Stig Dalager: KIERKEGAARD, nostro contemporaneo (da avvenire.it)

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Ubi sunt qui ante nos in mundo fuere?

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I primi due monologhi di questo piccolo libro (Ratatuja e L’antilingua) rappresentano in maniera molto efficace il conflitto tra la giocosa vitalità e nutriente corposità del veneto tradizionale, nelle sue parlate più diverse, e la soverchiante valanga del nostro barbaro dizionario quotidiano, tra acronimi, anglicismi vari e ritornelli da talk show. Il titolo del volume, così, si fa subito chiaro: è quasi un urlo, un grido di guerra, o anche un mantra, da opporre alle tante aggressioni, non solo linguistiche, che dobbiamo subire. E sia dunque, ra-ta-tu-ja! Ma la marea cui siamo esposti sembra davvero soverchiante. Maino allora le oppone la potente satira dei due pezzi successivi (Zaiazione finale e Crostolo). Uno è un viaggio surreale nell’omologazione imperante della gente veneta, ritratta in un’esilarante galleria di tipi umani, tutti diretti verso l’inarrestabile deriva finale: trasformarsi definitivamente nel nome e nel corpo di Luca Zaia, Governatore tanto Serenissimo quanto prototipo di un Veneto assai artificioso. Il testo successivo è la storia del naufragio giudiziario e della seguente trasfigurazione domiciliare di Giancarlo Galan, alias “Crostolo” (dal veneziano “galano”), maschera par excellence della società politica locale e nazionale. L’epilogo è così sconsolato che, anziché correre il rischio di affogare tra le maschere, anche Zacaria, marocchino d’origine e neocittadino italiano, vuole fuggire dal nostro paese. Il volume si chiude con Resnullius, intensa e tragica parodia dell’unica e dolorosa definizione possibile per una categoria, quella degli stranieri, in cui il Veneto, l’Italia e pure l’Europa non riescono malauguratamente a ritrovarsi, pur avendone un’occasione storica quasi salutare.

Nel Sillabario veneto di Paolo Malaguti si ricorda che ratatuja è parola che deriva “dal francese ratatouille, ossia pasticcio, piatto combinato con una miscellanea di ingredienti, per lo più vegetali”. La ratatuja che conosco io è proprio questa: un piatto di recupero che mio padre ha sempre fatto, il suo salva-pranzi più immaginifico e gustoso, per quanto apparentemente il più improbabile. È un buon esempio di quelle che si dicono radici: difenderle vuol dire anche lottare per le parole che le esprimono. E non c’è campo migliore per il tenace – e pugnace – autore di Cartongesso, che, come suggerisce il sottotitolo di questo nuovo libro, mette le “parole alla prova”, impegnandole, e impegnandosi, in autentici saggi di resistenza culturale. Da questo punto di vista, Ra-ta-tu-ja ci sembra la fabrica di un Autore che ha una fiducia estrema nella capacità catartica della parola e dei suoni in cui se ne articola la pronuncia: non a caso si tratta di testi che Maino sta facendo circolare anche in un Ratatour, uno spettacolo in cui la sua voce è alternata dai brani musicali degli Schrödinger’s Cat; ormai la salvezza di un paese del tutto anestetizzato può passare solo per un gesto ipnotico. Dei cinque monologhi, Zaiazione finale mi sembra il migliore: alla suggestione ritmica si aggiunge quella visuale, poiché per un attimo si riesce quasi ad intravedere l’immagine di un Leviatano farsesco (chi non ricorda la copertina del famoso testo di Hobbes?), composto dai corpi e dalle fisionomie delle figure che vi si sono integralmente immedesimate. Una nota conclusiva la merita la veste editoriale, raffinatissima nella carta come nel carattere e nelle illustrazioni d’arte di Franco Zabagli. D’altra parte, un’idea tanto nobile deve avere un corpus mechanicum all’altezza.

Una recensione (di Stefano Allievi)

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Direttamente dal Ratatour: Resnullius recitato da Francesco Maino

Il Nuovo Sillabario Veneto di Paolo Malaguti

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Riportare l’etica nella politica (da ilsole24ore.com)

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La scuola cattolica di Albinati svela la violenza dei maschi italiani (da internazionale.it)

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Drago Furlan è un ispettore di provincia, in servizio a Cividale del Friuli. È da anni che non gli capita un caso di omicidio: le sue giornate trascorrono tranquille tra il tavolo dell’osteria da Tarcisio, il tavolo del suo vero ufficio e il tavolo di casa, imbandito sempre a puntino da mamma Vendramina. All’improvviso, però, un cadavere spunta fuori, da un vecchio pozzo di Montefosca, un paesino di montagna. A Furlan e al suo vice, il fido Moroder, tocca l’indagine, che si fa subito difficile, un po’ perché Drago non è proprio abituato e si lascia distrarre dalla quiete della sua terra, un po’ perché i pochi testimoni e i vaghi indizi indicano piste tra loro contraddittorie. O si tratta di un losco giro di vecchi pedofili; o c’è di mezzo qualche vecchia e terribile vicenda, che forse risale alla seconda guerra mondiale. Il morto, infatti, è un anziano tedesco, ucciso da una pallottola esplosa da una pistola molto diffusa sul fronte orientale e su quello italiano. Drago ha un certo intuito, e il suo cervello continua a macinare, ma di fatto è alle strette: così fa un viaggio a Monaco, litiga con la morosa, si dà al giardinaggio, fa lunghi giri in moto, arresta un usuraio, si prende anche una sbornia; ma non riesce proprio a trovare il bandolo della matassa. Ad un certo punto, tuttavia, una strana fortuna sembra volerlo soccorrere, anche se sarà solo la sua intelligenza, finalmente risvegliata del tutto, a chiarire ogni cosa.

Flavio Santi è un (ottimo) poeta prestato alla narrativa e questo libro è il suo primo giallo. Di questo colore, però, a dire il vero, nel romanzo c’è poco, tanto che il mistero da risolvere è che cosa ha indotto l’Autore a cimentarsi con una prova per lui del tutto inusuale. Il risultato, per certi versi, è piacevole; Furlan, soprattutto, è un personaggio riuscito. E, a lettura finita, viene anche voglia di conoscere meglio il Friuli e le sue tradizioni culinarie. Ma la storia è un po’ fragile e le digressioni di contesto si rivelano o troppo lunghe o poco utili. Probabilmente Santi ha bisogno di far circolare Furlan ancora un po’ e di fargli riprendere effettivamente il possesso di tutte le sue capacità investigative. Lo aspetteremo fiduciosi, alle prese con il prossimo barbecue domenicale e in compagnia del suo porcellino Tito (eh sì, proprio così…) e della sua fresca e genuina fidanzata (una vera e propria “Perla” del Nordest). Resta, comunque, una questione interessante. Perché a questo romanzo, in verità, gli ingredienti giusti non mancano: c’è un ispettore simpatico; c’è un territorio altrettanto ammiccante; e c’è un passato che forma ancora parte dolorosa della nostra memoria. La primavera tarda ad arrivare, tuttavia, è l’ultima manifestazione di una tendenza più ampia e ricorrente, che sembra spingere volutamente in prima linea prodotti narrativi di un certo tipo: anziché puntare sulla bontà del racconto e delle parole che lo esprimono – ciò richiederebbe, forse, troppa fiducia nella capacità di masticazione dei lettori? – si vuole suscitare subito empatia e immedesimazione; come se bastasse il fascino di un marchio slow food a garantire la sostanza del gusto… Come se, usando un’altra immagine, si utilizzasse il Montalbano televisivo per inventare quello letterario. Siamo certi che ci piacerebbe?

Recensioni (di Annamaria Trevale; di Paolo Medeossi; di Davide Brullo)

L’Autore racconta il suo romanzo

Un po’ di poesie di Flavio Santi (da leparoleelecose.it e da poetarumsilva.com)

I crimini di Avasinis: una ricostruzione e un piccolo documentario

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Tutto il calcio minuta per minuta (da nazioneindiana.com)

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Relato de una dama alemana (da lavanguardia.com)

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Milano, il giudice: “I figli alla scuola pubblica” (da milano.repubblica.it)

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Vado… ma non so / che direzione devo prendere (Bugo)

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