Sia pur nel contesto di un racconto forse un po’ troppo lungo (pp. 486), Giorgio Caponetti offre al pubblico un’opera prima di tutto rispetto. Non è solo la storia di un’amicizia d’altri tempi, tra un grande cavallerizzo italiano, Federigo Caprilli, e il nobile ed integerrimo mecenate idealista cui si deve la fondazione della F.I.A.T. e dell’Automobile Club, il conte Emanuele Cacherano di Bricherasio. È l’affresco di un momento di grandi trasformazioni, nella società come nella tecnica, nei valori come nella politica, nelle città come nel lavoro, nell’economia come nell’impresa.

In quest’ultima direzione, poi, il titolo non è soltanto una metafora. È anche la descrizione romanzata di eventi tanto noti quanto rimasti pur sempre ambigui: del fallimento della F.I.A.T. e – come dice l’Autore, una volta caduti i “puntini” – della fondazione della Fiat; delle conseguenti e crescenti fortune di Giovanni Agnelli, nonostante il difficile processo in cui era rimasto coinvolto proprio in seguito alle “stranezze” del crack cui era incorsa l’originaria compagine societaria dell’azienda; della morte misteriosa di Bricherasio, prima, e di Caprilli, poi; di un esiziale intreccio tra affari privati, politiche pubbliche e attività spionistiche, a ricordo di quante volte, sin dai primi passi dell’Unità, i nostri governanti sono stati attratti da speculazioni non sempre virtuose. E di come, a farne le spese, di solito, non sono soltanto talune importanti e lungimiranti figure, ma, assieme alla cosa pubblica, i comuni ed inconsapevoli cittadini, meri spettatori di rivoluzioni dirette da pochi interessati.

Complessivamente, si tratta di una bella lettura, che poggia anche su di un espediente letterario parzialmente riuscito: la voce dell’io narrante che “apre” il volume resta sempre presente, poiché, accanto alle vicende cronologicamente ordinate, ma sovrapposte, di Caprilli, Bricherasio e Agnelli, si snodano i ricordi immaginari dello scrittore bambino, il cui nonno, oltre ad insegnargli molte cose “da grandi”, si rivela pagina dopo pagina come uno degli attori principali sullo scenario della “Storia” che viene narrata. Ma il libro è interessante anche per le frequenti digressioni in dettagliate rievocazioni di fatti e di eventi salienti, oltre che di diversi e significativi personaggi della Torino dell’inizio del XX Secolo; così come per la costante ripresa dell’epopea del cavallo, per la quale l’Autore, pur indulgendovi per lunghi tratti, dimostra una passione solida e autentica, suscitando così curiosità anche nel più sprovveduto dei profani.

Ad ogni modo, il messaggio di questo nuovo romanziere è chiaro: la tecnologia può essere un vero strumento di emancipazione e di progresso, a condizione che la “cavalleria” e l’armonioso comporsi di virtù private e di virtù civili di cui essa può essere un valido simbolo non vengano oscurate dall’etica scivolosa dell’arricchimento soltanto egoistico o del tornaconto brutalmente personale.

L’Autore a Radio Capital

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