Il testo in lingua originale

Una traduzione italiana

È un vero classico della letteratura spagnola, che ho scoperto, ahimè, solo da poche settimane, grazie ai suggerimenti di un collega e amico di Madrid. Prima di questo momento, infatti, l’approccio a Miguel de Unamuno (1864-1936) non era stato dei migliori: Nebbia (1914) è un romanzo certamente importante, ma la sua natura sperimentale si fa sentire anche ai giorni nostri e non rappresenta un facile viatico; e poi occorre fare i conti con la fama disorientante che il rettore di Salamanca ha sempre avuto in Italia, strattonato tra opinionisti di ogni colore come occasionale nume tutelare. Ma, come sempre, bisogna fidarsi della sola lettura, quasi fosse un’intrinseca regola di disciplina, perseverandovi e lasciando che sia l’autore ad esprimersi, avendo se del caso la pazienza di attenderne i pezzi migliori. San Manuel Bueno, mártir (1930) appartiene effettivamente a quest’ultima categoria e, come si diceva, si è fatto giustamente attendere.

La storia è semplicissima. Ángela Carballino, devota parrocchiana del paesino di Valverde de Lucerna, rivela alcuni segreti sulla vita di San Manuel Bueno, futuro beato e già parroco di quell’amena località. Amato e rispettato da tutti, don Manuel, che tanto si adoperava per la sua comunità, con vero impegno e con autentico entusiasmo, nascondeva qualcosa di terribile e di indicibile. La giovane Ángela, anima pia e osservante, e suo fratello Lazaro, vero spirito laico e progressista, sono entrati in grande confidenza con il sacerdote e sono riusciti a capirne le ragioni dell’intimo tormento. Don Manuel vive uno stato di costante angoscia, è attanagliato dalla paura di non credere, dalla tentazione del suicidio e dalla volontà, determinatissima, di evitare ai suoi fedeli le dure prove che sono imposte dalla coscienza della tragicità della vita: l’unico antidoto è darsi integralmente agli altri, affinché possano attingere alla consolazione della vita e alla contentezza che la vita e le sue piccole cose possono dare. La sua missione è incrollabile, e riesce a trasmetterla anche a Lazaro, che continua, da laico, quello stesso ministero, fino alla morte.

Sarebbe troppo facile spiegare questa novella discettando di spiritualismo o ricordando il modo con cui lo stesso Unamuno amava definirsi: “un Pascal spagnolo”. Né sarebbe utile assorbire il significato della vicenda narrata all’interno del dibattito sul modernismo o qualificarlo, eventualmente, come formula letteraria della nota affermazione paolina sull’insufficienza della sola fede e sul primato della carità (Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!”: S. Paolo, Prima lettera ai Corinzi, 13, 13). Troppo torto, credo, si farebbe al filosofo iberico; la cui intenzione, viceversa, pare tutta protesa a creare – e a mantenere, come in uno stato di permanente tensione – un sentimento di disarmante ambiguità e a suggerirne, paradossalmente (kierkegaardianamente), un ruolo positivo.

Forse il testamento che questa storia ci lascia anche oggi è che il rifiuto del laicismo progressista – che pure don Manuel compie risolutamente – non comporta una diversione dello sguardo e che la religione non si nutre esclusivamente di disegni complessi e di rivelazioni insondabili: anche per chi è credente, infatti, occorre sempre tenere gli occhi ben fissi sulla realtà, perché è questa, tutta terrena e tutta umana, a definirne ogni possibile esperienza.

Profilo di Miguel de Unamuno

Unamuno fra laicismo e secolarizzazione (un articolo di Carmine Luigi Ferraro)

 

Condividi:
 

In una Nota, che l’Autore pone alla fine di questo piccolo libro, si apprende che il testo è il risultato di una sorta di assemblaggio di idee, pensieri, passi ed estratti contenuti in contributi pregressi. Si giustifica, quindi, l’unico addebito che si può fare al volume: le osservazioni che vengono proposte, così intelligenti e così vivaci, paiono il frutto di divagazioni estemporanee, al di fuori di uno sviluppo realmente coerente e di un ragionamento complessivo. Non è facile, cioè, seguire “il filo” del discorso, che si palesa come un’evidente opera di montaggio. Ma solo questo è il lato debole del saggio. Perché, in realtà, quelle osservazioni-divagazioni costituiscono veri e profondi esercizi di laicità, e forse è proprio il metodo del discorso “il filo” più riconoscibile dell’opera.

Levi Della Torre ci dimostra che per essere laici non occorre distanziarsi acriticamente dalla cultura religiosa, e che, parafrasando Leopardi, e in modo quasi apparentemente paradossale, “la culla della laicità incredula è (…) ‘la metafisica che va dietro alle ragioni occulte delle cose’” (p. 7). Apprendiamo, allora, ad esempio, che la notissima storia di Giobbe, nella Bibbia, può essere letta non solo come “il libro della protesta del giusto che soffre”, ma anche come “il libro della protesta contro un’idea canonica e tranquillizzante della religione” (p. 20) e che, per questo, “è proprio il Dio di Giobbe a recitare una laicità che critica radicalmente la religione non perché troppo trascendente ma perché lo è troppo poco, perché riempie il mistero di definizioni, normative e parole, a coprire il suo abisso” (p. 27).

La laicità, dunque, è innanzitutto percezione drammatica, che rifugge ogni facile e rassicurante idea di autosufficienza e di completezza, e per la quale può essere più che mai utile “non dimenticarsi del Signore” (p. 33), per sperimentare continuativamente, cioè, il senso della necessità, il problema della libertà, le insidie della possibilità, il sentimento del tempo, la rappresentazione dell’alterità. Anche la tradizione, per il laico, ha un grande valore, poiché essa, a ben vedere, “non è il passato, ma la memoria e lo spessore storico che di volta in volta è attuale” (p. 42). Di fronte alla tradizione, l’atteggiamento del laico e quello del religioso sono ben distinti: “Tutto l’essenziale è stato deciso, malgrado le variazioni delle contingenze, dice lo spirito religioso; tutto l’essenziale è da decidere, malgrado il peso e l’inerzia del preesistente e delle sedimentazioni del passato, dice lo spirito laico” (p. 43).

La cultura ebraica dell’Autore, che pure è un non credente, funge da meravigliosa “cassetta degli attrezzi” della laicità, dato che con essa vengono ulteriormente spiegati altri aspetti essenziali del pensare laico: l’ironia e l’autoironia, così come si manifestano anche nel classico understatement delle argomentazioni delle interpretazioni talmudiche; l’importanza della persona umana, come risultato di un decisivo processo di “inculturazione” di cui la figura di Gesù Cristo è l’immagine ipostatica; il carattere viceversa potenzialmente totalitario dell’attitudine religiosa, visto che tutti i “fratelli sono figli di un unico padre” (p. 60); lo stretto legame che esiste tra l’idea eminentemente religiosa dell’immortalità dell’anima e l’idea eminentemente laica di persona in quanto soggetto autonomo; l’analogia fondamentale che sussiste tra l’idea del Patto tra Dio e gli uomini e l’idea del limite sottesa al costituzionalismo moderno; l’ambiguità del relativismo culturale, che si rivela curiosamente imparentato con la religione e con i suoi fondamentalismi; l’importanza di riscoprire la cultura come il frutto di un processo laico, ossia come “elaborazione estremamente variegata della natura umana” (p. 96). E si potrebbe continuare.

È un libro, pertanto, dalle innumerevoli suggestioni, il più delle volte assai riuscite, anche per l’originalità, come si è esemplificato, di discutere sulla laicità mediante il diffuso richiamo all’argomento teologico-policito. Ma anche per la parte finale, che “aggredisce”, per così dire, le paure e le insidie del tempo presente, ed il carattere entropico della transizione veicolata dalla crisi e dai progressi tecnologici, riaffermando la persistente importanza della “fatica del dimostrare” rispetto alle semplici ed illusorie “rassicurazioni del credere”.

Una recensione al libro dal sito dell’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti)

Intervista a Stefano Levi Della Torre (sull’identità italiana)

Stefano Levi Della Torre a Radio Radicale (sulla realtà politica e sociale israeliana)

Condividi:
 

La traduzione italiana del titolo originale non rende molto bene l’idea. Religion for Atheists, invece, si capisce meglio. Da esso ci si aspetta, coerentemente con quello che poi si rivela essere anche il contenuto del libro, che l’autore proponga e dimostri l’utilità, da un punto di vista che resta sempre e fondamentalmente ateo, di arricchire la cultura laica con l’adozione delle strategie e degli accorgimenti che le religioni hanno storicamente elaborato per rispondere ad alcuni insopprimibili bisogni dell’uomo.

Nonostante De Botton richiami, in coda al testo, l’antecedente illustre del tentativo, perseguito da Auguste Comte, di fondare una “religione dell’umanità”, il metodo esplicativo non è dogmatico e lo stile non è trattatistico. L’approccio è molto più “pratico” e vicino alla “quotidianità”; a tratti, anzi, il tenore delle riflessioni può risultare assai divertente.

De Botton si pone molte domande: perché ha tanto successo, ad esempio, nel mondo cattolico, la pratica istituzionalizzata della confessione? Non è forse vero che, al di là delle strette questioni dogmatiche o di fede, essa ci offre un sostegno di carattere materialmente psicoterapeutico? Che dire, poi, del ruolo dell’arte sacra, di natura intrinsecamente pedagogica? Non potrebbero anche le istituzioni laiche servirsi dell’espressione architettonica per veicolare e per imprimere nelle coscienze i messaggi della cultura secolarizzata?

Questi sono solo alcuni degli spunti che vengono sviluppati e discussi, con il consueto apparato fotografico e “suggestivo”, oltre che interessante, dal punto di vista retorico, a mezzo del quale De Botton rafforza usualmente il tenore dei suoi messaggi, come già sperimentato in altre fortunate occasioni (Lavorare piace).

Eppure, non lo si può nascondere, si ha la sensazione che, in quest’ultima prova di stile, sicuramente gradevole, vi sia qualcosa di stonato.

L’ironia, in fondo, manca; quanto meno nel suo significato più profondo, al di là del tono complessivamente pragmatico e della compiaciuta “leggerezza” della narrazione. Poiché, in definitiva, il ragionamento di De Botton non si può abbracciare seriamente.

In quanto laica, può la cultura secolarizzata ambire a raggiungere le dimensioni volutamente pervasive del pensiero religioso? Non è forse vero che per un suo paradossale e coerente bisogno di conservazione la stessa cultura laica ha bisogno di percepire e addirittura stimolare una sensibilità religiosa che sia altra? Non è meglio, in altre parole, che i risultati di pacificazione, forza, resistenza o realismo che De Botton riconosce ad alcune tipiche forme della pratica religiosa restino effettivamente delimitati dai confini della rappresentazione dichiaratamente sacra e non si declinino, dunque, anche negli spazi ufficiali della vita pubblica?

Ci si sarebbe aspettati che, con riguardo a questi temi, “il” De Botton di Esercizi d’amore o di Come Proust può cambiarvi la vita rovesciasse ogni ambizione assoluta in una sana esperienza di umiltà e di distacco, e questa volta anche nei confronti delle presunte capacità esclusive, per la vita individuale di ciascuno, di un approccio sempre e soltanto neutrale, capace, quasi per assurdo, di moltiplicarsi e di consolidarsi anch’esso, al pari della religione, soltanto se “metabolizzato” in quanto perseguito in modo diffuso, capillare, onnipresente. È vero che De Botton non vuole realmente una religione per atei; è vero, cioè, che si tratta di soppesare, con sano pragmatismo, quali possano essere, per la cultura laica, i vantaggi nell’assunzione di pratiche storicamente iniziate nell’ambito delle culture religione. Tuttavia si ha l’impressione che questo pragmatismo possa declinarsi, piuttosto che in soluzioni realmente utili, in un vero e pericoloso “disincanto” generale, con finale e paradossale frustrazione delle esigenze che si vorrebbero benevolmente soddisfare.

C’è tuttavia, in questo libro, un lato veramente positivo.

Se si vuole apprendere in modo molto più rapido e piacevole ciò che alcuni importanti filosofi vanno riproponendo, pur sempre ambiguamente, anche in altri contesti (ad esempio, P. Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita), allora il lavoro di De Botton merita certamente un po’ di tempo, così come lo meritano le sue opere precedenti.

Sono pochi, infatti, nel panorama attuale, gli autori che avvicinano così tanto la riflessione e la storia del pensiero alle esperienze di tutti i giorni. Eppure, non dobbiamo mai dimenticare che la filosofia, la religione, la speculazione, anche quando ci sembrano astratte, hanno sempre tante cose da dirci su chi siamo, su chi vogliamo essere, su chi possiamo diventare, e sono molto più vicine di quanto si possa erroneamente pensare.

 

Condividi:
© 2018 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha