
Questo libro racconta la storia singolare del vecchio Konrad Lang, anziano tuttofare della ricchissima famiglia Koch. Storia che si avvia da un incidente assai increscioso: la sontuosa villa di Corfù di cui è custode prende fuoco proprio a causa di una sua distrazione. Eppure, anziché sfiduciare e abbandonare Konrad, Elvira Senn, la matriarca dei Kock, decide di portarselo vicino, in Svizzera, e di foraggiarlo con un appannaggio settimanale. Apparentemente non v’è nulla di strano: Konrad è stato l’onnipresente amico d’infanzia di Thomas Koch, l’erede della dinastia e padre del rampollo Urs, destinato a succedere alla stessa Elvira nella guida dell’impero industriale. In realtà si avverte che la sollecitudine di Elvira non è dovuta all’affetto, bensì alla volontà di gestire e controllare Konrad. Che di Thomas, arrogante, indisciplinato e pluridivorziato, è stato anche gregario fedele e, forse, custode di molti segreti. Fatto sta che il piano di Elvira si complica, perché Konrad – che nel frattempo corteggia premurose signore e riscopre, oltre all’amore, anche un po’ di autonomia e indipendenza – capisce di avere il morbo di Alzheimer. Elvira, dunque, lo avvicina ulteriormente a sé, complice la premura della giovane moglie di Urs, Simone. Tuttavia, tra fortunose sperimentazioni terapeutiche e peggioramenti verticali, i nodi verranno improvvisamente, e implacabilmente, al pettine, in una conclusione thriller che per un attimo si tinge anche di giallo.
Com’è piccolo il mondo! è il primo romanzo scritto dal noto autore svizzero; risale al 1995, è stato premiato in più occasioni e ha dato vita ad una trilogia (assieme a Il lato oscuro della luna e L’amico perfetto). Vi si possono apprezzare molte delle originali caratteristiche che rendono Suter sempre gradevole. A condizione, però, di non indugiare troppo nella presentazione che si trova sul risvoltino di copertina: i libri di Suter, infatti, rendono al meglio solo se affrontati con fiducia totale e pazienza, senza anticipazioni di sorta, lasciandosi guidare dall’irresistibile senso di attesa che percorre ogni trama, fino in fondo. Da questo punto di vista, Small World – che è il vero titolo dell’opera, da cui nel 2010 è stato pure tratto un film con Gerard Depardieu – è in tutto e per tutto esemplare. Il tono è meramente descrittivo, il progredire è lento. Ma pagina dopo pagina si cominciano a intravedere piccoli indizi: l’andirivieni tra passato e presente si intensifica, le situazioni si fanno propizie, il caso ci mette del suo, espressioni verbali e nomi si dimostrano forieri di strane e allusive ambiguità. E la sottile, eppure sferzante, ironia dell’Autore si percepisce, assieme al suo interesse, così pronunciato e delicato, per gli uomini e le loro fragilità, e per le miserie travolgenti e i gesti miracolosi e gratuiti di cui sono capaci. Si potrà notare che nel romanzo i meccanismi narrativi di Suter non sono ancora così perfetti come nei lavori successivi: ad un certo punto qualcosa si capisce, anche ben prima dell’epilogo. Ma il tocco è piacevolissimo, come lo è l’intuizione che siano le malattie a segnare la via di un insospettato e imprevedibile riscatto.

Quanto si può davvero divulgare Giovanni Pascoli? La lettura di questo libro rilancia un interrogativo che, preso sul serio, vale per ogni autore, scrittore, artista… Che per prima cosa lascia al mondo le sue opere e, dunque, è con – e per mezzo – di quelle che intende essere frequentato, osservato e capito. È un problema che con Pascoli è più accentuato che mai, perché di solito, nel suo caso, anche l’analisi più tecnica si confronta inevitabilmente con i dettagli di quella che è spesso descritta come vita turbata e pluri-condizionata: dalla morte violenta del padre; dalla scomparsa prematura della madre; dalle fatiche di una giovinezza confusa; dal rapporto complesso e ambiguo con le due sorelle, Ida e Maria, e più in generale con i fratelli; dalle tante peregrinazioni di docente e studioso; dalla frequentazione di bettole e osterie; e pure da un forte e ricorrente – e quasi incredibile, vista la fama – sentimento di incomprensione, unito ad un’istanza non minore di riconoscimento. Si aggiunga che proprio la dimensione personale, in Pascoli, è frutto di facili mitizzazioni, e stereotipi, anche per la coltivazione rituale, pressoché immediata, dei suoi spazi e della sua memoria (di cui è esempio massimo la casa di Castelvecchio), e ciò specie per opera della sorella Maria, votata da subito alla celebrazione del culto. Quindi, complice anche una certa tradizione scolastica, assai semplificante, ogni qual volta si cerca di portare Pascoli al grande pubblico, l’inclinazione a perpetuare il racconto nazionalpopolare corrisponde a una forza del tutto naturale. A questa inclinazione cede largamente anche il libro di Osvaldo Guerrieri, sottotitolato “Indagine sulla morte di Giovanni Pascoli”, che d’altra parte, per curvatura e struttura, assume quasi le stesse movenze del film di Giuseppe Piccioni (anch’esso Zvanì e anch’esso diffuso di recente nei cinema e poi sui canali Rai). Perché in entrambi i lavori si tratta per lo più di una successione di immagini e di vicende molto note, quelle, per l’appunto, su cui più si è insistito, nel tempo, per decifrare peculiarità, fortune, oscillazioni esistenziali e disavventure del grande poeta.
Bisogna riconoscere, fortunatamente, che a Guerrieri non si può imputare, per forza di cose, l’ostentata delicatezza, l’andamento oleografico e la fotografia da (vecchia) fiction del servizio pubblico che si impone, disturbante, allo spettatore dell’opera di Piccioni (nella quale, occorre sottolinearlo, anche la scelta degli interpreti non è stata poi così felice: non per difetto di maschera, perché, anzi, gli attori ce l’hanno messa tutta; ma per la straniante distanza dei volti, delle fisicità e delle posture da quel poco che le diverse foto d’epoca fanno intendere). Allo stesso modo, poi, va anche precisato che Guerrieri, in qualche piccolo passaggio, tenta qualcosa di più, e di diverso, riuscendo a fornire assaggi di più seria e meditata riflessione (alle pp. 35-36, ad esempio, dove si ricollega alla classica lezione filologica di Cesare Garboli e, subito a seguire, all’interesse di Pascoli per la Commedia dantesca; ma anche nel capitolo “Svolte”, circa alcune evoluzioni stilistiche della poesia pascoliana, e anche lì con il supporto dell’immancabile Garboli). E Guerrieri, infine, riesce quasi a sorprendere (sempre in positivo), laddove (a p. 64) sembra allargare lo sguardo – anche se solo per uno spicchio di pagina – al vero significato, per nulla autobiografico, della “poesia dell’io” cui Pascoli tendeva. Ma resta il fatto che, persistendo nell’omissione di tanti altri aspetti (ad esempio: il Pascoli saggista; la traiettoria cosmica della sua attenzione per la natura; l’occulto ma raffinatissimo cantiere che – anche al di là della ricerca più strettamente linguistica – si nasconde dietro alla formulazione di ogni verso, anche di quello apparentemente più lineare; il senso autenticamente disciplinare – lo si direbbe normativo – del tenace attaccamento alla composizione in lingua latina…), si continua a costruire il consueto monumento sull’uomo sensibilissimo e infelice, e in fondo isolato e sfortunato. Come se si dovesse dare a Pascoli il posto che veramente gli compete solo per via di un dolce, empatico e compassionevole abbraccio.

Questa Shirley Jackson è la stessa dei grandissimi L’incubo di Hill House, La lotteria e (il migliore in assoluto) Abbiamo sempre vissuto nel castello; pietre miliari del romanzo gotico e, più in generale, della letteratura horror e mistery. Qui, però, è autrice di un testo del tutto diverso: un memoir divertente e ironico, e autoironico, sulla sua vita familiare tra le mura della grande e vecchia casa colonica di North Bennington, in Vermont. È un racconto fatto di piccoli e semplici episodi, sketches domestici scritti con grazia e stile rapido e coinvolgente, nei quali Shirley fa la mamma a tutto tondo e si scapicolla tra le urgenze, le malattie e i capricci dei figli, le gravidanze, l’automobile, l’inettitudine di un marito tanto impacciato quanto indifferente, le faccende di casa, i rapporti con gli altri bambini e le loro famiglie. Si potrebbe pensare a un libro per sole donne, che naturalmente troverebbero nella lettura numerose occasioni per riconoscersi e normalizzare note e ricorrenti sfide della quotidiana convivenza. Il fatto è che Vita tra i selvaggi offre momenti di autentico svago a chiunque: è impossibile non provare empatia e la risata spontanea è assicurata.
Se si riflette sulla circostanza che il libro è del 1953, non si può non restare sorpresi del tono diretto e dell’intelligenza emotiva di un’Autrice che, così facendo, rivela davvero il suo segreto: vale a dire, una rara combinazione tra facilità di composizione, ritmo e capacità evocativa di stampo quasi fotografico. Specialmente, però, si comprende un’altra cosa: il passo tra le ambientazioni dark di una vera maestra del genere e la rappresentazione esilarante di una banale routine casalinga è brevissimo. Ne è chiara evidenza il volantino con una storia di fantasmi, che Shirley compone scherzosamente proprio a partire da un episodio familiare specifico (e che è posto in appendice). Ma ne è la prova migliore una sensazione evidente, qui riconfermata al massimo grado: che la grande letteratura nasce sempre dall’approfondimento vertiginoso dei motivi, dei luoghi e delle esperienze – in poche parole: dei demoni – che più sono vicini allo scrittore. Il che equivale a dire che senza questa Jackson – una desperate housewriter così ordinaria, così stereotipica, così autoriflessiva e così irrimediabilmente fuori posto – l’altra non sarebbe mai esistita.
Recensioni (di M. Ghilardi; di D. Lambruschini; di G. Soncini)