Per questo romanzo non c’è nulla di meglio che un giudizio “tecnico” da sommelier: eleganza e raffinatezza allo stato puro, con tutto il sapore, però, di una “cucina” meticcia, profumata quanto corposa, da assaporare “esagerando”, e quindi sorseggiando un buon tè alla cannella o, per chi ama gusti più aspri, un bel bicchiere di karkadè. Il venditore di passati è veramente una buona bevanda, anche se non è adatta a tutti i palati. Può dare ampie soddisfazioni soltanto a chi cerchi, tra le tante e possibili letture estive, fragranze decisamente intense; sempre che si sia preparati al naturale disorientamento da cui è sempre ammantato il piacere delle spezie.

Il protagonista assoluto dovrebbe essere Felix Ventura, “genealogista” angolano che si guadagna da vivere offrendo ai suoi clienti una biografia “su misura” e che si rifugia egli stesso in un passato costruito a tavolino, alla ricerca, forse, di un futuro che sia più benigno del suo presente di uomo solo e di albino. Dalla prospettiva di Felix, lo snodo che anima il racconto sta tutto nella scoperta dell’impossibilità di dominare e di re-inventare il passato, che, soprattutto nelle vicende delle ex colonie africane, si palesa come destino costantemente incombente e si rivela più vero e drammatico di quanto possa pensare la fantasiosa immaginazione di qualsiasi interprete.

In verità, il vero personaggio principale del libro è Eulálio, un geco che convive con Felix, sulle pareti e nelle fessure della sua casa, alter ego “reincarnato” di Jorge Luis Borges e nume tutelare del rapporto tra l’invenzione e la realtà. I sogni e le riflessioni di questo coltissimo e pacato animaletto sono un potente inno alle virtù della letteratura e alla capacità che l’esperienza letteraria può dimostrare nel rivelarci i caratteri intrinsecamente mutanti e obliqui della nostra vita e della nostra memoria.

Non è nuovo Agualusa al tema delle trasformazioni, degli “ibridi”, dell’onirico e delle “comunicazioni” tra fantasia e realtà, Né sono nuovi, per questo raffinato scrittore, il dialogo con Borges (ma anche con Pessoa e con tutta la tradizione lusitana: Borges all’inferno e altri racconti) e la “passione”, per così dire, nei confronti dei piccoli rettili misteriosi (The Book of Chameleons). Eppure, per il lettore italiano che voglia provare che cosa sia, oggi, la grande letteratura in lingua portoghese, non c’è niente di meglio che affidarsi a questo piccolo volume (da poco ristampato) e all’ottima e “flautata” traduzione di Giorgio de Marchis.

Intervista all’Autore (da Fahrenheit)

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Mettiamo subito le mani avanti: Camilleri può piacere e può non piacere; personalmente, non l’ho mai annoverato tra i miei autori preferiti, a prescindere dalle fortune (meritate) della “saga” di Montalbano e della sua (altrettanto riuscita) trasposizione televisiva. Però occorre riconoscere che l’abilità tecnica e la scienza del racconto sono virtù che meritano sempre un doveroso omaggio; Camilleri, c’è poco da dire, ne è un vero esperto. L’ultimo saggio di queste naturali skills stilistiche e compositive è la rapida ricostruzione del “caso Persico”, che illumina ulteriormente il catalogo già brillante di NarrativaSkira.

In pochi tratti, Camilleri riesce, dapprima, a riportare alla luce i lineamenti essenziali dell’enigmatica e prematura morte di un noto intellettuale, rievocandone anche il pensiero, le amicizie, le colleganze e l’importanza nel mondo della pittura e dell’architettura a cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta. Quindi, di fronte alle poche e contraddittorie informazioni sul decesso e sulle congetture che amici, testimoni, giornali e pubbliche autorità hanno fatto a suo tempo, lo scrittore siciliano prova ad inoltrarsi con decisione nell’intricato gioco di specchi che questi dati sembrano animare, ricomponendolo pezzo per pezzo, e dominandolo, anzi, in una storia che da “immaginata” e “inventata” si fa, pagina dopo pagina, affascinante, sorprendente e addirittura verosimile.

Il risultato finale dell’operazione si può apprezzare su due piani. Essa ci consegna, dopo tanto tempo, un testo da affiancare, sullo scaffale, all’indimenticabile classico di Sciascia, La scomparsa di Majorana (1975). Perché anche in quell’ipotesi si trattava di un “labirinto” di eventi, tesi, ricostruzioni, scenari e relazioni; e perché anche allora occorreva andarci “dentro”, fino in fondo, per trarre, dal relativo ricordo, uno stimolo e un impegno ad una tensione spirituale e morale autentica ed assoluta, che ambisce ad essere rinnovata e coltivata; e che, in fondo, è quella della “legge” interiore che “governa” e “lega” tutti coloro che vivono profonde affinità di spirito e di responsabilità culturale (il controverso e irrisolto rapporto tra Gobetti e Persico è, in questo senso, davvero esemplare: sia pur in modo diverso, anche Persico non vuole lasciarsi catturare nella “coltre” del regime fascista). La seconda virtù di questo pezzo, apparentemente “facile”, di Camilleri risiede tutta nel suo soggetto: Edoardo Persico (v., a lato, un ritratto del 1928, dipinto da Carlo Levi), di cui Skira ha riproposto anche quattro tra i suoi più significativi contributi nel volume Profezia dell’architettura (2012; il più importante dà il titolo alla raccolta).

Ciò che ancora colpisce, di Persico, suscitando un’inevitabile ammirazione, è la poliedrica instancabilità, la voglia di stare nel dibattito del momento, di esprimersi e di confrontarsi in ogni modo con i protagonisti di un determinato momento storico, di tentare simultaneamente imprese forse dichiaratamente impossibili (scrivere romanzi, fondare case editrici, allestire mostre ed esposizioni, “guidare” gruppi di artisti, ispirare redazioni di riviste, collaborare con studi professionali…) e di lasciare comunque impressioni e ricordi indimenticabili in tutti coloro che l’hanno conosciuto. E stupisce, poi, anche la vera passione intellettuale, che, pur essendo attraversata da un cattolicesimo talvolta fervente, integralista e quasi messianico, sente la naturale necessità di aprirsi al contesto europeo e di dialogare con laici e liberali di ogni estrazione.

È sempre tempo di riscoprire figure così appassionate, visionarie, propositive e “ricche”, al punto da sembrare talvolta contraddittorie. Forse perché c’è sempre bisogno di animatori e riferimenti colti e vivaci, capaci di coinvolgere e di proiettare abilità tecniche ed artistiche, ma anche progetti ed aspirazioni, verso la realizzazione pratica di un’idea; forse perché oggi, effettivamente, di questi personaggi non si vedono le tracce, allo stesso modo di come si è persa la direzione di un sano rapporto tra utopia e realtà. La storia di Persico, in verità, ci rammenta anche che la forza del pensiero cosciente è destinata spesso alla persecuzione e alla sconfitta, e che, in ogni caso, la sua affermazione è sempre frutto di crisi intense e di dilemmi, che rendono ambigui o indecifrabili certi comportamenti; eppure, specialmente in contingenze difficili, non possiamo non lasciarci coinvolgere dal carattere irresistibile dell’intelligenza allo stato puro.

Camilleri parla del suo libro

Edoardo Persico nel ricordo di Alfonso Gatto

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Il libro della giungla è anche la nostra storia: sotto molti aspetti, anche noi, come Mowgli, siamo stati educati dagli animali selvatici. L’idea che siano stati gli animali a insegnarci a leggere può apparire paradossale, ma ascoltare dei cacciatori esperti che analizzano il segno di una tigre non è così diverso dall’ascoltare degli specialisti di letteratura che decostruiscono un racconto” (p. 282). Questa è solo una delle tante osservazioni “ficcanti”, e stimolanti, che sono disseminate nel non-fiction di John Vaillant, un libro pluripremiato che finalmente si offre anche al pubblico italiano.

Alla base c’è un fatto realmente accaduto, una caccia alla tigre, avvenuta nel dicembre 1997 nel territorio del Primorje (nell’estremo lembo orientale della Russia, a nord di Vladivostok). Il terribile felino dell’Amur ha aggredito e ucciso due cacciatori, e l’Ispettorato Tigre, una sorta di guardia forestale iper-specializzata, indaga sulle ragioni degli attacchi e sul modo con cui prevenire ulteriori pericoli per la popolazione locale: raramente la tigre attacca gli uomini, all’origine della sua improvvisa “pazzia” ci dev’essere qualcosa, forse l’episodica alterazione di un ordine ancestrale…

Vaillant, però, non si è limitato a raccontare l’indagine. Ne ha raccolto e tradotto il contesto, quello di una regione unica al mondo, di una terra di frontiera in cui non solo uomini e animali, ma anche popoli e culture, si sono sempre scontrati. Si susseguono, così, pagine ricche di osservazioni antropologiche, etologiche, geografiche, geopolitiche e storiche; ma anche di testimonianze, interviste, racconti, profili di esploratori e cacciatori leggendari, scorci suggestivi di paesaggi e di caratteri, di usanze e stili di vita, di orgoglio e di miseria. E, naturalmente, di tigri e di grandi felini, non solo siberiani, ma di tutto il globo: perché il loro rapporto con l’uomo può essere un ottimo modo per addentrasi nei misteri dell’evoluzione e per comprendere che la sopravvivenza di talune specie è inestricabilmente connessa con le ragioni che hanno reso egemone il nostro genere.

Il libro può sortire una conseguenza inaspettata: per tutti coloro che, come me, hanno cominciato la loro esperienza di lettori proprio sulle pagine delle grandi avventure del bosco e della foresta, l’ultima pagina del libro di Vaillant è sola la prima di tante possibili ed avvincenti riscoperte. Una su tutti: J.O. Curwood, Cacciatori di lupi (Giunti-Marzocco, 1984; certo, forse le poche edizioni ancora disponibili sono reperibili solo nelle biblioteche, ma è sempre possibile leggerne gratuitamente l’originale inglese, scritto nel 1908).

Di che cosa stiamo parlando: la tigre dell’Amur

Il libro presentato dal suo Autore

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Tornano in mente, leggendo questo poeta, le parole di Enzo Mandruzzato: “È necessario che un verso (bello, cioè esistente) sia un pensiero, ma di natura specifica e diversa. Non meno pensiero di una sentenza, come cogito ergo sum, di natura diversa e precisamente teoretica. Questi aspetti costituiscono l’unità di tutto il reale, forme inconfondibili della creatività inesauribile e della intuitività dello spirito dal quale è impossibile uscire” (Il poeta e la misura, Padova, 2006, p. 10). La poesia è pensiero, dunque, e questo ha i suoi strumenti. Camillo Pennati ne è pienamente cosciente e si dimostra un vero maestro, che tiene decisamente alta la bandiera dello stile, del ritmo e dell’intuizione musicale.

Non ci troviamo di fronte a composizioni semplici. La raccolta in questione è come una complessa opera per orchestra, che vive di tante singole immagini, di tanti specifici passaggi che si saldano come fotogrammi di attimi di determinata concentrazione. C’è, nel mondo, un universo di emozioni e di sensazioni, dati, spunti ed energie da cogliere, da assimilare e da sublimare: Pennati segue il sentiero dei Presocratici e traduce spicchi di esperienza in condensati di assoluto. La sua è una ricerca di completezza, di frasi che si inseguono e si sovrappongono in un continuum che punta diritto all’essenza. Non è, tuttavia, una verità soltanto concettuale: cellule, nubi, rami, foglie, scogli, uccelli, stagioni acquistano vita e consistenza proprie degli esseri umani, provano sentimenti e passioni, si abbracciano, si scontrano e si ritrovano. Siamo noi stessi natura, non possiamo dimenticarlo; anzi, ne abbiamo un radicale bisogno.

Se è vero che un libro si può spiegare anche in base agli accostamenti che può suggerire, allora si può ipotizzare che Paesaggi del silenzio con figura sarebbe un ottimo compendio per la lettura estiva di Così parlò Zarathustra, magari in Alta Engadina, sulle rive del lago di Silvaplana, se possibile completando il tutto con la frequentazione metodica della bellissima biografia nietzscheana di Rüdiger Safranski. Quella di Pennati, del resto, è una filosofia che nell’approccio naturalistico profondo trova il fondamento di un’azione pratica radicale (v. Di là d’ogni cultura, p. 135).

Pennati, in definitiva, ci spinge e ci fa ruotare nelle cose, un po’ come si può spingere e far ruotare una vite ancora ignara del posto che le compete e della consistenza del legno che la deve ospitare. Il suo cacciavite è fatto di tecnica e di metrica, di sapienza poetica tradizionale. Ma questa non è maniera, è un ostinato esperimento di manutenzione del linguaggio, che si rinnova tenacemente e che si vuole adeguare alle esigenze mai paghe di un mestiere antico, sempre attuale e necessario, di un sondaggio privilegiato, che solo a pochi interpreti è consentito, affinché altri ne sappiano e ne vogliano cogliere i frutti. Occorre avere pazienza, quindi, per leggere Pennati; i tesori che questa lettura può rivelare compensano ogni fatica.

 

Si esiste qui

Si esiste qui se cerchi nel saperlo

se nel sentirlo ti pervade quel concepimento

d’essere nell’essenzialità investita in ogni singolo

un suo commosso istante intriso dell’evento

a compiersi d’un combaciante ed esaudito intento

come ogni stelo ogni animale ciascuno d’ogni albero

e il suolo e l’acqua e l’aria sino al più profondo

e nel vissuto in te di consaperlo per ogni assentimento

che la gioia concede al suo sensibile consenso

poi che è di noi che intendo nel concerto

d’ogni essenza del mondo: comprenderne

l’appassionato intento come per attrazione e desiderio

il nutrimento che muove al colmo il compiersi di ciò

durando che addentro l’esistenza accade e in quel

partecipato aderimento si consuma.

 

Una recensione

Un’intervista all’Autore

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Il testo in lingua originale

Una traduzione italiana

È un vero classico della letteratura spagnola, che ho scoperto, ahimè, solo da poche settimane, grazie ai suggerimenti di un collega e amico di Madrid. Prima di questo momento, infatti, l’approccio a Miguel de Unamuno (1864-1936) non era stato dei migliori: Nebbia (1914) è un romanzo certamente importante, ma la sua natura sperimentale si fa sentire anche ai giorni nostri e non rappresenta un facile viatico; e poi occorre fare i conti con la fama disorientante che il rettore di Salamanca ha sempre avuto in Italia, strattonato tra opinionisti di ogni colore come occasionale nume tutelare. Ma, come sempre, bisogna fidarsi della sola lettura, quasi fosse un’intrinseca regola di disciplina, perseverandovi e lasciando che sia l’autore ad esprimersi, avendo se del caso la pazienza di attenderne i pezzi migliori. San Manuel Bueno, mártir (1930) appartiene effettivamente a quest’ultima categoria e, come si diceva, si è fatto giustamente attendere.

La storia è semplicissima. Ángela Carballino, devota parrocchiana del paesino di Valverde de Lucerna, rivela alcuni segreti sulla vita di San Manuel Bueno, futuro beato e già parroco di quell’amena località. Amato e rispettato da tutti, don Manuel, che tanto si adoperava per la sua comunità, con vero impegno e con autentico entusiasmo, nascondeva qualcosa di terribile e di indicibile. La giovane Ángela, anima pia e osservante, e suo fratello Lazaro, vero spirito laico e progressista, sono entrati in grande confidenza con il sacerdote e sono riusciti a capirne le ragioni dell’intimo tormento. Don Manuel vive uno stato di costante angoscia, è attanagliato dalla paura di non credere, dalla tentazione del suicidio e dalla volontà, determinatissima, di evitare ai suoi fedeli le dure prove che sono imposte dalla coscienza della tragicità della vita: l’unico antidoto è darsi integralmente agli altri, affinché possano attingere alla consolazione della vita e alla contentezza che la vita e le sue piccole cose possono dare. La sua missione è incrollabile, e riesce a trasmetterla anche a Lazaro, che continua, da laico, quello stesso ministero, fino alla morte.

Sarebbe troppo facile spiegare questa novella discettando di spiritualismo o ricordando il modo con cui lo stesso Unamuno amava definirsi: “un Pascal spagnolo”. Né sarebbe utile assorbire il significato della vicenda narrata all’interno del dibattito sul modernismo o qualificarlo, eventualmente, come formula letteraria della nota affermazione paolina sull’insufficienza della sola fede e sul primato della carità (Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!”: S. Paolo, Prima lettera ai Corinzi, 13, 13). Troppo torto, credo, si farebbe al filosofo iberico; la cui intenzione, viceversa, pare tutta protesa a creare – e a mantenere, come in uno stato di permanente tensione – un sentimento di disarmante ambiguità e a suggerirne, paradossalmente (kierkegaardianamente), un ruolo positivo.

Forse il testamento che questa storia ci lascia anche oggi è che il rifiuto del laicismo progressista – che pure don Manuel compie risolutamente – non comporta una diversione dello sguardo e che la religione non si nutre esclusivamente di disegni complessi e di rivelazioni insondabili: anche per chi è credente, infatti, occorre sempre tenere gli occhi ben fissi sulla realtà, perché è questa, tutta terrena e tutta umana, a definirne ogni possibile esperienza.

Profilo di Miguel de Unamuno

Unamuno fra laicismo e secolarizzazione (un articolo di Carmine Luigi Ferraro)

 

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