In questo piccolo romanzo del 1988 – l’ultimo scritto da Chatwin prima della morte – si racconta di un certo Utz, morto a Praga negli anni Settanta. La storia comincia con il mesto funerale del protagonista: scarno, malinconico e un po’ surreale. Ma, subito dopo, la trama riparte da un tempo anteriore: dall’anno che aveva preceduto l’occupazione della Cecoslovacchia da parte dei carri armati sovietici. Precisamente da quando l’io narrante entra in scena, nelle vesti di appassionato ed esperto d’arte, e di collezionismo, cui un amico consiglia di incontrare, per l’appunto, l’enigmatico Utz. Proveniente da una piccola e incerta nobiltà terriera dei Sudeti, Utz – che vive in un piccolissimo appartamento, assistito dalla sua governante – è stato in grado, sin da giovane, di raccogliere una formidabile raccolta di porcellane di Meissen; un patrimonio prezioso, che ha saputo difendere e incrementare a più riprese, anche durante l’occupazione nazista e poi, a guerria finita, di fronte alle mire del sopraggiunto regime socialista. 

Al suo più giovane interlocutore Utz racconta moltissime cose: sui misteri del Golem, sulle passioni (e ossessioni) artistiche della casata di Sassonia, sui segreti alchemici della porcellana… E gli fa incontrare anche un pedante ed eccentrico amico, il paleontologo Orlik. Le strade si dividono, e tuttavia la storia continua, perché Utz cerca in ogni modo di conciliare la sua morbosa attrazione magnetica per la collezione e la volontà di liberarsi dal clima oppressivo del regime, immaginando anche di fuggire all’Ovest. Ciò che il narratore viene a scoprire, però, è che, alla scomparsa di Utz, anche le porcellane svaniscono. Dove saranno mai finite? Chi se ne sarà impossessato? Sono forse andate distrutte? Di più non è lecito dire, di questo libro. Non solo per non privare il lettore della sorpresa dell’epilogo, bensì perché sono le tante (studiatissime) divagazioni che lo preparano meticolosamente alla comprensione del giusto significato: evidenziando, cioè, quanta e quale cura di sé occorre per non scivolare – non importa se laici o religiosi – nella più esiziale delle idolatrie. 

In questa direzione, Utz, apparentemente così diverso dall’altro Chatwin (quello dei viaggi), è l’opera forse più rappresentativa, perché fondamentalmente teorica, di un’etica di abbandono e nomadismo strutturali, concepiti ad antidoto per il male più grande delle cose; patologia che l’Autore conosceva assai da vicino, vista la vicinanza estrema tra il tema trattato in Utz e l’originaria militanza dello stesso Chatwin quale dipendente di una famosa casa d’aste. Un’ultima notazione: dal libro è stato tratto un film delizioso, che, diversamente da ciò che accade di solito, è molto fedele allo scritto. Vale quasi la pena (così è stato per me) partire da lì.

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Pierre Dantherieu, un diplomatico francese, è arrivato a Vienna per partecipare ai lavori di una Commissione internazionale, incaricata di dettare le regole per la navigazione sul Danubio. È il 1927 e la vecchia capitale dell’ex Impero non è più la città di un tempo. Tra le sue strade si aggira, nostalgico, anche Napoleone de Maleen-Louis, che fino al 1914 aveva lavorato presso l’ambasciata austro-ungarica a Londra e ora, privato del suo status originario, si trova a fronteggiare imbarazzanti ristrettezze economiche. Un improvviso e fortunato incontro, però, gli permette di tornare nel giro, al servizio della segreteria della Commissione internazionale. Qui non incrocia soltanto Dantherieu, che già aveva conosciuto negli anni londinesi. Si accompagna, infatti, a due singolari collaboratori, il misterioso e taciturno Massimiliano Dego e la puntuale e affascinante Théa Dux. Proprio questi personaggi – che non sono ciò che sembrano – si troveranno ben presto al centro di una trama geopolitica dagli esiti quasi sorprendenti, con la complicità dell’erudito ed eccentrico professor Moessel e per la felicità del navigato Napoleone, che tra ricordi struggenti e sogni impossibili verrà premiato e riuscirà a riabbracciare il milieu britannico che più gli è congeniale. Di questo romanzo dimenticato, pubblicato nel 1933 e finora inedito in lingua italiana, colpisce in primo luogo la rappresentazione dettagliata, rigogliosa e ricercatissima di un altro mondo: di un’epoca, già allora tramontata, di grandi ma ormai scomparse dinastie, di ricevimenti sontuosi e raffinatezze irripetibili, di bellezze e intelligenze tenaci ed elegantissime, tanto corteggiate quanto sfuggenti. Sembra quasi, quello di Ghyka, un poema sull’Europa della nobiltà e della tradizione, che la prima guerra mondiale aveva messo irrimediabilmente in ginocchio e che di fronte alle crisi sociali ed economiche del dopoguerra e alle montanti dittature pare ancor più soccombente. È così solo in parte, perché il racconto da favola nasconde evidentemente il profondo, consapevole tormento del suo autore. Da un lato, Ghyka lascia immaginare che il riscatto del vecchio continente potesse venire da un inedito connubio, autenticamente mitteleuropeo, tra le più gloriose stirpi e le forze più generose delle nuove nazioni. Dall’altro lato, però, la sua onniscienza di narratore tradisce la più intima disillusione, perché nel momento in cui inscena l’incantamento perfetto riesce a farsi profeta delle imminenti sventure, intuendo anche l’identità dei futuri vincitori. Piccola glossa finale: l’Autore – che coltiva una forma espressiva suadente, quasi ammaliante, e che indugia nello stimolare l’importanza di ricorrenze o coincidenze magiche o fatali – si cela qua e là dietro l’identità di molte delle sue creazioni, e anche dietro l’acutezza di alcune analisi storiche e artistiche; la lettura dell’opera di Bruegel il Vecchio non impressiona solo Dantherieu, ma promette attimi di soddisfazione pure per i palati più esigenti.

Recensioni (di S. Viva; di D. Lunerti; di S. Solinas; di E. Trevi)

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