Il Real di Carlo Ancelotti (da ultimouomo.com)

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A Vienna, nel tragitto tra un albergo e l’aeroporto, al km 17, un taxi esce improvvisamente fuori strada e cade in un precipizio. Pur gravemente ferito, il tassista si salva; così non è, invece, per l’uomo e per la donna accomodati sul sedile posteriore. Nulla si sa del motivo per il quale l’auto ha bruscamente sterzato, se non che, secondo il guidatore, ancora colpito dall’ultima immagine percepita sullo specchietto retrovisore, la coppia lo aveva distratto, perché cercava “in tutti i modi di… baciarsi!”. Sull’inspiegabile incidente indaga la polizia, ma esso attira anche l’interesse dei servizi segreti di alcuni paesi balcanici: perché la fine di Bessfort Y. e Rovena è così misteriosa? Che cosa ci facevano, insieme, un funzionario del Consiglio d’Europa e una stagista dell’Istituto archeologico della capitale austriaca? Erano amanti? Erano spie al soldo di qualche potenza? Tutti brancolano del buio. C’è solo un vecchio inquirente che continua a riflettere sui due trasportati, entrambi di nazionalità albanese, e sul gesto d’amore che tanto ha scioccato il conducente. Accade così che, sulla base di indizi piccolissimi e quasi insignificanti, questo inquirente prova a ricostruire la storia di Bessfort e di Rovena, in un approfondirsi – e aggrovigliarsi – di sentimenti, di ambiguità e di supposizioni che rendono l’intreccio sempre più indecifrabile e fumoso, e che fanno sospettare, di volta in volta, i retroscena più vari.          

La conclusione del romanzo giunge quasi a prefigurare una scoperta definitiva, in grado di dissipare ogni dubbio. Tuttavia, nella prosa strisciante e sofisticata di questo grande maestro della letteratura contemporanea – che, come tutte le cose difficili, può anche non piacere – il senso compiuto della trama quasi non pare importante. Che cos’è l’amore? Chi e che cosa siamo? Qual è la nostra vera identità? Gli interrogativi che premono a Kadaré sono abissali e le nostre risposte non possono che essere confuse e disarmate. È il disorientamento il tema vero del libro, ed è la forza pressoché assoluta dell’inconscio e delle sue trappole ad attrarci e a respingerci, come nella migliore tradizione mitteleuropea. L’incidente è fatto solo per chi abbia un’enorme capacità di fidarsi della scrittura e di lasciarsi completamente andare di fronte al meccanismo ipnotico che l’Autore ha voluto predisporre. In questo Kadaré si muove, espressamente, sulle orme di Cervantes e della celebre novella del Curioso Impertinente; ma di fatto riesce facile anche l’accostamento all’atmosfera di Doppio sogno di Arthur Schnitzler (il testo da cui Kubrick aveva tratto Eyes Wide Shut). Però, com’è tipico di questo singolarissimo scrittore di Argirocastro, la storia degli Stati balcanici, delle guerre che li hanno ripetutamente tormentati e della dittatura che ha oppresso il suo Paese giocano un ruolo fondamentale, nonostante appaiano soltanto come parte dello sfondo. La chiave del racconto, forse, sta proprio lì, nel cuore delle terribili esperienze della degenerazione del potere e della violenza più cruda, nel demone che è sempre pronto ad impossessarsi della nostra anima e a farci perdere ogni coordinata morale. Resta solo una domanda: davvero l’amore può essere imperscrutabile come la nudità dell’orrore?

Una serie di recensioni

Un’intervista all’Autore

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Il ritorno di Stephen King (da minimaetmoralia.it)

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Critica della vittima (da leparoleelecose.it)

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Gli uomini sono cani (da europaquotidiano.it)

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“Illmitz”, il paese dove nacque la Tamaro (da ilgiornale.it)

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Strage piazza Loggia Brescia, Cassazione annulla assoluzioni Maggi e Tramonte (da ilfattoquotidiano.it)

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I ciclisti (da ipoetisonovivi.com)

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Luterani, mea culpa su Hitler (da avvenire.it)

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È da qualche anno che i figli delle vittime degli anni di piombo consegnano la loro memoria e il ricordo dei genitori prematuramente scomparsi alla forza di racconti intensi, ragionati e solo in parte autobiografici. I lavori di Mario Calabresi, Benedetta Tobagi e Silvia Giralucci – tanto per fare qualche esempio – sono i prototipi di un genere letterario che ormai sa combinare passione, testimonianza civile e inchiesta giornalistica in modo pregevole, contribuendo anche a definire pezzi significativi del DNA socio-politico di una delle fasi più travagliate della Repubblica. Il libro di Luca Tarantelli fa parte di questa stessa serie, ma spicca per la genuina spontaneità e per il bel connubio tra la messa a nudo della ricerca del proprio sé, rimosso dal lutto, e la descrizione di quella che anche Carlo Azeglio Ciampi definisce nella Prefazione come un’esemplare “storia italiana”.           

Luca narra della vita, della formazione e delle origini del padre Ezio, ma, allo stesso tempo, si confronta con lui, si cerca e si riconosce nelle sue vicende, e tenta di spiegarne l’uccisione da parte delle BR, il 27 marzo 1985, nel contesto delle tensioni sociali e politiche del dibattito sulla scala mobile e sull’evoluzione del rapporto tra salari e inflazione tra anni Settanta e anni Ottanta. Riga per riga assistiamo al parallelo dispiegarsi, da un lato, della complessa attività di documentazione e di ricostruzione, anche concettuale, svolta da Luca, dall’altro, della maturazione intellettuale, scientifica e pubblica di Ezio. Questo viene presentato sia nella sua immagine di outsider nel mondo accademico di allora, sia quale eclettico e brillante economista del lavoro e consulente della Banca d’Italia. Di Ezio colpiscono molti profili: la curiosità per approcci scientifici e metodologici teoricamente dissonanti e, quindi, la vicinanza a Federico Caffè come a Franco Modigliani; la capacità di fare sintesi e di guardare alla realtà sociale e ai soggetti che la determinano come ad elementi effettivamente costitutivi di un modello teorico, che soltanto così, nella sua proiezione effettiva, può dirsi valido; la dinamicità e la ricchezza di una figura professorale senza dubbio atipica e coinvolgente; la convinzione che l’utopia sia indispensabile tanto quanto la costanza di una ragionevolezza promossa a strumento per sciogliere insieme, con la forza delle idee, qualsiasi forma di conflitto.

Dalla lettura, complessivamente, ricavo tre spunti molto accattivanti: 1) il ritratto che Ezio Tarantelli ha dato dell’università italiana post-sessantottina, portavoce di un mero salto generazionale e incapace, come tale, di rinnovare veramente le strutture gerarchiche del potere e dell’organizzazione della conoscenza: occorre constatare che la distanza tra l’esperienza italiana e quella anglosassone è, in proposito, ancora marcata; 2) la lezione che emerge dallo stravolgimento della “ricetta Tarantelli” (la predeterminazione dei punti di scala mobile) da parte del decreto di San Valentino 1984, opera unilaterale del Governo e, quindi, imposizione di una scelta che avrebbe dovuto muovere i suoi passi dalle parti sociali e, innanzitutto, dalle rappresentanze dei lavoratori: non è altro che a prova ulteriore di una risalente e drammatica immaturità del sistema italiano delle relazioni industriali, che dopo la stagione concertativa degli anni Novanta ha ripetuto, e continua a ripetere, i vizi e le storture di cui si racconta nel volume; 3) la chiara responsabilità storica, a quest’ultimo riguardo, della sinistra italiana, da sempre distante dalla prospettiva dello scambio politico e, così, dalla possibilità di agire concretamente per la trasformazione socio-economica del Paese: il cd. compromesso politico, infatti, non deve inevitabilmente intendersi come luogo di una contrattazione privata tra élite partitiche, ma può essere, anzi, l’unica e sostanziale sede deliberativa in cui lasciar fluire e interagire, al di là di ogni pregiudiziale, le migliori proposte. Di questo, in effetti, l’Italia continua ad avere urgente bisogno: di riuscire a capitalizzare e a coalizzare le sue risorse più intelligenti, bypassando le “danze propiziatorie” (così le chiamava Enzo Tarantelli) messe periodicamente in scena dalle più disparate categorie.

Recensioni (di Alberto Mattei, Miguel Gotor, Marco di Marco, Marcello Sorgi, Sciltian Gastaldi)

La presentazione del libro su Radio Radicale e su Radio24

Chi era Enzo Tarantelli? (da lastoriasiamonoi.rai.it)

Un’intervista a Luca Tarantelli

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