A Vienna, nel tragitto tra un albergo e l’aeroporto, al km 17, un taxi esce improvvisamente fuori strada e cade in un precipizio. Pur gravemente ferito, il tassista si salva; così non è, invece, per l’uomo e per la donna accomodati sul sedile posteriore. Nulla si sa del motivo per il quale l’auto ha bruscamente sterzato, se non che, secondo il guidatore, ancora colpito dall’ultima immagine percepita sullo specchietto retrovisore, la coppia lo aveva distratto, perché cercava “in tutti i modi di… baciarsi!”. Sull’inspiegabile incidente indaga la polizia, ma esso attira anche l’interesse dei servizi segreti di alcuni paesi balcanici: perché la fine di Bessfort Y. e Rovena è così misteriosa? Che cosa ci facevano, insieme, un funzionario del Consiglio d’Europa e una stagista dell’Istituto archeologico della capitale austriaca? Erano amanti? Erano spie al soldo di qualche potenza? Tutti brancolano del buio. C’è solo un vecchio inquirente che continua a riflettere sui due trasportati, entrambi di nazionalità albanese, e sul gesto d’amore che tanto ha scioccato il conducente. Accade così che, sulla base di indizi piccolissimi e quasi insignificanti, questo inquirente prova a ricostruire la storia di Bessfort e di Rovena, in un approfondirsi – e aggrovigliarsi – di sentimenti, di ambiguità e di supposizioni che rendono l’intreccio sempre più indecifrabile e fumoso, e che fanno sospettare, di volta in volta, i retroscena più vari.          

La conclusione del romanzo giunge quasi a prefigurare una scoperta definitiva, in grado di dissipare ogni dubbio. Tuttavia, nella prosa strisciante e sofisticata di questo grande maestro della letteratura contemporanea – che, come tutte le cose difficili, può anche non piacere – il senso compiuto della trama quasi non pare importante. Che cos’è l’amore? Chi e che cosa siamo? Qual è la nostra vera identità? Gli interrogativi che premono a Kadaré sono abissali e le nostre risposte non possono che essere confuse e disarmate. È il disorientamento il tema vero del libro, ed è la forza pressoché assoluta dell’inconscio e delle sue trappole ad attrarci e a respingerci, come nella migliore tradizione mitteleuropea. L’incidente è fatto solo per chi abbia un’enorme capacità di fidarsi della scrittura e di lasciarsi completamente andare di fronte al meccanismo ipnotico che l’Autore ha voluto predisporre. In questo Kadaré si muove, espressamente, sulle orme di Cervantes e della celebre novella del Curioso Impertinente; ma di fatto riesce facile anche l’accostamento all’atmosfera di Doppio sogno di Arthur Schnitzler (il testo da cui Kubrick aveva tratto Eyes Wide Shut). Però, com’è tipico di questo singolarissimo scrittore di Argirocastro, la storia degli Stati balcanici, delle guerre che li hanno ripetutamente tormentati e della dittatura che ha oppresso il suo Paese giocano un ruolo fondamentale, nonostante appaiano soltanto come parte dello sfondo. La chiave del racconto, forse, sta proprio lì, nel cuore delle terribili esperienze della degenerazione del potere e della violenza più cruda, nel demone che è sempre pronto ad impossessarsi della nostra anima e a farci perdere ogni coordinata morale. Resta solo una domanda: davvero l’amore può essere imperscrutabile come la nudità dell’orrore?

Una serie di recensioni

Un’intervista all’Autore

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