“E altre storie su Rimbaud, Kafka, Joyce, Leopardi, Proust, Dante, Woolf, Hopper, Tolstoj, Caravaggio, Keats, Evans, Vermeer, Radiohead, Mozart”: così recita la lunga prosecuzione del titolo di questa piccola antologia di saggi brevi. Ma non si tratta di interventi critici. Sono, piuttosto, agili divagazioni, nelle quali l’Autore, anziché proporsi nel ruolo di esegeta, incrocia singoli episodi più o meno conosciuti della vita di diversi artisti (scrittori, poeti, pittori, musicisti), mettendoli in rapporto diretto con le loro creazioni. E non mancando, però, di parlare anche di sé: della sua relazione con questi artisti e con le situazioni che hanno affrontato o le emozioni che hanno saputo incarnare. Ogni testo, quindi, finisce per ospitare e mescolare spezzoni biografici e spunti autobiografici, dimostrando quanto gli apprendistati e le esperienze culturali possano determinare a fondo quello che siamo o, meglio, quello che siamo diventati nel tempo. D’altra parte Soli eravamo, che riprende nel titolo un noto verso del Canto V dell’Inferno dantesco, riferito alla vicenda amorosa di Paolo e Francesca, non ha altro scopo che quello di rammentarci quanto l’arte possa esserci galeotta, al pari del libro su cui la celebre coppia finì per scambiarsi le prime, irrimediabili, tenerezze. Sicché, è il caso di dirlo con forza, non siamo per nulla soli. In modo del tutto fortuito ho frequentato le pagine di Coscia parallelamente alla lettura del più recente Altre Samarcande di Paolo Deidier, che è il memoir di una vera educazione poetica, punteggiata di letture, incontri e delicatissimi ritratti (di Amelia Rosselli, Dario Bellezza, Piero Bigongiari, Nelo Risi, Luciano Erba, Biancamaria Frabotta). Anche qui si ha l’opportunità di accedere a una galleria letteraria tutta sentimentale, ed ancora più suggestiva, visto che Deidier rievoca conoscenze e consuetudini di prima mano. È un libro molto diverso, dalla prosa ricercata e trasognata, scandita per aneddoti e istantanee. Ma l’estrema intimità dell’approccio permette di portare in piena luce quale sia l’umore giusto per apprezzare fino in fondo il viaggio di Coscia.

Recensioni (di G. Giglio; di N. Vacca)

Un’intervista a Fabrizio Coscia

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Il titolo di questo saggio è del tutto e chiaramente esplicativo del suo contenuto. Esprime, infatti, ciò che si propone di fare l’Autore. Che raccoglie e analizza una serie di spunti letterari e filosofici, e in minima parte anche religiosi e cinematrografici, per concentrarsi sulla descrizione di un’antropologia alternativa a quella dominante. Se è vero che quest’ultima non fa altro che incentivare al successo, alla visibilità sociale, all’attivismo imprenditivo, al riconoscimento collettivo, si può, tuttavia, identificare nella tradizione occidentale un filone di pensiero che invita al semplice e puro sentimento dell’essere. La Porta muove, primariamente, dal romanzo dell’Ottocento, con Austen (e la Lady Bertram di Mansfield Park) e Gončarov (con il suo Oblomov), ma anche con Tolstoj (e la decostruzione dell’immagine di Napoleone sul campo di battaglia di Guerra e Pace). Poi gradualmente arrivano gli altri, e sono tanti: Wordsworth, Simone Weil, Epicuro, Manzoni, San Tommaso, Montaigne, Pontiggia, Kafka, Spinoza, Orwell, Chesterton, Horkheimer, Wenders… Per non dimenticare, direttamente dalla Torah, gli estratti sapienziali del Pirqei Avot. Quella di La Porta non è un’esposizione sistematica, né una costruzione retorica. Richiama il gusto della conversazione. Non è un caso che la si possa anche ascoltare online, piacevolmente scandita in alcune puntate della trasmissione di Radio 3 Uomini e Profeti. All’evidenza, certo, il materiale utilizzato è molto eterogeneo, dal quale il ragionamento pesca liberamente, non solo per dimostrare l’esistenza diffusa di un’ispirazione e di un modello di vita differenti. Lo scopo è invitare i lettori a conoscerne la ricchezza e la profondità, e anche a sperimentarne le declinazioni pratiche. Queste, peraltro, non sono per nulla scontate, visto che il vivere “nascostamente” o l’assumere la prospettiva del “senso comune” possono anche risultare azioni sovversive o di resistenza. L’Autore non inventa nulla di nuovo (molto si avvale, esplicitamente, degli itinerari critici di Lionel Trilling), eppure ci si trova di fronte a un testo di grande valore, perché afferma con forza che le idee e la letteratura possono davvero cambiare la nostra esistenza.

Una recensione (di F. Coscia)

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Un anziano si reca a una manifestazione di protesta contro la chiusura di un vecchio cinema nel centro di Madrid. Il suo unico amico, Osorio, lo definisce un inguaribile conservatore. In effetti, lo assalgono e lo preoccupano grigi pensieri: sui tempi che cambiano, i malanni che sopraggiungono, la scomparsa delle librerie, la solitudine affettiva, la crisi della sessualità, la trasformazione della città. E sulla perdita della memoria, visto che all’improvviso non ricorda più la strada di casa e comincia a vagare, assopendosi di tanto in tanto su qualche panchina o all’interno dei giardini pubblici. Nel frattempo, sempre le medesime paturnie lo tormentano, e così anche i “venti” di una importuna flatulenza. Spariranno anche i musei? Saranno, forse, sopraffatti dagli spettacoli multimediali? Svanirà del tutto lo spirito critico, come già è accaduto per il buon cibo? Poi gli sovvengono il ricordo, quasi affettuoso, di un dialogo con un gruppo di giovani “squilibrati”, seguaci vegetariani e asessuati di un movimento pacifista, e un’amara riflessione sulla libertà, che pare tanto accessibile quanto perduta, in un mondo che vive solo di annunci e informazioni, senza stampa e, paradossalmente, senza la religione di un tempo. Finalmente, quando arriva la sera, torna un po’ di memoria, e pure l’agognato rifugio privato si fa ritrovare, ma gli ultimi passi sono faticosi e complicati, in un crescendo di sensazioni che dalla calma dell’approdo porta ad un vertiginoso e definitivo risucchio.

Anche in questo (ultimo e finora inedito) racconto Vargas Llosa non abbandona i temi che più lo hanno visto impegnato negli ultimi anni: la parabola declinante della cultura occidentale; l’emersione di tensioni individualistiche sempre più polarizzanti; la diffusione di un clima sociale aperto soltanto in apparenza, eppure subdolo e uniformante. A prima lettura il testo è semplice, quasi elementare. Ma non sfugge che il protagonista non è solo l’alter ego dell’Autore, bensì l’immagine di una collettività intera: disorientata, malinconica, fragile, destinata oramai ad una fine, certa ma con sviluppi generali intrinsecamente ignoti. Allo stesso modo, non si può ignorare il nesso tra questa versione letteraria e un Vargas Llosa già sperimentato, quello de Il richiamo della tribù. Che è libro che va studiato in parallelo, perché – al di là delle tante speculazioni che spesso sono state alimentate dal conservatorismo dello scrittore peruviano, specie sulla scorta di un itinerario politico indirizzatosi sempre più verso destra – offre una rappresentazione schietta dei timori e delle ansie che avevano da tempo caratterizzato le spontanee convinzioni dell’Autore, stringendolo in un’appassionata promozione di valori liberali di diversa estrazione e tra loro non sempre coerenti. Comunque sia, I venti ha un merito prevalente: darci il privilegio di continuare a dialogare con una delle figure più grandi della letteratura dell’ultimo secolo e con un pensiero che sempre si è distinto per disturbante sincerità e risolutezza.

Recensioni (di D. Brullo; di S. Tedeschi)

Una (personale) classifica (top 5 di Vargas Llosa, che tutti dovrebbero leggere)

  1. Conversazione nella Cattedrale
  2. La città e i capi
  3. La festa del caprone
  4. La Casa Verde
  5. La guerra della fine del mondo
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Lui è un professore che vuole imporsi come scrittore. Cerca luogo e ispirazione giusti per ideare storie di sostanza, alzare il livello e produrre qualcosa di più di racconti da pubblicare sui giornali di provincia. Lei è una Voce, la musa ispiratrice, la compagna ideale, votata alla di Lui ambizione. Gli procaccia una piccola e vecchia stazione in disuso, nel mezzo della pianura padana, e lo lascia vagare nelle campagne, selvatico, di modo che le trame possano emergere. E in effetti Lui comincia a concepirne una, finalmente valida. Ma la sua inquietudine cerca riconoscimento. Così Lei lo aiuta a raggiungere il modello tanto ammirato: a viaggiare nel tempo, fino a Santo Stefano Belbo, in Piemonte, per conoscere Cesare Pavese. La magia riesce, i viaggi si ripetono, i due si piacciono e si frequentano, e pure i loro personaggi si intrecciano e, anzi, si conoscono proprio, palesandosi direttamente a chi li ha creati. Lui, però, animato anche dalle suggestioni di uno strano sogno (che apre il romanzo), vuole spingersi oltre, in un crescendo tanto folle quanto fallimentare. Spetta al lettore, di qui in poi, scoprire fino in fondo il senso del titolo e del romanzo stesso. Che – va evidenziato – è una bella scoperta, pur se esige una certa pazienza, per farsi condurre lentamente per mano, in un’atmosfera rarefatta, da un periodare composto e raffinato. Nel merito si possono avanzare due opinioni. La prima: l’Autore riesce a rappresentare in modo molto efficace le frustrazioni e i pericoli più profondi che qualsiasi aspirante narratore fronteggia (e probabilmente anche qualsiasi intellettuale), soprattutto quando si lascia pervadere solo dal daimon che lo possiede. La seconda: questo libro si serve ottimamente della figura e dell’opera di uno dei più iconici scrittori della prima metà del Novecento italiano, e così facendo lo ripropone oggi – meritoriamente – all’attenzione di un pubblico (ahimè) disabituato alle ambientazioni e ai sentimenti più elementari e autentici.

Recensione (di S. Calzini)

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Sellerio ha ripubblicato il secondo romanzo di Barbero, che risale al 1998, quando era uscito con Mondadori. Leggerlo oggi, in effetti, è operazione interessante. Sicuramente perché tutto ciò che è Russia negli ultimi anni è diventato ben più che tristemente attuale e urgente. E se lo storico e divulgatore più simpatico e apprezzato sulla piazza è stato in grado, a suo tempo, di costruire un giallo ambientato a ridosso della fine dell’era sovietica – di quello snodo, cioè, a cui tutti riconducono le svolte geopolitiche che ai giorni nostri vengono rimesse in discussione – ebbene è il caso di ripigliarselo. Ci si potrebbe capire qualcosa. Anche perché il libro è disseminato di un trasversale presagio di sventure (dall’intreccio tra affari e politica al deflagrare dei fondamentalismi). L’azione si svolge nel 1988. C’è una trama principale, se così si può dire: quella di una giovane storica, Tanja, che, complice la perestrojka di Gorbacëv, prova a fare luce su certi processi sommari svoltisi a Baku in piena era staliniana. Nel frattempo, però, a indagare su Baku, e precisamente sull’omicidio di un influente religioso islamico, c’è il giudice Lappa, fedelissimo e ligio funzionario della Procura generale. Questo filone narrativo, puntualmente, si interseca al primo, lasciando spazio a tanti altri personaggi: Oleg, giornalista smaliziato; Mark, attore di origine ebraica; un potente viceministro, vicino di casa di Lappa; un malavitoso in forte ascesa; e soprattutto il generale Yusuf-zade, vertice del KGB in Azerbaijan. Nel 1988 il finale pare quasi incoraggiante, ma non è veramente così, visto che nelle ultime pagine, e siamo già nel 1991, si capisce che al vecchio impero se ne va sostituendo un altro, e non necessariamente migliore.

Le notizie, a questo punto, sono due. E, come sempre, una è buona e l’altra è cattiva. Quest’ultima riguarda il romanzo preso letteralmente come romanzo. Che per Barbero non è al livello di quello (premiatissimo) del debutto del 1996. Romanzo russo è troppo lungo e troppo lento; e senza i “misteri” che le due trame incrociate avrebbero potuto ben costruire. Ma qui soccorre la notizia buona. In primo luogo, il faticoso viaggio che Barbero impone al lettore è materialmente fecondo. Lo è nel senso complessivo del discorso-bilancio, non privo di gusto ironico e macchiettistico, su che cosa ha significato, socialmente e culturalmente, all’interno del paese, il crollo dell’Unione Sovietica. Lo è, poi, nella prospettiva di un tentativo efficace di messa in scena (nei pensieri e nelle posture dei molti protagonisti) dei diversi sentimenti – di condanna del passato, di nostalgia, di paura per il futuro, di rivendicazione, di spregiudicata speculazione – che hanno animato quel momento (emblematico e rivelatore, in generale, il quasi monologo del filosofo Čimut-Dorzev, da p. 196). E lo è, infine, per l’invito implicito a considerare la ricerca della verità storica come un presupposto essenziale allo sviluppo democratico di qualsiasi popolo. Più di tutto, Romanzo russo esemplifica assai bene – come già constatato per Alabama – uno dei segreti più importanti dell’Autore, ossia la sua spiccata, e rara, capacità mimetica: l’abilità di aderire all’oggetto dello studio e del racconto, comunicando l’impressione di saperlo fare con le parole e le sfumature più congeniali. Ci si accorge, per tale via, che il romanzo è “russo” anche perché vi aleggia stilisticamente lo spirito di Gogol’, di Dostoevskij, di Bulgakov, di Pasternak. Anche questo non è poco.

Recensione (di P. Dalmazzo)

Un’intervista all’Autore

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“Questi sono / i miei fiumi”, recita una celebrata e conosciutissima poesia di Ungaretti. Questi sono i miei treni e le mie stazioni, potrebbe dire Montieri. Che è apprezzato poeta, oltre che sincero e appassionato scrittore di calcio. Qui raccoglie un’eterogenea galleria di immagini e di storie – personali e non – a soggetto ferroviario. Da un lato, racconta di sé, del suo rapporto con il treno, dei paesaggi, dei luoghi e delle persone che ha incontrato, e delle emozioni che ha provato. Dall’altro, coglie l’opportunità per comunicare quanto le strade ferrate facciano parte dell’esperienza e della cultura collettiva, e siano collettori di piccoli e grandi eventi: psicologici, storici, tecnologici. Che sia al finestrino, in sala d’attesa o seduto al proprio posto in carrozza, l’Autore scopre, ricorda, fantastica, riflette. Basta un corrimano alla stazione di Verona, o la condivisione improvvisata con altri viaggiatori di una partita di calcio in streaming sul proprio pc, o un dialogo con una misteriosa signora sul treno che va da Cividale a Udine, o la visione di una piccolissima stazione in Toscana, o l’ascolto delle storie partigiane sul sabotaggio del ponte ferroviario di Ivrea: tutto ciò che è legato al treno diventa un tramite, un mezzo, o rito, di passaggio che va al di là del trasporto fisico, uno strumento per ricordare, commuoversi, approfondire, appassionarsi. Ma anche un messaggio o un ambasciata, che prepara al punto d’arrivo o predispone all’avventura o al ritorno, verso casa e incontro agli affetti. Qualcuno di questi testi o è un po’ didascalico (così si può dire, ad esempio, per il pezzo sulla Portici-Napoli) o un po’ troppo atteso (come quello sulla strage di Bologna) o eccessivamente idealizzante (lo si potrebbe dire quello sulla stazione Torino Porta Nuova). Ma le pagine sono sempre facili, scorrevoli, suadenti. E tra un paragrafo e l’altro viene spontaneo guardare lontano e…mettersi in marcia.

Al termine della lettura mi sorprendo a tentare un esercizio. Che cosa mi viene in mente, subito, se penso al treno? La “stazione internazionale” di Primolano, strutturalmente intatta, al vecchio confine tra Italia e Austria, lungo la Valsugana; un amico che sa tutto sulle ferrovie tedesche e programma le sue ferie sui loro binari e orari; nel grandissimo film di David Lean, l’immagine di Jurij Živago sul treno verso gli Urali, mentre guarda di notte fuori da una fessura del carro merci in cui è stipato assieme alla famiglia; Luigi (Alois) Negrelli, ingegnere ferroviario, e primo originario progettista del canale di Suez, il cui busto si trova al binario 1 della stazione di Trento; Il treno russo di Anna Maria Ortese, ma anche il Poema ferroviario di Erofeev; alzarsi e uscire per prendere il treno alle 5.43 del mattino, due o tre volte al mese, in quello che alla fine è il momento migliore della giornata; la vecchia casetta del casellante sulla linea Venezia – Bassano del Grappa, tra Resana e Castelfranco Veneto, che per anni ho visto abitata da una piccola famiglia africana; un lunghissimo viaggio da Birmingham ad Aberystwyth, in Galles, a bordo di una carrozza della Virgin Trains; l’entrata nello scompartimento di una numerosa, affamata e rumorosa famiglia turca, a Losanna, nel viaggio notturno coi miei genitori sull’Orient Express verso Parigi, avevo sei anni; i miti intramontabili della Transiberiana e della Transmongolica; l’angolo dei libri usati messi in vendita nel Bar Buffet della Stazione di Feltre; il benemerito treno guasto che costringe Zbigniew Herbert a una improvvisa e provvidenziale fermata serale nella “ nebbia, da cui scriverà Rovigo Libro semplice, lineare e suggestivo, questo di Montieri. Eppure indirettamente ipnotico e per ciò solo efficace.

Recensioni (di L. Mazzoni; di S. Miglio; di P. Perlini)

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Per comprendere i motivi della fortuna di Michel Bussi, romanziere d’Oltralpe molto apprezzato anche in Italia, La Follia Mazzarino, sua opera prima del 2009, rappresenta la migliore chiave di lettura. Lo si capisce sin dalla trama, che coniuga utilmente elementi apparentemente impossibili da amalgamare, come nella più classica delle vinaigrette. Il luogo, per cominciare, è del tutto immaginario: l’isola di Mornesey, collocata nelle (reali) Channel Islands della Manica (con le esistenti Guernesey e Jersey), ma (diversamente) soggetta alla sovranità francese. L’Autore ne fornisce la mappa, così ci si sente subito paracadutati in un’invenzione alla Jules Verne. I protagonisti, al contempo, sono semplicissimi e con tratti molto riconoscibili e marcati, al limite del pittoresco: l’evaso senza scrupoli; l’orfano affidato agli zii; il gruppetto di amici della colonia estiva; il giornalista eccentrico e viveur; il ragazzotto semplice e intelligente che fa la stagione. Ci si immedesima facilmente. Senza dire del fatto che, poi, ci sono due degli ingredienti letterari più scontati e funzionanti: un fantomatico tesoro, la Follia Mazzarino, ossia ciò che avrebbe consentito al famoso cardinale di conquistare la corte del re, mistero da tutti indagato e mai risolto; e il romanzo di formazione. L’intrigo, dunque, è servito. E a far da realistico collante, infine, soccorre una tipica vicenda di speculazione edilizia, comprensibile e sempre attuale, pur se condita da un inganno tanto inverosimile quanto curioso. Ovviamente, quando i nodi vengono al pettine, la sorpresa è grande. Dunque: proprio questo è Michel Bussi, che, peraltro, è anche professore dell’Università di Caen. Del resto le sue competenze di geografo costituiscono spesso un additivo ulteriore dei romanzi, ed è così anche per La Follia Mazzarino. È uno scrittore – in particolare – che si distingue nel riuscire a montare efficacemente in un unico quadro profili, immagini e motivi di per sé distantissimi; scelti con accuratezza, però, perché devono essere facili, attrattivi e coinvolgenti, per catturare lettori della più diversa età ed estrazione. E per generare un tourbillon di sensazioni, elementari e riconoscibili, come accade nella migliore letteratura d’appendice. Spesso si tratta del già visto e sperimentato (a qualcuno questo libro ricorderebbe un po’ I Goonies), perché non c’è nulla di più affidabile dell’usato sicuro. Ecco, Bussi è il perfetto intrattenimento familiare, che sotto l’ombrellone passa di mano in mano e piace verosimilmente a tutti, e distrae senza pensieri. Niente di più, per un verso; ma anche niente di meno.

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Un secolo fa, a Parigi, le vite e le fortune letterarie di alcuni dei più grandi scrittori americani del Novecento – ma tra loro, a un certo punto, fa capolino anche un giovane George Simenon, stregato da Joséphine Baker – gravitano attorno a un reticolo ben definito di luoghi: strade; piazze; giardini; librerie; salotti; caffè e altri locali, più o meno malfamati o vivaci; e persino una chiesa, quella di Saint-Sulpice. In questo piccolo gioiello editoriale, Luca Della Bianca sceglie come principale punto d’osservazione Place de la Contrescarpe, perché al suo primo arrivo nella capitale francese Hemingway aveva preso casa proprio da quelle parti. Ed è Hemingway, del resto, che compare più spesso in questa sorta di viaggio sentimentale. Che, oltre ad essere permeato da un autentico amore per la letteratura, è ricco di aneddoti gustosi e immagini curiose. Come quella che vede lo stesso Hemingway dare lezioni private di boxe a Ezra Pound. Oppure quella che sorprende Cummings nel mentre viene arrestato, dopo una cena fortemente alcolica con Dos Passos, in quanto accusato di essere un pisseur. Tuttavia, nei brevi e azzeccatissimi capitoli di cui si compone il libro (da addentare, ciascuno, come si farebbe con un raffinato macaron) si trova molto altro. Quello di Della Bianca è un itinerario preciso nella mappa delle conoscenze, delle relazioni e dei posti giusti; di tutti i modi, cioè, con cui, nella Parigi degli anni Venti, un giovane e ambizioso aspirante scrittore avrebbe potuto farsi strada. Magari seguendo le dritte di Sherwood Anderson, che c’era stato negli anni d’oro, o inseguendo il mito di Joyce o le simpatie di Gertrude Stein.

Per i talenti d’Oltreoceano il grand tour poteva offrire chances editoriali, apprendistati autorevoli, suggestioni indimenticabili e momenti di estrema concentrazione, di proficuo sodalizio e di avventura. Naturalmente, ogni protagonista viveva il percorso alla sua maniera. Qui sta, probabilmente, il valore aggiunto dei diversi pezzi di cui si compone questa raffinata pubblicazione. Perché l’Autore, certo, ritrae i grandi scrittori nel loro contatto fecondo con la Ville Lumière ormai al crepuscolo, eppure ancora fascinosa e gravida di profittevoli opportunità. Ma lo fa quasi assecondando l’idea che in questi assaggi, oltre allo spirito di un’epoca, si possa già cogliere il cuore di un’intera traiettoria, artistica come umana. Hemingway, ad esempio, si percepisce subito come il risoluto imprenditore di se stesso e della sua immagine. Invece Fitzgerald – verso cui sembra notarsi una forma di maggiore affetto – è scolpito nella iconica melanconicità distruttiva, eppure creatrice, del suo rapporto con la moglie Zelda. Di Faulkner, invece, si intravede l’istinto a fare del viaggio francese uno stimolo distratto, e di per sé paradossale, alla successiva coltivazione ossessiva nel proprio ubriacante mondo immaginario. E Dos Passos – che di tutti questi pare il più sinceramente immerso nel rapporto generativo che il contesto europeo tanto esaltava – viene raccontato, in fondo, nella sua ricorrente e predestinata solitudine, a sigillo di una originalità tuttora da scoprire. C’è, però, un aspetto vieppiù meritevole in L’Eden alla Contrescarpe. Si svela nelle ultime righe ed è l’esplicito, personalissimo, elogio della rilettura. Visto che “se la nostalgia è ricerca del tempo passato e non perduto, i libri, restituendo a un lettore nostalgico il sapore che aveva la vita al tempo della prima lettura, consentono di ritornare ai luoghi dell’anima”.

Recensione (di F. Pezzini)

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Mira Bunting è fondatrice e anima instancabile di Birnam Wood, un collettivo neozelandese formato da persone per lo più assai giovani e di varia estrazione, e impegnato in azioni di guerrilla gardening e di sensibilizzazione ecologica. Mira, però,  vorrebbe un salto di qualità. Shelley Noakes è l’amica e alleata più stretta di Mira; almeno lo è stata a lungo, tanto da abitarci assieme, anche se ora sente il bisogno di uscire dal gruppo e, soprattutto, da quel legame, forse troppo stretto e ossessivo. Tony Gallo, l’attivista più ideologizzato del collettivo, è tornato dopo una lunga esperienza di viaggio in Centro America: vuole capire se tra lui e Mira è rimasto qualcosa, ma, prima ancora, intende diventare un famoso reporter. Un evento improvviso – una grossa frana, che lascia isolata un’importante tenuta – diventa per i tre un’imperdibile occasione: per Mira, può significare il modo per sperimentare un progetto di coltivazione su larga scala e ricevere, così, maggiore visibilità; per Shelley, può trattarsi dell’esperienza con cui capire davvero che cosa fare del suo futuro; per Tony, può essere il campo privilegiato per uno scoop sensazionale, tanto più che la tenuta in questione è proprietà di Owen Darvish, un ricco e apprezzato self-made man, che tuttavia sembra fare affari con lo spregiudicato Robert Lemoine, tycoon americano a capo di una potentissima azienda costruttrice di droni. I presupposti per un thriller potenzialmente appassionante ci sono tutti. 

L’Autrice, però, è interessata ad altro. Le piace scavare nella psicologia dei tipi umani e dei percorsi esistenziali che i suoi eroi incarnano. Tanto più che strada facendo si rivelano tutti (o quasi) degli autentici antieroi e che, peraltro, la trama è coerentemente ridotta al minimo, se non inesistente. Egotismo, infantilismo, invidia, arrivismo, avidità… I campioni di Catton sono sezionati nei loro pensieri più elementari e autoreferenziali, ed imprigionati nello stereotipo più spinto, al solo scopo, evidentemente, di dimostrare che non è detto che anche le retoriche più nobili o ingenue nascondano sempre ambizioni incontaminate. Sembra – at last – che in questo mondo tutti siano pronti a tutto e che occorra, forse, solo una dura e tragica esperienza per rendersene conto, forse troppo tardi. Ma c’è qualcosa di più specifico. Si ha l’impressione che, al di là dell’ambientazione, questo libro sia molto più neozelandese di quanto possa apparire; che la scrittrice, in particolare, abbia voluto, da un lato, demolire una positiva, ottimistica autorappresentazione self-confident del carattere kiwi, dall’altro, ri-costruirla, almeno parzialmente, da una prospettiva meno attesa e tanto meno scontata (e di cui ci si avvede solo nella determinazione ultimativa di un personaggio femminile rimasto sotto traccia fino alle ultime pagine e della radice – familiare e territoriale – di cui esso è testimone). Ciò premesso, Birnam Wood è complessivamente un bell’esperimento.

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Scrivere un libro prendendo spunto da uno sceneggiato e, ciò facendo, riscrivere un altro libro, sulle orme di chi lo ha già fatto: è questa la sfida de Il Segno del Comando, che mantiene lo stesso titolo della famosa produzione Rai negli anni Settanta come del romanzo di Giuseppe D’Agata, cui si deve anche buona parte del plot concepito per la tv. Ciò che si racconta, in senso stretto, ha un’importanza relativa. Edward Forster – giovane, brillante e già affermato studioso di Cambridge ed esperto di Byron – arriva a Roma per tenere una conferenza, ingenuamente attratto da una lettera misteriosa. Viene subito avviluppato in una serie di incontri inquietanti: strane e fascinose presenze femminili, anziani collezionisti, vecchi e nuovi amici britannici. Capisce, passo dopo passo, che gli accadimenti non sono casuali e che più di qualcuno si serve di lui per portare alla luce un antico segreto alchemico, o anche solo per risolvere altre, collaterali e più sensibili, materiali questioni. Che ovviamente alla fine vengono a galla. Ma perché questo testo – che a spezzoni può risultare un po’ noioso e che, forse, è anche inferiore, sul piano narrativo, a qualche immediato precedente – ha un suo fascino? Non tanto per l’operazione di contestualizzazione temporale e culturale: l’Autrice, certo, guarnisce la storia con qualche ammiccante comparsata laterale di note figure intellettuali dell’epoca e con un pizzico di côté femminista. Il punto non è questo. E non lo è neanche l’intreccio tra nobiltà decaduta, crimini nazisti, remote simbologie (il lettore ne potrà fare facile esperienza).

Il punto è che Loredana Lipperini riesce a coinvolgerci in un itinerario che, nel mentre ci porta a contatto con piccole meraviglie e luoghi notevoli dell’Urbe storica (quasi a completamento del viaggio sentimentale che la stessa scrittrice ha quasi contestualmente prodotto per altro editore), offre uno strumento, quasi una guida, per calarsi – come si direbbe oggi – nel lato più weird della città. Per ricordarsi, in altre parole, che Roma ha un doppio fondo, e per farlo col senso dell’intrattenimento, senza doversi immergere in ricostruzioni molto più spinte o troppo articolate. Sta al singolo appassionato, poi, cogliere la palla per capire se lasciarla rotolare – come è avvenuto per Edward Forster – alla migliore ricerca di se stesso oppure se mettersi curioso alla caccia di attimi preziosi di sorpresa, stordimento e meraviglia, che la città eterna, effettivamente, sa garantire con profitto a chi sia in grado di guardare nel posto giusto. Il Segno del Comando, inoltre, è un invito a riscoprire altre fortunate sperimentazioni televisive, in fondo partecipi della medesima ispirazione. Si tratta, infatti, del filone che proprio la Rai aveva provato a coltivare negli anni Novanta, con Voci notturne di Pupi Avati, tuttora disponibile online, e che, però, si è arrestato, rimanendo monco nonostante l’indubbio successo, sia pur in una nicchia di spettatori esperti. Ad ogni modo, anche questa è una buona ragione per lasciarsi pungolare da questa extravagante lettura.

Recensione (di F. Pezzini)

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