Per comprendere i motivi della fortuna di Michel Bussi, romanziere d’Oltralpe molto apprezzato anche in Italia, La Follia Mazzarino, sua opera prima del 2009, rappresenta la migliore chiave di lettura. Lo si capisce sin dalla trama, che coniuga utilmente elementi apparentemente impossibili da amalgamare, come nella più classica delle vinaigrette. Il luogo, per cominciare, è del tutto immaginario: l’isola di Mornesey, collocata nelle (reali) Channel Islands della Manica (con le esistenti Guernesey e Jersey), ma (diversamente) soggetta alla sovranità francese. L’Autore ne fornisce la mappa, così ci si sente subito paracadutati in un’invenzione alla Jules Verne. I protagonisti, al contempo, sono semplicissimi e con tratti molto riconoscibili e marcati, al limite del pittoresco: l’evaso senza scrupoli; l’orfano affidato agli zii; il gruppetto di amici della colonia estiva; il giornalista eccentrico e viveur; il ragazzotto semplice e intelligente che fa la stagione. Ci si immedesima facilmente. Senza dire del fatto che, poi, ci sono due degli ingredienti letterari più scontati e funzionanti: un fantomatico tesoro, la Follia Mazzarino, ossia ciò che avrebbe consentito al famoso cardinale di conquistare la corte del re, mistero da tutti indagato e mai risolto; e il romanzo di formazione. L’intrigo, dunque, è servito. E a far da realistico collante, infine, soccorre una tipica vicenda di speculazione edilizia, comprensibile e sempre attuale, pur se condita da un inganno tanto inverosimile quanto curioso. Ovviamente, quando i nodi vengono al pettine, la sorpresa è grande. Dunque: proprio questo è Michel Bussi, che, peraltro, è anche professore dell’Università di Caen. Del resto le sue competenze di geografo costituiscono spesso un additivo ulteriore dei romanzi, ed è così anche per La Follia Mazzarino. È uno scrittore – in particolare – che si distingue nel riuscire a montare efficacemente in un unico quadro profili, immagini e motivi di per sé distantissimi; scelti con accuratezza, però, perché devono essere facili, attrattivi e coinvolgenti, per catturare lettori della più diversa età ed estrazione. E per generare un tourbillon di sensazioni, elementari e riconoscibili, come accade nella migliore letteratura d’appendice. Spesso si tratta del già visto e sperimentato (a qualcuno questo libro ricorderebbe un po’ I Goonies), perché non c’è nulla di più affidabile dell’usato sicuro. Ecco, Bussi è il perfetto intrattenimento familiare, che sotto l’ombrellone passa di mano in mano e piace verosimilmente a tutti, e distrae senza pensieri. Niente di più, per un verso; ma anche niente di meno.
Un secolo fa, a Parigi, le vite e le fortune letterarie di alcuni dei più grandi scrittori americani del Novecento – ma tra loro, a un certo punto, fa capolino anche un giovane George Simenon, stregato da Joséphine Baker – gravitano attorno a un reticolo ben definito di luoghi: strade; piazze; giardini; librerie; salotti; caffè e altri locali, più o meno malfamati o vivaci; e persino una chiesa, quella di Saint-Sulpice. In questo piccolo gioiello editoriale, Luca Della Bianca sceglie come principale punto d’osservazione Place de la Contrescarpe, perché al suo primo arrivo nella capitale francese Hemingway aveva preso casa proprio da quelle parti. Ed è Hemingway, del resto, che compare più spesso in questa sorta di viaggio sentimentale. Che, oltre ad essere permeato da un autentico amore per la letteratura, è ricco di aneddoti gustosi e immagini curiose. Come quella che vede lo stesso Hemingway dare lezioni private di boxe a Ezra Pound. Oppure quella che sorprende Cummings nel mentre viene arrestato, dopo una cena fortemente alcolica con Dos Passos, in quanto accusato di essere un pisseur. Tuttavia, nei brevi e azzeccatissimi capitoli di cui si compone il libro (da addentare, ciascuno, come si farebbe con un raffinato macaron) si trova molto altro. Quello di Della Bianca è un itinerario preciso nella mappa delle conoscenze, delle relazioni e dei posti giusti; di tutti i modi, cioè, con cui, nella Parigi degli anni Venti, un giovane e ambizioso aspirante scrittore avrebbe potuto farsi strada. Magari seguendo le dritte di Sherwood Anderson, che c’era stato negli anni d’oro, o inseguendo il mito di Joyce o le simpatie di Gertrude Stein.
Per i talenti d’Oltreoceano il grand tour poteva offrire chances editoriali, apprendistati autorevoli, suggestioni indimenticabili e momenti di estrema concentrazione, di proficuo sodalizio e di avventura. Naturalmente, ogni protagonista viveva il percorso alla sua maniera. Qui sta, probabilmente, il valore aggiunto dei diversi pezzi di cui si compone questa raffinata pubblicazione. Perché l’Autore, certo, ritrae i grandi scrittori nel loro contatto fecondo con la Ville Lumière ormai al crepuscolo, eppure ancora fascinosa e gravida di profittevoli opportunità. Ma lo fa quasi assecondando l’idea che in questi assaggi, oltre allo spirito di un’epoca, si possa già cogliere il cuore di un’intera traiettoria, artistica come umana. Hemingway, ad esempio, si percepisce subito come il risoluto imprenditore di se stesso e della sua immagine. Invece Fitzgerald – verso cui sembra notarsi una forma di maggiore affetto – è scolpito nella iconica melanconicità distruttiva, eppure creatrice, del suo rapporto con la moglie Zelda. Di Faulkner, invece, si intravede l’istinto a fare del viaggio francese uno stimolo distratto, e di per sé paradossale, alla successiva coltivazione ossessiva nel proprio ubriacante mondo immaginario. E Dos Passos – che di tutti questi pare il più sinceramente immerso nel rapporto generativo che il contesto europeo tanto esaltava – viene raccontato, in fondo, nella sua ricorrente e predestinata solitudine, a sigillo di una originalità tuttora da scoprire. C’è, però, un aspetto vieppiù meritevole in L’Eden alla Contrescarpe. Si svela nelle ultime righe ed è l’esplicito, personalissimo, elogio della rilettura. Visto che “se la nostalgia è ricerca del tempo passato e non perduto, i libri, restituendo a un lettore nostalgico il sapore che aveva la vita al tempo della prima lettura, consentono di ritornare ai luoghi dell’anima”.
Si può identificare un autore solo con la sua produzione e con il flusso di significati che ne possono derivare? Oppure conta di più la dimensione soggettiva? Sono questioni classiche, per la cui risposta occorre assumere, preliminarmente, posizioni ben più complesse. Quando, poi, ci si imbatte nel pensiero di Foucault, il problema si rivela ancor più difficile. Perché non c’è dubbio che da quel pensiero, e dai testi che lo hanno veicolato, ha avuto origine una serie tuttora proficua di re-interpretazioni, declinazioni o, addirittura, nuove correnti filosofiche. L’opera foucaultiana, pertanto, si staglia come un dato autonomamente generativo. Eppure non c’è dubbio, allo stesso tempo, che quell’opera, anche nelle sue virtù seminali, è il frutto di un’esperienza formativa personale e costante; di un itinerario individuale pressoché irripetibile, le cui scelte sono più che mai avvinte alle virtù e ai condizionamenti di un intero sistema socio-culturale e accademico, quello francese, traguardato nei profili dei suoi protagonisti e nell’attrito con i più importanti eventi di un certo periodo storico. Pertanto anche l’individuo Foucault, immerso nel suo tempo, non può essere trascurato. Della fecondità di questi intrecci – tra oggettività di un lascito intellettuale e irriducibilità di un percorso esistenziale – la preziosa biografia di Eribon – comparsa nel 1989, riedita con aggiornamenti nel 2011 e riproposta in Italia, da Feltrinelli, dieci anni dopo la prima edizione del 1991 – rappresenta la migliore e più ricca dimostrazione. Che, peraltro, non rinuncia a sintetizzare in maniera assai efficace i poli sostanziali di una riflessione tanto cangiante quanto coerentemente evoluta.
Sul piano delle opere, il Foucault de Storia della follia nell’età classica (1961) non è lo stesso de Le parole e le cose (1966); né quest’ultimo coincide con l’autore de L’archeologia del sapere(1969) o di Sorvegliare e punire (1975) o de La volontà di sapere (1976). E pure i famigerati corsi al Collége de France (come, ad esempio, Bisogna difendere la società-1975/1976 o Nascita della biopolitica-1978/1979) sono altra cosa ancora. C’è da ammettere che la mutevolezza, o il tormento, non è da meno nelle vicende della carriera universitaria o dell’impegno pubblico: ambiti, entrambi, in cui Foucault sa essere eccentrico, urticante, antipatico, istintivo, politicamente scontroso e schierato, ambiguamente profetico, ma anche accomodante, ligio al dovere d’ufficio, instancabile nell’organizzazione e nell’aggregazione di persone e cose, cosciente del galateo istituzionale, strategico nelle conoscenze e nelle relazioni sociali, intelligentemente conservativo. Possono sembrare lineamenti di un profilo contraddittorio, talvolta opportunistico e talaltra passionale. In realtà sono aspetti che, nel racconto di Eribon, risuonano di libertà e indipendenza; di un’ambizione onnipresente, che non rinuncia mai alla peregrinazione, al viaggio, al confronto (dalle prime esperienze giovanili, svedesi, polacche e tunisine, alle grandi trasferte della maturità, in Brasile, Stati Uniti e Giappone). E che non rinuncia neanche all’azzardo (come nel caso del reportage in Iran e dei presentimenti sul futuro dell’Islam). In effetti Foucault è costantemente alla ricerca del luogo e della condizione congeniali, in cui specchiarsi ed essere riconosciuto. La scrittura fa parte dello stesso viaggio, visto che, come ricorda Eribon, secondo Foucault si scrive per essere amati. E anche la forma e la sequenza con cui un pensatore si esprime, già sul piano editoriale, non possono che riflettere questa istanza di rimodulazione e adeguamento progressivi (ne sono plastica espressione le riprogettazioni continue dei volumi dell’opera sulla Storia della sessualità).
La biografia, peraltro, riesce a isolare intuizioni ricostruttive e profili metodologici distintivi e costanti, e a restituire così il ritratto di uno studioso a suo modo esemplare. A Foucault, come è noto, si devono acquisizioni importanti: sui rapporti, nell’evoluzione del pensiero occidentale, tra normalità e patologia; sulla formazione, tra il Diciassettesimo e il Diciannovesimo secolo in particolare, della c.d. società disciplinare e della sua varia tecnologia di misurazione, valutazione, classificazione, controllo, inclusione/esclusione; sul rapporto tra pratica moderna delle pene e scienze umane; sulla natura e sull’origine del potere (che deriva dai molteplici effetti di divisione che percorrono l’insieme del corpo sociale: in questo senso, “il potere viene dal basso”); sull’indispensabilità, per ogni società, e per ogni sistema di giustizia, di un’interrogazione continua sulle proprie istituzioni; sul fatto che al governo delle persone è funzionale non solo l’obbedienza, ma anche la manifestazione piena, da parte dei governati, di ciò che si è; sulla remotissima nascita, nelle tecniche della cura di sé e nelle morali dell’antichità, dei laboratori in cui si forgiano specifici modi di assoggettamento; etc. Dell’esperienza foucaultiana, comunque, ciò che ancor più colpisce è la commistione strutturale tra riflessione teorica e indagine storica, quest’ultima effettuata sempre sul campo (negli archivi, con i documenti, con le testimonianze materiali di specifiche prassi e organizzazioni…): perché, per fare ricerca, “bisogna andare in fondo alla miniera”. In questo modo, la filosofia non solo si mescola alla storia, ma si imbatte (e si interroga, dialogando) con il diritto, con la psicologia, con la religione, con la letteratura, con l’economia. In un’età di forte enfasi sull’interdisciplinarità nella ricerca scientifica, tornare a Foucault è quanto mai formativo.
V13 è la sigla di un noto processo svoltosi a Parigi per gli attentati terroristici di venerdì 13 novembre 2015. Quel giorno un gruppo di giovani islamici radicalizzati e armati, partiti in auto da Bruxelles e operanti nel nome dell’ISIS, ha messo in atto una serie di azioni omicide: al di fuori dello Stade de France; dentro la sala del Bataclan, dove si stava svolgendo un concerto rock; davanti ad alcuni noti, e affollati, locali e caffè. Tra i killer c’è stato anche chi si è fatto saltare in aria, azionando cinture esplosive. Alla fine sono morte 130 persone. Ma le vittime (feriti, invalidi, persone in vario modo traumatizzate…) sono state molte di più. Come inviato freelance di un periodico, Carrère ha seguito tutto l’iter processuale, dalla prima udienza alla lettura della sentenza, pubblicando a puntate una serie di resoconti settimanali, che ora sono stati raccolti in volume e ordinati in tre parti: le vittime; gli imputati; la corte.
Nella prima parte lo scrittore spiega la struttura del giudizio e il relativo programma, dedicando, poi, apposito e ampio spazio alle voci e alle storie di chi ha subito l’attentato. È una galleria costellata di vite improvvisamente interrotte, di dolori profondi e paralizzanti, di immagini di sangue e di ferite, di sensazioni strazianti, e di rapporti che Carrère costruisce empaticamente anche con i familiari di chi è morto. La seconda parte, invece, è dedicata agli accusati, o meglio a chi non è esploso ed è stato infine catturato. È percorsa dal desiderio di capire, di ricostruire per quanto possibile i contesti familiari e sociali, e la psicologia, degli imputati, visti in azione nei mesi, nelle settimane, nei giorni e nelle ore antecedenti agli eventi. Ne esce un quadro contraddittorio, disegnato da un intreccio di silenzi e di dichiarazioni occasionali, e raffigurante, in larga parte, un complesso di traiettorie personali tanto sbandate quanto indecifrabili. La terza parte, infine, è quella delle arringhe di accusa e difesa, dell’analisi delle rispettive strategie e dell’attesa del verdetto. Carrère si sofferma bene sia sull’eloquenza degli avvocati, sia sulle capacità degli accusatori, sia – ancora – su specifici snodi tecnici di alcune questioni giuridiche (che dimostra di descrivere assai bene). È la fase in cui emerge nel modo più palpabile la speciale sensibilità che l’Autore manifesta sin dalle prime pagine per le dinamiche della giustizia.
Tutto il libro è percorso da interrogativi fondamentali, talvolta espliciti, talaltra impliciti, ma inequivocabilmente presupposti: a che cosa serve il giudizio? Qual è il ruolo dei soggetti che sono chiamati ad animarlo? Si possono difendere degli indifendibili? Si può davvero ristorare il dolore patito? Del processo, in realtà, lo scrittore avverte – si direbbe – una funzione catartica: come luogo privilegiato per il riconoscimento che le vittime cercano o per l’incontro che proprio lì possono fare con i loro carnefici e con i rispettivi parenti, e che può preludere anche percorsi esistenziali riparativi, particolarmente articolati; ma anche come margine istituzionale comunque necessario, in cui riaffermare le radici della convivenza e le ragioni di un nuovo inizio, perché, in questa prospettiva, il processo è il modo “per trasformare l’emotività in diritto” ed evitare che “vada persa” senza frutto. Più, e forse meglio, di altri e tanti testi V13 dimostra plasticamente come e quanto la giustizia dello stato di diritto e la sua ritualità, pur non riuscendo a risolvere ogni cosa, possano farsi filtro efficace di pulsioni pericolose o autodistruttive. E contribuiscano, dunque, in maniera determinante, a rilegittimare i poteri pubblici e a rinnovare il patto sociale.
Qual è il segreto di Yasmina Reza e del suo successo? Basta prendere Felici i felici per scoprirlo facilmente (mi sono fidato, a suo tempo, di un consiglio e ho fatto bene ad assecondarlo). Ma anche leggere Serge è un buon modo per capire. Anzi, forse è un modo per capire ancora meglio. La storia narrata, infatti, è una non storia per eccellenza: è un segmento di comune vita quotidiana di una famiglia francese di origine ebraica, una rassegna continua e scoppiettante di tic e cliché assai ordinari e forse anche prevedibili. Jean Popper è la voce protagonista. È il fratello di Nana e di Serge. Sia pur diversamente, i tre si avviano verso – e in parte percorrono già – la mezza età. Si direbbe con alterne sfortune. Jean è il più solitario. Ha una relazione instabile con Marion, al cui figlio Luc si è affezionato, forse perché un po’ più originale di tanti altri ragazzi. Nana è sposata con un tale Ochoa, il non plus ultra del low profile e oggetto costante dell’ironia più salace dei due fratelli, specialmente di Serge, il primogenito. Il quale, tuttavia, non è certo un modello di virtù e di successo. Alle spalle ha un matrimonio fallito e molte e improbabili avventure imprenditoriali. Pure la bella ed energica Valentina lo ha mollato. Quando i tre fratelli sono insieme, la complicità si alterna inevitabilmente alla litigiosità. È un clima elettrico, che si accende ed esplode in modo quasi definitivo durante uno straniante viaggio ad Auschwitz, dove i tre vengono letteralmente trascinati da Josephine, figlia di Nana. E dove Serge litiga con Nana e, sia pur a distanza, con il nipote Victor, mentre a Parigi va in scena la scomparsa dell’anziano cugino Maurice, attorniato da un circolo eccentrico e petulante di parenti, amici e badanti. Al ritorno non accadono cose così significative, la crisi è comunque conclamata.
Come si diceva, non ci sono, in questo romanzo, un inizio e una fine in senso proprio, una progressione. Non lo si può leggere per il gusto della trama. Quello che, però, vale in Serge, come in altri lavori della Reza, non è che cosa si racconta, ma come lo si fa, e questa scrittrice lo sa fare in modo assai efficace. Al punto che ciò di cui si tratta veramente emerge in modo molto più forte di quanto non sarebbe altrimenti. A questa Autrice, infatti, riescono tre cose contemporaneamente: rappresentare con leggera acutezza – e talvolta con comicità – le piccole sorti, le invidie sorde e le idiosincrasie quotidiane di una qualsiasi enclave famigliare; lanciare feroci strali satirici sul carattere fondamentalmente patetico delle nostre affannate esistenze, degli invariabili riti che le percorrono e dei luoghi comuni che le travolgono; salvare e addirittura promuovere questa inguaribile fragilità, come se fosse l’unica chiave per restituirci un po’ di consapevolezza e farci provare una dose altrettanto salutare di empatia. Ma il punto è questo: il ritratto complessivo è sempre animato da uno stile che alterna vivacità e sguardo profondo, e che fotografa le cose e le emozioni con brio e naturale dimestichezza. È un vero inno alla forza catartica della migliore e più fluida scrittura: accordandosi a quella, al suo tono complice e mai banale, è possibile abbandonarsi e sentire davvero un moto rigenerante. C’est la vie, ci dice Yasmina Reza, e il messaggio non è per nulla rassegnato; invita, viceversa, a vivere con spontaneità e intelligenza. Alla fine, dunque, tutto pare riuscito in questo romanzo, visto che persino l’editore sceglie per il volume la veste più appropriata, un’iconica ed elegante tappezzeria di Cesare Tacchi. Tanto di cappello.
François è un abile e affermato chirurgo di mezza età. Figlio a sua volta di un apprezzato medico di paese, è l’azionista di controllo di un’importante clinica. Ama passare molto tempo nella avita casa di montagna, al confine tra Francia, Svizzera e Italia. Lì può darsi al suo hobby preferito, la caccia. La storia – non per caso dunque – comincia dal momento in cui François, dopo una posta assai lunga e impegnativa, ha finalmente nel mirino un cervo maestoso. Riesce solo a ferirlo. Lo insegue, ma non lo finisce: lo carica nel suo pick up, ancora vivo, per portarlo a casa, curarlo e liberarlo. Questa è la base di partenza per una vicenda che viene raccontata in quattro parti. Le prime tre sono ciascuna l’approfondimento progressivo dell’altra. Scopriamo, passo dopo passo, che il figlio di François, consulente finanziario, è passato a trovarlo, e che, però, se ne vuole andare presto, per raggiungere la compagna, un’affermata modella. La moglie di François – avvinta da sempre in una totale venerazione del figlio e in una altrettanto ambigua tendenza negativa nei confronti della figlia – si trova in un convento per un ritiro spirituale, dal quale tuttavia si allontana senza avvisarlo, in preda ad una delle sue consuete crisi. Nel frattempo la figlia, che da qualche giorno è nei pensieri di François, piomba all’improvviso, con la prima neve dell’anno, alla casa di montagna: è accompagnata da Loïc, il suo misterioso compagno, che, proprio mentre arriva, spara al cervo che François aveva accudito, uccidendolo. Loïc, peraltro, è gravemente ferito, abbisogna di un intervento urgente e François, su richiesta della figlia, prova a tamponare la situazione. Ma è evidente che i due sono nei guai, che sono seguiti da qualcuno che intende eliminarli ad ogni costo e che Loïc, in particolare, è una figura quanto mai equivoca e spregiudicata. L’accelerazione sarà repentina e il protagonista si vedrà presto travolto, con tutto il suo mondo, da rivelazioni sconvolgenti, e risucchiato in un incubo sempre più intenso. Verrà gettato in una inattesa fuga nel bosco, su cui si chiude, nella quarta e ultima parte, tutto il racconto.
Di questo libro qualcuno potrebbe dire ciò che di solito si pensa di molti classici film francesi: che sono troppo lenti e “psicologici”. È un’opinione che la scrittura dell’Autore – nella sua insistita esattezza descrittiva e nell’incedere ossessivamente autoanalitico che conferisce ai pensieri di François – rischia di incoraggiare. Tuttavia, a leggerlo con la giusta concentrazione, e lasciandosi trasportare, il romanzo può stimolare l’idea della sceneggiatura ideale per un thriller ben più movimentato, con Jean Reno nelle parti del medico protagonista e Vincent Cassel nel ruolo di Loïc. C’è una tensione fortissima nella narrazione, una forza che in un eventuale progetto cinematografico non potrebbe che riflettersi nella scelta dei volti più risoluti del cinema d’Oltralpe. Eppure anche questa è un’impressione sbagliata. Non che non potrebbe funzionare, ma sarebbe un altro film, mentre l’Autore ne vorrebbe uno ancora diverso. Il centro della storia non è il colorito thriller che la trama dimostra di assumere nella sua progressione: è il crollo di un’intera esistenza e di un quadro familiare affetto da patologie di più lungo periodo. A François, sbattuto violentemente in una spirale che mai avrebbe sospettato di percorrere, verrebbe da dire, forse banalmente: “Si raccoglie quanto si semina”. Ciò che illustra Lang, però, è tanto più sottile. Se a François riesce di curare meticolosamente e accudire il cervo che egli stesso ha ferito, riprendere le redini di un arido e scostante discorso familiare, anch’esso colpito ab origine, è operazione che gli risulta ormai inaccessibile. È questa medesima malattia, in fondo, ad essere il primo antecedente causale della morte del cervo miracolosamente guarito. Quindi anche l’apparente purezza della natura – che è il luogo della redenzione di François, nobile ed esperto (ex) cacciatore – non può resistere al guasto affettivo che l’uomo ha compiuto. La conclusione non è completamente tragica: l’efferatezza generata dagli eventi, e respinta con pari violenza dal protagonista, apre la via del bosco, dell’ignoto che disorienta; di un inseguimento che – senza che nulla sia garantito – offre la speranza per ricominciare, sia pur da zero, e creare nuovi legami.
Qualche giorno fa correvano i 200 anni dalla morte di Napoleone, avvenuta il 5 maggio 1821, la data che offre il titolo al famoso pezzo manzoniano, quello che comincia con Ei fu. Per l’occasione, il prime time televisivo ha sfoderato uno dei suoi protagonisti migliori. Per chi non fosse riuscito a cogliere l’attimo, e per capire comunque Bonaparte, specie se si ha voglia di qualcosa di immediato e facilmente accessibile, allora non c’è nulla di meglio di questo piccolo libro di Balzac, pubblicato nel 1838 sotto lo pseudonimo di J.-L. Gaudy. È un assemblaggio di 525 aforismi e considerazioni – molti anche di provenienza dubbia o di pura invenzione – che il grande romanziere ha raccolto o elaborato col passare del tempo, traendoli da tutto ciò che gli capitava di leggere e appuntandoli in un libro di cucina. Funziona più di qualsiasi biografia o saggio storico. Forse può dirsi secondo soltanto al fortunato e alluvionale Memoriale di Sant’Elena, oggi disponibile nei classici moderni della BUR. Provare per credere. Ecco alcuni assaggi: Tutti i partiti sono giacobini; L’uomo meno libero è l’uomo di partito; Colui che pratica la virtù solo nella speranza di acquisire una grande reputazione è molto vicino al vizio; I partiti si indeboliscono per la paura che hanno delle persone abili; Tutto è stato fondato dalla sciabola; La necessità si può vincere solo mediante un potere assoluto; È il successo che fa il grande uomo; La guerra è una condizione naturale; In guerra come in amore per concludere è necessario avvicinarsi; Maledetto il generale che si reca sul campo di battaglia con un piano; Il più grande pericolo si corre nel momento della vittoria; Un sovrano obbligato a rispettare la legge può assistere alla morte del suo Stato; Una Camera può ottenere dal popolo ciò che un Re non può chiedergli; Una legge dettata dalla circostanza è un atto d’accusa contro il potere; I cospiratori che si uniscono per scacciare una tirannia cominciano a sottomettersi a quella del capo; tutti vogliono che i governanti siano giusti e nessuno lo è con loro; È più facile fare delle leggi che applicarle; I grandi poteri muoiono d’indigestione; È ingiusto vincolare una generazione a causa della precedente. Oltre a ciò, naturalmente, c’è molto altro. Il risultato è che il generale e imperatore si staglia in modo indimenticabile nelle sue più tipiche e memorabili dimensioni: di consapevole e “machiavellico” uomo di stato; di fine stratega; di politico scafato; di amico del popolo; di rivoluzionario; di amante del potere nella sua versione più nuda e spiazzante; di avventuriero; di lettore dei classici greci e latini; di avversario risoluto di giuristi e avvocati; di nemico dell’odiata Inghilterra. Difficile dimenticarsi di un ritratto così ampio, che forse Balzac – che di Napoleone ha coltivato il culto – ha appositamente confezionato per esorcizzare e attivare, sublimandolo, tutto il magnetismo di una seduzione così forte.
Tra i libri letti negli ultimi tempi, questo è il migliore. Ed è la conferma che su Gary si può sempre puntare. Diplomatico, militare ed eroe, scrittore, sceneggiatore e regista: è una figura poliedrica e inclassificabile, sempre ostinatamente protesa verso esperienze larger than life. Eppure, anche nelle sue opinioni più abrasive e anticonformiste (o forse proprio per questo), Gary – il figlio di immigrati lituani, il poliglotta, il prodotto dell’intreccio di una serie di etnie e tradizioni – è un mirabile prototipo dell’uomo del Novecento. Come in altre sue opere, anche in Cane bianco autobiografia, saggio e fiction si intrecciano. La storia, che è ambientata nel 1968 (il romanzo è stato scritto nel 1969 e pubblicato l’anno successivo), comincia a Hollywood, sullo sfondo dei moti e dei vasti disordini metropolitani che attraversano gli Stati Uniti dopo la morte di Martin Luther King. Gary si trova nella casa in cui abita assieme alla moglie, l’attrice Jean Seberg, che tanto si prodiga per la causa antirazzista e per il sostegno all’azione di molte e diverse fazioni del movimento black. Caso vuole che un giorno il cane di Gary si presenti davanti alla porta di ingresso seguito da un altro cane, un pastore tedesco tutto bianco. È un cane particolare, che si affeziona subito alla sua nuova dimora e a chi ci vive. Ma ha un problema. Quando si avvicina una persona di colore, sembra perdere la testa, ringhia furiosamente e diventa molto aggressivo. Lo shock di Gary è grande, tanto che decide di rivolgersi a un amico, titolare di un rinomato zoo californiano. Lì apprende che Batka – questo il nome russo che ha dato alla bestia: “piccolo padre” – è un white dog, un cane addestrato a cacciare uomini di colore, come accadeva un tempo negli Stati del Sud: un cane che tutti danno per irrecuperabile. Ma un certo Keys, che lavora allo zoo ed è nero, si offre sorprendentemente di rieducarlo. Nel frattempo Gary, turbato dalla situazione surreale di essersi imbattuto in un cane razzista, osserva critico e disincantato tutto ciò che accade attorno a lui e stigmatizza il perbenismo e l’attivismo antirazzista del bel mondo dello spettacolo. Soprattutto, abbatte uno per uno gli stereotipi e i pregiudizi che si nascondono nelle vene dell’America bianca, ed anche le proiezioni illusorie che animano i progetti degli attivisti di colore. La sua è un’intelligenza corrosiva, volutamente provocatoria, che non si allinea a ciò che oggi chiameremmo politicamente corretto e che, tuttavia, non scade neanche in ciò che si potrebbe considerare semplicemente scorretto (il libro è disseminato di intuizioni folgoranti e giudizi illuminanti, oltre che adeguati alla più scottante attualità). È un patriota gollista, reduce della guerra contro il nazismo e il fascismo, ed è convinto che la democrazia debba dischiudere un orizzonte in cui tutti possano diventare più nobili: non sopporta che un paese – gli Stati Uniti, ma anche la Francia, che in quel momento ribolle per le rivolte studentesche – si arrenda al dominio della retorica e alla paradossale ripetizione delle dinamiche ricorsive della diseguaglianza. Per questa ragione, attacca i meccanismi imitativi e intrinsecamente conflittuali della società americana, raffigurata come modello di una perfetta e inguaribile “società della provocazione”, in cui l’esaltazione delle differenze, specie da parte di chi ha successo, pone costanti presupposti per la diffusione di sentimenti rivali. Ma in questo romanzo c’è anche dell’altro: la crisi di una relazione sentimentale; la storia di due fratelli tanto diversi e al contempo tanto vicini; la lite (con tanto di calci bene assestati) con un divo del cinema; un incontro con Bob Kennedy… Ovviamente c’è anche l’epilogo della storia del cane. Che l’odio possa rivelarsi un male davvero inguaribile, è un insegnamento che anche Gary è costretto a verificare proprio nel terribile e scioccante nuovo corso – tutto da scoprire… – cui il white dog è stato ammaestrato.
Dopo una serie di dieci fortunatissimi romanzi, seguiti da un periodo di silenzio, a sua volta intervallato dalla composizione di altri due cicli narrativi (uno sulla mafia italoamericana e uno sulle origini del socialismo italiano), Valerio Evangelisti rimette le vesti del suo più noto e apprezzato eroe: Nicolas Eymerich da Gerona, padre domenicano e spietato e sottilissimo inquisitore; un personaggio realmente esistito e operante nella seconda metà del Trecento, autore di quel monumentale Directorium inquisitorum, manuale teorico-pratico per i procedimenti contro gli eretici, che si pone anche alle origini del diritto del processo inquisitorio canonico. Le ultime due puntate della saga – che aveva debuttato nel 1994 ed è collocata in pieno Medioevo, pur essendo raccontata con intermezzi distopici e fantascientifici, che spesso interagiscono in modo essenziale con la trama della storia principale – sono Eymerich risorge (2017) e Il fantasma di Eymerich (2018). Questo secondo titolo ufficializza a tutti gli effetti l’avvio di un nuovo ciclo.
Nel primo romanzo (ambientato nel 1374) Eymerich è alle
prese con un movimento eretico apparentemente indecifrabile, su espresso
mandato di Papa Gregorio XI. Succedono cose strane tra la Provenza e il
Piemonte: incendi improvvisi e apparizioni misteriose, di luci ma anche di
uomini; su tutti, di Francesc Roma, francescano di rango e potente e astuto
consigliere di Pietro d’Aragona, antico avversario di Eymerich. Non c’è nulla
di meglio, dunque, per stimolare la determinazione del dotto e terribile
inquisitore, che con l’aiuto dei suoi più fidati compagni – padre Jacinto
Corona, il notaio De Berjavel e mastro Gombau – si lancia alla caccia di un
culto enigmatico. Sembra che il mistero si celi tra le montagne, e che sia
difeso dalle comunità valdesi. Ma si tratta di qualcosa di molto più profondo e
temibile, tanto che Eymerich, oltre a doversi confrontare con campioni della
più varia umanità, affronta pure la morte, ritrovandosi improvvisamente, e
inspiegabilmente, risorto. Anche in questo caso la verità è nascosta nelle
pieghe di un lontano futuro, in cui le ricerche sorprendenti del dottor Marcus
Frullifer spiegano quali siano le oscure forze che nell’universo agiscono, e
che si manifestano anche attraverso l’operato ultratemporale di un lontanissimo
e potentissimo magister, assiso sulla Luna.
Nel secondo romanzo (che colloca la storia tra il 1377 e il 1378) l’inquisitore, liberatosi dalla prigionia cui lo aveva costretto un suo acerrimo nemico, fugge dalla penisola iberica per dirigersi via mare a Roma, dove conferisce con il pontefice. Gregorio XI, infatti, ha spostato la sede del Papato da Avignone all’antica ma degradata capitale dell’Impero. Sta morendo e confida a Eymerich che il sottosuolo della città eterna nasconde luoghi e riti pagani e minacciosi. L’indomito domenicano prende la palla al balzo e, districandosi tra volgari caporioni, prelati-guerrieri e sante in estasi, comincia ad indagare. Nel frattempo, attorno a lui, succede di tutto: viene eletto un nuovo Papa, Urbano VI, gradito al volgo romano, ma la sua lotta contro la simonia si fa quasi eccessiva, tanto da coalizzare per l’elezione di un nuovo pontefice la maggioranza dello stesso clero che lo aveva scelto. Si va incontro, così, all’intronizzazione di Clemente VII e al grande e grave scisma d’Occidente, mentre Eymerich non guarda in faccia a nessuno e sfida e sconfigge la setta che vuole reintrodurre il culto di Mitra. In questa lotta non è solo, non tanto perché a seguirlo c’è sempre padre Corona, ma anche perché c’è il suo alter ego, il magister venuto dal futuro, a metterlo sulla strada giusta. Anche questa volta gli oscuri segreti di queste comunicazioni intertemporali si intrecciano con le eccentriche avventure del dottor Frullifer.
Che cosa c’è, di imperdibile, nell’epopea Eymerich? Intanto c’è Eymerich stesso, uomo machiavellico ante litteram: implacabile contro chi ritenga colpevole di eresia e crudele, all’occorrenza, ma sempre aggrappato alla logica come arma invincibile, e capace di una graffiante ironia. È il paradigma di ciò che si definisce un personaggio a tutto tondo: icona di un Medioevo medievalissimo, truce e a tinte forti e nette; massimo esempio della razionalità del suo tempo e di ciò che di quel patrimonio culturale è transitato fino a noi. Chi non vorrebbe essere saldo e forte come Eymerich? Un altro tratto speciale dei cicli creati da Evangelisti è la sintesi più che riuscita tra romanzo storico, thriller e fantascienza: una ricetta nella quale l’ultimo, e apparentemente eccentrico, ingrediente è dosato quanto basta. Non è funzionale, infatti, alla creazione di una sovrapposizione di generi; non è, cioè, un espediente narrativo. È il medium di una visione totalizzante della letteratura, nel senso dell’idea di universo che si vuole raccontare, ma specialmente nel senso della dimostrazione che è possibile, con la letteratura, e vale a dire a partire dalla sua dimensione, cambiare la realtà storica. Innanzitutto quella presente.
Il protagonista di questo romanzo, il quarantenne Florent, è un funzionario del Ministero dell’agricoltura, ed è anche la voce narrante, che racconta il suo graduale e inevitabile crollo, descritto in prima persona – e al contempo quasi inseguito… – con lucida consapevolezza. Più in particolare, è la storia di un epilogo esistenziale, assecondato da un potente antidepressivo. Comincia in un’area di servizio del sud della Spagna, dove il richiamo di una possibile, ma irrealizzata, avventura erotica vale, del tutto ambiguamente, come ultima chance di salvezza e come detonatore del viaggio terminale. In parte si tratta di un itinerario fisico: la fuga dall’eccentrica compagna del momento, una fredda e viziata ragazza giapponese, ma anche dalla casa e dal lavoro; quasi un radicale cambiamento di vita, che importa una spedizione verso la Normandia, un ritorno ad un tempo e ad un luogo di felicità, quella passata con Camille. Non è stata l’unica, tra le donne di Florent: c’è stata anche Kate, e anche Claire. I ricordi lo assillano. Ma Camille non l’ha mai dimenticata, la vuole rivedere. Nel frattempo, però, si ferma nella tenuta di un vecchio amico, un nobile decaduto abbandonato dalla moglie tra i suoi campi e i suoi capi di bestiame. È l’immersione nella tragica caduta dell’amico, travolto dalla crisi economica e dalla riforma del regime delle quote latte, ad accelerare la deriva definitiva, che, pur fermandosi sull’orlo di un finale davvero orribile, si materializza nel destino che era scritto sin dall’inizio.
Si dice spesso che Houellebecq scrive sempre lo stesso libro. È vero. In fondo Serotonina sembra un remake di Sottomissione. Il tema, infatti, è (ancora) quello di una crisi antropologica profonda e totale, così autocosciente da produrre un unico atteggiamento, l’abbandono al proprio inesauribile avvitamento. Anche in questo caso, peraltro, il sesso è l’irrinunciabile chiave di lettura e il campo d’indagine al contempo. E il tipo del maschio continentale colto e benestante costituisce la consueta cavia perfetta, il prototipo di una decadenza inarrestabile. Poi, come è stato anche per Sottomissione, qualcuno può leggerci una provvidenziale sintonia con segni o fatti dei nostri tempi: c’è chi ha subito evocato la Francia dei gilet gialli, ma – specie per il pubblico italiano – si potrebbe citare la forte protesta che i pastori sardi stanno conducendo in questi giorni. Cambia poco. Fatto sta che uno Houellebecq finisce in libreria sempre nel momento mediaticamente giusto, diventando per ciò solo un caso editoriale. Basterebbero queste ricorrenze, forse, per una stroncatura: quella che sa di già letto, di già visto. Neppure la ricercata variazione stilistica – che connota buona parte del romanzo – pare funzionare del tutto. Houellebecq, infatti, alterna la tecnica di un elementare flusso di coscienza con quella di una lucida ricostruzione dei fatti, un po’ per assecondare la deriva psicologica, un po’ per segnare il confine dei momenti in cui il protagonista sembra cogliere con chiarezza la verità della situazione in cui versa. Tuttavia, a causa della traduzione probabilmente, il flusso di coscienza non suona molto bene. Nonostante ciò Serotonina non è un libro da sconsigliare. Qui, più che in altre precedenti opere, Houellebecq è sincero. Lo è con se stesso, nel senso che questa volta si ha la sensazione che il soggetto sia proprio la sua persona. Ma lo è anche nella prospettiva del manifesto culturale, se così si può chiamare; la sua, evidentemente, è di rimpianto per un conservatorismo tutto novecentesco, perché oggi può essere definita soltanto così la nostalgia per un uomo che sia vero padrone di sé, del suo corpo, della natura e della politica. Non si può che provare un minimo di compassione e di solidarietà.