In un campeggio del sud della Francia viene trovato il corpo di una giovane turista olandese, orrendamente sfigurata. Nel frattempo, non lontano, scompaiono un tassista e un’altra cittadina dei Paesi Bassi. Il primo caso sembra irrisolvibile; sul secondo indaga una squadra della polizia di Perpignan, di cui fa parte anche l’ispettore Sebag. Una moglie bellissima, due figli adolescenti, una casa con piscina e un comodo, e ordinario, servizio da sbirro: perché incaponirsi, in piena estate, su un delitto extra-giurisdizione e su una vicenda che potrebbe essere soltanto la storia della fuga di due amanti? Il fatto è che un’altra ragazza, sempre olandese, subisce una misteriosa aggressione; e qualcuno pensa che i tre eventi siano tutti collegati. Per complicare le cose arrivano al commissariato strani messaggi, scritti dal colpevole in persona e diretti – inspiegabilmente – proprio a Sebag. Si apre la caccia, quindi, e l’ispettore, con la famiglia tutta in vacanza, comincia a seguire il suo intuito, spalleggiato dai colleghi di sempre. La vicenda si sbroglia passo dopo passo, senza grandi sorprese, salva la coda finale, che impegna gli inquirenti in una corsa contro il tempo.

Non è un libro nuovo; è stato pubblicato in Italia nel 2012, quando veniva lanciato come l’ottimo esordio di un nuovo “maestro” del poliziesco francese. Bisogna ammettere che nel romanzo sono tante le cose che funzionano, a partire dalla buona caratterizzazione del protagonista, che convince subito, con la sua crisi di mezza età, e dall’ottima scelta dello scenario, un caldo, profumato e accogliente meridione francese. Altri aspetti, però, sono meno riusciti, e non sono secondari. L’omicida del campeggio e il rapitore-killer corrispondono un po’ troppo al cliché dello psicopatico cresciuto in famiglia; e la dinamica tra la paziente metodica del commissariato di provincia e la pretenziosa sicumera del funzionario della polizia centrale è altrettanto scontata. Sanno di già visto anche l’espediente che si nasconde dietro il titolo (tra il colpevole e Sebag, chi è il gatto e chi il topo?) e l’idea della filastrocca come traccia del disegno criminoso (v. Io non ho sonno di Dario Argento). Le pagine, allora, passano, lentamente, è un po’ noiosamente (alla fine il titolo si rivela davvero azzeccato…), e all’improvviso ci si scopre più interessati a capire se la vita affettiva di Sebag nasconde davvero qualcosa di imprevedibile o a immaginare se scegliere i Pirenei come meta della prossima estate.

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Tat’jana è l’anziana balia dei Karin, nobili proprietari della sterminata ed eterna provincia zarista. L’azione comincia in pieno inverno, come in un film, con la partenza per il fronte dei due rampolli di famiglia: Jurij e Kirill. La vecchia balia li vede allontanarsi nella neve, al termine di una lunga festa notturna di commiato. È la prima guerra mondiale a portarli lontano, come era accaduto, in altri conflitti, per i loro antenati. Ma quello che sta accadendo è solo il presagio di eventi molto più grandi, travolgenti. Sia Nikolaj sia Elena, i due genitori, ne sembrano implicitamente ma intimamente convinti. Arriva la Rivoluzione, infatti, e la famiglia, costretta alla fuga verso Odessa, perde ogni cosa. Tat’jana – che è rimasta custode fedele della dimora avita e che assiste alla fredda esecuzione di Jurij, tornato miracolosamente dal fronte – decide di partire, nonostante l’età, e di correre in aiuto dei suoi amati padroni, portando con sé una preziosa collana. I Karin, così, riescono a partire per la Francia e a raggiungere Parigi, dove cominciano il loro esilio. La balia li segue e li accudisce, ancora, come sempre. Tuttavia si accorge che, in quell’Occidente tanto diverso, i suoi signori si muovono intontiti e disorientati, “come le mosche d’autunno, allorché, passati il caldo e la luce dell’estate, svolazzano a fatica, esauste e irritate, sbattendo contro i vetri e trascinando le ali senza vita”. Tutto è cambiato, dunque, anche per il destino di Kirill, del fratellino Andrej e della sorella Loulou, la giovane e bella principessina di questo glorioso ma decaduto casato. Tat’jana è l’unica che sa perché tutto è perduto, e perché lo è anche per lei: le radici sono rimaste nel gelo della madrepatria e non le rimane che cercarle, fino all’ultimo respiro, in una neve che, a Parigi, sia pur a dicembre, ancora tarda a venire.

Irène Némirovsky ha sempre scritto in francese. Le sue storie, però, sono memorabili come lo sono tutti i classici russi. E anche questo racconto lo è. Per la forza evocativa di alcune immagini: la camera della balia, l’atmosfera della notte silenziosa e imbiancata, gli ultimi drammatici momenti della vita di Jurij… Soprattutto, lo è per l’esemplarità assoluta della figura di Tat’jana, che è l’anima della tradizione, il corpo e il pensiero di qualcosa che è crollato per sempre, dissolvendosi nelle vene di un’Europa straniera, rimasta tale, in fondo, anche per l’Autrice. Della quale, in questo libro, c’è davvero molto. Non si tratta solo della fuga in nave dalla Russia divenuta sovietica o del difficile ambientamento nei quartieri borghesi di Parigi. Anche questa volta la Némirovsky ci offre una scheggia della sua autobiografia più intima, mescolata a quella, tragica e quasi infinita, di un mondo remoto e antico, divenuto improvvisamente inafferrabile, come se fosse condannato alla frammentazione e all’oblio, ma anche alla ricerca, ostinata, di una vita nuova, qualunque essa sia purché sia ancora vita. È una condizione ambigua, naturalmente: può essere di resa e nostalgia (come è per Elena), di fiducia e accettazione quasi fatua verso il presente (come è per Kirill e Loulou) o di tenace, ma vinta, speranza verso i segni e i luoghi della propria giovinezza e della propria cultura (come è per la vecchia balia). Come le mosche d’autunno riesce a rendere, a incarnare, questi sentimenti con rara efficacia. Ma quello che stupisce è la consapevolezza, altrettanto incombente, che il tempo e i suoi eventi sono sempre inarrestabili e che agli uomini non rimane che accettare di affrontare, ciascuno a suo modo, la battaglia per la sopravvivenza.

Recensioni (di Marina Monego; di Domizia Moramarco)

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Anche con questo libro, forse, il “caso Silone” potrebbe tornare a far parlare di sé. Accade ciclicamente da tempo, specialmente da quando, nel 2000, è stata pubblicata la ricerca che ha individuato i documenti che proverebbero i legami tra il giovane militante comunista e la polizia. È proprio su questa ricerca che, almeno in parte, si fonda il lavoro di Renzo Paris, che sembra ricostruire i primi trent’anni dello scrittore di Pescina sulla falsariga della tesi che ne vuole ormai assodata una profonda ambiguità: personale, politica, morale e financo sessuale. In quest’ultima ricostruzione, d’altra parte, il rapporto tra Secondino Tranquilli, il vero nome di Silone fino al 1947, e il misterioso Guido Bellone, il commissario che ne riceveva le missive, è catalogato come “amicizia amorosa”. Il pericolo, quindi, su Silone, è che si riaccenda la polemica tra i difensori del “santino” e i “colpevolisti”, o che si discuta, ancora, sulle ragioni politiche del suo distacco dal PCI, dall’Internazionale e dall’Unione Sovietica. Ma chi volesse soffermarsi su questi profili – che pure innervano profondamente il testo, unitamente a quelli relativi ai rapporti tra Silone e altri importanti dirigenti comunisti: Gramsci, Togliatti, Longo… – rischierebbe di non accorgersi che si tratta di un romanzo e che il suo Autore lo ha immaginato, innanzitutto, come un viaggio sentimentale, non come il frutto di una nuova indagine storiografica. Valutare il lavoro di Paris al di fuori del clima introspettivo che lo avvolge significa non accorgersi della cifra particolare di questo racconto, che certo può suscitare critiche più o meno forti, e che, nonostante ciò, ha un obiettivo molto diverso da quello di stabilire una verità.

Le direttrici su cui si muove l’Autore sono tre: – la ricostruzione dello shock subito da Secondino, che già aveva perso il padre, dopo la morte della madre nel terribile terremoto del 1915: questa via consente a Paris di ripercorrere le orme di un orfano ridotto in stato di estrema povertà, dalla Marsica a Roma, alla ricerca di una nuova figura paterna (da don Orione a Guido Bellone) e di una famiglia altrettanto nuova (dalla chiesa al partito); – la decifrazione del carattere inevitabile, e allo stesso tempo anormale, di un processo frantumato e confuso di formazione della personalità: ciò al fine di dimostrare una sorta di originario e condizionante spaesamento interiore, tra la necessità di convivere con le difficoltà quotidiane e l’innata aspirazione a sfogare tutte le proprie energie in un impegno di riscatto personale e sociale; – la connessione tra l’esigenza di ricomporre questo dissidio e l’uscita dal partito comunista, con la riscoperta delle ragioni religiose della propria vocazione e con l’avvio, mediante la stesura di Fontamara, dell’esperienza letteraria, da intendersi come luogo privilegiato per l’autoanalisi permanente del proprio percorso personale e degli ideali che l’hanno motivato. In proposito, l’accento del romanzo viene a cadere proprio sull’influenza determinante che sulla nascita del Silone-scrittore avrebbe avuto la terapia psicanalitica seguita a Zurigo. Occorre evidenziare, ad ogni modo, che, lungo questi itinerari, Paris si muove con la sensibilità dell’artista, del poeta: non cerca conforto soltanto in documenti più o meno attendibili, ma si abbevera alla lettura diretta delle opere di Silone, lasciandosi spesso tentare da una sorta di confusione di ruoli e intrecciando la vita di Secondino con la propria. Questo tentativo di abbraccio empatico è il valore aggiunto della proposta di Paris, perché ci spiega che anche la letteratura pura ha le sue ragioni e che spesso queste non coincidono con quelle della storia, bensì con quelle ben più indecifrabili del nostro animo di lettori.

Recensioni (di F. La Porta, di O. La Stella, di G. Pollicelli)

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Marco Buratti, detto l’Alligatore, è un ex galeotto e un investigatore senza licenza, ed è alla fonda in quel di Cagliari. Sta scappando dal ricordo dell’ultima tragedia cui gli è capitato di assistere, la morte della compagna di Beniamino Rossini, spietato gangster gentiluomo e alleato di tante avventure e di altrettante faide criminali. È tempo, però, per un nuovo incarico, davvero insolito: scoprire quale sia stata la fine di Guido Di Lello, un ricercatore universitario che si era invaghito della ricchissima Oriana Pozzi Vitali, diventandone l’amante segreto. Le ricerche riportano Buratti nella sua Padova, assistito dal “collega” Max La Memoria, e presto il quadro si manifesta nel suo colore più sinistro: il mistero Di Lello è opera di Giacomo Pellegrini, il “re di cuori”, lo spietato assassino che ora si è apparentemente ripulito come riverito proprietario di un rinomato ristorante e che, tuttavia, non ha rinunciato ad esercitare le sue doti più diaboliche. Buratti contro Pellegrini, dunque: i due si fronteggiano a viso aperto, fino ad una conclusione che non ha nulla di realmente definitivo e che promette nuove puntate.

Nell’ampia produzione di Carlotto, i due personaggi per eccellenza sono Marco Buratti e Giorgio Pellegrini: il primo è diventato famoso con La verità dell’Alligatore; il secondo ha gelato gli animi di moltissimi lettori, non solo italiani, dapprima in Arrivederci amore, ciao (noir affilatissimo che si è guadagnato anche gli onori del grande schermo), poi in Alla fine di un giorno noioso. Ora tornano entrambi alla ribalta, in un romanzo, però, che, diversamente dai precedenti, non ha nulla di particolare o di avvincente. Forse non si tratta neanche di un romanzo; anzi, sembra decisamente lo studio per qualcosa che l’Autore non ha ancora pensato e che sta meditando di riproporre al suo pubblico dopo tanto tempo. La banda degli amanti, infatti, non è altro che un esercizio, per riprendere confidenza con i campioni e con i luoghi preferiti, che ci vengono ripresentati in tutti i loro consueti caratteri, come se provenissero da un fumetto di successo, accantonato per un po’ di tempo e pronto a nuove “strisce”. L’Alligatore e Pellegrini, così, sono quasi prevedibili: oggi assomigliano di più a ciò che i loro tanti ammiratori si aspettano anziché agli originali. Ma non c’è dubbio che la combinazione può reggere, anche perché si sostiene nella contrapposizione romantica tra l’eroe, il fuorilegge condannato ingustamente e dotato di un cuore (un po’ l’alter ego dell’Autore), e l’antierore, il malvagio privo di onore (e il connivente di tutte le nostre paure e fragilità, e dei tanti mali da cui è fiaccato il tessuto sociale). C’è solo da attendere il prossimo libro, allora, come se fosse il primo episodio della serie tv che un trailer ammiccante ci fa tanto desiderare; e c’è anche da sperare che, risciacquando i panni in Bacchiglione, lo stesso Carlotto ritrovi piena confidenza con la verve che da fuggiasco lo aveva trasformato in ottimo scrittore.

Carlotto racconta il ritorno dell’Alligatore

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È un romanzo molto breve, dal ritmo lento e meditativo di un classico film francese; ed è semplicemente perfetto: nell’ambientazione parigina, nello stile evocativo, nella meccanica delle emozioni, nella rievocazione dei sogni e del destino di un’intera generazione. Vi si raccontano alcuni spezzoni della storia di una ragazza, la bella e malinconica Louki. Così la chiamavano gli avventori del caffè Condé: lo apprendiamo dalla prima delle quattro voci narranti, quella di un anonimo, anch’egli affezionato a quel crocevia di intellettuali, perdigiorno, giocatori di carte e giovani alla ricerca di sé. La seconda voce, invece, appartiene a un investigatore privato, ingaggiato dal signor Choureau affinché ritrovi la moglie, Jacqueline Delanque. Questo è il vero nome di Louki, che frequentava assiduamente anche il circolo esoterico di Guy de Vere; Choureau era il capo dell’ufficio in cui lavorava, si erano sposati dopo pochi mesi dal loro primo incontro. La terza voce è della stessa Louki, che ricorda le passeggiate notturne che faceva sin da bambina, approfittando dell’assenza della madre, di turno al Moulin Rouge. Qui veniamo informati della sua amicizia con Jeannette Gaul e dell’iniziazione a pericolose abitudini e ambigue frequentazioni. Il quarto a parlare è Roland, un giovane e spiantato aspirante scrittore, che si era innamorato di Louki dopo averla conosciuta alle riunioni di Guy de Vere. Roland rammenta il periodo in cui hanno convissuto, peregrinando tra le camere di piccoli alberghi e aspettando di incrociare la felicità che il destino avrebbe potuto serbargli. I ricordi di Roland continuano anche nell’ultimo capitolo, che è collocato, cronologicamente, molti anni dopo, e ci svela l’amaro segreto di tutta la vicenda.

Patrick Modiano è lo scrittore cui è stato assegnato il Nobel per la letteratura nel 2014. Il punto forte di questo libro non è la trama, che pure produce una certa suspense, e non è neanche la suggestione socio-culturale, palese nell’evocazione esplicita di Guy Debord, da una cui frase (posta in principio, a mo’ di dedica) è preso il titolo del romanzo. La peculiarità della scrittura di Modiano è un dolce effetto ipnotico, che discende da una padronanza assoluta della fenomenologia e della topografia del ricordo. Si sono spesi i paragoni con Proust, ma quella di Modiano è una ricerca diversa, quasi astronomica e paradossale, come se si dovessero, cioè, individuare, nella galassia di esistenze ineluttabilmente dirette al fallimento, i buchi neri  in cui quelle vite avrebbero potuto lasciarsi cadere, per passare, così, ad un’altra dimensione. È come se si trattasse, quindi, di compiere un’operazione inversa a quella che si potrebbe spontaneamente immaginare: non a caso, lo sforzo di Roland è cercare le “zone neutre”, i luoghi (dimenticati o sospesi) della città nei quali (soli) intuisce di poter riuscire a vivere con Louki, al di fuori degli snodi della comune quotidianità, che purtroppo pare inchiodare i due personaggi ad un non futuro. In questo c’è un invito, da parte di Modiano, a nutrirsi, quanto possibile, della sapienza degli spazi propri, l’unica realtà in cui è verosimile riacciuffare se stessi, il proprio originario e autentico legame con le cose e con le persone che le hanno abitate, le poche opportunità di svolta; ma nella quale si può sempre incappare nelle insidie e nei vuoti di solitudine che questa maieutica prefigura naturalmente per chiunque la voglia assecondare. Tra le tante interpretazioni di questo agile racconto, non è mancata quella di chi, proprio facendo leva sulla minuziosa geografia ricostruita dall’Autore, ha segnalato vistose e complicate ricorrenze con il viaggio dantesco della Divina Commedia. Forse non è un puro gioco filologico: Modiano è davvero impegnato in un itinerarium mentis, del tutto laico, nel quale caduta e redenzione sono attingibili allo stesso grado, e in cui il vissuto e l’autocoscienza di ciascuno sono costantemente esposti alla crudeli occasioni di una scena mutevole ed eterna allo stesso tempo.

Recensione (di Fabio Gambaro)

Modiano secondo Modiano

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François insegna letteratura francese in un’importante università parigina ed è specializzato nel diciannovesimo secolo. È il massimo esperto dell’opera di Huysmans, al quale ha dedicato i lavori che gli hanno meritato la cattedra. La sua quotidianità di accademico e di scapolo si divide tra le lezioni, la scrittura di qualche articolo per una rivista specialistica e i pasti precotti, consumati in solitudine nel suo centralissimo appartamento. In questo quadro socialmente autoreferenziale, l’unica variazione è il rapporto con la giovane Myriam, l’ultima delle sue tante avventure. Quella di François, evidentemente, è una condizione di autentico galleggiamento, se non di noia. Ma i tempi in cui vive – in un futuro prossimo e non molto lontano rispetto al presente – paiono scossi da evoluzioni inaspettate. In Francia le elezioni presidenziali sono imminenti e si respira l’aria di un conflitto del tutto inedito. Il Fronte Nazionale è cresciuto ed è dato per vincente, ma il partito della Fratellanza musulmana sta superando la sinistra, accreditandosi per il secondo turno come unico concorrente, magari in soprendente alleanza con i liberali e con la Gauche. È il momento della paura e del riposizionamento, per una fetta consistente della società civile e soprattutto per gli intellettuali e per lo stesso François, che devono fare i conti con i possibili vantaggi che può comportare lo schierarsi dalla parte del presumibile vincitore. Sarà poi così brutto vivere in un regime favorevole all’Islam? Mentre il paese è attraversato da disordini e pericoli di vario genere, anche per effetto delle azioni di guerriglia di un fantomatico Movimento identitario, il nostro docente vaga nella provincia francese e cerca riparo in Huysmans, provando a ripercorrerne la strada di decadenza e redenzione. Ma anche Myriam lo lascia, per trasferirsi in Israele con la sua famiglia (dato il clima non del tutto favorevole per gli ebrei, a prescindere da quale sarà il vincitore delle elezioni), e l’aridità dell’esistenza di François non ha altro sviluppo se non quello della dolce resa nelle braccia del più forte, quelle di una nouvelle vague islamica che si sta appropriando sin d’ora di tutte le istituzioni culturali e formative. La sottomissione si fa irresistibile.

È il romanzo che più ha fatto discutere in questo primo scorcio d’anno: un po’ per la tragica coincidenza tra l’uscita in libreria e l’assalto armato alla redazione di “Charlie Hedbo”; un po’ per la prospettiva quasi profetica sul modo in cui la società colta dell’Occidente potrebbe ben presto arrendersi ad un’egemonia di matrice musulmana. Sono nuances che hanno assicurato al testo curiosità e successo, e che hanno subito consegnato l’Autore ad un rigoroso programma di protezione. Tuttavia Houellebecq si può capire solo con Houellebecq, e il fulcro di questa sua ultima storia non è tanto nell’impostazione distopica (di per sé affascinante), bensì nella costruzione del debosciato protagonista e nella scelta del parallelo con l’eroe letterario del decadentismo francese (peraltro significativamente incompiuto: François non riesce a convertirsi). Lo sguardo critico del romanzo – che, se si vuole, rispetto ai precedenti, può anche apparire più deludente, privo, cioè, del consueto sale che rappresenta, in uno con la sua ferma determinazione à la Céline, la cifra inconfondibile di Houellebecq – è sempre lo stesso, ancora una volta: la vacuità e l’abiezione che si nascondono nell’insensibilità di vite dominate dal benessere e dalla presunzione. È solo, dunque, per una pura (anche se azzeccata) coincidenza “fantastorica” che la sottomissione in parola ha a che fare con il timore (oggi senz’altro serpeggiante) per il successo, a forti tinte identitarie, di un nuovo paradigma socio-politico. Questa diversa sottomissione, infatti, non va confusa con il presagio di un dominio islamico sull’Europa; essa deriva dallo stato di esiziale abbandono cui è predisposto un individuo già privo di personalità, eppure convinto di una sua superiorità razionale. A duecento anni dalla morte di de Sade, l’impressione che la sottomissione di Houellebecq sia innanzitutto il frutto della medesima e cronica patologia del soggetto moderno, quale messa in scena dallo spietato Marchese, è confermata dalla lucida descrizione che ne fa uno degli interlocutori di François, il preside Rediger: che, non a caso, pur riconoscendo che i suoi nuovi “correligionari” musulmani “potrebbero giudicarlo blasfemo”, affronta di proposito la prospettiva erotica e masochistica, e si spinge in un confronto tra la sottomissione dell’uomo a Dio “come la contempla l’Islam” e la sottomissione della donna all’uomo “come la descrive Histoire d’O” di Pauline Réage (alias di Dominique Aury). Ecco, quindi, “l’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta”. Non è dei migliori, questo Houellebecq, certo; ma non c’è niente di male nel dire che, talvolta, un buon libro si può rivelare anche sotto la forma del più stagionale dei bestseller.

Recensioni (di Alessandro Baricco, di Fabrizio Sinisi, di Giuseppe Rizzo, di Emmanuel Carrère)

Un’intervista all’Autore

Un’intervista al traduttore

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C’è un nesso inscindibile tra democrazia e uguaglianza. E quando, di fronte alle disuguaglianze, crescono indifferenza o consenso, allora è a rischio anche la democrazia. Per questo uno dei più noti studiosi della democrazia si è dedicato anche all’uguaglianza, in un volume denso e formativo, che dopo un’appassionante ricostruzione storica propone alcune chiavi di lettura per il presente, giungendo anche ad ipotizzare i lineamenti una personale rivisitazione. Rosanvallon, infatti, ha l’obiettivo di immaginare come possa essere ancora predicabile e realizzabile una “società degli eguali” (e il titolo dell’opera nell’originale francese, pubblicato nel 2011, è proprio La société des égaux). Ma questa espressione non tradisce la fascinazione per un obiettivo utopistico e del tutto scongiurabile. Lo scopo è analizzare, viceversa, quali siano stati i fondamenti dell’uguaglianza dei moderni, per tentare di isolarne le trasformazioni e le degenerazioni, e per contribuire, così, ad una sua ridefinizione, idonea ad assimilare con successo le rilevanti mutazioni istituzionali, sociologiche e antropologiche che si sono date dall’epoca delle grandi rivoluzioni liberali ai giorni nostri (“Oggi si tratta di riformulare le cose tenendo presente che viviamo nell’epoca dell’individuo”: p. 24).           

Il libro può essere articolato in tre momenti. Il primo (parti I e II) si occupa, innanzitutto, di illustrare quale fosse, nell’età della Rivoluzione americana e di quella francese, l’originario e costitutivo spirito di uguaglianza, concepito quale strumento di costante trasformazione sociale, ancorato a tre diverse figure di uguaglianza-relazione: la similarità (uguaglianza come titolarità di proprietà essenziali, con secondarizzazione di ogni altra differenza), l’indipendenza (uguaglianza come parità di equilibrio nello scambio economico) e la cittadinanza (uguaglianza come simultanea appartenenza e partecipazione ad una stessa comunità politica). A tali figure corrispondevano tre distinti, ma sinergici, dispositivi: i diritti umani, il mercato e il suffragio universale. Posta questa ricostruzione, però, Rosanvallon passa anche alla descrizione delle patologie che il modello ha ben presto conosciuto, già a decorrere dalla metà del XIX Secolo, al di qua e al di là dell’Oceano, anche se in modo e con ritmo diversi: la divisione in classi e la coeva formazione, nella comunità, di due distinte sub-nazioni; l’emergere di un’ideologia conservatrice, favorevole alla naturalizzazione delle disuguaglianze e all’affermazione di un rigido principio di parità nelle opportunità; la reazione del comunismo utopico e l’ambizione ad un mondo integralmente de-individualizzato; le distorsioni del nazional-protezionismo e della correlata idea di un’uguaglianza-identità di matrice negativa ed escludente; lo stabilimento paradossale di uno stretto rapporto tra uguaglianza e razzismo. Il secondo snodo dell’argomentazione (parte IV) approfondisce gli sviluppi delle politiche redistributive avviate sin dal principio del XX secolo, interpretandole come antidoti che l’intervento statale ha voluto mettere in campo per porre rimedio alle segnalate patologie. Progressività dell’imposizione fiscale; politiche sociali, assicurative e solidali volte a porre rimedio alle situazioni più svantaggiate; ruolo dei sindacati: sono i tre fattori che Rosanvallon considera centrali per l’affermazione dell’approccio redistributivo, vieppiù consolidato dopo il 1945. Sul punto sono molto interessanti i capitoli dedicati all’analisi dei fattori storici che avrebbero stimolato il ruolo attivo dello Stato, tra cui la comparsa del riformismo (anche a causa della “paura” indotta dagli eventi russi del 1917), il primo conflitto mondiale come vettore di una radicale nazionalizzazione delle esistenze, la rivoluzione sociologica e morale mediata dalla diffusione dell’idea del debito sociale. Il terzo momento del saggio (parti IV e V) guarda, infine, al “grande rovesciamento” prodottosi nell’ultimo trentennio – complice anche il cambiamento dei fattori di produzione e delle forme del lavoro – con la delegittimazione delle istituzioni solidaristiche e del sistema fiscale, e con la metamorfosi della preponderante lezione individualista. Vengono analizzati, con felice acutezza, la retorica del merito e dell’uguaglianza radicale delle opportunità, traguardati nel contesto della società della concorrenza generalizzata e del rischio, così, che si consacri, di fatto, un mondo ordinato in senso fortemente gerarchico. È così che Rosanvallon passa ad opporre un “primo schema” per la teorizzazione di una innovativa dottrina dell’uguaglianza-relazione, che non intende disfarsi dell’individualismo contemporaneo e che, anzi, si premura di valorizzarlo per ritrovare il perduto spirito dell’uguaglianza. Al criterio della similarità, quindi, l’Autore sostituisce quello della singolarità, temperato, però, dal principio di reciprocità e dall’imperativo della comunalità. Sotto l’ombrello di queste parole d’ordine Rosanvallon discute di discriminazione, di politiche di genere, di beni relazionali e di uguaglianza di coinvolgimento, pronunciandosi per l’abbandono del modello del cittadino-proprietario a favore di una versione più socializzante della cittadinanza.

Diversamente da quanto ipotizzato da Corrado Ocone nella sua pur incisiva prefazione, non pare possibile concludere che Rosanvallon abbracci le “posizioni del socialismo e persino di un soft comunitarismo”. Se ciò è vero, quanto meno si deve avere l’accortezza di ricordare che quei termini non richiamano, per Rosanvallon, ciò che normalmente identificano nell’immaginario più scontato. L’impressione, piuttosto, è che questo intelligente professore del Collège de France abbia tentato, con sforzo meritorio, di conciliare i segni distintivi della più attuale ed epidermica contemporaneità con la forza e con la dinamica morali del 1789, postulati ancora come risorse mai più ritrattabili. A chi scrive il libro di Rosanvallon sembra incarnare, semplicemente, la guida meditata per una verosimile ed auspicabile reinterpretazione riformista della realtà che ci circonda. Anche se la pars construens del ragionamento è ancora un po’ troppo vaga, simbolica e programmatica (il richiamo finale ad una rinazionalizzazione della democrazia è troppo stringato per acquistare un senso coerente con tutto ciò che lo ha preceduto), è opportuno rimarcare, in tutta la trattazione, un fil rouge notevole, che si dipana in due direttrici. La prima è quella che si risolve nel memento, talvolta esplicito, quasi sempre implicito, che la lotta per uguaglianza è vitale per la democrazia nella misura in cui ne incarna il veicolo dell’altrettanto vitale necessità del conflitto: volervi porre fine equivale invariabilmente ad agevolare pericolosi disegni di identificazione e di rigetto. Oltre a ciò, nel modo con cui Rosanvallon lascia esprimere e spiegarsi le tante letture che evoca nella sua lunga dissertazione, si intravede la valenza determinante, per le questioni dell’uguaglianza, e pertanto anche per quelle della democrazia, dell’immaginario collettivo e della proiezione di sé, nella società di appartenenza e nel mondo. Anche le procedure (quelle elettorali, ma pure quelle decisionali) non possono essere estranee a questa cornice. E le politiche sociali, del lavoro come dell’istruzione, sono funzionali proprio alla capacitazione effettiva dell’individuo, affinché, cioè, possa essere e sentirsi parte attiva e positiva della comunità. Dunque non si tratta, soltanto, di costi cui corrispondono diritti tanto fondamentali quanto condizionati; si tratta di azioni continuativamente costituenti della stessa forma sociale, visto che, per tramite di una parziale de-individualizzazione, rendono potenzialmente accessibile un certo e basilare grado di civismo, motore, a sua volta, di un più sano individualismo. Il punto non è banale. Bisogna sottolineare, infine, l’altra ricchezza di questo testo: che risiede nell’efficace e poderoso esercizio di storia delle idee che il tema dell’uguaglianza dischiude pagina dopo pagina. Ci si sente a diretto colloquio con molti grandi: da Sieyès a Tocqueville, da Adam Smith a Rousseau, da Guizot a Blanc, da Cabet a Proudhon, da Bourgeais a Jünger, da Rawls a Dworkin, da Barthes alla Nussbaum. Sono conversazioni che nell’attuale saggistica non si ha modo di praticare con analogo piacere e con altrettanta soddisfazione. 

Interviste all’Autore (di Sylvain Bourmeau, di Fabio Gambaro)

Recensioni (di Massimilano Panarari, Anna Hollendung, Daniel Bel-Ami, Anais Camus)

La lettura di Stefano Rodotà

Quale politica nell’età dell’estrema ineguaglianza (di Pierre Rosanvallon)

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Storpiando un adagio reso noto da un vecchio slogan pubblicitario, dovremmo sempre ripetere: “di noir francese ce n’è uno, come lui non c’è nessuno”. Onore al merito, dunque, ai libri di Varenne, grande esponente di un genere glorioso e di una scuola, quella d’Oltralpe, che da Héléna a Izzo ha generato una tradizione di grandi suggestioni e di grandi successi. Tuttavia, L’arena dei perdenti non convince come Sezione Suicidi, e ciò anche se si tratta di un libro più intimo e profondo, forse più importante, sia per l’Autore (che nella nota conclusiva rivela di essersi ispirato ai racconti del padre), sia per il panorama letterario francese (che torna a confrontarsi drammaticamente con i temi del colonialismo, della guerra d’Algeria, del reducismo che per lungo tempo si è incistato nei ranghi della società civile e della politica transalpine, condizionando esistenze individuali e mitologie collettive).

La storia ha due momenti. La prima parte è fatta del sovrapporsi di due vicende, apparentemente prive di collegamento. Da un lato – ci troviamo nel 2009 – assistiamo al processo di rapida degradazione e corruzione di un poliziotto boxeur, George Crozat, che dapprima cede alle lusinghe di un guadagno facile e si rende strumento di una ripetuta azione criminale, quindi ha un disperato sussulto d’orgoglio che, però, lo conduce quasi all’autodistruzione. Dall’altro siamo guidati nel passato dell’occupazione militare francese dell’Algeria, tra il 1957 e il 1959, e delle tante violenze che le forze speciali compiono nei confronti di tutti coloro che siano sospetti fiancheggiatori dei movimenti di liberazione nazionale: in questo quadro abbiamo modo di assistere all’esperienza, sempre degradante e durissima, cui il giovane Pascal Verini, di famiglia di stretta militanza comunista, viene sottoposto nel suo periodo di ferma presso uno dei molti campi di prigionia e di tortura.

C’è un punto di contatto tra George e Pascal, ed è la figura dell’algerino Rachid, alias Bendjema, che è, di fatto, il detonatore della seconda parte. L’anziano ribelle è uomo dalla duplice identità, il sopravvissuto di una guerra storica che, rimasto impigliato in una dolorosa sete di vendetta e di sopravvivenza al contempo, fa interagire i destini degli altri due personaggi e li conduce a rendersi strumento di una resa dei conti complessiva, che possa scacciare le paure del presente e i fantasmi del passato. Ciascuno a suo modo, nella finale concentrazione di sofferenza in cui si riconoscono, George e Pascal riescono a farsi strada nell’oscurità ed abbandonano Rachid-Bendjema all’unico ruolo che gli resta, quello del combattente ormai malato, che torna nel suo paese per morire dove già avrebbe potuto, dietro un sipario che ci rivela senza appello l’impossibilità di riportare all’indietro le lancette del tempo ormai perduto.

Il fatto che L’arena dei perdenti non risulti del tutto vincente (nonostante i tanti premi di cui è stato insignito) non lo si deve al titolo posticcio (l’originale è Fakirs). Forse è la mescolanza di profili sin troppo diversi a nuocere ad un romanzo che, in verità, ne racchiude due, quello di George, l’ottimo ed attuale interprete del più tipico e “dannato” poliziotto noir, e quello di Pascal, alter ego della figura paterna e di un’esperienza nazionale che non ha ancora superato i traumi di un colonialismo brutale. Il primo romanzo è pressoché perfetto, e la descrizione degli incontri di boxe cui si sottopone Crozat, quello con Gabin e quello con Esperanza, ricorda da vicino il passo narrativo di London, Hemingway e Mailer, supremi estimatori della nobile arte. Il secondo, invece, è troppo sentito, troppo personale, dai contorni troppo sbiaditi ed irrisolti, come se l’Autore lo avesse scritto con la vista offuscata da lacrime ancora troppo calde. Anche questo, comunque, è il noir, e l’onestà di scrittura di cui si dimostra capace Varenne vale pur sempre il prezzo di copertina.

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Prima cosa: lo confesso; penso che, alla fine, il maggior merito dell’edizione, da vero bestseller, che “confeziona” quest’ultimo libro di Enrico Pandiani sia la fotografia che riprende l’Autore, artatamente sistemata nel risvolto cartonato opposto alla quarta di copertina. La trasformazione, in altri termini, è già avvenuta: Pandiani ritratto à la Simenon.

Scherzi a parte, il passaggio da Instar Libri a Rizzoli, per Pandiani, non solo si vede, ma anche si sente, e rende del tutto manifesta quale sia, paradossalmente, la migliore ragione del successo crescente del genere noir.

Perché in questa terza puntata delle avventure del commissario Mordenti e dei suoi colleghi italo-francesi (non a caso sono chiamati les italiens) si rimane favorevolmente colpiti solo dal consueto tono scanzonato, dalle sensazioni episodicamente palpabili, dalla coloritura impressionista dei personaggi. L’intreccio, il finale, la suspence sono, questa volta, solo secondari. Morale della favola: nel perfetto noir dei tempi attuali conta di più l’aura del prodotto e del suo artefice piuttosto che la complessità che quell’aura assume nel contesto di una storia più o meno verosimile. Il Pandiani di Troppo piombo, per dirla tutta, era decisamente più in forma.

Ciò premesso, la trama di Pessime scuse per un massacro è semplice e non esige anticipazioni. Del resto i crimini efferati su cui il bel Mordenti deve indagare poggiano le basi su di uno scenario di sicura presa: la resistenza francese, con le sue spie, con i nazisti, con gli ebrei deportati e con i suoi eroi, specialmente con quelli “falsi”, per i quali i nodi, prima o poi, vengono sempre regolarmente al pettine. E oltre a ciò, per tutto il libro, l’affascinante poliziotto ammicca alle lettrici, vive di svagate intuizioni, continua a muoversi come farebbe un Fred Buscaglione d’Oltralpe, si inabissa in un esotico corteggiamento che, sia pur difficile, non può che andare a buon fine, e attraversa gli ennesimi momenti di crisi e di sofferenza catartiche. Dunque, nulla di nuovo.

Resta, come si è detto, il fascino di un “gruppo d’azione” che nei precedenti lavori era parso più convincente, e di cui vale comunque la pena riprendere, in chiusura, la breve descrizione che lo scrittore torinese ci offre all’inizio del racconto nelle parole del commissario-narrante: “A parte Alain e me, questa volta les italiens erano rimasti a Parigi. C’erano casi da seguire, scartoffie da compilare, così Leila, Michel e Didier e gli altri membri della mia squadra alla Brigata Criminale erano rimasti a fare la guardia al fortino. Ci chiamavano così alla Crim, les italiens, anche se ormai cambiamenti e disavventure avevano portato in gruppo le persone più diverse, Era dai tempi del commissario capo Bruno Pennacino che la storia andava avanti, l’idea di circondarsi di ritals era stata sua. Pareva sicuro che gli italiani fossero più fantasiosi, più capaci. Forse non era vero ma poco importava” (p. 15).

Enrico Pandiani e Les Italiens

Un’intervista a Pandiani

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