Sotto il cielo di un’estate italiana (Gianna Nannini – Edoardo Bennato)

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François è un abile e affermato chirurgo di mezza età. Figlio a sua volta di un apprezzato medico di paese, è l’azionista di controllo di un’importante clinica. Ama passare molto tempo nella avita casa di montagna, al confine tra Francia, Svizzera e Italia. Lì può darsi al suo hobby preferito, la caccia. La storia – non per caso dunque – comincia dal momento in cui François, dopo una posta assai lunga e impegnativa, ha finalmente nel mirino un cervo maestoso. Riesce solo a ferirlo. Lo insegue, ma non lo finisce: lo carica nel suo pick up, ancora vivo, per portarlo a casa, curarlo e liberarlo. Questa è la base di partenza per una vicenda che viene raccontata in quattro parti. Le prime tre sono ciascuna l’approfondimento progressivo dell’altra. Scopriamo, passo dopo passo, che il figlio di François, consulente finanziario, è passato a trovarlo, e che, però, se ne vuole andare presto, per raggiungere la compagna, un’affermata modella. La moglie di François – avvinta da sempre in una totale venerazione del figlio e in una altrettanto ambigua tendenza negativa nei confronti della figlia – si trova in un convento per un ritiro spirituale, dal quale tuttavia si allontana senza avvisarlo, in preda ad una delle sue consuete crisi. Nel frattempo la figlia, che da qualche giorno è nei pensieri di François, piomba all’improvviso, con la prima neve dell’anno, alla casa di montagna: è accompagnata da Loïc, il suo misterioso compagno, che, proprio mentre arriva, spara al cervo che François aveva accudito, uccidendolo. Loïc, peraltro, è gravemente ferito, abbisogna di un intervento urgente e François, su richiesta della figlia, prova a tamponare la situazione. Ma è evidente che i due sono nei guai, che sono seguiti da qualcuno che intende eliminarli ad ogni costo e che Loïc, in particolare, è una figura quanto mai equivoca e spregiudicata. L’accelerazione sarà repentina e il protagonista si vedrà presto travolto, con tutto il suo mondo, da rivelazioni sconvolgenti, e risucchiato in un incubo sempre più intenso. Verrà gettato in una inattesa fuga nel bosco, su cui si chiude, nella quarta e ultima parte, tutto il racconto.

Di questo libro qualcuno potrebbe dire ciò che di solito si pensa di molti classici film francesi: che sono troppo lenti e “psicologici”. È un’opinione che la scrittura dell’Autore – nella sua insistita esattezza descrittiva e nell’incedere ossessivamente autoanalitico che conferisce ai pensieri di François – rischia di incoraggiare. Tuttavia, a leggerlo con la giusta concentrazione, e lasciandosi trasportare, il romanzo può stimolare l’idea della sceneggiatura ideale per un thriller ben più movimentato, con Jean Reno nelle parti del medico protagonista e Vincent Cassel nel ruolo di Loïc. C’è una tensione fortissima nella narrazione, una forza che in un eventuale progetto cinematografico non potrebbe che riflettersi nella scelta dei volti più risoluti del cinema d’Oltralpe. Eppure anche questa è un’impressione sbagliata. Non che non potrebbe funzionare, ma sarebbe un altro film, mentre l’Autore ne vorrebbe uno ancora diverso. Il centro della storia non è il colorito thriller che la trama dimostra di assumere nella sua progressione: è il crollo di un’intera esistenza e di un quadro familiare affetto da patologie di più lungo periodo. A François, sbattuto violentemente in una spirale che mai avrebbe sospettato di percorrere, verrebbe da dire, forse banalmente: “Si raccoglie quanto si semina”. Ciò che illustra Lang, però, è tanto più sottile. Se a François riesce di curare meticolosamente e accudire il cervo che egli stesso ha ferito, riprendere le redini di un arido e scostante discorso familiare, anch’esso colpito ab origine, è operazione che gli risulta ormai inaccessibile. È questa medesima malattia, in fondo, ad essere il primo antecedente causale della morte del cervo miracolosamente guarito. Quindi anche l’apparente purezza della natura – che è il luogo della redenzione di François, nobile ed esperto (ex) cacciatore – non può resistere al guasto affettivo che l’uomo ha compiuto. La conclusione non è completamente tragica: l’efferatezza generata dagli eventi, e respinta con pari violenza dal protagonista, apre la via del bosco, dell’ignoto che disorienta; di un inseguimento che – senza che nulla sia garantito – offre la speranza per ricominciare, sia pur da zero, e creare nuovi legami.

Una recensione (di A. Pisu)

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In trincea con Nirvana e Sonic Youth (da rollingstone.it)

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Javier Marías è autore di grandi romanzi (in proposito bisogna dire – ne approfitto – che Nella schiena del tempo e Il secolo sono molto migliori de Gli innamoramenti e, forse, anche del celebrato Berta Isla). Il fatto è che Marías è forte pure nei racconti. Lo provano quelli riuniti in un unico contesto nel 2012 e proposti al pubblico italiano in questo volume del 2020. Sono davvero interessanti. Alcuni spiccano semplicemente per bellezza; perché tutto – tempi, articolazione, lunghezza – funziona alla perfezione. Altri, invece, oltre ad essere anch’essi gradevoli, offrono qualche spunto in più per capire meglio dove sia l’originalità dello sguardo, o del metodo, di Marías. Partiamo dai racconti veramente belli, che tra l’altro non sono pochi. Sangue di lancia, ad esempio, è quello che mi ha colpito di più: si scopre lentamente, è una specie di giallo, risolto per ostinazione a molti anni di distanza da un barbaro delitto, e la storia procede come un’allucinazione, per rivelare alla fine un’incredibile, ma semplicissima, verità. Le dimissioni di Santestieban è un’efficace e curiosa storia di fantasmi, che tuttavia serve per rappresentare in modo perfetto una simbolica traiettoria personale e, forse, anche antropologica. La canzone di Lord Rendall è un’altra forma di visione, in cui il tema classico del reduce è sublimato in una sorta di sogno drammatico. Un epigramma di lealtà, invece, è un arguto, indiretto tributo a tutti coloro che sanno dare un vero valore alla letteratura. La rassegna potrebbe continuare: il libro contiene una trentina di pezzi, che – come anticipato – si lasciano anche apprezzare per la loro natura sintomatica. Dicono di Marías moltissime cose. Penso, sempre in via esemplificativa, a Mentre le donne dormono, a Binocolo rotto, a Quand’ero mortale, a Meno scrupoli, ma anche a Un senso di cameratismo. In tutti questi racconti si produce la sensazione che l’Autore segua la tecnica di quel tipo di immaginifica immedesimazione di cui sono capaci, per lo più, soltanto i bambini: ora facciamo che eravamo… La differenza, rispetto a quell’approccio, è che Marías non lo applica in una dimensione di gioco, ma lo riserva a situazioni drammatiche, tristi o malinconiche, sulle quali si concentra con assolute e partecipate immersioni di pensiero. Ciò gli consente – quasi parlasse da solo, quasi si sforzasse in una costante e potente autoanalisi – di scavare con naturalezza e libertà in tutte le possibilità disponibili, sul piano degli accadimenti come su quello dei sentimenti, ed anche in quelle apparentemente più assurde o fantasiose; e di guardare, attraverso questa lente, anche se stesso, come dall’esterno, traendone una specifica, personale consolazione. Tutto ciò suscita irresistibile comprensione ed empatia, e produce un piacevole effetto anestetico di consapevolezza e di accettazione universali. Ecco, a leggere Marías viene spontaneo pensare, simultaneamente, a Edward Hopper e Calderón de la Barca. Niente male.

Recensioni (di M. Camerini; di V. Martinetto; di D. Mattei)

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Per rappresentare il gesto dell’umiliazione più profonda, per ammettere i propri errori e ottenere la comprensione dell’avversario, andare – o venire – a Canossa è un’espressione diventata proverbiale. Sono in tanti, di solito, a ricordare che la sua origine è un famoso episodio di storia medievale, un momento notissimo della lotta per le investiture: l’atto di sottomissione e pentimento dell’imperatore di fronte al pontefice. Enrico IV, infatti, era rimasto esposto al freddo del rigido inverno del 1077, fuori dal castello di Canossa, in attesa del perdono di papa Gregorio VII, ospite della contessa Matilde. Ebbene, di quest’ultima ed enigmatica figura – di cui tuttora vi sono tracce visibili in chiese, monasteri e castelli disseminati tra l’Appennino modenese, la Garfagnana e la Lucchesia – sono in pochi a conoscere qualcosa. Con l’eccezione di Paolo Golinelli, che in Matilde e i Canossa – un testo di successo e più volte riedito – ricostruisce la genealogia, le politiche e il declino di una casata autorevole e forte, e capace di estendere la propria influenza su di un territorio assai ampio, dalla Toscana a Ferrara, da Modena, Parma e Mantova a Brescia e Verona.

Le fonti sono scarse (il riferimento, per lo più, è la Vita Mathildis del monaco Donizone, che è senz’altro “di parte”), ma l’Autore riesce a contestualizzarle, interpretandole con puntiglio e restituendoci scorci e letture affascinanti. Sul celebre avvenimento, ad esempio: per Golinelli, il vero vincitore, a Canossa, fu Enrico IV, che con la forza del suo esercito mise il pontefice sotto pressione e “strappò” un perdono che gli consentì di avviare un conflitto ancor più forte e decisivo. Ma le pagine più interessanti del saggio sono quelle che si riferiscono a fatti meno conosciuti, ai prodromi, per così dire, dell’epoca matildica: in particolare, all’origine quasi leggendaria della fortuna dei Canossa, con l’emergere nel X secolo di Adalberto Atto, allora vassallo del vescovo di Reggio, Adelardo, e ritrovatosi protettore di Adelaide regina d’Italia; poi alla graduale strategia – con Goffredo e Tedaldo – di alleanza sempre più stretta con la Chiesa e di espansione lungo il Po, con una fitta trama di operazioni immobiliari e fondazioni di nuovi monasteri (su tutti, quello di San Benedetto Po); e infine alla decisiva e ulteriore crescita, con Bonifacio, che si impone sul fratello Corrado e sposta il baricentro del dominio (ormai piccolo “Stato”) a Mantova, diventando anche signore della marca di Toscana, stringendo un’alleanza con l’imperatore Corrado II e sposando in seconde nozze Beatrice di Lorena. Da un certo punto di vista, è questo l’apice della grande stagione dei Canossa, che comincia ad entrare in crisi già con il misterioso assassinio di Bonifacio – che è il padre di Matilde – per qualcuno diventato troppo potente. 

Il saggio segue con spiccato piglio narrativo anche le vicende successive: il secondo matrimonio di Beatrice, con Goffredo il Barbuto, e la stretta alleanza con papa Leone IX; il conflitto con l’imperatore Enrico III, che rende prigioniere sia Beatrice, sia Matilde; il ritorno in Italia al seguito di papa Vittore II e l’inizio, nel corso delle successive elezioni papali, dell’escalation molto dura della contesa sulle relative prerogative imperiali. È in questo ambito che i Canossa, titolari del diritto all’accompagnamento dei pontefici, si conquistano un nuovo spazio di protagonisti, accanto ai più fieri portavoce della riforma ecclesiastica e, così, a fianco anche di Ildebrando di Soana, il futuro Gregorio VII. Ed è sempre in questo contesto che Matilde emerge giovanissima, dovendo tuttavia affrontare ben presto la guerra con Enrico IV, l’erosione progressiva del dominio territoriale, la necessità di vendere gran parte dei suoi beni e di “donarli” alla Chiesa per salvarne l’integrità dinanzi ai rischi delle appropriazioni imperiali, la riconquista di feudi e città e la finale conciliazione con l’imperatore Enrico V. 

Il libro è ricco di tanti altri episodi e di passaggi curiosi: pittoresco quello sulle modalità della morte, insolita e atroce, di Goffredo il Gobbo, marito di Matilde; correttamente cauto quello sui discussi, “chiacchierati” rapporti tra quest’ultima e papa Gregorio VII; equilibrato quello sulla fatidica battaglia che Matilde avrebbe vinto vicino al Po contro l’esercito di Enrico IV. Non mancano, infine, alcune importanti digressioni: sul vero significato geopolitico della riforma ecclesiastica, ad esempio, e sull’intreccio tipicamente medievale tra sacro e profano; o sul rapporto tra il declino della grande feudalità e il risveglio delle città e delle comunità che le animano. Matilde e i Canossa, in definitiva, si può leggere in tanti modi: quasi come un romanzo, per le tante vicende di cui ripercorre i tratti salienti; come un saggio storico a tutti gli effetti, per apprezzarne il lavoro d’archivio e la capacità collegare il singolo tema con note di piccolo e grande contesto al contempo; ma anche come una specie di guida, per scoprire un Appennino ricco di tesori e tuttora parlante.

Un portale online interamente dedicato a Matilde di Canossa

Enrico IV a Canossa, secondo Alessandro Barbero

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Organizzare il rifiuto – La lezione dei lavoratori GKN (da leparoleelecose.it)

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Tra gennaio e febbraio dell’80 a.C., nella Roma di Lucio Cornelio Silla dictator, si intrecciano due diverse avventure: una ha per protagonista un centurione, Tito Annio Tuscolano, scortato dai suoi fidi compagni, Astragalo e Gabello; l’altra vede impegnato Marco Tullio Cicerone, al tempo ancora poco noto, nel suo primo importante processo penale. Tito Annio è stato ingaggiato dal potentissimo Marco Licinio Crasso e deve scoprire dove si rifugia Mezzo Asse, noto gestore di lupanari e unico superstite di una sanguinosa strage, nella quale ha trovato la morte anche un ricco e potente commerciante di tessuti, Marco Villio Cincio. Cicerone, invece, è stato contattato da Cecilia Metella Balearica Maggiore, influente e rispettata ex vestale, che vuole assicurare una difesa a Sesto Roscio, un imprenditore agricolo accusato dai cugini di aver ucciso il proprio padre. La materia su cui si intrecciano i due intrighi è rovente. I parenti di Cincio sono pronti a tutto, pur di vendicarlo. Soprattutto, Cincio, che era in stretto collegamento con il vittorioso ed emergente Pompeo, sarebbe diventato presto senatore. Qualcuno, forse, lo voleva morto? Non meno difficile è la situazione in cui si trova Cicerone: come mai i principi del foro hanno rifiutato di assistere Sesto Roscio? Perché ad affiancare il giovane oratore si presentano anche tre focosi e ambiziosi rampolli di famiglie notoriamente avverse allo strapotere di Silla? Mentre Tito Annio e i suoi compagni, tra risse, grandi bevute e lunghi inseguimenti, sono alla caccia di Mezzo Asse, Cicerone prepara meticolosamente il processo, maturando rapidamente la convinzione, pur riuscendo vittorioso, di essere egli stesso al centro di un inganno quanto mai torbido. È l’idea che, alla fine, si farà tragicamente anche Tito Annio, quando le due storie si uniranno, portando alla luce i collegamenti tra i delitti e la matrice cinicamente affaristica che li lega a Crisogono, spregiudicato e intoccabile protetto di Silla.

Romanzo storico e thriller allo stesso tempo, Il diritto dei lupi è una piacevole opera prima, che si legge con un certo trasporto, risultando perfettamente adatta allo svago da ombrellone. La lunghezza (si tratta di più di 700 pagine…) potrebbe spaventare – e non c’è dubbio che, forse, qualche passaggio è un po’ troppo prolisso – ma la scrittura è briosa ed efficace. Riesce suggestiva, inoltre, l’idea di trarre spunto da una reale vicenda processuale, quella di cui reca traccia la Pro Sexto Roscio Amerino, autentica orazione ciceroniana, che vien voglia di leggere integralmente. È come se gli Autori avessero voluto ricostruire il cantiere di quel testo, immaginando i timori, le ambizioni e anche le debolezze di un giovane, promettente avvocato, colto e intelligente, eppure ancora ingenuo, combattuto tra le virtù pratiche dei sofismi e la ricerca della verità. Sullo sfondo, poi, c’è la vitalità complessa di Roma antica, ricostruita e vissuta attraverso le gesta di Tito Annio, Astragalo e Gabello, e rappresentata molto bene nel contrasto tra il suo essere epicentro e modello etico, culturale e istituzionale, e la sua vocazione, anch’essa eterna, e purtroppo attualissima, a costituire il “mondo di mezzo” per eccellenza. Come a ricordarci, in sostanza, che tra le profondità oscure della Suburra e le ambizioni che si coltivano attorno ai palazzi del potere c’è sempre stata più di qualche comunicazione. L’ultimo dato positivo di questo romanzo è la figura stessa di Tito Annio, l’ex legionario di lunghe e dure campagne belliche, senza paura, in parte rozzo e in parte addomesticato, ma in ogni caso irriducibile, integro e a tratti quasi romantico. In poche parole, è il perfetto protagonista per ulteriori, auspicabili scorribande letterarie.

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Tutte le identità, e le donne, di Romain Gary (da doppiozero.com)

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Pierre Dantherieu, un diplomatico francese, è arrivato a Vienna per partecipare ai lavori di una Commissione internazionale, incaricata di dettare le regole per la navigazione sul Danubio. È il 1927 e la vecchia capitale dell’ex Impero non è più la città di un tempo. Tra le sue strade si aggira, nostalgico, anche Napoleone de Maleen-Louis, che fino al 1914 aveva lavorato presso l’ambasciata austro-ungarica a Londra e ora, privato del suo status originario, si trova a fronteggiare imbarazzanti ristrettezze economiche. Un improvviso e fortunato incontro, però, gli permette di tornare nel giro, al servizio della segreteria della Commissione internazionale. Qui non incrocia soltanto Dantherieu, che già aveva conosciuto negli anni londinesi. Si accompagna, infatti, a due singolari collaboratori, il misterioso e taciturno Massimiliano Dego e la puntuale e affascinante Théa Dux. Proprio questi personaggi – che non sono ciò che sembrano – si troveranno ben presto al centro di una trama geopolitica dagli esiti quasi sorprendenti, con la complicità dell’erudito ed eccentrico professor Moessel e per la felicità del navigato Napoleone, che tra ricordi struggenti e sogni impossibili verrà premiato e riuscirà a riabbracciare il milieu britannico che più gli è congeniale. Di questo romanzo dimenticato, pubblicato nel 1933 e finora inedito in lingua italiana, colpisce in primo luogo la rappresentazione dettagliata, rigogliosa e ricercatissima di un altro mondo: di un’epoca, già allora tramontata, di grandi ma ormai scomparse dinastie, di ricevimenti sontuosi e raffinatezze irripetibili, di bellezze e intelligenze tenaci ed elegantissime, tanto corteggiate quanto sfuggenti. Sembra quasi, quello di Ghyka, un poema sull’Europa della nobiltà e della tradizione, che la prima guerra mondiale aveva messo irrimediabilmente in ginocchio e che di fronte alle crisi sociali ed economiche del dopoguerra e alle montanti dittature pare ancor più soccombente. È così solo in parte, perché il racconto da favola nasconde evidentemente il profondo, consapevole tormento del suo autore. Da un lato, Ghyka lascia immaginare che il riscatto del vecchio continente potesse venire da un inedito connubio, autenticamente mitteleuropeo, tra le più gloriose stirpi e le forze più generose delle nuove nazioni. Dall’altro lato, però, la sua onniscienza di narratore tradisce la più intima disillusione, perché nel momento in cui inscena l’incantamento perfetto riesce a farsi profeta delle imminenti sventure, intuendo anche l’identità dei futuri vincitori. Piccola glossa finale: l’Autore – che coltiva una forma espressiva suadente, quasi ammaliante, e che indugia nello stimolare l’importanza di ricorrenze o coincidenze magiche o fatali – si cela qua e là dietro l’identità di molte delle sue creazioni, e anche dietro l’acutezza di alcune analisi storiche e artistiche; la lettura dell’opera di Bruegel il Vecchio non impressiona solo Dantherieu, ma promette attimi di soddisfazione pure per i palati più esigenti.

Recensioni (di S. Viva; di D. Lunerti; di S. Solinas; di E. Trevi)

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Esorcizzare la grammatica (da ilprimoamore.com)

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