Che gran fatica, ogni giorno devo vivere, rimanere concentrato e non perdere occasioni (Cristian Bugatti)

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Mattia Maistri e Marco Niro sono cresciuti. Da È già sera, tutto è finito (2010) un po’ di tempo è passato, e la qualità della scrittura è decisamente migliorata. L’approccio, viceversa, era già completamente definito sin dal primo romanzo: rileggere, plasmandolo, il passato del paese e ipotizzarne, nella stessa direzione, il futuro, prendendo spunto dal presente e dai sintomi che ne rivelano, con le forze positive, anche le costanti e radicate tentazioni devianti. Tersite Rossi (che è lo pseudonimo – davvero evocativo – sotto cui si cela l’identità dei due giovani scrittori) si è accodato, così, a Loriano Macchiavelli, ai Wu Ming, a Simone Sarasso, ma anche a Massimo Carlotto, che ha veicolato l’inserimento di questa “opera seconda” nella Collezione Sabot/Age di E/O.

Si possono dire molte cose a proposito di Sinistri. In primo luogo, è difficile individuare chi ne sia il protagonista; ma questo non è, di per sé, un difetto, poiché, in fondo, protagonisti di questo libro sono tutti i personaggi che si incontrano nella lettura, così come lo sono, ahimè, tutti gli italiani. Si tratta di uno specchio, non troppo deformato, di ciò che siamo stati, di ciò che siamo e di ciò che rischiamo di diventare.

In secondo luogo, c’è una storia principale, ambientata in un 2023 tanto surreale quanto drammaticamente possibile: al Governo spadroneggia il leader di un fantomatico Partito della Felicità, che ambisce all’eliminazione di ogni conflitto e di ogni opposizione, quasi in uno scenario alla Jack London (quello, per intendersi, de Il tallone di ferro). Questa storia, molto breve, e a suo modo brutalmente semplice, viene inframmezzata da dieci rapidi racconti, in verità più complessi, che vengono letti da uno dei protagonisti e sono collocati in dieci diversi momenti della storia d’Italia, anche se sembrano precorrere l’attualità nel senso di un comune destino che non può che avverarsi e ripetersi ancora. La sensazione (disperante) che se ne ricava è molto netta: ci si può ribellare al sopruso, si può credere in qualcosa di puro, eppure l’esito pare già predeterminato, come se fosse orchestrato, sinistramente, da un unico e terribile artefice. E la nostra umanità sembra ripetutamente e ineluttabilmente debole.

In terzo luogo, c’è l’assunzione esplicita di una chiave trasversale evidente, tutta pasoliniana: da un lato, essa si esprime nella presenza trasversale di una sessualità rapace, che strumentalizza ogni rapporto e “corona” un più generale processo di mercificazione e di impoverimento spirituale; dall’altro, si traduce nel tema dell’inestricabile corruzione dei poteri e dell’altrettanto perverso intrecciarsi degli interessi, pubblici e privati, e delle aspirazioni politiche, tanto rivoluzionarie quanto conservatrici. In altre parole: Scritti corsari e Petrolio, in un agile mix di scrittura che ci offre un buon saggio di una tipologia ormai affermata di nuovo e “agghiacciante” romanzo pop.

Il sito dell’Autore (o, meglio, degli Autori)

Intervista doppia

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Un giovanissimo avvocato, al suo primo vero incarico, si trova ad affrontare una difesa apparentemente impossibile: il suo cliente, Fabrizio Collini, un operaio di origini italiane, ha ucciso brutalmente il vecchio e potente Hans Meyer, rispettato ed autorevole magnate dell’industria tedesca. La dinamica dei fatti è indiscussa e il movente dell’omicida è del tutto oscuro. A complicare le cose, Caspar Leinen (questo il nome del precoce penalista) scopre che la vittima non gli era affatto sconosciuta e che, anzi, Meyer era il nonno, a lui tanto affezionato, di un suo carissimo amico d’infanzia e di una sua indimenticabile fiamma, Johanna, ora tornata sulla scena. E, tra le altre cose, il gruppo economico-finanziario cui era a capo il grande imprenditore si costituisce parte civile con l’assistenza dell’avvocato Mattinger, uno dei più famosi e stimati professionisti del paese. Assistere Collini è davvero un’impresa, e la prima tentazione è rinunciare.

Ma Collini ha diritto ad avere un difensore, non è possibile invocare solo l’antica amicizia o la rinnovata promessa di un amore perduto: Leinen vuole fare la sua parte ed è onorato di poter competere con Mattinger. La sua ostinazione lo conduce, dunque, a cogliere un piccolissimo indizio e ad intravedere, oltre ad una possibile strategia processuale, anche una storia durissima e drammatica, che costringe tutti, anche il popolo tedesco, a fare i conti con il proprio passato più tragico. Il movente di Collini, infatti, ci riporta alla seconda guerra mondiale e all’occupazione nazista della penisola italiana, alla guerra di Liberazione e alle azioni dei partigiani, alle rappresaglie e ai tanti crimini e alle tante stragi commesse in quel contesto.

Svelare altre cose proprio non è possibile. Sia sufficiente dire che in pochi tratti, con uno stile quanto mai secco e pulito, e con il ricorso a ricostruzioni storiche e giuridiche tanto sintetiche quanto inappuntabili, von Schirach riesce a proporci con assoluta efficacia tutti i vicoli ciechi del rapporto tra storia e giustizia, tra colpe individuali e colpe collettive, tra memoria dei singoli e memoria dei popoli, tra esigenze del diritto e ragioni della vendetta. Il caso Collini, poi, ha il “dono”, se così si può dire, di “romanzare” una tipologia di situazioni che sono realmente accadute e che, specialmente con riguardo ai molti fallimenti dei giudizi avviati all’indomani della fine del conflitto, rievocano sia vicende locali ancora dolorose (e fonte di perduranti disagi), sia una nota e recentissima sentenza della Corte internazionale di giustizia (che ha accolto il ricorso della Germania, contro l’Italia, sul risarcimento alle vittime dei crimini nazisti durante la seconda guerra mondiale. v. l’intervista al Prof. Tullio Treves).

Nell’epilogo del libro, peraltro, von Schirach pone i quesiti più umani della complessa questione che ha inteso affrontare, sia pur soltanto accennandoli, vuoi per voce dello stesso Collini (“Da noi si dice che i morti non vogliono vendetta, solo i vivi la vogliono”), che interpreta la sorte forse del tutto compromessa di chi può ancora soffrire, vuoi per voce della bella Johanna (“Sono anch’io tutto questo?”), che incarna lo smarrimento di chi, nel ricordo, si scopre comunque figlio di azioni inconfessabili. La risposta, tanto semplice quanto fondamentale, corrisponde ad un paradossale, ma geniale, voto ad una sorta di oblio positivo (“Tu sei la persona che sei”, risponde Caspar a Johanna): non tutto è perduto, il “meglio” lo possiamo ancora giocare, e lo possiamo fare, naturalmente, perché sappiamo e perché possiamo contare su ciò che noi, oggi, possiamo essere.

Un ultimo particolare, per nulla trascurabile: l’Autore parla, senza dubbio, anche di se stesso; come effettivamente lascia trasparire il suo cognome, egli è nipote di Baldur von Schirach, uno dei più influenti gerarchi nazisti.

Un’intervista all’Autore (in tedesco)

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Il titolo che Adelphi ha deciso di dare a questo racconto non è la perfetta traduzione di quello originale, che suona invece così: The Uncommon Reader. È vero che si scopre subito che il “lettore” è la regina d’Inghilterra; ma l’attributo che Bennett aveva scelto era decisamente calzante, perché il carattere “inconsueto” non si riferisce solo al fatto che si tratta della ben nota sovrana, ma anche alla circostanza, a sua volta “insolita”, che questa si trova ad interpretare la parte del lettore veramente appassionato, con tutte le sorprendenti conseguenze del caso.

Salvo il finale a sorpresa – che è a metà strada tra il vero colpo di scena e un semplice e classico saggio di ironia inglese – la storia conta fino ad un certo punto: la regina comincia a leggere e a prenderci gusto, e questo fatto scombina gran parte del suo ordine del giorno e della considerazione che di lei e del suo ruolo hanno i suoi più stretti collaboratori e i più influenti uomini politici. Contano poco, alla fine, anche le tante risate che suscitano le immagini e le situazioni in cui Elisabetta II ha modo di dimostrare il suo new deal di assidua bibliofila: ci si aspetta questo ed altro da un uomo di teatro così brillante e così esperto come Bennett (a proposito: da Nudi e crudi in poi, è difficile concedersi il lusso di non leggerlo).

I meriti del libro, in verità, si possono collocare su due livelli: quello, molto evidente e sostanziale, della parabola, sul rapporto tra cultura e potere, o sul rapporto tra cultura e democrazia, o sulla relazione tra cultura e classe politica, o, ancora, sugli effetti catartici che la lettura può concretamente avere su ciascuno di noi, indipendentemente dal suo status o dai suoi interessi o dal lavoro che fa; quello, più sottile, e stilistico, dei vari espedienti che l’Autore utilizza per costruire la parabola stessa, dalle acute e ficcanti riflessioni che la regina si appunta a margine di questa sua nuova esperienza alla scelta geniale di un personaggio come Norman, curioso interlocutore di Sua Maestà. Anche i rapidi sketch sui pensieri del “britannico medio” sono impagabili.

La sovrana lettrice, in definitiva, è un agile passatempo, che tranquillizza e che coinvolge, innanzitutto, i lettori compulsivi, che vi trovano nuove ragioni per insistere nella loro più insana abitudine; ma è anche uno stimolo felice per tutti coloro che, restando senza libri, non sanno davvero che cosa si sono persi finora, che cosa continuano a perdersi e che cosa potrebbe accadere se, come la regina, decidessero, dopo averne letti molti, di fare dell’altro.

 

Una perla di saggezza:

L’attrattiva della letteratura, rifletté, consisteva nella sua indifferenza, nella sua totale mancanza di deferenza. I libri se ne infischiavano di chi leggeva; se nessuno li apriva, loro stavano bene lo stesso. Un lettore valeva l’altro e lei non faceva eccezione. La letteratura, pensò, è un commonwealth; le lettere sono una repubblica.

 

Un’altra recensione

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Ci sono momenti nei quali il migliore antidoto per la stanchezza – fisica, psichica, intellettuale… – è un buon libro giallo o un buon thriller. Il problema, però, è sempre lo stesso: quello della scelta. Quale giallo? Quale thriller? Perché i lettori, tutti, lo sanno benissimo: la scelta sbagliata non “vince” la stanchezza, rischia soltanto di portarla a livelli insopportabili; anzi, alla stanchezza si può soltanto aggiungere una delusione cocente, mista a depressione galoppante. Ad ogni modo, il più delle volte bisogna sapersi accontentare, cogliendo le energie positive che anche un’opera complessivamente modesta può nascondere tra le sue pagine. Questo è il caso, in effetti, de Il maestro di scacchi, nuova avventura del giovane e svagato Max Perri, avvocato per destino familiare più che per passione.

Ad essere onesti, i fattori di potenziale e immediato “disincanto” sono svariati e dovuti ad elementi narrativi che replicano espedienti un po’ scontati: è da poco passato il 150° anniversario dell’Unità, e molti dei misteri che aggrovigliano l’intreccio poggiano le loro radici, guarda caso, proprio in pieno Risorgimento; passato e presente si articolano in rapide, ma numerose, sequenze, e la struttura del romanzo ne riesce un po’ troppo frammentata, al punto che spesso si rischia la confusione; la definizione dei caratteri di quasi tutti i personaggi è molto marcata, e in alcuni casi sembra di trovarsi di fronte a caricature stereotipate di modelli già sperimentati, come quello della giovanissima Chiara, un po’ dark, un po’ asociale, un po’ brillante e, naturalmente, un talento scacchistico e, al contempo, una ragazza “carina” e intelligente. Ma anche il prof. Terrani e tutta la “stirpe” della nobilissima e papalina famiglia Oderisi sembrano emergere da un cocktail già bevuto, un po’ Augias (I segreti di Roma) e un po’ Pérez-Reverte (Il club Dumas). Alla fine, poi, ma non proprio “alla fine” (purtroppo…), lo snodo dell’intrigo si intuisce facilmente e l’illusione di imminenti e tonificanti colpi di scena ne risulta smontata altrettanto semplicemente.

Tuttavia, ci sono ingredienti che compensano abbondantemente queste carenze e che rendono ancora una volta godibile il frame in cui si muove la penna dell’avv. Salvatorelli: che enfatizza con il giusto colore alcuni aspetti, comuni ma reali, dell’attività forense e del relativo ambiente; che crea, nella figura di Max, un “collega” che non si prende troppo sul serio, riesce istintivamente simpatico e interagisce alla perfezione con la sua squadra, Rita, Giulia-pancia (!) e HAL (alias Roberto: ecco, forse troppo zelante per essere un praticante di uno studio legale…); che ci racconta, sotto sotto, delle sue genuine passioni (per la musica, per il collezionismo, per una certa epoca storica, per un certo qual modo di guardare alla professione e alla vita quotidiana); che semina abilmente indizi per incuriosire il lettore affezionato a ritrovare gli stessi interpreti sulla possibile scena di un’eventuale prossima indagine.

Caina attende e Il collezionista ostinato erano forse migliori; ma non possiamo pretendere che Max Perri sia sempre sulla cresta dell’onda. Diciamo che, per ora, gli diamo appuntamento in qualche mercatino di Porta Portese e lo lasciamo gustarsi, di nascosto, un qualche quadretto di ottima cioccolata fondente. Un tipo come lui merita complicità e indulgenza.

Il sito dell’Autore

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Sia pur nel contesto di un racconto forse un po’ troppo lungo (pp. 486), Giorgio Caponetti offre al pubblico un’opera prima di tutto rispetto. Non è solo la storia di un’amicizia d’altri tempi, tra un grande cavallerizzo italiano, Federigo Caprilli, e il nobile ed integerrimo mecenate idealista cui si deve la fondazione della F.I.A.T. e dell’Automobile Club, il conte Emanuele Cacherano di Bricherasio. È l’affresco di un momento di grandi trasformazioni, nella società come nella tecnica, nei valori come nella politica, nelle città come nel lavoro, nell’economia come nell’impresa.

In quest’ultima direzione, poi, il titolo non è soltanto una metafora. È anche la descrizione romanzata di eventi tanto noti quanto rimasti pur sempre ambigui: del fallimento della F.I.A.T. e – come dice l’Autore, una volta caduti i “puntini” – della fondazione della Fiat; delle conseguenti e crescenti fortune di Giovanni Agnelli, nonostante il difficile processo in cui era rimasto coinvolto proprio in seguito alle “stranezze” del crack cui era incorsa l’originaria compagine societaria dell’azienda; della morte misteriosa di Bricherasio, prima, e di Caprilli, poi; di un esiziale intreccio tra affari privati, politiche pubbliche e attività spionistiche, a ricordo di quante volte, sin dai primi passi dell’Unità, i nostri governanti sono stati attratti da speculazioni non sempre virtuose. E di come, a farne le spese, di solito, non sono soltanto talune importanti e lungimiranti figure, ma, assieme alla cosa pubblica, i comuni ed inconsapevoli cittadini, meri spettatori di rivoluzioni dirette da pochi interessati.

Complessivamente, si tratta di una bella lettura, che poggia anche su di un espediente letterario parzialmente riuscito: la voce dell’io narrante che “apre” il volume resta sempre presente, poiché, accanto alle vicende cronologicamente ordinate, ma sovrapposte, di Caprilli, Bricherasio e Agnelli, si snodano i ricordi immaginari dello scrittore bambino, il cui nonno, oltre ad insegnargli molte cose “da grandi”, si rivela pagina dopo pagina come uno degli attori principali sullo scenario della “Storia” che viene narrata. Ma il libro è interessante anche per le frequenti digressioni in dettagliate rievocazioni di fatti e di eventi salienti, oltre che di diversi e significativi personaggi della Torino dell’inizio del XX Secolo; così come per la costante ripresa dell’epopea del cavallo, per la quale l’Autore, pur indulgendovi per lunghi tratti, dimostra una passione solida e autentica, suscitando così curiosità anche nel più sprovveduto dei profani.

Ad ogni modo, il messaggio di questo nuovo romanziere è chiaro: la tecnologia può essere un vero strumento di emancipazione e di progresso, a condizione che la “cavalleria” e l’armonioso comporsi di virtù private e di virtù civili di cui essa può essere un valido simbolo non vengano oscurate dall’etica scivolosa dell’arricchimento soltanto egoistico o del tornaconto brutalmente personale.

L’Autore a Radio Capital

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Something’s got a hold on me (Etta James)

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