterioso delle foreste degli itinerari canossiani. La selva, in effetti, è l’altro fattore forte del libro: per l’aperto riferimento dantesco, visto che anche Libera compie un viaggio nell’oltretomba, e lo fa in un momento cruciale della sua vita e della storia dell’umanità; ma anche perché Meschiari ha colto perfettamente che la selva ha molto a che fare con il nostro tempo, e ha scelto di assecondare, per le ragioni di riconciliazione di cui si è detto, il ritorno ad una certa selva (alleata e vitale) piuttosto che l’affermazione definitiva di un’altra selva (artificiale e disorientante). Meschiari è da leggere, quindi: come se si leggesse Il libro della giungla di Kipling, per certi versi, anche se il passo è quello nostrano e affidabile del miglior Pederiali e della più felice tradizione affabulatoria modenese.

Recensioni (di Monica Bedana; di Rossella Pretto)

L’Autore a Radio Radicale

I primi due capitoli

Arte cosmographica (di Matteo Meschiari)

Condividi:
 

Erminio Squarzanti, un immaginario socialista ferrarese, racconta la sua storia di confinato a Ventotene, durante il fascismo. Sbarcato lì nel 1939, incontra Sandro Pertini, dalla cui austera e determinata compostezza è immediatamente affascinato. Sull’isola, nel variegato arcipelago degli antifascisti, conosce anche Spinelli, Rossi e Colorni, i famosi autori dell’altrettanto famoso manifesto Per un’Europa libera e unita: li vede già immersi nei fitti conciliaboli che nel 1941 portano alla stesura del documento e partecipa lui stesso alla discussione di un primo elaborato, con tono assai critico. Nel frattempo, però, Erminio familiarizza con un altro confinato, anch’egli un personaggio immaginario, Giacomo Pontecorboli, fisico romano che ha lavorato con Fermi e ha conosciuto Majorana. Si tratta di una figura misteriosa, taciturna, immersa nei suoi pensieri. La sua attenzione è costantemente catturata dal vecchio orologio della piazza principale e da strani ragionamenti sullo spazio e sul tempo. Del resto Pontecorboli confida a Erminio di aver addirittura costruito una macchina del tempo, come nel romanzo di Wells, e di aver anche visto Majorana scomparire proprio a bordo di quel mezzo. Per Erminio, quindi, è del tutto naturale credere che Giacomo stia fantasticando, un po’ come sta facendo lui stesso, impegnato a leggere ogni evento attraverso la lente della mitologia classica. Gli dei dell’Olimpo, però, c’entrano sul serio. Perché Ares e Poseidone parteggiano per le camicie nere, e Giacomo ne morirà. Ma Ermes e Atena, invece, seguono e spalleggiano i confinati, per i quali, come per le sorti della guerra e dell’Italia, arriverà il kairos, l’8 settembre 1943, il momento opportuno per il cambiamento.

La macchina del vento segue l’atmosfera e le contaminazioni (storia e “fantastico”) già sperimentate con Proletkult, anche se l’effetto sembra un po’ più fiacco. Non che manchino idee o scorci interessanti: ad essere di per sé buona è la ricostruzione di che cosa fosse il confino in età fascista; anche il richiamo di tanti nomi di confinati, più o meno celebri, è meritevole, perché sollecita il doveroso ricordo di protagonisti la cui esperienza e i cui ideali sono stati parte determinante del patrimonio politico e culturale su cui si è fondata la Repubblica. Ma la trama è piuttosto esile e, a tratti, la lettura può anche risultare noiosa. Il libro, però, si salva per due motivi. Innanzitutto può funzionare da ipertesto e stimolare la lettura di altri ottimi volumi, anch’essi pubblicati di recente: la voce Europeismo di Spinelli, ripubblicata da Treccani con un saggio di Giuliano Amato; il curioso W W W W – Wars of Worlds of Wells and Welles, che non ripropone La Macchina del Tempo – quella va assolutamente riletta nella traduzione di Michele Mari, per Einaudi – ma raccoglie i due famosi pezzi sull’invasione aliena, quello del grande campione della fantascienza e quello dell’ipnotico e istrionico regista, accompagnati da un suggestivo corredo di due pezzi critici e di alcune belle immagini. L’ultimo Wu Ming 1, ad ogni modo, si segnala anche per il fatto che al suo interno c’è un messaggio che non va sottovalutato, soprattutto sul piano della ricerca sulla storia dell’europeismo novecentesco. L’Autore fa leggere al suo personaggio – il giovane Squarzanti – il Manifesto di Ventotene, ancora clandestino. E gli attribuisce una serie di rilievi, né ingenui, né infondati. Facendo questo, certo, il romanzo prova a servirsi della macchina del tempo per dirci qualcosa sui vizi di un certo modo di concepire l’europeismo contemporaneo e su alcune sue amnesie e mancanze costitutive. Al contempo, però, invita anche a rammentare che il federalismo europeo degli antifascisti italiani rappresentava una galassia molto ricca e percorsa da proposte tanto sfortunate quanto veramente rivoluzionarie o decisamente originali. Chissà che ai lettori de La macchina del vento venga voglia di saperne di più e di approfondire, ad esempio, i pensieri e le opere di Silvio Trentin o di Umberto Campagnolo, che pure non vengono trattati e che, viceversa, meritano tuttora di essere riscoperti e meditati.

Una recensione (di Edoardo Zambelli)

Condividi:
 

Su DF, piccolo comune rivierasco che possiamo pensare collocato nel sud del nostro paese, si abbatte improvvisamente un fenomeno straordinario: dapprima in singole, poche unità, poi a vere e proprie ondate, migliaia di cadaveri, tutti uguali, invadono e sommergono ripetutamente il litorale e la città intera. Il romanzo racconta, con le voci dirette degli abitanti, che cosa accade a DF, e in particolare come reagisce la comunità, dal più umile pescatore al sindaco. Da questo punto di vista, la distopia messa in scena da Giulio Cavalli è tanto orribile quanto fin troppo prevedibile. Al cospetto dell’oscura minaccia, che rimane sempre costante, si attiva il più scontato ed esiziale bisogno di rimozione, con tutto ciò che ne consegue: il ripiegarsi di ciascuno, e del paese intero, su se stesso; la coltivazione di un impossibile sogno sovrano; la costruzione di una barriera sul mare; lo stoccaggio dei corpi in appositi magazzini e la loro successiva lavorazione a fini industriali; la censura di qualsiasi ricostruzione critica; l’eliminazione delle figure più scomode… Anche il finale, ai limiti dell’horror, non è nulla di nuovo: basta rivedere Alien3 (uno dei meno riusciti di quella serie, tra l’altro…) per afferrarne il senso profondo. Il valore aggiunto di questo romanzo, dunque, non è nel suo lato distopico; né, pertanto, nella feroce rappresentazione, a quel lato chiaramente sottesa, di quali siano le mostruosità che si possono intravedere nel modo con cui ci si rapporta alle grandi questioni delle migrazioni e del loro impatto. Carnaio è un libro da leggere soprattutto per tre ragioni: 1) perché è una sorta di originale e fedelissima Antologia di Spoon River del più tipico provincialismo italiano, con una carrellata di personaggi memorabili, campioni assoluti di una umanità che sa essere grande solo nella mediocrità e nella solitudine della sua ambizione; 2) perché grazie a questo bestiario Cavalli suggerisce efficacemente che alcune classiche dinamiche di abbrutimento sociale e di ulteriore e drammatico arretramento istituzionale non poggiano su mali facilmente identificabili, ma dimorano in paure ed egoismi elementari, tanto banali quanto sottovalutati o mal sorvegliati o, peggio ancora, assecondati con convinzione perché ritenuti naturali, se non sacrosanti; 3) perché, infine, lo stile segue rigorosamente e coerentemente il contenuto, per il tramite di una scrittura a briglia sciolta, che sembra sgorgare liberamente dalla mente e dal cuore dei vari protagonisti, con un risultato di disperante verosimiglianza. È il sempiterno, insuperabile e mortificante paesone nazionale a portare nel suo ventre inclinazioni terribili: a questo vuole arrivare Cavalli, e ci arriva fino in fondo.

L’Autore a Fahrenheit

Condividi:
 

Dopo una serie di dieci fortunatissimi romanzi, seguiti da un periodo di silenzio, a sua volta intervallato dalla composizione di altri due cicli narrativi (uno sulla mafia italoamericana e uno sulle origini del socialismo italiano), Valerio Evangelisti rimette le vesti del suo più noto e apprezzato eroe: Nicolas Eymerich da Gerona, padre domenicano e spietato e sottilissimo inquisitore; un personaggio realmente esistito e operante nella seconda metà del Trecento, autore di quel monumentale Directorium inquisitorum, manuale teorico-pratico per i procedimenti contro gli eretici, che si pone anche alle origini del diritto del processo inquisitorio canonico. Le ultime due puntate della saga – che aveva debuttato nel 1994 ed è collocata in pieno Medioevo, pur essendo raccontata con intermezzi distopici e fantascientifici, che spesso interagiscono in modo essenziale con la trama della storia principale – sono Eymerich risorge (2017) e Il fantasma di Eymerich (2018). Questo secondo titolo ufficializza a tutti gli effetti l’avvio di un nuovo ciclo.

Nel primo romanzo (ambientato nel 1374) Eymerich è alle prese con un movimento eretico apparentemente indecifrabile, su espresso mandato di Papa Gregorio XI. Succedono cose strane tra la Provenza e il Piemonte: incendi improvvisi e apparizioni misteriose, di luci ma anche di uomini; su tutti, di Francesc Roma, francescano di rango e potente e astuto consigliere di Pietro d’Aragona, antico avversario di Eymerich. Non c’è nulla di meglio, dunque, per stimolare la determinazione del dotto e terribile inquisitore, che con l’aiuto dei suoi più fidati compagni – padre Jacinto Corona, il notaio De Berjavel e mastro Gombau – si lancia alla caccia di un culto enigmatico. Sembra che il mistero si celi tra le montagne, e che sia difeso dalle comunità valdesi. Ma si tratta di qualcosa di molto più profondo e temibile, tanto che Eymerich, oltre a doversi confrontare con campioni della più varia umanità, affronta pure la morte, ritrovandosi improvvisamente, e inspiegabilmente, risorto. Anche in questo caso la verità è nascosta nelle pieghe di un lontano futuro, in cui le ricerche sorprendenti del dottor Marcus Frullifer spiegano quali siano le oscure forze che nell’universo agiscono, e che si manifestano anche attraverso l’operato ultratemporale di un lontanissimo e potentissimo magister, assiso sulla Luna.

Nel secondo romanzo (che colloca la storia tra il 1377 e il 1378) l’inquisitore, liberatosi dalla prigionia cui lo aveva costretto un suo acerrimo nemico, fugge dalla penisola iberica per dirigersi via mare a Roma, dove conferisce con il pontefice. Gregorio XI, infatti, ha spostato la sede del Papato da Avignone all’antica ma degradata capitale dell’Impero. Sta morendo e confida a Eymerich che il sottosuolo della città eterna nasconde luoghi e riti pagani e minacciosi. L’indomito domenicano prende la palla al balzo e, districandosi tra volgari caporioni, prelati-guerrieri e sante in estasi, comincia ad indagare. Nel frattempo, attorno a lui, succede di tutto: viene eletto un nuovo Papa, Urbano VI, gradito al volgo romano, ma la sua lotta contro la simonia si fa quasi eccessiva, tanto da coalizzare per l’elezione di un nuovo pontefice la maggioranza dello stesso clero che lo aveva scelto. Si va incontro, così, all’intronizzazione di Clemente VII e al grande e grave scisma d’Occidente, mentre Eymerich non guarda in faccia a nessuno e sfida e sconfigge la setta che vuole reintrodurre il culto di Mitra. In questa lotta non è solo, non tanto perché a seguirlo c’è sempre padre Corona, ma anche perché c’è il suo alter ego, il magister venuto dal futuro, a metterlo sulla strada giusta. Anche questa volta gli oscuri segreti di queste comunicazioni intertemporali si intrecciano con le eccentriche avventure del dottor Frullifer.

Che cosa c’è, di imperdibile, nell’epopea Eymerich? Intanto c’è Eymerich stesso, uomo machiavellico ante litteram: implacabile contro chi ritenga colpevole di eresia e crudele, all’occorrenza, ma sempre aggrappato alla logica come arma invincibile, e capace di una graffiante ironia. È il paradigma di ciò che si definisce un personaggio a tutto tondo: icona di un Medioevo medievalissimo, truce e a tinte forti e nette; massimo esempio della razionalità del suo tempo e di ciò che di quel patrimonio culturale è transitato fino a noi. Chi non vorrebbe essere saldo e forte come Eymerich? Un altro tratto speciale dei cicli creati da Evangelisti è la sintesi più che riuscita tra romanzo storico, thriller e fantascienza: una ricetta nella quale l’ultimo, e apparentemente eccentrico, ingrediente è dosato quanto basta. Non è funzionale, infatti, alla creazione di una sovrapposizione di generi; non è, cioè, un espediente narrativo. È il medium di una visione totalizzante della letteratura, nel senso dell’idea di universo che si vuole raccontare, ma specialmente nel senso della dimostrazione che è possibile, con la letteratura, e vale a dire a partire dalla sua dimensione, cambiare la realtà storica. Innanzitutto quella presente.

Un’intervista all’Autore

Un’analisi linguistico-stilistica su Eymerich

Condividi:
 

C’era il mare… Ghe gera el mar… Mar-ghe-gera… Marghera! Neanche il narratore crede a questa pittoresca progressione etimologica. Però non c’è dubbio che, a darle credito, si comprende subito il nesso tra il romanzo e il suo titolo. Infatti, pur svolgendosi anche a Treviso, l’ennesima indagine dell’ispettore Stucky – per intendersi, quello del prosecco e di tante altre avventure – ruota soprattutto attorno a un certo luogo: ai noti cantieri navali della laguna veneta e ai resti di un Petrolchimico altrettanto, e tristemente, famoso. Ma in questo giallo il primo cadavere, quello di un noto giornalista locale, viene ritrovato nel capoluogo della Marca. È senz’altro un caso di avvelenamento, anche se per Stucky – che deve affrontare le temporanee mattane delle sue estroverse vicine di casa – ci sono tante cose che non quadrano. Nel frattempo, a Mestre, viene ucciso un ex sindacalista, pure questa volta una figura conosciuta. Se ne occupa Luana Bertelli, una collega che Stucky conosce bene, e che non crede alle apparenze: la morte dell’uomo non può essere stata l’accidente di un tentativo di furto, né è verosimile che il colpevole sia stato uno straniero. I due ispettori brancolano tra facili pregiudizi e piccole intuizioni, imbattendosi in personaggi di varia e ambigua estrazione, così diversi, e così insospettabili, da rendere improbabile qualsiasi collegamento. Poi sulla scena irrompe un terzo, strano, decesso, quello di un avvocato, che aveva rapporti con entrambe le vittime. Le indagini, dunque, finiscono per convergere e, grazie ad uno spunto della Bertelli, il baricentro della storia si sposta all’improvviso tra Marghera e Venezia, verso il magnetismo oscuro di uno spregiudicato e spietato animatore del rancore sociale.

In questo libro sembra un po’ affaticato, l’ispettore Stucky. Tant’è vero che, alla fine, il passo decisivo lo fa la Bertelli, vero fulcro del racconto. Non è che al nostro eroe manchino la consueta e scanzonata disinvoltura e lo sguardo un po’ obliquo, che gli consente sempre di intravedere la pista giusta. Anche i simpatici punti fermi del suo universo, poi, ci sono tutti: le sorelle di vicolo Dotti, lo zio Cyrus, il trio degli agenti Landrulli, Sperelli e Spreafico. Tuttavia l’iniziativa risolutiva sembra difettargli. C’è da chiedersi se questo sia un segno di stanca per il personaggio e il suo ciclo narrativo o se, invece, sia semplicemente la conseguenza, sul piano della trama, della scelta di un bersaglio sfuggente, fondamentalmente illogico, cresciuto come un virus incomprensibile sulle macerie materiali e morali della crisi. Che per Ervas – così, almeno, si può arguire –  non è soltanto quella dell’ultimo decennio. Il campo di battaglia, infatti, è simbolicamente posizionato in un territorio martoriato da una storia, lunga e dannata, di cortocircuiti imprenditoriali e ambientali; un territorio che, ciononostante, continua deliberatamente a non fare memoria, abbandonandosi alla ricerca e alla caccia diffuse, e quasi disperate, del capro espiatorio più vicino. È comprensibile, dunque, che Stucky – il più riflessivo, meditabondo e bonario Stucky di oggi… – sia meno pronto del solito, perché il nemico non è uno, ed è perciò disorientante. Come è altrettanto comprensibile, viceversa, che sia la tenacia di una donna irrequieta, che potrebbe anche rischiare di lasciarsi andare di fronte all’avversario, a diventare l’esempio dell’energia necessaria: per sconfiggere il risentimento tiranno che inchioda i molti alle loro fragilità e a un inutile disegno di vendetta. Sembrerebbe stanco, Ervas. Piace constatare che è più consapevole e motivato che mai.

Condividi:
 

Liberio Fraterni è un postiglione trentenne che sfreccia con la sua diligenza lungo la Valle del Serchio. Trasporta la posta, naturalmente, da e per Lucca. Ma porta anche molti passeggeri, e le occasioni di incontrare qualcuno di celebre non gli mancano: trattandosi di una storia che si snoda dalla fine dell’Ottocento all’avvento del fascismo, Liberio ha modo di incrociare pure Pascoli e Puccini. Un giorno, in una fiera, acquista da uno strano trio di mercanti un cavallo nuovo, Balio, un destriero tutto nero, tanto veloce e fiero quanto intrattabile ed enigmatico. Da quel momento i due, l’uomo e il suo cavallo, diventano alleati inseparabili. Sfidano le intemperie più dure e neppure i banditi riescono a sorprenderli. Tra Balio e Liberio il legame è così forte da stabilire una vera e propria empatia, anche se faticosa e indecifrabile, perché Balio, sempre scalpitante, sembra alfiere di strani presagi. Nel frattempo Liberio ha un figlio, Amilcare, che però, innamorato del treno, della tecnologia e delle possibilità che i nuovi trasporti consentono, si allontana presto dall’orizzonte ancestrale cui è avvinta la sua famiglia, alla ricerca del progresso più vorticoso. E della guerra, occasione irripetibile di accelerazione, collettiva e individuale; tanto che si arruola volontario nei bersaglieri, lungo il fronte dell’Isonzo. Il primo conflitto mondiale, infatti, è cominciato, e per Balio e Liberio ci sarà occasione di una nuova avventura, anche se il destino della famiglia – per un attimo ricomposto, quasi per miracolo – dovrà comunque compiersi nel modo più doloroso. Nel nuovo secolo le vicende degli uomini non saranno più coordinate con l’incedere naturale delle cose e dei suoi più nobili testimoni.

Sono due i motivi per cui questo libro mi piace. Il primo – che forse è un po’ troppo personale – tira in ballo l’ambientazione: i luoghi suggestivi di una Garfagnana che sa presentare ancora oggi i segni e i colori di un tempo mitico e sospeso, di un paese profondo e in qualche tratto immutabile e, per questo, confortevole, quanto meno dal punto di vista emotivo. Mi è bastato leggere, nel romanzo, qualche toponimo per avere la sensazione di potermici cullare. In quella vallata le tracce di un certo passato si trovano, eccome. A Barga il caffè Capretz continua ad esistere. A Ponte a Moriano la stazione di posta, col cambio dei cavalli, pare ancora di vederla; basta fermarsi Da Erasmo, dove, se non fosse per un incombente cavalcavia di cemento, ci si sentirebbe veramente sbalzati in un’altra epoca. Un altro motivo per apprezzare il racconto di Pardini è il suo tono felicemente fiabesco. Pardini, infatti, vuole dirci qualcosa che va ben oltre la rievocazione di un momento storico e che riguarda il passaggio critico da un vecchio a un nuovo mondo e l’importanza di tenere aperto un canale di comunicazione. È Balio a portare il romanzo su quella lunghezza d’onda, sin dalla sua misteriosa comparsa. Liberio è attratto dall’aura magnetica del cavallo, ma allo stesso tempo è pervaso da una costante inquietudine, che proprio l’animale tende a risvegliargli in presenza di alcuni eventi: come se Balio fosse misura di uno speciale rapporto con la natura, tale da renderlo presago di tutto ciò che può drammaticamente alterare quel rapporto; e che può spostare troppo velocemente un senso del limite che andrebbe viceversa coltivato con cura. Sicché Pardini, in definitiva, ammaliandoci in veste di scrittore-aruspice, ci narra in modo efficace della sapienza empatica degli animali e del loro linguaggio come di un medium per ristabilire e preservare un contatto tanto antico quanto necessario.

Recensioni (di Bartolomeo Di Monaco; di Flavia Piccinni; di Maria Caterina Prezioso; di Bruno Quaranta)

Alcuni “ritratti” di Pardini: da nazioneindiana.com; da minimaetmoralia.it; da succedeoggi.it

Condividi:
 

Il protagonista di questo romanzo, il quarantenne Florent, è un funzionario del Ministero dell’agricoltura, ed è anche la voce narrante, che racconta il suo graduale e inevitabile crollo, descritto in prima persona – e al contempo quasi inseguito… – con lucida consapevolezza. Più in particolare, è la storia di un epilogo esistenziale, assecondato da un potente antidepressivo. Comincia in un’area di servizio del sud della Spagna, dove il richiamo di una possibile, ma irrealizzata, avventura erotica vale, del tutto ambiguamente, come ultima chance di salvezza e come detonatore del viaggio terminale. In parte si tratta di un itinerario fisico: la fuga dall’eccentrica compagna del momento, una fredda e viziata ragazza giapponese, ma anche dalla casa e dal lavoro; quasi un radicale cambiamento di vita, che importa una spedizione verso la Normandia, un ritorno ad un tempo e ad un luogo di felicità, quella passata con Camille. Non è stata l’unica, tra le donne di Florent: c’è stata anche Kate, e anche Claire. I ricordi lo assillano. Ma Camille non l’ha mai dimenticata, la vuole rivedere. Nel frattempo, però, si ferma nella tenuta di un vecchio amico, un nobile decaduto abbandonato dalla moglie tra i suoi campi e i suoi capi di bestiame. È l’immersione nella tragica caduta dell’amico, travolto dalla crisi economica e dalla riforma del regime delle quote latte, ad accelerare la deriva definitiva, che, pur fermandosi sull’orlo di un finale davvero orribile, si materializza nel destino che era scritto sin dall’inizio.

Si dice spesso che Houellebecq scrive sempre lo stesso libro. È vero. In fondo Serotonina sembra un remake di Sottomissione. Il tema, infatti, è (ancora) quello di una crisi antropologica profonda e totale, così autocosciente da produrre un unico atteggiamento, l’abbandono al proprio inesauribile avvitamento. Anche in questo caso, peraltro, il sesso è l’irrinunciabile chiave di lettura e il campo d’indagine al contempo. E il tipo del maschio continentale colto e benestante costituisce la consueta cavia perfetta, il prototipo di una decadenza inarrestabile. Poi, come è stato anche per Sottomissione, qualcuno può leggerci una provvidenziale sintonia con segni o fatti dei nostri tempi: c’è chi ha subito evocato la Francia dei gilet gialli, ma – specie per il pubblico italiano – si potrebbe citare la forte protesta che i pastori sardi stanno conducendo in questi giorni. Cambia poco. Fatto sta che uno Houellebecq finisce in libreria sempre nel momento mediaticamente giusto, diventando per ciò solo un caso editoriale. Basterebbero queste ricorrenze, forse, per una stroncatura: quella che sa di già letto, di già visto. Neppure la ricercata variazione stilistica – che connota buona parte del romanzo – pare funzionare del tutto. Houellebecq, infatti, alterna la tecnica di un elementare flusso di coscienza con quella di una lucida ricostruzione dei fatti, un po’ per assecondare la deriva psicologica, un po’ per segnare il confine dei momenti in cui il protagonista sembra cogliere con chiarezza la verità della situazione in cui versa. Tuttavia, a causa della traduzione probabilmente, il flusso di coscienza non suona molto bene. Nonostante ciò Serotonina non è un libro da sconsigliare. Qui, più che in altre precedenti opere, Houellebecq è sincero. Lo è con se stesso, nel senso che questa volta si ha la sensazione che il soggetto sia proprio la sua persona. Ma lo è anche nella prospettiva del manifesto culturale, se così si può chiamare; la sua, evidentemente, è di rimpianto per un conservatorismo tutto novecentesco, perché oggi può essere definita soltanto così la nostalgia per un uomo che sia vero padrone di sé, del suo corpo, della natura e della politica. Non si può che provare un minimo di compassione e di solidarietà.

Recensioni (di Cristiano de Majo; di Francesco Filia; di Alessandro Gnocchi; di Luigi Grazioli; di Federico Iarlori; di Carlo Mazza Galanti; di Nicola Mirenzi; di Alessandro Litta Modigliani; di Marco Pontoni; di Valentina Sturli; di Raffaele Alberto Ventura)

Condividi:
 

Sulla storia narrata in questo libro – la resistibile ascesa politica del Mussolini fascista, dal debutto sansepolcrista, nel 1919, alla fase definitiva del delitto Matteotti, nel 1924 – ci sarebbe da dire troppo, o forse troppo poco. Troppo, innanzitutto, visto che per apprezzarla fino in fondo occorrerebbe restituire in dettaglio i fatti e le suggestioni che attraversano niente meno che 827 pagine. Forse è semplicemente un libro da non commentare. Peraltro, come ha precisato il suo Autore, si tratta di un romanzo documentario, costruito direttamente con le parole dei protagonisti, e soprattutto del protagonista, con tutte le progressive metamorfosi che lo hanno caratterizzato: dall’essere il prototipo dello sbandato al diventare – riuscitissimo “uomo del dopo” – il più cinico e callido dominatore della scena politica italiana. D’altra parte, ciò che è narrato in M. non è frutto di fantasia. È una verità, questa, difficile da accettare. Metabolizzarla richiederebbe davvero un certo spazio, forse addirittura maggiore di quello che di per sé già occupa il ponderoso tomo. Allo stesso tempo, però, il racconto alluvionale fa emergere una realtà tanto vorticosa e prepotente da angosciare e quasi annichilire il lettore. Si rischia, dunque, di dire troppo poco. Anzi, si rischia un istintivo silenzio: quello cui si è di solito indotti quando ci si sente persuasi da un’apparente autoevidenza, in questo caso veicolata dalla forza del mix di eventi pressoché quotidiani, piccoli e grandi, di cui il volume rende analitica e drammatica testimonianza. Si tratterebbe, tuttavia, di un silenzio colpevole e (a pensarci bene) un po’ ignorante, perché la stupefazione che lo anima sarebbe quella di chi ritenesse di acquisire, finalmente, con un medium prevalentemente emotivo, una verità o una conoscenza razionalmente non attingibile. Eppure le cose non stanno così: sul piano storiografico, M. non aggiunge niente al consolidato e diffuso patrimonio di informazioni e conoscenze sul fascismo e sul suo Duce. Perché leggerlo?

Il fatto è che basterebbe riprendere le chiare e illuminanti (e poche…) pagine di un classico saggio di Giovanni De Luna (Benito Mussolini. Soggettività e pratica di una dittatura, Milano, 1978, 62-77) per assimilare con pari efficacia la lezione che Scurati avalla con così tanto apparato. Non è certo ignoto che la spregiudicatezza di M. – come il suo peculiare rapporto con la violenza e con i gerarchi più determinati – ha ricevuto assist decisivi da un contesto politico e istituzionale particolarmente frammentato, fragile, confuso e opportunista; né costituisce una scoperta l’ambiguo e ammiccante contegno di tanti (e illustri…) moderati, oltre che del re; né (ancora) può veramente sorprendere la constatazione sulla sostanziale e radicale vuotezza di un’ideologia che non è mai stata veramente tale, perché costruitasi per via di fortuite e occasionali addizioni progressive, che potevano esserci o meno, a seconda del vantaggio, anche soltanto retorico, che al momento parevano garantire. Circa la marcia su Roma, poi, nulla è meglio della caustica e incalzante ricostruzione di Lussu; e anche sulla fine di Matteotti non si svelano profili inediti. Eppure, proprio a quest’ultimo riguardo, proprio considerando, cioè, le modalità con cui Scurati si approccia, gradualmente, alla figura del deputato socialista – sulla cui intima, umana, debolezza il racconto si sofferma più volte – si può cogliere l’unico spunto che offre un senso, e un’utilità, al fotoromanzo del regime e del dittatore nascenti: virtù positive, si badi, che niente hanno a che fare con la possibilità di evocare, oggi, episodi o passaggi più o meno educativi – e più o memo calzanti… – sulla fisiologia disarmante di uno scivolamento socio-politico. È il contrasto con il campo di Matteotti a rendere plasticamente evidente la durezza e l’inevitabilità del campo di Mussolini, dominato, sempre e sin dal principio, dal vitalismo animale e irrefrenabile, e talvolta pavido delle sue stesse potenziali conseguenze, che alimenta tipicamente ogni sete di potere. Non poteva che vincere, questa orribile forza, specie a fronte di chi, senza avvertirne l’urgenza, non ne aveva capito l’essenza e non è stato in grado di fronteggiarla e di domarla.

Recensioni (di Roberto Antolini; di Ambrogio Arienti; di Mario Barenghi; di Davide Brullo; di Ivan Carozzi; di Antonio D’Orrico; di Ernesto Galli della Loggia; di Daniele Giglioli; di Lorenzo Pavolini)

L’Autore a Fahrenheit

Un’intervista a Scurati

Condividi:
 

Nella Vienna post-imperiale e repubblicana del 1919, attanagliata dai disagi e dalla povertà di un dopoguerra durissimo, l’ispettore August Emmerich si imbatte nella morte misteriosa di tre reduci del fronte orientale. C’è qualcosa di strano che lega i decessi ed Emmerich, ex soldato lui stesso, è convinto, a dispetto di ciò che pensa il medico legale, che vi sia in circolazione un pericoloso assassino. Scortato dal giovane collega Winter, decide di abbandonare le indagini sulla borsa nera, più attiva che mai, e cerca di mettersi sulla pista del giallo, alla ricerca della verità, ma anche di una promozione a lungo sperata. Il destino, però, sembra cospirare a suo sfavore. Una vecchia ferita lo tormenta in modo insopportabile e il suo superiore gli è caparbiamente ostile. A capo dei borsaneristi, inoltre, c’è lo spregiudicato Veit Kolja, vecchia conoscenza e vecchia canaglia: di lì non si passa; gli tocca pure di far buon viso a cattivo gioco. Per di più, nel frattempo, nel torno di pochi giorni, Emmerich perde la compagna, resta senza casa, viene completamente derubato ed è addirittura arrestato, accusato della morte di una giovane donna. Naturalmente se la caverà, facendo ricorso a tutta la sua tenacia. Scoprirà, tuttavia, che l’onda lunga del conflitto non si è abbattuta su Vienna soltanto con i morsi della fame e della crisi, e che i suoi più terribili e innominabili artigli sono ancora vivi e vegeti, e molto vicini.

August Emmerich è un investigatore che appartiene alla serie degli empatici; assomiglia più a Marlowe che a Dupin, e infatti la sua arma segreta, quella che lo aiuta a togliersi d’impaccio, sta in un istintivo senso del rischio anziché in una particolare propensione alla cultura della razionalità. Anche l’ambientazione storica coopera in questo senso, tanto che larga, se non massima, parte della narrazione non è altro che un affresco realistico delle macerie – materiali, morali, politiche e sociali – dell’impero austroungarico sconfitto: lo scenario perfetto per un eroe che non ha alcuna paura di sporcarsi pur di raggiungere il risultato di giustizia che gli sta a cuore. Il finale, che forse è un po’ troppo compresso (anche se l’effetto sorpresa ne riesce indubbiamente enfatizzato), fa presagire che Emmerich promette di dare battaglia non solo ai criminali, di guerra o comuni che siano, ma ad un intero contesto di degrado, frammentazione e abbrutimento, che costituisce il reale bersaglio dell’atto d’accusa che l’Autrice ha messo in scena, e che rappresenta il pericolo concreto verso il quale, per ragioni diverse, tendiamo sempre a scivolare, anche alle soglie del 2019.

Recensioni (di Alessandro Moscè; di Ranieri Polese)

Condividi:
© 2019 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha