Quanto si può davvero divulgare Giovanni Pascoli? La lettura di questo libro rilancia un interrogativo che, preso sul serio, vale per ogni autore, scrittore, artista… Che per prima cosa lascia al mondo le sue opere e, dunque, è con – e per mezzo – di quelle che intende essere frequentato, osservato e capito. È un problema che con Pascoli è più accentuato che mai, perché di solito, nel suo caso, anche l’analisi più tecnica si confronta inevitabilmente con i dettagli di quella che è spesso descritta come vita turbata e pluri-condizionata: dalla morte violenta del padre; dalla scomparsa prematura della madre; dalle fatiche di una giovinezza confusa; dal rapporto complesso e ambiguo con le due sorelle, Ida e Maria, e più in generale con i fratelli; dalle tante peregrinazioni di docente e studioso; dalla frequentazione di bettole e osterie; e pure da un forte e ricorrente – e quasi incredibile, vista la fama – sentimento di incomprensione, unito ad un’istanza non minore di riconoscimento. Si aggiunga che proprio la dimensione personale, in Pascoli, è frutto di facili mitizzazioni, e stereotipi, anche per la coltivazione rituale, pressoché immediata, dei suoi spazi e della sua memoria (di cui è esempio massimo la casa di Castelvecchio), e ciò specie per opera della sorella Maria, votata da subito alla celebrazione del culto. Quindi, complice anche una certa tradizione scolastica, assai semplificante, ogni qual volta si cerca di portare Pascoli al grande pubblico, l’inclinazione a perpetuare il racconto nazionalpopolare corrisponde a una forza del tutto naturale. A questa inclinazione cede largamente anche il libro di Osvaldo Guerrieri, sottotitolato “Indagine sulla morte di Giovanni Pascoli”, che d’altra parte, per curvatura e struttura, assume quasi le stesse movenze del film di Giuseppe Piccioni (anch’esso Zvanì e anch’esso diffuso di recente nei cinema e poi sui canali Rai). Perché in entrambi i lavori si tratta per lo più di una successione di immagini e di vicende molto note, quelle, per l’appunto, su cui più si è insistito, nel tempo, per decifrare peculiarità, fortune, oscillazioni esistenziali e disavventure del grande poeta. 

Bisogna riconoscere, fortunatamente, che a Guerrieri non si può imputare, per forza di cose, l’ostentata delicatezza, l’andamento oleografico e la fotografia da (vecchia) fiction del servizio pubblico che si impone, disturbante, allo spettatore dell’opera di Piccioni (nella quale, occorre sottolinearlo, anche la scelta degli interpreti non è stata poi così felice: non per difetto di maschera, perché, anzi, gli attori ce l’hanno messa tutta; ma per la straniante distanza dei volti, delle fisicità e delle posture da quel poco che le diverse foto d’epoca fanno intendere). Allo stesso modo, poi, va anche precisato che Guerrieri, in qualche piccolo passaggio, tenta qualcosa di più, e di diverso, riuscendo a fornire assaggi di più seria e meditata riflessione (alle pp. 35-36, ad esempio, dove si ricollega alla classica lezione filologica di Cesare Garboli e, subito a seguire, all’interesse di Pascoli per la Commedia dantesca; ma anche nel capitolo “Svolte”, circa alcune evoluzioni stilistiche della poesia pascoliana, e anche lì con il supporto dell’immancabile Garboli). E Guerrieri, infine, riesce quasi a sorprendere (sempre in positivo), laddove (a p. 64) sembra allargare lo sguardo  – anche se solo per uno spicchio di pagina – al vero significato, per nulla autobiografico, della “poesia dell’io” cui Pascoli tendeva. Ma resta il fatto che, persistendo nell’omissione di tanti altri aspetti (ad esempio: il Pascoli saggista; la traiettoria cosmica della sua attenzione per la natura; l’occulto ma raffinatissimo cantiere che – anche al di là della ricerca più strettamente linguistica – si nasconde dietro alla formulazione di ogni verso, anche di quello apparentemente più lineare; il senso autenticamente disciplinare – lo si direbbe normativo – del tenace attaccamento alla composizione in lingua latina…), si continua a costruire il consueto monumento sull’uomo sensibilissimo e infelice, e in fondo isolato e sfortunato. Come se si dovesse dare a Pascoli il posto che veramente gli compete solo per via di un dolce, empatico e compassionevole abbraccio.

Un (altro) bel libro su Giovanni Pascoli

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Pur essendo facoltoso, Menedemo si affanna tutto il giorno a lavorare la terra, anche nelle ricorrenze festive. Vuole, a suo modo, espiare quella che ritiene la sua colpa più grande: l’aver impedito le nozze del figlio Clinia, che dunque, non avendo potuto sposare la giovane Antifilia, è partito come mercenario alla volta dell’Oriente. Cremete, che di Menedemo è il vicino, cerca di consigliarlo, mosso dalla più umana sollecitudine. Nel frattempo, peraltro, Clinia è tornato ed è addirittura giunto segretamente a casa di Cremete, fingendo di portare con sé proprio la sua donna, che in verità è Bacchide, la cortigiana di cui è irresponsabilmente innamorato Clitifone, figlio di Cremete. Una simile messinscena è frutto di una delle prime astuzie del servo Siro, che spera così, tutelando Clitifone dalle possibili ire del padre, potenzialmente impaurito da un fidanzamento rischioso, di ricevere qualche vantaggio. Il fatto è che Sostrata, moglie di Cremete, scopre che l’ancella di Bacchide – che altri non è che Antifilia – è la figlia che aveva abbandonato neonata su ordine del marito; e che, quindi, è viva e vegeta. Gli eventi, allora, accelerano improvvisamente, le parti si scambiano ed è Menedemo, infine, trovata l’insperata occasione per riconciliarsi col figlio, a soccorrere Cremete, indirettamente stimolandogli un duro stratagemma per dare una lezione a Clitifone e riportare in famiglia l’equilibrio tanto desiderato.

Perché leggere questa commedia di Publio Terenzio Afro? Formalmente le ragioni sono tante; tutte quelle che già si possono apprendere sui banchi del liceo. E dunque: perché è esemplare dell’originalità del teatro Terenziano e delle mutazioni da esso indotte; perché vi si trova, per bocca di Cremete, la prima testimonianza scritta di una sensibilità universale (“Homo sum: humani nihil a me alienum puto”); perché la figura di Menedemo (il punitore di se stesso, come recita il titolo greco, lo stesso della commedia di Menandro, che Terenzio riprende), ha ispirato le scelte esistenziali di grandi poeti (da Baudelaire a Gozzano); perché – come è stato bene sintetizzato – l’Heautontimorumenos ha canonizzato anche il tema padri e figli, ben prima di Turgenev, aggiungeremmo (e, visto che è una commedia, ben prima di Totò e Aldo Fabrizi); perché – ciò dovrebbe essere d’interesse pure per i giuristi – lo stratagemma finale messo in atto da Cremete passa per una soluzione tecnico-giuridica, a sigillo della pregnanza diffusa della cultura giuridica e dei suoi evoluti e sofisticati dispositivi nella cultura popolare romana; perché il manoscritto più antico dell’opera è ben conservato e leggibile online, anche nelle sue miniature eccellenti, sul portale delle collezioni vaticane; e perché, infine, la sola rassegna di tutti questi profili fa apprezzare che cosa sia un classico, nella sua proverbiale ricchezza e polivalenza. Senza dire del fatto che viene voglia di prendere le pagine del manuale di letteratura latina di Concetto Marchesi, dove si può reperire un riassunto ancor più analitico della commedia.

Tuttavia c’è anche un altro motivo per accostarsi a questo piccolo capolavoro, in cui, tra l’altro, e come si dice espressamente nel Prologo, “la trama unitaria del modello si complica in un duplice intrigo”. Il motivo – non si consideri questa affermazione come un’arbitraria deminutio – è che il cenno iniziale all’umanità del rapporto tra Cremete e Menedemo, lungi dall’anticipare paradigmi fin troppo moderni (e salve le discussioni sul clima del cd. “Circolo degli Scipioni”), predispone l’animo del lettore a un atteggiamento di assoluta disponibilità e comprensione; di calma e fiducia, cioè, nella relazione intersoggettiva più autentica e partecipe, che non a caso supera ogni genere di inganno, alimentando solidarietà e reciprocità di contegno e di rispetto, ed anche ottimismo per il futuro. Mi sembra che sia questo il vero lascito – morale e financo pedagogico – del pezzo terenziano, che invita alla prossimità e alla redenzione individuale che solo l’amicitia può garantire, e lo fa in una semplicissima vicenda, a sua volta esemplare di rapporti normalmente egoistici ed emulativi. Il che, al fondo, vuol dire che, di fronte ad un problema, chiudersi in se stessi non garantisce alcun destino.

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