Nei campi e sulle colline attorno a Onigo, nel Trevigiano, vicino alle rive del Piave, Lorenzo Mainardi amministra con occhio vigile e mano ferma i suoi possedimenti e i mezzadri che vi lavorano. Di famiglia nobile, era riuscito sin da giovane a salvare le terre dalla prodigalità e dalle vampe rivoluzionarie della madre Luisa, riparata in Piemonte dopo i moti del 1848. Pur avendo studiato, si è concentrato solo sul patrimonio e non si è sposato, anche se ha avuto un figlio da una relazione con la governante Anna. Gli anni passano, Lorenzo si fa più burbero e abitudinario, e la sua progenie naturale – due nipoti in particolare, guidati dalla loro madre Gilda, nuova effettiva governante – attende con stolida tenacia di ereditare le sostanze. Scoppia la Grande Guerra e dopo Caporetto, quando anche Lorenzo viene travolto, tutto pare perduto, anche se un ultimo testamento salva i nipoti e li rende protagonisti di una nuova fase, potenzialmente carica di speranza. Ma la povertà diffusa e le insidie politiche della ricostruzione – tra cooperative rosse e cooperative bianche – sono una trappola da cui è difficile scappare. E ciò che Lorenzo tanto aveva custodito viene definitivamente disperso, mentre i due giovani contadini, prima arricchiti e poi spoliati, emigrano per ripartire da ciò che le loro braccia gli possono dare.

Il Comisso tra le due guerre – il libro è del 1933 e Mondadori lo ripubblicherà nel 1956 – è scrittore che già si immerge pienamente nel paesaggio e negli uomini della sua campagna. Come tale, è autore di pagine limpidissime, semplici, fotografiche; e al contempo cariche di evidente empatia per un mondo, ormai superato, che egli avverte più semplice ed elementare, e più vero, di quello contemporaneo. Questa urgenza di essenziale autenticità, in realtà, è la cifra dell’interoComisso, e pertanto non dovrebbe stupire che la spina dorsale di questo romanzo sia un racconto anteriore, del 1921; del periodo, peraltro, da cui il sugo della vicenda è estratto. Si tratta di un pezzo anti-politico e anti-storico per eccellenza. È il fluire ambizioso e vanaglorioso dell’animo umano a corrompere l’ordine naturale, l’equilibrio in cui, per Comisso, anche ciò che della civiltà contadina appare grezzo, arretrato e finanche meschino può assumere, sorprendentemente, un senso protettivo. In questa direzione, lo sguardo di Comisso è, simultaneamente, e ambiguamente, complice e quasi antitetico rispetto a quello di Verga (La roba). Come tale, dunque, è originalissimo. E non c’è dubbio, inoltre, che, letto oggi, Storia di un patrimonio, anche nella sua esemplare linearità di scrittura, appare come la fissazione di un canone: di quel mood che, ad esempio, ritroviamo in un acclamato e bel romanzo di Matteo Melchiorre. Si sbaglia sempre poco se si legge o ri-legge Comisso: perché lo si vede resistere e riaffiorare ancora, come la radice inesausta di un grande albero; ma soprattutto perché le sue parole hanno colori, sapori e odori nitidi, solidi ed evocativi.

Giovanni Comisso su questi schermi: 1, 2, 3 e 4

Due “vecchie” recensioni: di G. Ferrata e di D. Valeri

Un approfondimento

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”La donna della domenica”, ogni domenica: perché leggere Fruttero e Lucentini oggi (da nazioneindiana.com)

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L’attore che ha dato a Sherlock Holmes la sua più iconica fisionomia – in una serie di famosissimi film – è il protagonista di questo giallo vecchio stile. Sono gli anni Sessanta e Hopalong Basil (nome di fantasia che l’Autore forgia dall’originale Basil Rathbone) è ormai sul viale del tramonto. Ma un incontro fortuito lo porta su una piccola isola vicino a Corfù, in un albergo popolato da pochi avventori e dallo scarno personale di servizio: tutti inesorabilmente bloccati da un fastidioso e lungo temporale. È lo scenario perfetto per un misterioso delitto, che in effetti si verifica. La signora Mander – in viaggio con l’amica Vesper Dundas – viene trovata morta in un bungalow sulla spiaggia, con la porta bloccata dall’interno. Ecco, dunque, un classico caso della camera chiusa, fortunato cliché della letteratura di genere. Ed è così che, per affondare del tutto nell’atmosfera che a quel caso più si conviene, i poveri malcapitati decidono, in attesa della polizia greca, di affidare le indagini al consumato attore: assomiglia così tanto a Holmes da far pensare che sia l’unico a poter risolvere l’enigma. Con un eccentrico scrittore spagnolo nel ruolo del dottor Watson, il detective cinematografico si mette letteralmente sulle orme di un assassino fin troppo reale, in un susseguirsi continuo di citazioni dello Sherlock originale, e in un quadro che si complica di ulteriori e inesplicabili delitti. L’intrigo appare destinato a rimanere insoluto fino all’ultimo capitolo, quando Basil smaschera il colpevole e dimostra di aver capito ogni cosa (o quasi…).

Quello di Pérez-Reverte è l’omaggio appassionato che una star della letteratura internazionale d’evasione ha deciso di tributare a una delle figure più riuscite della storia della narrativa mondiale e alla formidabile e immarcescibile tradizione pop cui essa ha dato origine. È dura, d’altra parte, rimanere insensibili al fascino di Sherlock Holmes: della sua capacità di ragionamento; delle sue astuzie; dell’intero immaginario che i testi di Conan Doyle hanno figliato nel corso del tempo, generando variazioni e imitazioni più o meno fedeli, ma sempre apprezzate, nell’editoria come nel cinema (e nelle serie tv). Occorre ricordare, poi, che proprio l’Autore di questo romanzo ha sempre mostrato un certo debito nei confronti di quell’immaginario: ne Il club Dumas il personaggio femminile che accompagna Lucas Corso, cacciatore di libri antichi, si chiama Irene Adler, come l’unica donna che è stata capace di ingannare Sherlock. E questo è pure un piccolo indizio sull’epilogo de Il problema finale, che, oltre a ciò, è anche celebrazione di tutti quei grandi scrittori (da E.A. Poe a Maurice Leblanc, da Agata Christie a S.S. Van Dine ed Ellery Queen) che sono riusciti a fissare il canone glorioso del giallo matematico. Più di tutto, però, la rappresentazione di Pérez-Reverte – che, occorre dirlo, tanto è gradevole quanto un po’ stucchevole – si risolve in un gioco molto raffinato, perché, come scoprirà chi leggerà il libro fino alla fine, l’Autore, più che a dimostrare l’arcano, si diverte a provare che è sempre la vita il rompicapo più affascinante.

Recensione (di D. Gabutti)

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Ludovico arriva a Venezia come vincitore di una borsa di studio privata per una ricerca sul teatro d’opera del Seicento. Michela, la sua ragazza, è rimasta a Milano. Al Lido Ludovico incontra Edmund, che lavora alle Gallerie dell’Accademia, dove deve occuparsi di un nuovo progetto: l’utilizzo di NFT per la creazione di una perfetta immagine digitale della Tempesta di Giorgione, la sua parcellizzazione e la messa in commercio delle singole parti. Tra i due giovani nasce subito una spontanea, magnetica amicizia, che coinvolge presto anche Patrizia, la bellissima compagna di Edmund. Nel caldo dell’estate lagunare ogni contorno sfuma in maniera disorientante e Ludovico, rapito dal ritmo e dal senso di un’arietta seicentesca, si confonde. Che cosa sta accadendo? A Venezia le suggestioni sono tante, il tempo scorre in modo diverso e ciò che prima pareva certo ora non lo è più. Il mistero è grande o, forse, è tutto e soltanto un sogno? Per questo Autore – che non è nuovo a questi schermi – la trama non costituisce un fulcro necessario, raccontare è una scusa, un espediente per fare molte cose assieme: trasmettere un po’ di passione per l’arte e per la musica; divulgare un po’ di diritto, suscitando interesse per l’intreccio sempre più stretto tra contratti e nuove tecnologie; soprattutto, però, offrire un saggio delle capacità ipnotiche di un’immersione veneziana. E, dunque, invitare i lettori a perdersi, ad approfittare dell’atmosfera unica dell’isola per meglio trovarsi, o anche solo per vivere stranianti e improvvise emozioni. Viene da chiedersi, sul punto, se Annunziata non sia riuscito davvero, in un modo tanto indiretto, allusivo e ambiguo, a interpretare in forma narrativa l’enigma della famosissima opera di Giorgione: che, al pari di quanto può sortire oggi la città con la sua lunghissima e ricchissima storia, altro non è, sin dal principio, che un potente talismano; un allucinogeno, foriero di interrogazioni profonde e determinanti. Ad ogni modo Tentarmi è vanità, anche nella estrema leggerezza che lo contraddistingue, oltre a ricordare la naturale e comune licenziosità dei monologhi di Paolo Puppa, ha il merito di richiamare alla memoria altre letture (da Bonfantini a Berto) con le quali continuare stordimenti ed esplorazioni.

Recensione (di D. Ripamonti)

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Nelle giornate in cui la guerra che oppone Stati Uniti e Iran, anziché temperarsi, promette di accendersi ulteriormente – e il segretario alla difesa americano Hegseth formula accorate preghiere per ottenere il sostegno divino (sic) – la lettura del piccolo libro di Giuliano da Empoli pare intonarsi quanto mai bene (ahinoi) agli sviluppi dello scenario internazionale. Un po’ reportage, un po’ autofiction, un po’ saggio libero, il testo raccoglie ritratti e immagini della metamorfosi dei potenti del mondo e delle modalità del loro agire politico. L’Autore – che da giovane consulente di Antonio Maccanico ai successi de Il mago del Cremlino ha fatto parecchia strada, passando per Matteo Renzi – li ha visti da vicino, ed anche in momenti diversi, al seguito di qualche delegazione italiana, ma per lo più dell’Esecutivo francese. La sua tesi, in estrema sintesi, è che in fondo non c’è da stupirsi se nella nostra epoca spadroneggiano i Trump, i Bukele, i bin Salman… Perché per da Empoli – che si ispira a Machiavelli – quest’epoca, caratterizzata dalla fine di ogni illusione, appartiene ai “Borgiani”: a coloro, cioè, che, ricalcando le orme del Valentino, praticano l’azione più risoluta e avventata, lo shock che consente alla volontà di potere di cui dispongono di superare ostacoli considerati inutili, travalicando qualsiasi confine di legittimità ed esprimendosi pienamente.

L’analisi di da Empoli – che per deformazione professionale tende a indulgere troppo sulla centralità dei leader e della classe dirigente – è interessante, specie nella seconda parte del volumetto (da pag. 57 in poi). Dove si intravede meglio lo spazio della spiegazione culturale. E dove, pertanto, si comprende che ai Borgiani, oggi, le cose riescono facili perché il dibattito pubblico, la politica, le dinamiche democratiche e istituzionali in generale hanno abbandonato il mondo reale, lasciando spazio alla giungla digitale; a un mondo alternativo, le cui forze accelerazioniste – dominate da nuovi conquistadores – premiano la velocità e la predazione, e a cui fa gioco l’ignavia delle ideologie woke. È il tempo, del resto, in cui l’economia e la finanza non si appoggiano più alla politica, mentre è l’élite tecnologica a dare l’agenda e a disegnare il campo in cui ogni fattore acquista un qualche significato: l’unica cosa che conta è il successo. Ed è così che lA svela la sua natura per nulla strumentale, attraendo e concentrando verso di sé tutti coloro che credono di poterla cavalcare, e dando vita ad una sorta di inedita religione. da Empoli arriva, per questa via, a una riflessione notevole e condivisibile: “I nostri antenati vivevano in società molto più povere di dati, ma erano in grado di pianificare per sé stessi e per i loro discendenti”. Come fronteggiare, dunque, questo orizzonte? La conclusione viene – simbolicamente, ma eloquentemente – dalla storia di un sindaco francese, che combatte da anni gli algoritmi dei navigatori, cui si deve l’invasione del suo piccolo paese da parte di un infernale traffico automobilistico. È tutto qui? Si, è tutto qui. Ma l’intuizione è più che sufficiente.

Recensioni (di G. Caldiron; L. Cerani; G. Mughini; A. Paolucci; A. Preiti)

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Trovo questo testo nel solito mercatino dei libri usati. Attira subito la mia curiosità, perché di questo Autore so già molto, soprattutto sul suo infaticabile impegno di divulgatore di Dante. Qui, però, scrive della sua traiettoria di studente “ultrafuoricorso” alla Sapienza di Roma, tra la Facoltà di Magistero e quella di Lettere. Lo fa nel 1970, a 32 anni, nel pieno di una nota e intensa fase di trasformazione dell’università (e della società) italiana (ed europea). Il libro è semplice e piano, schietto e sincero. Trasmette aspettative, ansie e delusioni di un giovane maestro elementare: che cerca faticosamente di laurearsi, mentre sperimenta le difficoltà dell’insegnamento scolastico e quelle del lavoro contadino, ma anche le prime soddisfazioni di giornalista e scrittore. Soprattutto restituisce un’immagine fedele di professori e studenti di quel tempo, confessando la propria frustrazione per l’efficiente superficialità e la meccanica indifferenza culturale di molti compagni di corso, per l’arbitraria distanza di tanti studiosi e per le sorprendenti pochezze dei loro assistenti. Pur con qualche eccezione, tuttavia, viste le belle pagine che sono dedicate a Vincenzo Marmorale, Giorgio Petrocchi e – soprattutto – Gabriele Baldini. Nel libro, infine, è palpabile, e quasi toccante, un sentimento che, prima o poi, prova o ricorda chiunque abbia fatto l’esperienza del giovane universitario: il senso di aspettativa e di apertura alla vita e al futuro, sempre carico di titubanze e incertezze, talvolta gravi e paurose, e però anche denso di una fiduciosa e naturale disponibilità alle cose del mondo.

Università undicesima bolgia ha anche una virtù supplementare. La si apprezza nelle due pagine dell’Introduzione, dove Onorati, non riconoscendosi nell’università pre-sessantottina, né in quella successiva, scrive che “[g]li studi universitari dovrebbero aiutare l’uomo a scoprirsi e realizzarsi nella cultura”, auspicando che tra professori e studenti si generi quel colloquio reciprocamente positivo che solo può creare le condizioni per un simile obiettivo. Al di là del possibile dibattito sul merito e sulla persistente importanza di queste affermazioni, viene da sottolineare che, nel periodo storico in cui Onorati scriveva, le discussioni sull’università erano al centro dell’agenda pubblica. Oggi, dopo molti anni, in un momento storico in cui si sono realizzate ulteriori e ancor più forti trasformazioni, specie dal “processo di Bologna” (1999) in poi, la questione su che cosa sia l’università si ripresenta in maniera diversa e molto più asettica. Si discute di singole – pur sensibili – riforme (sul reclutamento dei professori, sulla riforma dell’agenzia di valutazione, sulla governance degli atenei, sulle modalità di finanziamento degli atenei…), e lo si fa senza la bussola di una preliminare e generale riflessione di cornice e di senso. Non che nelle incombenti riforme non si vogliano risolvere specifiche e urgenti questioni. Il punto, piuttosto, è che per comprendere come risolverle – come per esprimere davvero un consapevole giudizio sui tanti cantieri aperti – si dovrebbe sciogliere il nodo fondamentale sull’identità e sulla collocazione dell’università nel contesto delle mutazioni sociali, economiche, scientifiche e culturali della nostra epoca. E la sollecitazione di Onorati potrebbe senz’altro fungere da ispirato e proficuo pungolo critico.

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La voce narrante di questo romanzo è quella di un insegnante di chimica. Marcella, sua moglie, è scomparsa a causa di una implacabile leucemia. Hanno vissuto felici per molti anni, lui nella scuola, lei in un laboratorio di analisi. Ma ora lei se ne è andata e per lui si apre un vuoto incolmabile, un baratro nel quale la sua vita si inabissa rapidamente: esce poco, se non per andare al bar sotto casa, a bere caffè corretti e giocare al “gratta e vinci”; trascura se stesso e l’appartamento, dove comincia a diffondersi disordine e sporcizia; si distanzia sempre più dalla realtà che lo circonda e arriva anche a perdere il lavoro. Nel resoconto di questa caduta, però, pare lucidissimo e consapevole. E pensa – sperduto e, nuovamente, senza darsi alcuna razionale spiegazione – alla figlia Beatrice, fuggita da casa molti anni prima e ora lontana, in Bretagna, insensibile a qualsiasi appello. Poi all’improvviso, davanti alla tv, un’intuizione: il decesso della moglie ha un responsabile, che dunque deve pagare per ciò che ha fatto. L’abisso in cui il protagonista cade è ancora più nero, finché, in modo insospettato, Beatrice ritorna e le cose sembrano subire uno sviluppo del tutto inatteso. Anzi, due sviluppi, uno che sa di allucinazione definitiva e uno più reale, e realistico, che sa di piccola-grande pacificazione, pur nella rivelazione di un gesto drammatico.

Questo romanzo è un esempio di ciò che si potrebbe definire un’occasione mancata. Perché l’Autore – che è docente universitario e attualmente porta le vesti di assessore alla cultura nella città di Roma – possiede i mezzi (scrive bene, pesa e lima opportunamente le parole), ha un’intuizione interessante (su quella che è la classica chimica dei sentimenti) e riesce pure a descrivere con chiara (e quasi disturbante) durezza che cosa può accadere – e rapidamente, e quasi senza che se ne accorgano – alle persone, le più normali, che tuttavia sperimentano traumi, restano sole e faticano a guardare attorno a sé e a trovare le giuste risorse. È a questo punto che la storia avrebbe potuto accelerare davvero, farsi meritevole del fondo più fondo, così bene illuminato. Viceversa, la trama rimane sempre sospesa sull’ordinario. E a ciò si allude non tanto per l’andamento normalizzante del plot, o per un certo senso di implicita ricerca di un lieto fine, bensì per il fatto che nei pensieri del protagonista come nella trama complessiva si diffondono immagini un po’ stereotipiche: su alcune alienazioni della società contemporanea; sul rapporto tra padri e figli, o tra giovani e vecchi; sull’invincibile vantaggio dei più forti e spregiudicati; sull’assenza e indifferenza delle istituzioni pubbliche; sulla prospettiva della fuga e del ricovero in relazioni più elementari e autentiche come orizzonte di salvataggio. Insomma: il libro – che sicuramente si fa alfiere di una tensione etica e civile del tutto commendevole – porta con sé un retrogusto dolciastro, forse addirittura buonista; con qualche cattiveria in più avrebbe potuto decollare davvero.

Recensioni (di G. Bettini; di B. Caputo; di E. D’Alessandri; di G.C. De Carlo)

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Non c’è dubbio che scrivere di Roma è difficilissimo. Evoca troppe cose; e troppe cose in effetti ci sono, a Roma. Tra cui la famosa e decantata bellezza, che troppa e diffusa è per definizione, e della quale, però, questo libro fa giustizia, scegliendo, senza negare il fascino della città, di darne una raffigurazione anticonvenzionale, complessa, ambigua, esuberante e molteplice. La Roma di Picca – che con Roma mia, non morirò più completa un trittico, assieme ad Arsenale di Roma distrutta e a Il più grande criminale di Roma è stato amico mio – è un variopinto assemblaggio corporale di tantissime immagini: ricordi personali, spezzoni narrativi, ritratti e “cartoline”. È una rassegna, idiosincratica e viscerale, caratterizzata dalla ricerca ostinata e appassionata di volti emblematici, storie individuali e collettive, personaggi famosi e marginalità altrettanto esemplari, periferie profonde e luoghi simbolici. Un elenco è impossibile, perché il testo – che è la punta di un iceberg, perché si comprende che l’Autore ha voluto comporre una vera e propria inchiesta sentimentale, condotta sul campo – raccoglie 92 pezzi, scritti in momenti diversi, tanto brevi quanto incisivi ed empatici. Sono numerosi i passaggi belli, perché intensi, divertenti o dolcemente malinconici: su Amelia Rosselli, su Margherita Buy, su Er Zagaia (barista a Capocotta), su Padre Elverino (dell’Oratorio di don Bosco), su Er Francesino (pugile), sulla camiciaia di Via Tacito 38A, sulla farmacista della Farmacia Centrale di Via Cola di Rienzo, sulla dialettica tra Roma Sud e Roma Nord, su Mario Schifano, sulle commesse di Cinecittà, sull’Olgiata, su Piazzale Clodio, sui burattini al Gianicolo, sul campo da calcio di Testaccio, su Tor Bella Monaca… Ma ci sono anche dei piccoli e deliziosi racconti (Animali, Il Leonesso e ‘a Liona, Il volo, La vedova nera, Maria, Olga…), stranianti e riuscitissimi.

In questa Roma c’è buona parte di ciò che a Roma è veramente unico. Roma, infatti, è un vero buco nero, capace di attrarre con forza magnetica irresistibile l’alto e il basso, la ricchezza e la povertà, la poesia e il crimine, il nobile e il volgare. Ed è una qualità che si scova dove meno la si può immaginare, nell’indagine su ciò che ora appare definitivamente sparito. Lo spiega bene Picca quando descrive, ad esempio, la “gola di Roma”, oggi lontana da Trastevere o da San Lorenzo e ri-trovata in piazza Gasparri a Ostia, con “i sapori, la distruzione del tempo, la quotidianità, i muri che si legano alle persone e calano nel sudore”. O anche quando si evocano le località periferiche o extracittadine: che siano quelle del sacro mito pre-latino (cariche di una magia lungolatente e pungolante) o quelle dei cantieri e delle officine (esemplare il pezzo su Ponte Galeria) o quelle, ancora, di un contado rimasto sorprendentemente sospeso (come nel brano su Osteria Nuova). E poi c’è – ovviamente, verrebbe da dire – l’altro veicolo per eccellenza: la notte, come occasione di esplosione di orizzonti, di esperienze, di avventure, di scoperte. Alla fine sono tre i rilievi che questo libro sollecita. Il primo è che Picca si affianca, col suo stile felino ovviamente, a quelle opere (i libri di Fernando Acitelli, Lo stradone di Francesco Pecoraro…) che hanno cercato, in modo diversamente esagerato, di riprodurre quell’immersione psico-fisica, socio-culturale e popolare tout court che è necessaria alla comprensione di Roma, della sua originalità e delle trasformazioni che ha conosciuto. Il secondo pensiero è che di Roma mia, non morirò più si potrebbe additare un utile complemento saggistico (un amplificatore di suggestioni), Remoria di Francesco Mattioli, che scava nell’oscura e rigogliosa forza alchemica ed escatologica della città e dei suoi contorni. Da ultimo, si ha l’impressione che la Roma di Picca – nel variopinto vociare dei brevi capitoli del libro – delinei perfettamente quel Paesone, o quella Grande Provincia, che a buon diritto, dunque, è Capitale di tanti Paesi e Province, con tutte le loro piccole e grandi vene pulsanti.

Recensioni (di R. Banhoff; di A. Venanzoni)

Una (simpatica) intervista all’Autore

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Questo libro racconta la storia singolare del vecchio Konrad Lang, anziano tuttofare della ricchissima famiglia Koch. Storia che si avvia da un incidente assai increscioso: la sontuosa villa di Corfù di cui è custode prende fuoco proprio a causa di una sua distrazione. Eppure, anziché sfiduciare e abbandonare Konrad, Elvira Senn, la matriarca dei Kock, decide di portarselo vicino, in Svizzera, e di foraggiarlo con un appannaggio settimanale. Apparentemente non v’è nulla di strano: Konrad è stato l’onnipresente amico d’infanzia di Thomas Koch, l’erede della dinastia e padre del rampollo Urs, destinato a succedere alla stessa Elvira nella guida dell’impero industriale. In realtà si avverte che la sollecitudine di Elvira non è dovuta all’affetto, bensì alla volontà di gestire e controllare Konrad. Che di Thomas, arrogante, indisciplinato e pluridivorziato, è stato anche gregario fedele e, forse, custode di molti segreti. Fatto sta che il piano di Elvira si complica, perché Konrad – che nel frattempo corteggia premurose signore e riscopre, oltre all’amore, anche un po’ di autonomia e indipendenza – capisce di avere il morbo di Alzheimer. Elvira, dunque, lo avvicina ulteriormente a sé, complice la premura della giovane moglie di Urs, Simone. Tuttavia, tra fortunose sperimentazioni terapeutiche e peggioramenti verticali, i nodi verranno improvvisamente, e implacabilmente, al pettine, in una conclusione thriller che per un attimo si tinge anche di giallo.

Com’è piccolo il mondo! è il primo romanzo scritto dal noto autore svizzero; risale al 1995, è stato premiato in più occasioni e ha dato vita ad una trilogia (assieme a Il lato oscuro della luna e L’amico perfetto). Vi si possono apprezzare molte delle originali caratteristiche che rendono Suter sempre gradevole. A condizione, però, di non indugiare troppo nella presentazione che si trova sul risvoltino di copertina: i libri di Suter, infatti, rendono al meglio solo se affrontati con fiducia totale e pazienza, senza anticipazioni di sorta, lasciandosi guidare dall’irresistibile senso di attesa che percorre ogni trama, fino in fondo. Da questo punto di vista, Small World – che è il vero titolo dell’opera, da cui nel 2010 è stato pure tratto un film con Gerard Depardieu – è in tutto e per tutto esemplare. Il tono è meramente descrittivo, il progredire è lento. Ma pagina dopo pagina si cominciano a intravedere piccoli indizi: l’andirivieni tra passato e presente si intensifica, le situazioni si fanno propizie, il caso ci mette del suo, espressioni verbali e nomi si dimostrano forieri di strane e allusive ambiguità. E la sottile, eppure sferzante, ironia dell’Autore si percepisce, assieme al suo interesse, così pronunciato e delicato, per gli uomini e le loro fragilità, e per le miserie travolgenti e i gesti miracolosi e gratuiti di cui sono capaci. Si potrà notare che nel romanzo i meccanismi narrativi di Suter non sono ancora così perfetti come nei lavori successivi: ad un certo punto qualcosa si capisce, anche ben prima dell’epilogo. Ma il tocco è piacevolissimo, come lo è l’intuizione che siano le malattie a segnare la via di un insospettato e imprevedibile riscatto.

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Quanto si può davvero divulgare Giovanni Pascoli? La lettura di questo libro rilancia un interrogativo che, preso sul serio, vale per ogni autore, scrittore, artista… Che per prima cosa lascia al mondo le sue opere e, dunque, è con – e per mezzo – di quelle che intende essere frequentato, osservato e capito. È un problema che con Pascoli è più accentuato che mai, perché di solito, nel suo caso, anche l’analisi più tecnica si confronta inevitabilmente con i dettagli di quella che è spesso descritta come vita turbata e pluri-condizionata: dalla morte violenta del padre; dalla scomparsa prematura della madre; dalle fatiche di una giovinezza confusa; dal rapporto complesso e ambiguo con le due sorelle, Ida e Maria, e più in generale con i fratelli; dalle tante peregrinazioni di docente e studioso; dalla frequentazione di bettole e osterie; e pure da un forte e ricorrente – e quasi incredibile, vista la fama – sentimento di incomprensione, unito ad un’istanza non minore di riconoscimento. Si aggiunga che proprio la dimensione personale, in Pascoli, è frutto di facili mitizzazioni, e stereotipi, anche per la coltivazione rituale, pressoché immediata, dei suoi spazi e della sua memoria (di cui è esempio massimo la casa di Castelvecchio), e ciò specie per opera della sorella Maria, votata da subito alla celebrazione del culto. Quindi, complice anche una certa tradizione scolastica, assai semplificante, ogni qual volta si cerca di portare Pascoli al grande pubblico, l’inclinazione a perpetuare il racconto nazionalpopolare corrisponde a una forza del tutto naturale. A questa inclinazione cede largamente anche il libro di Osvaldo Guerrieri, sottotitolato “Indagine sulla morte di Giovanni Pascoli”, che d’altra parte, per curvatura e struttura, assume quasi le stesse movenze del film di Giuseppe Piccioni (anch’esso Zvanì e anch’esso diffuso di recente nei cinema e poi sui canali Rai). Perché in entrambi i lavori si tratta per lo più di una successione di immagini e di vicende molto note, quelle, per l’appunto, su cui più si è insistito, nel tempo, per decifrare peculiarità, fortune, oscillazioni esistenziali e disavventure del grande poeta. 

Bisogna riconoscere, fortunatamente, che a Guerrieri non si può imputare, per forza di cose, l’ostentata delicatezza, l’andamento oleografico e la fotografia da (vecchia) fiction del servizio pubblico che si impone, disturbante, allo spettatore dell’opera di Piccioni (nella quale, occorre sottolinearlo, anche la scelta degli interpreti non è stata poi così felice: non per difetto di maschera, perché, anzi, gli attori ce l’hanno messa tutta; ma per la straniante distanza dei volti, delle fisicità e delle posture da quel poco che le diverse foto d’epoca fanno intendere). Allo stesso modo, poi, va anche precisato che Guerrieri, in qualche piccolo passaggio, tenta qualcosa di più, e di diverso, riuscendo a fornire assaggi di più seria e meditata riflessione (alle pp. 35-36, ad esempio, dove si ricollega alla classica lezione filologica di Cesare Garboli e, subito a seguire, all’interesse di Pascoli per la Commedia dantesca; ma anche nel capitolo “Svolte”, circa alcune evoluzioni stilistiche della poesia pascoliana, e anche lì con il supporto dell’immancabile Garboli). E Guerrieri, infine, riesce quasi a sorprendere (sempre in positivo), laddove (a p. 64) sembra allargare lo sguardo  – anche se solo per uno spicchio di pagina – al vero significato, per nulla autobiografico, della “poesia dell’io” cui Pascoli tendeva. Ma resta il fatto che, persistendo nell’omissione di tanti altri aspetti (ad esempio: il Pascoli saggista; la traiettoria cosmica della sua attenzione per la natura; l’occulto ma raffinatissimo cantiere che – anche al di là della ricerca più strettamente linguistica – si nasconde dietro alla formulazione di ogni verso, anche di quello apparentemente più lineare; il senso autenticamente disciplinare – lo si direbbe normativo – del tenace attaccamento alla composizione in lingua latina…), si continua a costruire il consueto monumento sull’uomo sensibilissimo e infelice, e in fondo isolato e sfortunato. Come se si dovesse dare a Pascoli il posto che veramente gli compete solo per via di un dolce, empatico e compassionevole abbraccio.

Un (altro) bel libro su Giovanni Pascoli

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