La traduzione italiana del titolo originale non rende molto bene l’idea. Religion for Atheists, invece, si capisce meglio. Da esso ci si aspetta, coerentemente con quello che poi si rivela essere anche il contenuto del libro, che l’autore proponga e dimostri l’utilità, da un punto di vista che resta sempre e fondamentalmente ateo, di arricchire la cultura laica con l’adozione delle strategie e degli accorgimenti che le religioni hanno storicamente elaborato per rispondere ad alcuni insopprimibili bisogni dell’uomo.

Nonostante De Botton richiami, in coda al testo, l’antecedente illustre del tentativo, perseguito da Auguste Comte, di fondare una “religione dell’umanità”, il metodo esplicativo non è dogmatico e lo stile non è trattatistico. L’approccio è molto più “pratico” e vicino alla “quotidianità”; a tratti, anzi, il tenore delle riflessioni può risultare assai divertente.

De Botton si pone molte domande: perché ha tanto successo, ad esempio, nel mondo cattolico, la pratica istituzionalizzata della confessione? Non è forse vero che, al di là delle strette questioni dogmatiche o di fede, essa ci offre un sostegno di carattere materialmente psicoterapeutico? Che dire, poi, del ruolo dell’arte sacra, di natura intrinsecamente pedagogica? Non potrebbero anche le istituzioni laiche servirsi dell’espressione architettonica per veicolare e per imprimere nelle coscienze i messaggi della cultura secolarizzata?

Questi sono solo alcuni degli spunti che vengono sviluppati e discussi, con il consueto apparato fotografico e “suggestivo”, oltre che interessante, dal punto di vista retorico, a mezzo del quale De Botton rafforza usualmente il tenore dei suoi messaggi, come già sperimentato in altre fortunate occasioni (Lavorare piace).

Eppure, non lo si può nascondere, si ha la sensazione che, in quest’ultima prova di stile, sicuramente gradevole, vi sia qualcosa di stonato.

L’ironia, in fondo, manca; quanto meno nel suo significato più profondo, al di là del tono complessivamente pragmatico e della compiaciuta “leggerezza” della narrazione. Poiché, in definitiva, il ragionamento di De Botton non si può abbracciare seriamente.

In quanto laica, può la cultura secolarizzata ambire a raggiungere le dimensioni volutamente pervasive del pensiero religioso? Non è forse vero che per un suo paradossale e coerente bisogno di conservazione la stessa cultura laica ha bisogno di percepire e addirittura stimolare una sensibilità religiosa che sia altra? Non è meglio, in altre parole, che i risultati di pacificazione, forza, resistenza o realismo che De Botton riconosce ad alcune tipiche forme della pratica religiosa restino effettivamente delimitati dai confini della rappresentazione dichiaratamente sacra e non si declinino, dunque, anche negli spazi ufficiali della vita pubblica?

Ci si sarebbe aspettati che, con riguardo a questi temi, “il” De Botton di Esercizi d’amore o di Come Proust può cambiarvi la vita rovesciasse ogni ambizione assoluta in una sana esperienza di umiltà e di distacco, e questa volta anche nei confronti delle presunte capacità esclusive, per la vita individuale di ciascuno, di un approccio sempre e soltanto neutrale, capace, quasi per assurdo, di moltiplicarsi e di consolidarsi anch’esso, al pari della religione, soltanto se “metabolizzato” in quanto perseguito in modo diffuso, capillare, onnipresente. È vero che De Botton non vuole realmente una religione per atei; è vero, cioè, che si tratta di soppesare, con sano pragmatismo, quali possano essere, per la cultura laica, i vantaggi nell’assunzione di pratiche storicamente iniziate nell’ambito delle culture religione. Tuttavia si ha l’impressione che questo pragmatismo possa declinarsi, piuttosto che in soluzioni realmente utili, in un vero e pericoloso “disincanto” generale, con finale e paradossale frustrazione delle esigenze che si vorrebbero benevolmente soddisfare.

C’è tuttavia, in questo libro, un lato veramente positivo.

Se si vuole apprendere in modo molto più rapido e piacevole ciò che alcuni importanti filosofi vanno riproponendo, pur sempre ambiguamente, anche in altri contesti (ad esempio, P. Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita), allora il lavoro di De Botton merita certamente un po’ di tempo, così come lo meritano le sue opere precedenti.

Sono pochi, infatti, nel panorama attuale, gli autori che avvicinano così tanto la riflessione e la storia del pensiero alle esperienze di tutti i giorni. Eppure, non dobbiamo mai dimenticare che la filosofia, la religione, la speculazione, anche quando ci sembrano astratte, hanno sempre tante cose da dirci su chi siamo, su chi vogliamo essere, su chi possiamo diventare, e sono molto più vicine di quanto si possa erroneamente pensare.

 

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