List dei 100 migliori libri italiani degli ultimi 200 anni (da ilrifugiodellircocervo.com)

Condividi:
 

Che cosa ci fa Lisa Mancini, già promettente investigatrice dell’Interpol, in quel di Montezenta? Sulla giovane e nuova dirigente del piccolo commissariato romagnolo girano tante voci. Certo è che Lisa passa larga parte del suo tempo al cellulare, a giocare a Candy Crush. Così, almeno, fino all’improvvisa scomparsa di River, il figlio adolescente di due artisti inglesi di Ca de Falùg, piccola ed eccentrica comunità poco distante dal paese e dalla vicina fonderia. Questo, apparentemente, è lo stimolo che Lisa attendeva per riattivarsi. Dove sarà finito, dunque, il ragazzo? Le indagini si articolano in modo meticoloso e sistematico, sulle tracce di ogni dettaglio potenzialmente rilevante. Ma questa è solo l’occasione per un’investigazione che si rivela presto diversa. Infatti, mentre comincia a legare con i suoi sottoposti, Lisa si imbatte in tante altre storie: quella di Aimee, la mamma di River; quella di Ting, la mamma di Maylin, una bambina cinese scomparsa come River; e quella di Iole, la signora anziana che col marito Domenico affitta a Lisa la camera in cui soggiorna. Le traiettorie di queste donne fungono da detonatore, anche se l’esplosione non è quella che ci si aspetta. Se da un lato Lisa porta a galla tristi e imprevedibili verità, dall’altro il caso che le è toccato in sorte resta consegnato a un orizzonte di mistero. Perché non sta lì ciò che il lettore deve cercare: l’enigma è nel percorso della stessa protagonista, nella sua condizione, di figlia e di donna, che gradualmente riaffiora e, forse, la chiama ad una consapevolezza finalmente matura.

A prima impressione questo libro – che non è propriamente un giallo o un poliziesco – si potrebbe definire come un racconto al microscopio. Praticando un metodo che è annunciato già nell’elaborazione grafica della copertina, l’Autrice regola la lente del narratore onnisciente e la porta al massimo ingrandimento praticabile. In particolare, punta dichiaratamente l’obiettivo sul “vetrino” che si trova al di là del fiume e tra gli alberi, in una immaginaria località da studiare, e osserva le vicende di un microcosmo plurale. Sposta la sua attenzione da un organismo ad un altro e ne descrive volta per volta la fisiologia più intima, la meccanica dei rispettivi sentimenti. Di più: adegua lo stile all’oggetto, trasformando il testo in una sorta di diario di campo, con commenti e rilievi costanti, spesso tra parentesi. Lisa Mancini, peraltro, non è soltanto la protagonista dell’azione osservata. Non c’è dubbio che essa sia l’organismo su cui la lente dell’Autrice è meglio e più focalizzata: una delle evidenti finalità del romanzo è misurarne i rapporti con gli altri organismi e, soprattutto, con le differenti figure femminili che inducono in Lisa stessa delle evidenti reazioni chimiche. Si tratta di includere Lisa nella cornice di un destino comune di resilienza emotiva e di farne un archetipo: innanzitutto allo scopo di valutare la concreta credibilità di un potenziale personaggio seriale (chissà se la Mancini potrà animare altri romanzi… l’epilogo pare quasi annunciare questo sviluppo); ma specialmente – ed ecco il secondo livello di interpretazione del testo – per fare il punto con se stessi. La protagonista, infatti, è anche un avatar dell’Autrice, spinto all’interno del “vetrino” dalla sapiente e sofisticata pipetta di una scrittrice che ben conosce i ferri del mestiere e che dalla letteratura trae un alimento costante (al di là dell’avvio hemingwayano, i credits illustrati in fondo al volume ne sono una prova più che tangibile). Se si coglie questa dinamica sotterranea, non si può che avere, in questi tempi di fiction televisive, un solo pensiero: Lisa Mancini, fortunatamente, è meglio (molto meglio) di Lolita Lobosco.

Una recensione (di G. Tammaro)

L’Autrice a Fahrenheit

Un’intervista a Francesca Serafini

L’inizio del romanzo

Condividi:
 

Salvatore Satta e Piero Calamandrei (da ilponterivista.com)

Condividi:
 

Sei una bestia, Viskovitz (da iltascabile.it)

Condividi:
 

Il corpo di una ragazza austriaca, Johanna Pichler, viene trovato nella campagna di San Stino di Livenza. Le indagini arrivano presto a Martin Scherer, un giovane di San Candido. La ragazza, infatti, indossa ancora la felpa di Martin e prima di sparire era stata vista in atteggiamenti intimi proprio assieme a lui. Quasi subito, inoltre, si scopre che, nella notte in cui è scomparsa, dal telefono di Johanna è partita una telefonata: è rimasta parzialmente registrata nella segreteria di un’amica e, ascoltandola, si conoscono sia il tentativo di Martin di trattenere Johanna a casa sua, sia la volontà di Johanna di tornarsene in autostop a Sillian, a soli tredici chilometri da San Candido. Martin, dunque, viene arrestato e Marco De Vitis, avvocato bolzanino di belle speranze, ne assume la difesa. Nella tesi degli inquirenti ci sono tante cose che non tornano. È vero che Martin, in passato, ha fatto il cameriere a Jesolo, ma non ha la patente; come avrebbe potuto trasportare il cadavere in un luogo così lontano? Si pensa, certo, a qualche complice, ma non è facile individuarlo. E poi Johanna è stata minacciata anche da un camionista, detto l’Olandese, che talvolta frequenta gli stessi locali. Per Marco – che istintivamente crede all’innocenza di Martin – il caso è importantissimo e vi si butta a capofitto. Cominciano in questo modo quasi tre anni di indagini e di attività processuali, durante i quali Marco, anche con l’aiuto del Prof. Serra, noto e affermato penalista, segue ogni pista possibile. Il giudizio di fronte alla Corte d’assise conoscerà alcuni colpi di scena e l’immersione di Marco nel caso e nei suoi misteri si rivelerà totalizzante e decisiva, fino alla fine.

Nella bandella laterale il libro si auto-presenta come un legal thriller. Ma lo spazio della fiction è totalmente sovrastato dalla ricostruzione giudiziaria. Ne risulta una sorta di ibrido, sospeso tra il true crime e il courtroom drama. È un carattere che conferisce al racconto una spiccata originalità. Ciò non dipende soltanto dal fatto che la fonte dell’ispirazione è una storia vera, messa su carta con il contributo diretto, e tecnico, di uno dei suoi protagonisti. È che la narrazione non aderisce ad un canone classico di verosimiglianza, bensì ad un registro realistico e quasi didattico. Se ci si aspetta un poliziesco, un giallo o un libro “alla Carofiglio”, si può restare spiazzati. Viceversa, se si vuole capire come possono funzionare delle indagini e come può articolarsi un processo penale, si può ricevere un quadro abbastanza fedele. Viene affrontato con chiarezza, ad esempio, il tema generale dei diritti della difesa e il problematico – e tutt’altro che raro – ricorso a tecniche indebite di interrogatorio. Si comprende bene, poi, come si devono formare le prove nel giudizio e come avvengono l’esame e il controesame di un testimone. Non mancano le allusioni al sensibile rapporto che può intercorrere tra le dinamiche della giustizia e il circuito dei media. Soprattutto, è rappresentata in modo assai efficace la tensione strutturale tra la verità storica e quella processuale, specie se la seconda lascia sul terreno qualcosa di irrisolto o di non spiegato. C’è anche un altro profilo – non meno importante – che va sottolineato. Il libro rappresenta un itinerario di intenso e progressivo apprendimento e, ciò facendo, mette in scena in modo convincente ciò che è noto non solo a qualsiasi avvocato, ma ad ogni professionista che voglia ritenersi tale: che l’esperienza sul campo è un costante e irrinunciabile esercizio; e che ci sono sempre vicende e prove difficili, che fanno crescere più di altre.

Una doppia recensione (da Il Corriere dell’Alto Adige)

Un’intervista a Giovanni Accardo

Condividi:
 

In ricordo di Lawrence Ferlinghetti (da leparoleelecose.ti)

Condividi:
© 2021 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha