Non si può non avere grande fiducia nei confronti dell’autore de La vera storia del pirata Long John Silver. Quel romanzo è davvero imperdibile. Anche Il cerchio celtico e Il segreto di Inga, altre note hits del professore di Lund, mantengono la promessa di una lettura avvincente. Ma I poeti morti non scrivono gialli è, almeno in parte, una delusione, pur nascondendo, ai veri appassionati, qualche piacevole sorpresa.

La delusione è presto detta. L’intenzione molto felice di “fare il verso” al giallo svedese e in particolare all’altro Larsson (Stieg) è certo molto buona; ma questo genere di sfide, di solito, riesce bene se alla raffinatezza si coniuga il possesso delle stesse doti di intreccio e di malizia che l’avversario dimostra.

La trama, poi, è molto semplice, forse troppo. Anche l’epilogo suona scontato: non è forse il “colpevole” perfetto quello che più sembra difendere le istanze radicali di una dedizione assoluta e, per ciò solo, maniacale?

Però resta, per l’appunto, la raffinatezza. E questa è una sorpresa.

Quale idea è più raffinata di un assassinio in cui a morire è un poeta che vive in un vecchio peschereccio, che è l’ultimo custode di una purezza ancora possibile, e che, nonostante ciò, stava cedendo alla moda del momento e si stava accingendo a scrivere, per la prima volta, proprio un giallo? E che dire, poi, della figura del commissario che svolge le indagini? Solo un commissario-poeta, in effetti, può capire chi è l’assassino di uno dei suoi autori preferiti…

La raffinatezza non finisce qui. Le poesie del poeta assassinato sono, nella realtà non romanzesca del panorama letterario europeo, quelle di un affabile e dolce poeta francese, la cui identità ci viene svelata, provvidenzialmente, a pagina 352, a “fatica” finita, nelle “(note finali)”, per una bella ricompensa al lettore fedele. Saranno queste poesie, innanzitutto, a rendervi assai piacevole questa “specie di giallo”, unitamente alle tante digressioni, allo stesso modo poetiche, che ne sorreggono il contorno.

Ma c’è anche un raffinatissimo “refuso-non refuso”, un “errore” che ci piacerebbe pensare come saggiamente voluto. L’assassino, che ha inscenato un suicidio, lascia sul luogo del delitto un biglietto: “Il mio più bel ricordo sarà la mia morte!”. Il significato del messaggio lo si capisce alla fine (ed ha un valore, per così dire, “confessorio”), eppure c’è un dettaglio che ci consente di attribuire a Larsson una finezza che forse non ha ricercato: l’omicidio avviene il 6 febbraio, ma l’ultimo giorno in cui, all’inizio della storia, vediamo il poeta scorgere l’alba dal proprio peschereccio è il 7 febbraio… la sua morte, veramente, è solo un’ombra ormai passata…!

PS: per chi voglia cimentarsi con un grande investigatore-poeta, non posso che consigliare il delizioso G.K. Chesterton, Il poeta e i pazzi. Sei casi del poeta detective Gabriel Gale (Bompiani, 2010).

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INFORMAZIONI DI BASE

Le lezioni si terranno dal lunedì al mercoledì, dalle ore 9:00 alle ore 11:00, in Aula 2.

Syllabus a.a. 2016-2017

Cronoprogramma

Laboratori applicativi

Orari dei Laboratori applicativi

Orari delle Esercitazioni – IN PREPARAZIONE

Incontri di diritto pubblico (collaterali al Corso)

Altri incontri – IN PREPARAZIONE

Profilo docente

NORMATIVA

Costituzione italiana vigente

Costituzione 1948 (anastatica)

Statuto albertino

Statuto speciale Regione TAA

Trattato sull’Unione europea

Trattato sul funzionamento dell’Unione europea

Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea

Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali

Legge n. 400/1988

Legge n. 352/1970

Legge n. 241/1990

D.lgs. n. 267/2000

Legge n. 56/2014

L’ORDINAMENTO GIURIDICO

Norme giuridiche, ordinamento, fonti: un’introduzione generale

Sulle teorie dell’ordinamento giuridico: la teoria della norma fondamentale (un approfondimento)

La “base” di un ordinamento particolare

La Comunità europea come “ordinamento giuridico di nuovo genere”: il caso van Gend & Loos

Fonti del diritto e interpretazione nelle cc.dd. “Preleggi”

I rapporti tra le fonti e tra le norme

Una bella lettura sulla gerarchia normativa

Testi unici e oneri procedimentali: quid iuris?

La semplificazione normativa: “taglia leggi” e… “salva leggi”!

Gli “intoppi” dell’abrogazione in una vicenda particolare

Interpretazione estensiva e interpretazione analogica

LO STATO

Forme di Stato e forme di governo (un primo schema)

L’eguaglianza liberale in uno scritto di Gian Domenico Romagnosi

If men were angels…

Sul principio maggioritario: la riflessione di una autorevole costituzionalista

L’internazionalizzazione del tema costituzionale: il discorso di F.D. Roosevelt al Congresso (6 gennaio 1941)

La Costituzione e le “regole del gioco” in un passo di N. Bobbio

Principi costituzionali e costituzione di compromesso

La nascita della Repubblica in un docufilm di Vittorio De Sica (1971)

L’Assemblea costituente e la votazione finale della Costituzione

Lo Stato apparato

Si può revocare la cittadinanza? Un caso francese

IL PARLAMENTO, IL GOVERNO, IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

L’ordine del giorno Perassi e la forma di governo parlamentare

Un primo schema sulle funzioni del Parlamento

L’insindacabilità dei regolamenti parlamentari

Il Parlamento nel disegno della Costituzione: uno sguardo nel sito della Camera…

Rappresentanza e divieto del mandato imperativo: la lezione di Edmund Burke

Come vengono “finanziati” i partiti? Il testo del decreto legge n. 149/2013

Una scheda sui sistemi elettorali (da federalismi.it)

L’elezione di Camera e Senato (secondo le “vecchie” regole)

L’illegittimità costituzionale del c.d. “Porcellum” (1): la sentenza della Corte

L’illegittimità costituzionale del c.d. “Porcellum” (2): un approfondimento

Il seguito della pronuncia sul c.d. “Porcellum”

Il cd. “Italicum” per la Camera: legge n. 52/2015, anche in “pillole”; la sua parziale illegittimità costituzionale nella sentenza della Corte cost. n. 35/2017

L’incandidabilità non valeva per le cariche elettive nazionali… l’opinione della Corte costituzionale

Il nuovo regime di incandidabilità e decadenza nella cd. “Legge_Severino” e l’opinione della Corte costituzionale (sentenza n. 236/2015)

L’insindacabilità ex art. 68 Cost.: un approfondimento

Le prerogative delle “alte cariche”: il cd. “lodo Alfano” di fronte alla Corte costituzionale

Le prerogative delle “alte cariche” (segue): il legittimo impedimento di fronte alla Corte costituzionale

Si può sfiduciare un solo Ministro? La risposta della Corte costituzionale

I Governi dal 1943 ad oggi

Governo e “spoil system” nella lettura della Corte costituzionale

I Presidenti della Repubblica

Le funzioni del Presidente della Repubblica

Può essere “intercettato” il Presidente della Repubblica?

La Corte costituzionale sul potere di grazia

L’esercizio del potere di grazia dal 1948 al 2015

Il Presidente rinvia la legge al Parlamento: un esempio

LE FONTI DEL DIRITTO

I caratteri della Costituzione

La Costituzione italiana nella prima sentenza della Corte costituzionale

Il legislatore costituzionale deve rispettare i principi supremi dell’ordinamento costituzionale

La modifica dell’art. 81 della Costituzione e il cd. “fiscal compact”; la legge n. 243/2012

Il dibattito sulle riforme costituzionali nel documento dei “saggi”

Il DDL costituzionale presentato dal Governo il 31 marzo 2014 e quello approvato dal Parlamento (e poi bocciato nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016)

Il rango della CEDU nell’ordinamento italiano: alcuni estratti della giurisprudenza costituzionale

Sugli effetti delle norme prodotte ex art. 10, comma 1, Cost.: la sentenza della Corte costituzionale sul caso Germania c. Italia

Il percorso di una legge: dal sito della Camera

La potestà legislativa statale e regionale: schema

Stato e Regioni in una recente pronuncia della Corte costituzionale (n. 251/2016)

I presupposti di validità costituzionale dei decreti-legge e delle leggi di conversione

L’illegittimità costituzionale dell’iterazione o della reiterazione dei decreti-legge

La sorte dei decreti-legge decaduti: un approfondimento

Il controllo sull’ammissibilità del referendum abrogativo

Sull’inammissibilità del referendum su leggi costituzionalmente necessarie

Sul referendum relativo a leggi elettorali

Sull’inammissibilità del referendum abrogativo sulla cd. “Legge Fornero”

Sull’inammissibilità di un referendum “troppo” manipolativo

Sui vincoli del legislatore in seguito ad un’abrogazione referendaria

Le riserve di legge: schema

I regolamenti del Governo: tipologia

Il meccanismo della delegificazione

Un esempio di delegificazione

I rapporti tra l’ordinamento comunitario e l’ordinamento nazionale: il caso Granital

Le fonti del diritto UE dopo il Trattato di Lisbona: schema

La procedura legislativa ordinaria nel TFUE

L’AMMINISTRAZIONE

La discrezionalità amministrativa e il principio di legalità sostanziale: il caso delle ordinanze dei Sindaci

Il procedimento amministrativo e le sue fasi

I vizi del provvedimento amministrativo: schema

LA MAGISTRATURA

La giurisdizione (uno schema)

Il ruolo del giudice e la difficoltà del giudicare nella “Parabola di Betlemme” (da A. Nieto, Critica della ragion giuridica, Milano, 2012)

LA CORTE COSTITUZIONALE

Sul controllo di costituzionalità (il modello statunitense): il paper n. 78 da The Federalist (1788) e il caso Marbury v. Madison (1803)

Sul controllo di costituzionalità (il modello continentale): estratti da La giustizia costituzionale di H. Kelsen, 1928, e da Il custode della Costituzione di C. Schmitt, 1931

Why Do Countries Adopt Constitutional Review? (Un saggio di Tom Ginsburg e Mila Versteeg)

La “creazione” della Corte costituzionale italiana: il dibattito in Assemblea costituente

Le fonti che regolano il funzionamento della Corte

Giudizi di legittimità costituzionale e tipologia delle sentenze della Corte

Gli effetti delle sentenze della Corte

Una sentenza di accoglimento parziale, interpretativa e con un effetto… discusso!

Una sentenza interpretativa di rigetto

La Corte costituzionale “rinvia” alla Corte di giustizia

I conflitti di attribuzione: un approfondimento

Sui conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato: un caso particolare… e inammissibile!

DIRITTI E LIBERTA’: SELEZIONE DI SENTENZE DELLA CORTE COSTITUZIONALE

L’illegittimità costituzionale dell’art. 559 c.p.

Qual è il “domicilio” inviolabile di cui all’art. 14 Cost.?

L’ora di religione e la laicità dello Stato

La difesa in giudizio dell’imputato sordomuto

Quale “matrimonio” per gli omosessuali?

Portatori di handicap e accesso all’istruzione

Il diritto alla salute degli stranieri

Il divieto di discriminazioni

“DIARIO DI BORDO” (APPROFONDIMENTI TEMATICI)

(istruzioni per l’uso)

La cittadinanza

La responsabilità del Presidente della Repubblica

La potestà legislativa statale e quella regionale

Gli atti aventi forza di legge

La questione delle Province e il governo dell’area vasta

La giurisdizione

RISORSE ON LINE

I lavori dell’Assemblea costituente in www.nascitacostituzione.it

Il Parlamento italiano

La Corte costituzionale italiana

La Corte di giustizia dell’Unione europea

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

La Corte di Cassazione

Il Consiglio di Stato

 

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La traduzione italiana del titolo originale non rende molto bene l’idea. Religion for Atheists, invece, si capisce meglio. Da esso ci si aspetta, coerentemente con quello che poi si rivela essere anche il contenuto del libro, che l’autore proponga e dimostri l’utilità, da un punto di vista che resta sempre e fondamentalmente ateo, di arricchire la cultura laica con l’adozione delle strategie e degli accorgimenti che le religioni hanno storicamente elaborato per rispondere ad alcuni insopprimibili bisogni dell’uomo.

Nonostante De Botton richiami, in coda al testo, l’antecedente illustre del tentativo, perseguito da Auguste Comte, di fondare una “religione dell’umanità”, il metodo esplicativo non è dogmatico e lo stile non è trattatistico. L’approccio è molto più “pratico” e vicino alla “quotidianità”; a tratti, anzi, il tenore delle riflessioni può risultare assai divertente.

De Botton si pone molte domande: perché ha tanto successo, ad esempio, nel mondo cattolico, la pratica istituzionalizzata della confessione? Non è forse vero che, al di là delle strette questioni dogmatiche o di fede, essa ci offre un sostegno di carattere materialmente psicoterapeutico? Che dire, poi, del ruolo dell’arte sacra, di natura intrinsecamente pedagogica? Non potrebbero anche le istituzioni laiche servirsi dell’espressione architettonica per veicolare e per imprimere nelle coscienze i messaggi della cultura secolarizzata?

Questi sono solo alcuni degli spunti che vengono sviluppati e discussi, con il consueto apparato fotografico e “suggestivo”, oltre che interessante, dal punto di vista retorico, a mezzo del quale De Botton rafforza usualmente il tenore dei suoi messaggi, come già sperimentato in altre fortunate occasioni (Lavorare piace).

Eppure, non lo si può nascondere, si ha la sensazione che, in quest’ultima prova di stile, sicuramente gradevole, vi sia qualcosa di stonato.

L’ironia, in fondo, manca; quanto meno nel suo significato più profondo, al di là del tono complessivamente pragmatico e della compiaciuta “leggerezza” della narrazione. Poiché, in definitiva, il ragionamento di De Botton non si può abbracciare seriamente.

In quanto laica, può la cultura secolarizzata ambire a raggiungere le dimensioni volutamente pervasive del pensiero religioso? Non è forse vero che per un suo paradossale e coerente bisogno di conservazione la stessa cultura laica ha bisogno di percepire e addirittura stimolare una sensibilità religiosa che sia altra? Non è meglio, in altre parole, che i risultati di pacificazione, forza, resistenza o realismo che De Botton riconosce ad alcune tipiche forme della pratica religiosa restino effettivamente delimitati dai confini della rappresentazione dichiaratamente sacra e non si declinino, dunque, anche negli spazi ufficiali della vita pubblica?

Ci si sarebbe aspettati che, con riguardo a questi temi, “il” De Botton di Esercizi d’amore o di Come Proust può cambiarvi la vita rovesciasse ogni ambizione assoluta in una sana esperienza di umiltà e di distacco, e questa volta anche nei confronti delle presunte capacità esclusive, per la vita individuale di ciascuno, di un approccio sempre e soltanto neutrale, capace, quasi per assurdo, di moltiplicarsi e di consolidarsi anch’esso, al pari della religione, soltanto se “metabolizzato” in quanto perseguito in modo diffuso, capillare, onnipresente. È vero che De Botton non vuole realmente una religione per atei; è vero, cioè, che si tratta di soppesare, con sano pragmatismo, quali possano essere, per la cultura laica, i vantaggi nell’assunzione di pratiche storicamente iniziate nell’ambito delle culture religione. Tuttavia si ha l’impressione che questo pragmatismo possa declinarsi, piuttosto che in soluzioni realmente utili, in un vero e pericoloso “disincanto” generale, con finale e paradossale frustrazione delle esigenze che si vorrebbero benevolmente soddisfare.

C’è tuttavia, in questo libro, un lato veramente positivo.

Se si vuole apprendere in modo molto più rapido e piacevole ciò che alcuni importanti filosofi vanno riproponendo, pur sempre ambiguamente, anche in altri contesti (ad esempio, P. Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita), allora il lavoro di De Botton merita certamente un po’ di tempo, così come lo meritano le sue opere precedenti.

Sono pochi, infatti, nel panorama attuale, gli autori che avvicinano così tanto la riflessione e la storia del pensiero alle esperienze di tutti i giorni. Eppure, non dobbiamo mai dimenticare che la filosofia, la religione, la speculazione, anche quando ci sembrano astratte, hanno sempre tante cose da dirci su chi siamo, su chi vogliamo essere, su chi possiamo diventare, e sono molto più vicine di quanto si possa erroneamente pensare.

 

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È un capolavoro di Orson Welles, del 1942. Basterebbe questo per descriverlo. Eppure è una descrizione che rischia di essere tanto precisa e significativa quanto ingannevole ed insufficiente.

In primo luogo il pubblico di oggi se ne ricorda poco. Così come si ricorda poco del libro da cui Welles ha preso spunto per la sua sceneggiatura, I magnifici Amberson (1918) di Booth Tarkington. In Italia questo splendido romanzo, vincitore del Pulitzer, ha trovato spazio in un’edizione pubblicata da Fandango (2005) e ormai già rara. Edoardo Nesi ne parla e riparla, anche nel fortunato Storie della mia gente, fresco vincitore, quest’anno, del Premio Strega; chissà che i lettori più sensibili sfruttino il libro di Nesi come un vero ipertesto – è per questo che quel libro vale, del resto – e vadano a scovare quanto di interessante si può scoprire nelle citazioni che racchiude, compresi I magnifici Amberson.

In secondo luogo si sarebbe tentati di ricordare L’orgoglio degli Amberson solo come un’operazione ambiziosa e sfortunata. Welles lo girò quasi integralmente, ma poi, a quanto pare, la fretta dei produttori fu tale da spingerli a commissionarne il montaggio ad altre mani. Come biasimarli, il giovanissimo talento era già in Brasile per girare un documentario (Its’ all true, rimasto, anche, incompleto). Sempre Nesi ci ricorda che Welles ne rimase quasi mortalmente ferito e che ebbe il coraggio di vedere il film solo molti anni addietro, piangendo per lo sconforto. Tuttavia si tratta ancora e sempre di un grande film, nonostante l’insuccesso al botteghino; anzi, probabilmente le mani diverse lo hanno reso più commestibile di quanto la sfrenata onnipotenza di Welles avrebbe potuto fare. Da questo punto di vista, forse, la pellicola è la dimostrazione che talvolta anche il genio necessita di essere educato.

In terzo luogo la pellicola in questione è una sorta di passepartout, per capire Welles, ma anche per capire l’immenso Citizen Kane, che era stato proiettato solo l’anno prima. I due film non sono diversi, e gli Amberson lo testimoniano con forza, non soltanto per la presenza di Joseph Cotten, ora nei panni dell’“inventore” e “costruttore” di automobili Eugene Morgan.

C’è uno sfondo, anche qui tutto americano: il declino di una grande ed opulenta famiglia del Sud, gli Amberson per l’appunto, nel momento dell’irresistibile avanzata dell’età industriale e dei mutamenti sociali che essa ha comportato.

C’è anche qui una storia tutta wellesiana: un’infanzia che si radica in sé stessa e che resiste alle evoluzioni della vita, dominandola integralmente e drammaticamente; una sola frase, pronunciata da George Minafer Amberson, l’ultimo rampollo della dinastia degli Amberson, interpretato da Tim Holt, esprime la radice di una maledizione che è il cuore della vicenda e che non è soltanto lo slogan storico di una classe arrogante e destinata ad essere superata: “L’unico vantaggio di essere qualcuno dovrebbe essere quello di fare il proprio comodo”.

E c’è anche qui, infine, un metodo, un approccio al cinema o, meglio, alla tecnica cinematografica anche e sempre tipicamente wellesiano: la trama è secondaria e il cinema, propriamente, è lo strumento di un exemplum, la cui grandezza lo supera e lo scuote, e al cui servizio cooperano sempre sinergicamente la voce del regista-narratore-dio, la forza della fotografia e dei chiaroscuri, l’alternarsi dei punti vista. Welles non realizza, in poche parole, la tragedia classica, ma è un vero maestro della letteratura apologetica, e qui sta, ancora una volta, la sua effettiva grandezza. Rispetto a Citizen Kane, l’epilogo, proprio perché costruito da altri, rende maggiormente palese il messaggio, in fondo così semplice.

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Questo libro merita un gioco.

Prendete il miglior Philip Marlowe del miglior Chandler, cose da Il grande sonno o da Il lungo addio, e poi pensate che questo detective, sfrontato ma ironico, non abbia la licenza, perché per un nero è difficile ottenerla, soprattutto nella Los Angeles degli anni ’60, delle tensioni razziali e delle prime sanguinose rivolte metropolitane. Infine, pensate che questo investigatore, di nome Ezekiel “Easy” Rawlins, giri per la città con la lampada di Diogene, ma protetto, questa volta, non da una botte, bensì da un innato senso degli affetti e delle sensazioni più forti e pure.

Ecco, questo è il protagonista di Little Scarlet.

Lei, Nola, alias “Little Scarlet”, è morta, picchiata e poi assassinata con una calibro 22. La rivolta ha infiammato le vie di L.A. La polizia sospetta che sia stato un bianco: troppo delicato aprire un’indagine ufficiale; l’incarico, quindi, tocca fatalmente al nostro eroe.

Il dubbio da sciogliere, però, è di ben più ampia natura: qual è il confine tra i bianchi e i neri? “Easy” si muove su questa linea, e con un’audacia che è pari soltanto ad un singolare senso morale, che si nutre della voglia di riscatto della sua gente e che si radica nelle energie segrete ed insondabili di una cultura dichiaratamente meticcia.

La soluzione del giallo arriva facilmente, forse troppo presto, ma con la stessa nonchalance con cui questo adorabile investigatore mescola durezza e human touch. La spiegazione dell’accaduto è sorprendente e si muove sempre sullo stesso e scivoloso confine, e ci conduce tutti, tragicamente, nell’abisso in cui è stato trascinato anche il colpevole.

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Volevo mettermi a leggere il primo econoir italiano, pubblicato già nel 1976. Avevo voglia di accostarmi, ancora una volta, ad un libro di Loriano Macchiavelli, che ci ha consegnato l’ineffabile figura del questurino Antonio Sarti e che ci ha lasciato, con Strage, un fortunato anticipo di New Epic Literature. Ero curioso di cominciare a capire come uno dei più interessanti scrittori italiani aveva affrontato, prima di altri, i temi onnipresenti della distruzione industriale del paesaggio e i difficili dilemmi che oppongono, paradossalmente, la questione del lavoro con la questione dell’ambiente. E, nonostante ciò, mi sono sbagliato, e mi sono accorto che Sequenze di memoria è molto, davvero molto, di più.

“Ricotta” torna al suo paese, da grande, con il suo ridicolo soprannome, quello dei giochi con gli altri ragazzi, quello di una sua proverbiale debolezza, che, lo intuiamo subito, non può che destinarlo ad un fallimento totale. Non sa perché, ma torna con tante cose, due valigie piene. Eppure l’intenzione è fermarsi poco tempo, giusto il necessario, per apprendere che il suo amico Gianni, prima di morire, ha lasciato un biglietto con il suo indirizzo.

Perché Gianni è morto? Perché, prima di morire in quello che appare come un tragico incidente, ha tentato di cercare proprio lui? Si è suicidato, come tutti sembrano credere? Oppure è stato ucciso? È risaputo che Gianni non voleva che il paese morisse a causa della fabbrica biochimica… Pare che fosse addirittura diventato “matto”… Gianni sapeva qualcosa…

Allora “Ricotta” decide di stabilirsi per un po’, indaga, si innamora, riscopre vecchie amicizie, rivive il suo passato, di quando si era allontanato, di quando, ancor prima, aveva vissuto, con il suo paese – che non ha mai nome e che forse è il paese di tanti italiani – gli ultimi giorni dell’occupazione nazista e i drammatici e sanguinosi eventi che anche lì, sulle colline, le colonne militari si erano lasciati alle spalle.

Dove sta la verità? Nelle losche macchinazioni di autorità e privati interessati al solo profitto e privi di qualsiasi senso civico? Il finale è davvero impensabile e affonda le sue ragioni in una sorta di dura coscienza sull’origine di ogni male e sul tarlo, odioso e pesante, egoista, che continua a tormentare la vita e la crescita di molti, e che impedisce la maturazione di un’autentica coscienza pubblica.

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