Il corpo di una ragazza austriaca, Johanna Pichler, viene trovato nella campagna di San Stino di Livenza. Le indagini arrivano presto a Martin Scherer, un giovane di San Candido. La ragazza, infatti, indossa ancora la felpa di Martin e prima di sparire era stata vista in atteggiamenti intimi proprio assieme a lui. Quasi subito, inoltre, si scopre che, nella notte in cui è scomparsa, dal telefono di Johanna è partita una telefonata: è rimasta parzialmente registrata nella segreteria di un’amica e, ascoltandola, si conoscono sia il tentativo di Martin di trattenere Johanna a casa sua, sia la volontà di Johanna di tornarsene in autostop a Sillian, a soli tredici chilometri da San Candido. Martin, dunque, viene arrestato e Marco De Vitis, avvocato bolzanino di belle speranze, ne assume la difesa. Nella tesi degli inquirenti ci sono tante cose che non tornano. È vero che Martin, in passato, ha fatto il cameriere a Jesolo, ma non ha la patente; come avrebbe potuto trasportare il cadavere in un luogo così lontano? Si pensa, certo, a qualche complice, ma non è facile individuarlo. E poi Johanna è stata minacciata anche da un camionista, detto l’Olandese, che talvolta frequenta gli stessi locali. Per Marco – che istintivamente crede all’innocenza di Martin – il caso è importantissimo e vi si butta a capofitto. Cominciano in questo modo quasi tre anni di indagini e di attività processuali, durante i quali Marco, anche con l’aiuto del Prof. Serra, noto e affermato penalista, segue ogni pista possibile. Il giudizio di fronte alla Corte d’assise conoscerà alcuni colpi di scena e l’immersione di Marco nel caso e nei suoi misteri si rivelerà totalizzante e decisiva, fino alla fine.

Nella bandella laterale il libro si auto-presenta come un legal thriller. Ma lo spazio della fiction è totalmente sovrastato dalla ricostruzione giudiziaria. Ne risulta una sorta di ibrido, sospeso tra il true crime e il courtroom drama. È un carattere che conferisce al racconto una spiccata originalità. Ciò non dipende soltanto dal fatto che la fonte dell’ispirazione è una storia vera, messa su carta con il contributo diretto, e tecnico, di uno dei suoi protagonisti. È che la narrazione non aderisce ad un canone classico di verosimiglianza, bensì ad un registro realistico e quasi didattico. Se ci si aspetta un poliziesco, un giallo o un libro “alla Carofiglio”, si può restare spiazzati. Viceversa, se si vuole capire come possono funzionare delle indagini e come può articolarsi un processo penale, si può ricevere un quadro abbastanza fedele. Viene affrontato con chiarezza, ad esempio, il tema generale dei diritti della difesa e il problematico – e tutt’altro che raro – ricorso a tecniche indebite di interrogatorio. Si comprende bene, poi, come si devono formare le prove nel giudizio e come avvengono l’esame e il controesame di un testimone. Non mancano le allusioni al sensibile rapporto che può intercorrere tra le dinamiche della giustizia e il circuito dei media. Soprattutto, è rappresentata in modo assai efficace la tensione strutturale tra la verità storica e quella processuale, specie se la seconda lascia sul terreno qualcosa di irrisolto o di non spiegato. C’è anche un altro profilo – non meno importante – che va sottolineato. Il libro rappresenta un itinerario di intenso e progressivo apprendimento e, ciò facendo, mette in scena in modo convincente ciò che è noto non solo a qualsiasi avvocato, ma ad ogni professionista che voglia ritenersi tale: che l’esperienza sul campo è un costante e irrinunciabile esercizio; e che ci sono sempre vicende e prove difficili, che fanno crescere più di altre.

Una doppia recensione (da Il Corriere dell’Alto Adige)

Un’intervista a Giovanni Accardo

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