Gli Alleati risalgono l’Italia in modo irresistibile e il colonnello Martin von Bora, ex ufficiale dell’Abwehr, lascia Roma: deve raggiungere il suo nuovo comando sugli Appennini. Siamo nel giugno del 1944, la Wehrmacht sta cercando di assestarsi in prossimità della Linea Gotica. Bora, però, viene bloccato lungo il percorso, perché per lui gli ordini sembrano improvvisamente cambiati. Il suo passato lo richiama in sevizio. Senza che le SS lo sappiano, deve fermarsi a Faracruci, un piccolo paese sul massiccio del Gran Sasso, per tentare di recuperare un carteggio di importanza fondamentale, quello tra Mussolini e Churchill. Durante la prigionia di Campo Imperatore, l’ex Duce lo avrebbe consegnato in gran segreto a Luigi Borgonovo, un oppositore del regime confinato da anni nel remoto borgo abruzzese. Bora ha pochi giorni, perché non può permettersi che la sua missione venga vanificata dagli americani, dai partigiani o dallo stesso esercito tedesco. Ha capito, infatti, che anche nelle alte sfere dei comandi berlinesi si sta giocando una partita complessa; e lui, in fondo, sa da che parte stare. Tuttavia Borgonovo non vuole rivelare il suo segreto, e a complicare il tutto ci si mette anche un misterioso omicidio: nella piazza di Faracruci viene ritrovato il corpo morto di un uomo sconosciuto. Dal paese, nel frattempo, sono fuggiti anche i Carabinieri. Bora, unico ufficiale presente, si sente quasi costretto ad indagare, con la speranza di essere aiutato, in ciò, da Borgonovo, con cui vuole entrare in confidenza. Si apre in tal modo un giallo nel giallo, un mistero le cui radici affondano nel primo conflitto mondiale e negli intrighi più contorti della sparuta comunità locale, dei suoi notabili e dei poveri contadini che da sempre lavorano per loro. La detective story si articola ora per ora nel microcosmo di Faracruci, ma sullo sfondo delle grandi manovre militari e delle sorti fatali dell’Italia e della Germania.

La Pastor riesce sempre a confezionare storie interessanti e suggestive. Non c’è dubbio che il perno capace di farle tutte ruotare nella direzione giusta sia sempre il personaggio di Martin von Bora: uomo di nobile lignaggio, colto, intelligente, inossidabile. Il fatto che militi come braccio armato della Germania nazista contribuisce ad esaltarne, per contrasto, il fascino: non può non servire la sua Heimat, ma al contempo sente di doverlo fare negli unici modi che l’onore e la cultura gli suggeriscono. L’orrore lo ha percepito distintamente, ha attraversato la sua vita e la sua famiglia. E anche in questa storia il dissidio emerge in modo netto, tanto più che la missione segreta che gli è stata affidata proviene, con tutta probabilità, da quelle gerarchie che, avvertendo l’ormai prossima disfatta del popolo tedesco, cercano di procurarsi con ogni mezzo gli strumenti per una possibile trattativa con i futuri vincitori. Da questo punto di vista, Il morto in piazza andrebbe letto alternando le sue pagine alla visione di Operazione Valchiria. Sennonché sullo schermo irrompe anche il valore aggiunto del giallo, che, per rimanere sul piano cinematografico, sarebbe stato bello veder girato da Carlo Lizzani. Come sarebbe stato bello saperlo sceneggiato da Silone, perché il grumo che lo strano e inflessibile detective germanico si trova a dipanare è condito delle amare e invincibili pietanze della povertà, dell’interesse e del risentimento. Così collocato, Faracruci è un piccolo e simbolico laboratorio di un’Italia perennemente intricata e indifferente: accade di tutto ai suoi confini, ma la sua vita è sconvolta soltanto dalle vergogne quasi macchiettistiche e melodrammatiche della peggiore e immobile provincia. Ma non è soltanto per questo che le indagini di Bora sono avvolte come da una bolla, che il ritmo del romanzo è lento, che il tempo sembra quasi fermo, che le ore e le notti, sospese, scandiscono un’azione apparentemente estranea al teatro di guerra. Bora sta vivendo la fine di un’epoca e la sua creatrice non poteva scegliere una malinconia più accattivante.

Il sito dell’Autrice

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1937: l’Impero è stato proclamato da poco più di un anno, ma l’Etiopia è ancora un paese in rivolta. La conquista di Addis Abeba non è stata sufficiente. Nel Goggiam è in corso una vera e propria sollevazione, che camicie nere, truppe coloniali e bande organizzate non riescono a sedare. Al Vice Re Graziani arrivano anche notizie inquietanti, storie di condanne sommarie e sparizioni, forse all’origine della rabbia dei ribelli. E dire che lo stesso Graziani, dopo aver subito un attentato, aveva inaugurato una repressione spietata. Ora teme di perdere il controllo della situazione, e si vede costretto a vederci più chiaro e a inviare una spedizione segreta, comandata da Vincenzo Bernardi, abile e stimato graduato della Giustizia Militare. Lo accompagnano il tenente Valeri e il fedele Welè, sciumbasci a capo della scorta armata. Il loro è un lungo e pericoloso viaggio nel “cuore di tenebra” dell’Africa italiana, dove tutto è ambiguo e poco decifrabile, e dove le minacce sono costanti. La resistenza della popolazione locale è forte e fiera, e gli occupanti italiani sembrano mossi da istinti poco virtuosi, se non da disegni indecifrabili e potenzialmente eversivi. Anche l’esercito pare comandato da ufficiali indolenti, timorosi e inadeguati, tanto che Bernardi e Valeri si trovano improvvisamente travolti dalla terribile disfatta delle truppe che avrebbero dovuto domare il nemico. Feriti e imprigionati dai ras del territorio, riescono a salvarsi per circostanze apparentemente miracolose, il cui oscuro significato riusciranno a comprendere soltanto molti anni dopo, a guerra finita: sarà il vecchio generale Badoglio a spiegare a Bernardi i retroscena di tutta quella strana vicenda.

Gli Autori hanno costruito un thriller storico di tutto rispetto, prendendo spunto da fatti realmente accaduti, qui reinventati con respiro cinematografico. La verosimiglianza c’è tutta, custodita dal montaggio accurato di un fitto apparato di dispacci militari, tratti da comunicazioni originali dell’epoca. È assai minuziosa anche la descrizione delle operazioni sul campo, degli scontri armati e dei corpi che vi sono coinvolti. Non sono meno efficaci le figure, a loro modo esemplari, che animano la trama, e che la dicono lunga, meglio di molte ricostruzioni storiografiche, sulle ambizioni, sulla crudeltà e sulla mediocrità della milizia occupante e dei suoi comandi. La leggenda del buon italiano ne riesce nuovamente smascherata. Naturalmente spiccano, per distinzione, i due protagonisti, Bernardi e Valeri, che non sfigurerebbero neanche nei romanzi di Leonardo Gori: coraggiosi, onesti e tenaci come il capitano Bruno Arcieri; un esempio di un’italianità leale, con la schiena dritta, che – come si desume dal racconto – dev’essere stata particolarmente rara. Va detto che il libro, pur avallando la tesi che da tempo cerca di accreditare l’idea di un esercito non del tutto al servizio del regime, lascia intravedere anche un giudizio negativo sulla monarchia e sui suoi più alti ufficiali. Come se la disfatta dello Stato sia stata anche il frutto di una contesa mai risolta tra fascismo e casata reale, a volte conniventi, altre volte l’un contro l’altra armati, anche a colpi di intelligence. Il romanzo, ad ogni modo, ha anche qualche punto debole: è un po’ troppo lungo, in primo luogo; e le vicissitudini, in patria, delle fidanzate dei due ufficiali paiono sostanzialmente posticce, troppo estranee al cuore dell’intrigo poliziesco e istituzionale. Dopodiché è un copione dal quale David Lean avrebbe potuto realizzare un Lawrence d’Arabia in salsa tricolore: e questo basta.

Recensioni (di Maurizio Crosetti; di Antonio D’Orrico; di Alessandro Gnocchi; di Igiaba Scego)

Il libro a Fahrenheit

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È un romanzo in tre tempi. Il primo (1933-1945) è il tempo del padre, Luigi, di cui si racconta la giovinezza e la crescita, dal matrimonio alla guerra sul fronte balcanico, fino alla militanza partigiana in Istria. Il secondo tempo (1945-1982) è quello del figlio, Valerio, alter ego dell’Autore, seguito in due diverse fasi del suo percorso, dall’adolescenza dell’educazione sentimentale alla maturità della docenza universitaria e dell’impegno di partito. Il terzo tempo (2005) appartiene al “figlio del figlio”, Marcello, tornato in Italia, da Londra, sulle tracce di se stesso, del padre e del padre di suo padre. Ai tre tempi non corrispondono soltanto, come spiega Luperini stesso nella Nota che chiude il volume, tre diversi modi di narrare (la docu-fiction di carattere storico; l’autobiografia romanzata; il racconto in terza persona). Quei tempi sono anche tre contenitori: di una ricerca psicologica che si muove su più generazioni, e degli scenari, familiari, sociali e politici sui cui di volta in volta la ricerca si articola. Si assiste, così, ad un lungo viaggio introspettivo, che attraversa il fascismo, la Resistenza, la rinascita della mobilitazione politica, gli anni di piombo, lo smarrimento della fine del secolo. E a questo viaggio si intreccia il percorso dell’Autore e del suo dna di studioso engagé, in un continuo rimando tra ragioni private e istanze collettive, tra fragilità affettive e stati di equilibrio.

Il genere cui appartiene questo testo è quello dei libri che per essere compresi e assimilati richiedono un adeguato periodo di sedimentazione. A distanza di qualche ora, infatti, si prova già nostalgia per lo stile pacato e il periodare pulito. Ma il valore di questa lettura non si esaurisce qui. Anzi, la scrittura piana in questo caso proprio non aiuta, perché potrebbe stimolare un giudizio soltanto semplicistico. Si potrebbe avere l’impressione di trovarsi di fronte alla sceneggiatura di una meglio gioventù più intimistica, più esistenziale. Non è così, però. Né si può pensare che la cifra di questa storia sia solo quella strettamente autobiografica: che peraltro, nel caso di specie, è interessante comunque, visto che a mettersi a nudo, sia pur in forma romanzata, è uno degli intellettuali italiani più noti e apprezzati. Anche l’esemplarità, tuttavia, non spiega tutta la suggestione che l’Autore riesce a imprimere alle sue pagine. Il loro punto di forza, il motore che le alimenta è in quella parola, rancura, che sta nel titolo e che è tratta da una poesia di Montale. Non è soltanto un omaggio al cuore delle attenzioni filologiche di Luperini e del suo magistero di critico. La rancura è il vero protagonista del romanzo. È una sensazione di afflizione che deriva da un rimprovero istintivo e malinconico, ma soffocato; dal senso di un condizionamento sofferto, che altri, forse, ha imposto, in modo tuttavia indelebile e naturale, come se fosse un testimone difficile, da prendere con la coscienza che non lo si potrà mai superare davvero, se non comprendendolo e accettandolo. Come si fa con i genitori, ci ricorda Luperini; e come si fa anche con le proprie origini, le proprie case e i propri amori, e infine anche con il proprio paese.

Recensioni (di Angelo Guglielmi; di Pierluigi Pellini; di Floriano Romboli)

Un’intervista a Romano Luperini

L’Autore a Fahrenheit

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La storia dell’umanità sembra percorsa da un artificio violento: società gerarchiche,  maschiliste e prevaricatrici si sono imposte, sin dall’antichità, su società pacifiche, egualitarie e sessualmente libere, e fondate sul culto della Grande Madre. L’esistenza di questa alternativa originaria è stata rimossa da qualsiasi memoria, e ci sono forze e uomini che sempre e ancora combattono per cancellarne ogni traccia e per ribadire il predominio di un paradigma di sopraffazione. Sonia è una dottoranda fiorentina che si è messa sulle tracce di questo lontano conflitto e che paga con la vita la sua ostinazione. Petra, la sua più cara amica, cerca di capire perché è scomparsa e di coltivarne la passione. Così facendo, intreccia la sua strada a quella di Aldo, ragioniere milanese disoccupato e disperato, e di Lorenzo, brillante e spregiudicato enfant prodige della più spinta e pericolosa finanza newyorkese: due vite diverse, eppure accomunate da un destino tragico. Il mondo nel frattempo è sconvolto dalla crisi economica e da un’escalation senza tregua di privatizzazioni selvagge, disordini e conflitti armati, nei quali i tre protagonisti sono completamente avviluppati, vittime e attori, allo stesso tempo, di una misteriosa lotta per l’affermazione di un’egemonia globale. Un oscuro clan plutocratico, infatti, trama nell’ombra e le sue manovre paiono assecondate con successo da un ordine pseudo-religioso plurimillenario e pronto a qualsiasi azione.

Tersite Rossi è l’identità fittizia di un originale duo di scrittori. Dopo l’esordio fresco e promettente, seguito da un tentativo più esplicito di new epic literature, probabilmente troppo ambizioso, Mattia Maistri e Marco Niro compiono una nuova e inattesa metamorfosi. Dalla narrativa di impegno civile il collettivo trentino si va dichiaratamente spostando verso un genere ancora indecifrabile, fra il thriller, il new age e il racconto distopico e apocalittico. Per gli Autori è “narrativa d’inchiesta” – così ne parlano – anche se nel libro si respira un certo irrazionalismo antimoderno, che trae evidentemente alimento da una riflessione sul presente più militante che problematizzata. Di suo questa ispirazione non ha nulla di male, le potenzialità sono alte, ma ci si deve sempre ricordare, in questi casi, di coltivare una verosimiglianza complessiva, che qui difetta, perché la storia non viene assistita da un sufficiente apparato di dettaglio (reale o immaginario che sia).  La sensazione, alla fine, è quella di aver letto il lavoro ancora acerbo di un ammiratore di Valerio Evangelisti e di James Rollins. Tuttavia non si può dire che manchino capacità e facilità di composizione e di montaggio. Né si può negare che ci siano singoli spezzoni molto convincenti, anche se sono tali solo quelli che rappresentano le emozioni e le derive esistenziali dei singoli personaggi, non quelli che costruiscono e giustificano la scelta del tema e la trama. Manca, in proposito, la chiara adesione ad un finale definito, di Bene o di Male, visto che anche quest’ultimo viene rappresentato come una sorta di scenario obbligato. È proprio qui, probabilmente, che si avverte il sintomo del sottile impaccio che continua a bloccare Tersite Rossi. Per essere convincente il suo modo di raccontare ha ancora bisogno di coltivare uno spazio di immedesimazione: la predizione di un fato invariabile e disperante può certo ospitare questo spazio, ma da sola non basta.

Il booktrailer

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La storia prende avvio a Venezia, nel 1565. Giovanni è anziano, ma quando viene a sapere che al cimitero di San Zaccaria stanno riesumando i cadaveri corre subito sul posto, per continuare a celare il segreto che Gregorio Eparco, il suo vecchio precettore bizantino, gli aveva consegnato. Si tratta di un libro, che era stato nascosto proprio sotto la testa del defunto maestro e che nessuno avrebbe mai dovuto leggere. Ora la curiosità di Giovanni è tanta, e così la lettura ha inizio. È una sorta di diario, tenuto dallo stesso Eparco nei mesi e nei giorni che hanno preceduto la caduta di Costantinopoli, nel 1453, ad opera dell’esercito turco guidato da Maometto II. Gregorio racconta moltissime cose: di quanto fosse grande la Città; dei mercanti genovesi e veneziani che vi risiedevano; della sua amicizia con Malachia Bassan, un arguto ebreo veneziano, socio in affari; delle strategie che l’ultimo imperatore, Costantino XI Paleologo, ha cercato di mettere inutilmente in atto per evitare ciò che a tutti sembrava ormai inevitabile; della potenza, della determinazione e della crudeltà degli assedianti; dei tanti coraggiosi, greci e non, che hanno cercato di opporvisi; della sensazione imminente e tragica di un crollo generale, delle difese della Città come di un’intera civiltà. Soprattutto, però, Gregorio racconta della missione di cui si sente improvvisamente investito: salvare dal prossimo saccheggio le dieci più sacre reliquie della cristianità, da sempre custodite a Costantinopoli e celate agli appetiti di qualsiasi invasore. Con l’aiuto e la freddezza di Malachia la ricerca comincia, tra antiche pergamene, spedizioni notturne e timori sempre crescenti. L’esito di tanti sforzi è ciò che il lettore insegue fino alla fine, nelle ultime righe, quando, sorprendentemente, dopo quasi seicento pagine di racconto, si sente ancora la voglia di continuare a leggere e di saperne di più.

Con questo romanzone – che vuole espressamente porsi quale prologo di nuove avventure – Paolo Malaguti ha compiuto il processo che si intuiva sin dal suo debutto e che era emerso in modo molto chiaro specialmente nell’opera seconda: lo scrittore cercava una dimensione, un respiro e una tecnica adeguati alla propria ispirazione, e adesso, con tutta probabilità, le ha (felicemente) trovate. Qualcuno direbbe che La reliquia di Costantinopoli è un grande affresco storico. In parte lo è, sicuramente, per lo sforzo ricostruttivo, per la cura dei particolari, per l’attenzione alla caratterizzazione dei personaggi, alla cui umanità minuta l’Autore si dimostra particolarmente attento. Altri, al contempo, potrebbero sentire la tentazione – e sarebbe la cosa più semplice da fare – di collocare Malaguti tra Ben Kane e (perché no) Umberto Eco: come a dire “tra le gesta degli antichi e i segreti dei Templari”. E qualcosa di vero c’è anche in questa valutazione. A ben vedere, tuttavia, il quadro non sarebbe del tutto corrispondente alla realtà. Lo spazio di Malaguti, innanzitutto, non è l’affresco, è l’arazzo; e non si tratta di un arazzo come ce lo immaginiamo comunemente. Forse la sua trama, la sua estensione e i suoi disegni si avvicinano a quelli della famosa tessitura di Bayeux, che non ha solo lo scopo di stupirci, ma vuole darci il senso di un’epopea gloriosa che trascorre, che si è consegnata a testimoni che spesso non ne sono del tutto coscienti e che promette di arrivare intatta fino ai giorni nostri. Ciò che vi si racconta, quindi, non è soltanto cosa da thriller medievale. Certo, c’è il divertimento; e c’è anche il gusto per l’intrattenimento di un pubblico che è pronto ad apprezzare tutte le astuzie narrative di genere (dal collaudatissimo escamotage del “manoscritto ritrovato” al cliché del tesoro scomparso). Come per Gregorio Eparco, però, anche per Malaguti il mandato è altro, e del tutto peculiare, oltre che attuale: salvare la tradizione, farcene apprezzare le movenze profonde, farla rivivere – “nella confusa caducità dei tempi presenti” (p. 194) – attraverso le complesse interazioni socio-culturali di cui essa si è sempre nutrita e da cui possiamo ancora abbeverarci, perché i suoi segni ci sono incredibilmente vicini. Se a questo fine serve essere lunghi, minuziosi, quasi lenti nel procedere, allora ben venga anche la mole di libri come questo: alle pietre angolari di un solido progetto narrativo può convenire una certa stazza; e in questa confidiamo anche per la tenuta dell’edificazione futura.

Una recensione (di Nicolò Menniti-Ippolito)

La presentazione del libro (alla libreria “Palazzo Roberti” di Bassano del Grappa)

Una “pillola” sulla caduta di Costantinopoli

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Dee Je-dijeh è un giovane giudice, di fresca nomina. Deve salutare i suoi amici e abbandonare la capitale imperiale per recarsi nel Sud, a Peng-lai, grande e importante città portuale dello Shantung. Sarà la sede del suo primo incarico, e lì dovrà cominciare con la prova più difficile e rischiosa: smascherare l’assassino del suo più esperto predecessore, morto avvelenato nella biblioteca. Lo accompagna il fedele Hoong e, lungo il tragitto, dà prova di coraggio e destrezza, guadagnandosi il sodalizio di Ma Joong e Chiao Tai, scaltri avventurieri raminghi. La squadra si è formata, dunque, e Dee può insediarsi ufficialmente nei quartieri del tribunale. La sfida si rivela subito grande e ingarbugliata: il vecchio cancelliere Tang nasconde sicuramente qualcosa; l’impiegato Fan è scomparso; l’appartamento privato del magistrato sembra ancora occupato dal fantasma del giudice ucciso. Come se non bastasse, Koo Meng-pin, un ricco armatore, denuncia la scomparsa della moglie, la figlia dell’eccentrico e facoltoso dottor Tsao. Cominciano le indagini, a 360 gradi, e cominciano anche a spuntare nuovi cadaveri e figure ancor più misteriose e ambigue, come quella dell’efficiente Kim Sang, amministratore di Koo, e del colto e indisciplinato Po Kai, amministratore del concorrente Yee Pen. Dee comprende che gli intrighi devono essere tanti e che ad essi non sono estranei pure il tempio buddhista e gli strani traffici del porto. La ricerca pertanto continua, tra le varie scorribande notturne di Ma Joong e Chiao Tai, che, come il giudice, rischiano la vita in veri e propri agguati. Dee, però, confuciano di stretta ma magnanima osservanza, non si dà per vinto e, nel momento in cui la soluzione sembra sfuggirgli, viene soccorso da un’intuizione improvvisa, che sembra giungergli dalla grande tradizione della più antica criminalistica cinese. Il caso viene quindi risolto, e brillantemente, con un finale del tutto a sorpresa, nel quale le abilità di cui è dotato aiutano il giovane giudice a spiegare ogni cosa e a scoprire un’amara verità.

I tantissimi “casi” di questo giudice – realmente esistito – della dinastia Tang (VII-VIII sec. d.C.) sono il frutto della fantasia, della curiosità e della passione di un diplomatico olandese, che sin dagli studi universitari si era totalmente immerso nella conoscenza dell’Estremo Oriente. Ci si può sorprendere che le vicende di Dee non siano oggi ricordate, in Europa, alla stessa stregua delle storie di Poirot: ne hanno tutti i tipici ingredienti e hanno anche il pregio di essere più movimentate. Sappiamo, in verità, che la prolifica serie del giudice Dee – oggi riproposta sistematicamente da un editore assai meritevole – attirava le simpatie manifeste di Agata Christie, e i motivi sono presto detti. Da un lato, Van Gulik riesce a rievocare con gusto un’età e una civiltà lontanissime, attingendo ad una letteratura insospettabile e altrettanto fertile, oltre che ben più longeva della giallistica occidentale. Allo stesso tempo, tuttavia, il suo campione, pur essendo cinese, si muove come il Dupin di Allan Poe e ha “scatti” deduttivi da vero Sherlock, nel complesso di una trama articolatissima, che talvolta è venata, in modo molto originale, da tinte hardboiled e da uno spiccato senso del divertimento. Dee, quindi, appartiene ad un cosmo dichiaratamente diverso dal nostro, ma che del nostro pare condividere moltissimi aspetti. Si ha l’impressione, così, che van Gulik possa non solo appassionare gli amanti del poliziesco: la coltivazione di questo genere, anzi, sembra quasi l’escamotage di una maliziosa e accattivante operazione di mediazione culturale. Non è un caso che lo stesso scrittore sveli nel Postscriptum che ha cercato di fondere assieme molti elementi diversi della cultura orientale, cimentandosi direttamente anche con lo stile figurativo dell’epoca Ming e con la storia del teatro cinese. La sua è una volontà rappresentativa che si spinge ben oltre i confini dell’enigma investigativo. La Cina – è questo che vuol farci capire il prolifico Autore – è un serbatoio di tesori che l’Occidente può comprendere perfettamente e nel quale può anche cercare di ritrovarsi, a patto di riscoprire nella pazienza della sua migliore razionalità un primo ed essenziale canale di comunicazione.

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Edgardo è un giovane copista dell’abbazia di Bobbio e si lascia persuadere dal confratello Ademaro che la soluzione alla sua crescente miopia possa nascondersi nelle virtù di alcune misteriose pietre, lapides ad legendum, di cui narrano i mercanti di Venezia. Si recano entrambi in laguna, ospiti del convento di San Giorgio, nella speranza di trovare una risposta ai loro interrogativi in qualche misterioso trattato proveniente dall’Oriente. Ma la città è allarmata da una serie di inquietanti omicidi: gli occhi delle vittime – che provengono tutte dal mondo dei mastri vetrai, i “fiolari” – vengono sostituiti da bulbi artificiali. Edgardo, però, non si lascia condizionare e comincia la sua ricerca, anche se si trova ben presto al centro delle strane trame del mercante Karamago e della risoluta concorrenza tra il collerico mastro Segrado e i suoi più acerrimi competitori. Segrado, infatti, vuole realizzare un vetro purissimo, aiutato dalla fedelissima schiava Kallis, ma sono tante le persone che desiderano conoscerne i segreti di fabbrica. Edgardo, che intanto, nello scriptorium di San Giorgio, ha scovato un libro scritto in arabo, pieno di allusioni alle strane pietre vitree che lo potrebbero aiutare, accende la miccia dello scontro definitivo, tra delazioni, sospetti, linciaggi e improvvise e travolgenti passioni. Come in ogni più classica trama da romanzo giallo, il colpevole non è mai la figura più scontata e il gran finale, una vera e propria resa dei conti, ha, per Edgardo, il sapore di una triplice iniziazione: ad una vita finalmente adulta, al lato oscuro del sapere, alle più forti delusioni del cuore.

Il nome della rosa lo ha scritto Umberto Eco, un bel po’ di anni fa: la debolezza de La pietra per gli occhi è questa. Nonostante si tratti di una storia diversa, sono tanti, forse troppi, i punti di contatto, le coincidenze, le suggestioni convergenti; e il modello rimane ancora insuperabile. Il resto, invece, funziona molto bene, tanto che il libro merita veramente una lettura. La Venezia fangosa, umida e sporca – e sconosciuta – dei secoli in cui era ancora un arcipelago e si stava preparando a dominare il mare e la terraferma; la vivacità del porto di Rialto, allora in febbrile espansione; i nomi originari di piccole isole un tempo abitate e oggi scomparse; l’abilità e la curiosità di artigiani tenaci, autentici pionieri della produzione dei più antichi occhiali; le intuizioni e le sperimentazioni del grande scienziato arabo Alhazen; la violenta determinazione di una popolazione costantemente divisa in fazioni; il fascino straordinario di palazzi e costruzioni destinati a diventare patrimonio dell’umanità: Tiraboschi vi si orienta – e ci guida – con perizia e passione, come tra i canneti e le atmosfere limacciose della brughiera e della foresta medievali della serie di Fratello Cadfael. In poche parole, ciò che è pregevole, in questo giallo storico, non è il giallo, ma la storia, lo sguardo che l’Autore ci consente di dare ad un tempo tanto lontano e ad un’ambientazione eternamente carica di segreti e di miracoli.

Una recensione (di Sergio Pent)

Un’intervista all’Autore

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Marcello è un vulcanico e disordinato presidente di una cooperativa sociale di Fano, che impiega malati psichiatrici, ex tossicodipendenti e detenuti in semilibertà provenienti dal carcere di Fossombrone. La figlia Manuela lavora all’Università di Damasco, dove sta scrivendo una tesi di dottorato sulle figure enigmatiche dell’ebreo errante e del “verdeggiante” (Al-Khidr). Sta per tornare a casa, ma non solo per rivedere il padre e per cercare di ricomporre la separazione de facto che lo divide dalla moglie Olga. La giovane studiosa ha una missione, che le è stata affidata dal Patriarca della Chiesa Melchita: recuperare una copia dell’Horologium, ossia del Kitab Salat al-Sawa’i, il primo libro in lingua araba ad essere stato stampato in Occidente, nel 1514. Il compito è molto pericoloso; ci sono tante e misteriose forze che intendono impadronirsi ad ogni costo della preziosa cinquecentina. Una copia del volume si troverebbe proprio nel porto marchigiano, nel luogo, cioè, d’origine della prima edizione, di fattura formalmente veneziana, ma uscita, in realtà, dai torchi fanesi di Gershom Soncino, che si era avvalso, a sua volta, dei caratteri mobili appositamente predisposti da Francesco Grifo. Non senza fatica, e incappando più volte nella maggiore rapidità dei suoi ignoti concorrenti, Manuela, con l’aiuto dei genitori, dell’anarchico Leonardo, del semilibero Cenerentolo e di altri collaboratori della cooperativa, segue le tracce dell’antica comunità ebraica del territorio. Dopo aver fatto importanti scoperte, e dopo aver saggiato il sapore amaro della delusione, la dottoranda raggiunge un obiettivo insperato e riesce anche a rappacificare Marcello e Olga.

Il romanzo ha molti punti deboli: per un plot che muove da un’antica vicenda tipografica non è il massimo avere così tanti refusi; e sono troppe, forse, anche le suggestioni narrative che l’Autore ha voluto inserire in un solo libro, nel quale ci sono, in effetti, svariati personaggi e diverse digressioni, così che l’impressione finale è che il testo sia eccessivamente lungo e che qualche trovata finisca per risultare quanto meno ingenua (così pare, ad esempio, nonostante l’assonanza con un famoso modello volponiano, per lo stratagemma di consegnare la voce del narratore ad un ciclomotore). A conti fatti, però, i pregi superano i difetti. In primo luogo, perché quelle digressioni – storiche, artistiche, geografiche, folcloristiche e talvolta anche culinarie – sono sempre astutamente accattivanti: Il piombo e l’orologio, di fatto, è una buonissima introduzione per chiunque voglia intraprendere un viaggio nelle Marche e intrattenervisi con quel po’ di curiosità che è sempre il miglior ingrediente di ogni vacanza riuscita. Ma il libro riporta anche alcuni “scorci” sulla ricchezza e sul pluralismo dello scenario politico-religioso del Mediterraneo tra il XV e il XVI Secolo. Soprattutto, il libro è una dimostrazione concreta di quanto nel nostro Paese la storia locale sia sempre un prezioso patchwork di stratificazioni culturali, idee, accadimenti, e di come ogni città e ogni singolo borgo continuino a conservarne tracce ancora visibili e possano, così, fungere da potenti veicoli di divulgazione e di formazione. Oltre a ciò, occorre confessare che suscita molta simpatia anche il modo con cui Michele Gianni ci descrive la semplicità e la genuinità dei suoi eterogenei personaggi e dei loro sentimenti, regalando così un buon motivo di riflessione su quali possano essere i significati e i risultati del lavoro di instancabili operatori e della partecipazione attiva di categorie svantaggiate ed emarginate. Il romanzo, per l’appunto, è il primo di una collana che un editore molto particolare ha voluto promuovere per consolidare la sua missione di promozione letteraria e teatrale di una nuova socialità. Anche solo per questo, Il piombo e l’orologio è un libro da acquistare e da leggere, magari cominciando a programmare una lunga visita alle tante località in cui è ambientato.

Recensione (di Virgilio Dionisi)

Il Carnevale di Fano

Il “Miracolo dell’ostia profanata” (sull’opera di Paolo Uccello, ripresa in copertina)

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fotoNon è stato male aver letto questo libro durante la fase finale del Mondiale brasiliano. Checché se ne dica – che si sia, cioè, pro o contro Messi, o che si sia delusi per il fallimento della spedizione italiana, o, ancora, che si sia soddisfatti per aver visto trionfare la squadra meglio organizzata o per aver visto emergere del bel gioco in formazioni di piccolo-medio cabotaggio – l’unica cosa che può mettere d’accordo tutti è che si è trattato del mondiale dei portieri. E quindi del tedesco Neuer, dell’argentino Romero, del messicano Ochoa, del costaricano Navas… Ma chi è veramente il portiere? La prefazione di Sandro Veronesi introduce il tema con un taglio quasi metafisico, evocando l’immagine leonardesca dell’Uomo Vitruviano, destinato, però, tra i pali di un rettagolo, a tentare un’impossibile quadratura. Bagattini, effettivamente, inanella con voce appassionata una serie ricchissima di ritratti, a dimostrare che la missione di chi sta in porta è spesso drammatica, sui campi di gioco come nella vita. E qui le storie sono tutte da non perdere, anche perché la decisione di ordinarle cronologicamente produce, come per incanto, un godibile spaccato su tutta l’evoluzione del football, dai tempi eroici delle origini inglesi all’inizio degli anni Zero.

In alcuni casi si rivivono esperienze quasi romantiche (come per Ezio Sclavi o Aldo Olivieri), in altri ci si commuove di fronte al mix di sfortuna e integrità morale (come per Claudio Tamburrini o, mutatis mutandis, per Astutillo Malgioglio), in altri ancora si sfiora il comico (come per Bernard Lama). Poi ci sono vicende dolorose e misteriose (come quella di Giuliano Giuliani), tragiche (su tutte quella di Valerio Bacigalupo), sfortunatissime e dannate (è la parabola di Moacir Barbosa), impreviste e “guascone” (fino alla fine, come per Jan Jongbloed), talentuose e maledette (Pagotto docet). La galleria è vivacissima e sorpendente. Bagattini ha compiuto una piccola impresa. Sarebbe stato troppo facile narrare delle gesta dei grandi vincenti: da Combi a Gigi Buffon, da Yashin a Schumacher, da Zamora a Schmeichel, da Zoff a Julio Cesar. Il giovane scrittore preferisce sedere allo stesso tavolo di Willie Foulke, il “ciccione” del Chelsea, o giocare in qualche bocciodromo emiliano con Cláudio Taffarel. Gli interessa la vita, berla dalla passione di chi se l’è bevuta tutta, letteralmente, andando fino in fondo, senza mezzi termini. C’è qualche refuso, ogni tanto, qualche ripetizione; non mancano alcune ridondanze. Quando si parla di calcio, certo, lo si può fare in punta di penna; ma piace immaginare che le vicissitudini dei tanti “eroi di sventura” di Bagattini siano state discusse e abbozzate nel rumore, e sui tavoli zoppicanti, di un bar di paese. Perché il calcio ha un’immensa anima popolare, ed è lì che riposano i suoi miti e i suoi segreti.

A proposito di Mondiali… un’altra lettura piacevole: M. Bonfiglio, La sindrome di Italia ’90. Il Mondiale che ha bruciato una generazione

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“Voti, seggi e parlamenti da Platone ai giorni nostri”: è questo il sottotitolo di un volume che può sembrare complessivamente curioso, sia per lo stile espositivo scelto dal suo Autore, sia per i profili e i problemi che si propone di indagare. Occorre dire subito che il libro non si occupa tout court di sistemi elettorali. La questione affrontata è differente e duplice: 1) qual è il modo migliore di votare nell’ipotesi in cui un certo collegio deve scegliere tra più di due opzioni? (In questo caso la domanda non vale solo per situazioni proprie delle elezioni politiche; nel testo si discute anche di decisioni assunte da commissioni, da consigli o da organi giurisdizionali) 2) qual è la soluzione tecnicamente più adeguata a garantire una corretta distribuzione di seggi parlamentari in corrispondenza di un certo numero di circoscrizioni elettorali di diversa dimensione? (Qui la domanda ha a che fare con uno snodo classico, quello della definizione della formula elettorale, che Szpiro analizza, in particolare, con riferimento alla controversa vicenda della scelta, da parte del Congresso degli Stati Uniti, di un meccanismo che meglio garantisse la ripartizione dei seggi tra i diversi Stati: la Costituzione americana, infatti, si avvale di un criterio flessibile, che dipende dalla popolazione: v. l’art. 1, sec. II). 

Per entrambi i quesiti l’approccio è diacronico. Per il primo, si parte da Platone, mossi dalla suggestiva immagine di un filosofo in erba che non si dà pace per il modo con cui una “giuria” pubblica aveva condannato il suo maestro Socrate. Ma si viene presto a contatto con Plinio il Giovane e con la scoperta delle insidie nascoste nel voto a maggioranza semplice, specialmente per la debolezza che esso presenta nei casi di “voto strategico”. Si scopre anche che grandi pensatori medievali – Raimondo Lullo e Nicolò Cusano – hanno ipotizzato metodi di scelta che potessero evitare queste criticità, incappando, però, nella scoperta disarmante del carattere “intransitivo” delle votazioni tra più di tre alternative, o sperimentando comunque tutti i limiti di ogni soluzione che abbia l’ambizione di predefinire il merito di ogni potenziale opzione e di consentire ai votanti di stabilire una graduatoria. La cosa più stupefacente è che la scelta di un metodo può davvero condurre a risultati differenti. Il dibattito continua anche molto tempo dopo, nella Parigi rivoluzionaria: Jean-Charles de Borda viene studiato e poi criticato da Condorcet, che sancisce ufficialmente il paradosso dei voti a maggioranza semplice (in quanto sistematicamente forieri di soluzioni “cicliche”) e che, tuttavia, non riesce ad elaborare un valido stratagemma. Di lì a poco, Laplace suggerirà che solo la maggioranza assoluta (e, in taluni casi, una maggioranza ancor più qualificata) può dare qualche garanzia. Sarà l’inventore de Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carrol (ossia Charles Lutwidge Dodgson, matematico di Oxford dal carattere un po’ difficile…), a cercare di immaginare, in piena età vittoriana, alcune varianti, ma con un tasso di difficoltà operative forse troppo elevato per permettere un’effettiva acquisizione del nuovo metodo su larga scala.

A questo punto, Szpiro passa al secondo problema, inanellando, con diversi esempi, le descrizioni delle soluzioni immaginate dai Padri della Costituzione americana e da tutti coloro che si sono confrontati con gli innumerevoli inconvenienti di quegli stessi espedienti, tra i quali spiccano grandi matematici ed economisti delle più influenti e prestigiose università degli USA. La cosa notevole di questa parte del volume è che l’appello alla migliore expertise matematica non sembra aver portato ad un risultato univocamente riconosciuto e condiviso, sicché, al di là di quanto avrebbe stabilito anche la Corte Suprema, ad ogni nuovo censimento (ogni dieci anni) la diatriba può riproporsi con effetti destabilizzanti. È così che l’Autore del saggio riprende nuovamente il primo problema e si sofferma sull’opera giovanile di colui che sarà anche un noto Premio Nobel, Kenneth J. Arrow, cui si deve la dimostrazione (disperante) dell’impossibilità razionale di una qualsiasi soluzione di scelta capace di preservare con sicurezza le preferenze individuali espresse nella società. In conclusione, per Szpiro, “l’opprimente matematica della democrazia non è destinata a scomparire”. Non esistono, cioè, accorgimenti capaci di ridurne i paradossi, se non uno, lo stesso che anche Szpiro lascia implicitamente intravedere qua e là, quando allude all’estremo grado di consapevolezza diffusa, istruzione e fair play che solo potrebbe evitare ogni manipolazione e che d’altra parte consente, di tanto in tanto, di riproporre l’attenzione di attori politici e di eminenti studiosi. Se non altro, l’indagine – la cui lettura non richiede conoscenze aritmetiche particolari ed alterna all’esposizione divertita del tema ritratti briosi dei protagonisti che con esso si sono cimentati nel corso dei secoli – prova, ancora una volta, che la democrazia non si può risolvere mai con in algoritmi e in fatti di pura volontà: parafrasando note e autorevolissime espressioni, tra “legge del numero” e “legge della ragione” la democrazia e la sua cultura stanno esattamente nel giusto mezzo. Vero è, ad ogni modo, che essere coscienti delle ambiguità sottese ad una procedura piuttosto che ad un’altra è parte assai rilevante di questa cultura. Ed è per questo che il lavoro di Szpiro non può passare inosservato.

Recensioni (di Piero Bianucci, di Anthony Gottlieb)

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