I Burroughs sono una famiglia di fuorilegge. Il loro clan vive da sempre di traffici illegali. A Bull Mountain, Georgia, nel cuore della foresta, sono padroni di un impero selvaggio, costruito sul traffico di whiskey e poi “evoluto” nella coltivazione di marijuana e nella produzione di droghe sintetiche. La montagna, quella montagna, è il loro regno, e niente è più importante. Rye è morto proprio per questa ragione: perché non si possono tagliare impunemente le radici che legano quella stirpe alla sua terra e alle sue leggi implacabili; neanche un Burroughs può farlo. Oggi tocca a Clayton sfidare il destino. Reietto lo è da un pezzo, da quando ha deciso di fare lo sceriffo, proprio lì, a Bull Mountain. Ora un agente federale, Simon Holly, gli propone uno strano patto: convincere il fratello Halford, il capo della famiglia, a incastrare l’organizzazione di Miami che fornisce al clan le armi; in cambio c’è la promessa di graziare tutta la banda, purché rinunci ai suoi affari. Clayton sa che rischia la vita. Ma non sa ancora che il motivo per cui rischia tutto non è soltanto la tenace violenza del fratello. Holly, infatti, porta con sé un disegno segreto. C’è uno spettro del passato che incombe su Bull Mountain. E vuole vendetta: una sentenza che, pagina dopo pagina, si lascia scoprire in tutta la sua ferocia.

L’opera prima di Panowich, già musicista girovago e pompiere volontario in un piccolo paese della Georgia, è un godibile intreccio tra Mario Puzo, Lansdale, McCarthy e Don Winslow. Cocktail di questo tipo, così tremendamente modalioli nel mainstream di genere, rischiano di essere indigesti, di deludere, di esplodere sin dal principio per eccessiva intenzione corrosiva. Ma non è il caso. Primo: nel romanzo domina un binomio di successo, terra e famiglia, matrice irrinunciabile e cornice ideale di qualsiasi tragedia ben riuscita, specialmente quando si tratta di narrare un’epopea malavitosa e cruenta. Secondo: il libro funziona anche come sceneggiatura, già pronta e finita, da proiettare sull’epico e spietato scenario di un Dixieland mai veramente scomparso e sempre affascinante. Faulkner e Capote l’hanno battezzato per l’eternità, perciò la sua resa è tuttora sicura, e qui si riesce a percepirlo, a vederlo, a toccarlo. Terzo: c’è un quid pluris. L’Autore aggiunge alla ricetta un pizzico di noir. È il vero tocco originale del racconto, se si vuole il meno americano, tanto che viene quasi da pensare a Derek Raymond. Il fatto è che questo sapore veicola il mood più giusto per interpretare correttamente il finale della storia, altrimenti un po’ scontato (che nessuno possa sfuggire a se stesso non è una grande novità…). A conti fatti, tutto si tiene in Bull Mountain, anche dal punto di vista fisico: EnneEnne si conferma come editore che tiene molto alla qualità della grafica di copertina, dalla quale ammicca, coerentemente, una natura oscura e terribilmente incombente. Insomma, Bull Mountain è davvero un oggetto gradevole.

Recensioni (di Elisabetta Favale; di Angel Luis Colón)

Intervista a Panowich

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Dave Nichols, ricchissimo uomo d’affari di San Diego, chiede a Boone Daniels, ex poliziotto e investigatore privato, di indagare sulla moglie Donna, perché teme che questa lo tradisca. Boone accetta, anche se pensa che si tratti di una seccatura bella e buona. Del resto deve occuparsi anche di un altro incarico, molto più scottante. Lo studio legale di Alan Burke, presso il quale lavora la bella Petra, gli ha commissionato un compito di cui non avrebbe mai voluto sapere: capire se è possibile scagionare Corey Blasingame, il giovinastro che è stato accusato di aver ucciso Kelly Kuhio, leggenda del surf californiano. Il fatto è che Boone e i suoi più cari amici, tutti surfisti, erano molto legati a Kuhio. Nessuno vorrebbe che Corey, ragazzo violento e razzista, la faccia franca. Eppure Boone comincia a lavorare, attirandosi il rancore dei suoi inseparabili compagni e di tutta la pattuglia dell’alba, il mitico gruppo di surfisti che si ritrova quotidianamente alle prime luci del mattino per celebrare ogni nuovo giorno sulle onde, e che sul mare precede sempre gli affezionati più attempati – i professionisti e i benestanti… – della successiva ora dei gentiluomini. Questa volta, però, Boone si è cacciato proprio in un brutto guaio. Perché si accorge ben presto che Corey non può aver ucciso Kuhio e che Donna tradisce effettivamente il marito, peraltro con un uomo che nel frattempo viene assassinato; e la polizia, dal canto suo, accusa di ciò anche Boone. È un ginepraio, intricatissimo. C’è odore di strane speculazioni immobiliari, di fastidiosi sodalizi xenofobi, di confessioni sostanzialmente falsate, se non estorte… e naturalmente c’è da rischiare la vita, perché la verità è davvero difficile da ingoiare e di mezzo si è messa anche la più spietata malavita della Baja California. Le due indagini finiscono per intrecciarsi, inevitabilmente, e per Boone è l’anticamera di una nuova avventura.

Don Winslow è un ottimo romanziere, ma la cifra che più gli si addice è quella del grande sceneggiatore. Il suo Boone Daniels – che aveva già debuttato in La pattuglia dell’alba – sembra un nuovo e perfetto Magnum P.I., senza Higgins, certo, senza T.C. e Rick, e senza isole Hawaii. Ma ha tutto il fascino che serve, vive nella San Diego di Simon&Simon, si muove a suo agio in splendide spiagge, ha un gruppo di amici veri e un senso innato per la scelta giusta. Ovviamente Boone deve scontare il fatto che gli anni Ottanta non ci sono più, e che non c’è più un Vietnam da dimenticare. Quindi il quadro è radicalmente, e quasi logicamente, più corrotto e più violento di quanto avrebbe potuto essere allora. Tuttavia, dai tempi di Point break, surf e scena del delitto funzionano assai. E in questo libro c’è anche da confrontarsi con un crimine organizzato pronto a qualsiasi cosa, fattore che in tempi di Gomorra non è per nulla stonato. Questo, a ben vedere, è il prezzo da pagare all’altro Winslow, quello de L’inverno di Frankie Machine o de Il potere del cane, il conoscitore freddo e crudo (come pochi) del gangsterismo legato al narcotraffico. Comunque sia il mix è gradevole, anche perché è ben temperato da una trama e da un tono che solo il legal thriller può assicurare. Una volta cominciato, insomma, è dura lasciare questo libro. Il finale lascia pure presagire che ci sarà presto un terzo atto e che con tutta probabilità non sarà l’ultimo. In questa serie, infatti, Winslow ha dato vita a tanti personaggi che non si sono ancora rivelati appieno e i cui tratti fanno pensare a potenzialità di livello, ancora inesplorate. Li aspettiamo fiduciosi sulla battigia, con i piedi già in acqua.

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Sono nove racconti pressoché perfetti, ambientati tra il Colorado e il Wyoming. La prosa è semplice e asciutta, giusto quella che serve, non una parola di più e non una parola di meno. Anche le storie sono essenziali, eppure curiose, originali e toccanti. Un veterinario si mette alla ricerca di una bambina sorda scomparsa nel deserto, rischiando la vita con serena, appagante e sorprendente tenacia. Un ragazzo che ha perso la sorella, e per il quale tutti si preoccupano, pesca e dorme d’inverno sulle rive selvagge di un torrente, e all’improvviso sorride. Una vecchia ranchera, ormai sola e malata, e anche un po’ scorbutica, cavalca a lungo, fino al paradiso, ma senza accorgersene veramente. Padre e figlia sfidano qualcosa che va al di là delle loro semplici paure, tra un puma affamato e un freddo letale. Un allevatore scapolo, un po’ saggio e un po’ smaliziato, riesce a mostrare a moglie e marito come si fa ad andare nel verso giusto. Uno sceriffo conciliante e prudente incontra comunque il suo destino. Un tizio vuole capire chi sia un altro tizio che gli ha lasciato uno strano messaggio sotto casa e che tutti dicono di conoscere e di non volerne sapere nulla. Un incubo si racconta da solo, e alla fine, dopo una scena quasi horror, non si capisce che cosa sia vero e che cosa sia falso. Un giovane aiuta un’anziana della riserva a morire felice, mentendole in modo provvidenziale. Ecco: è “l’arcipelago Everett” che si manifesta, riga dopo riga; e che ci cattura definitivamente.

Quasi ogni sabato faccio la mia sortita in un piccolo supermercato a conduzione familiare, un luogo a suo modo superstite, frequentato per lo più da stranieri e pensionati. Everett porterebbe il West proprio lì e ce lo farebbe apprezzare in tutta la sua consistenza. Per questo singolarissimo scrittore afroamericano la frontiera è una categoria dell’anima, risvegliata dal confronto con la natura (o anche con ciò che ci circonda tutti i giorni…) e con alcune paure elementari (del dolore, della morte, di ciò che è sconosciuto). È il West, questo West, a funzionare da totem ideale, per opporre e conciliare proficuamente, e coraggiosamente, la grandezza e l’unicità dell’orizzonte, da un lato, e la superficialità delle differenze sociali, culturali e generazionali, dall’altro. Bastasse anche solo a ricordarci che, per quanto ci agitiamo, le cose scorrono tutte sotto il medesimo cielo, il West di Everett avrebbe facilmente raggiunto il suo scopo. Tra i critici i paragoni si sprecano: Carver? Barthelme? La sfida è difficile, anche perché Everett non ha bisogno di accreditarsi con un paragone. Ci sarebbe anche il solito Faulkner: aveva inventato una contea e vi aveva collocato tutta la sua potente epopea. Everett, però, la contea ce l’ha sotto mano, ed è quella vera, quella più convincente e soprendente di qualsiasi invenzione, e che era in attesa di un suo interprete fedele, di un filosofo della prateria, dei margini, del cuore più desolato e più forte che esista. Viene da pensare all’Autore come a un Eraclito dei nostri giorni, accoccolato tra i cactus a esplorare la corrente fangosa di qualche guado e circondato dai suoi discepoli prediletti, i semplici per eccellenza della grande periferia americana. Serpenti e scorpioni, laggiù, sono di casa, ma in compagnia di un simile maestro ci si sente sempre al sicuro.

Recensioni (di Masolino D’Amico; di Walton Muyumba; di Susanna Nirenstein; di Marco Rossari)

The Percival Everett International Society

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La storia dell’umanità sembra percorsa da un artificio violento: società gerarchiche,  maschiliste e prevaricatrici si sono imposte, sin dall’antichità, su società pacifiche, egualitarie e sessualmente libere, e fondate sul culto della Grande Madre. L’esistenza di questa alternativa originaria è stata rimossa da qualsiasi memoria, e ci sono forze e uomini che sempre e ancora combattono per cancellarne ogni traccia e per ribadire il predominio di un paradigma di sopraffazione. Sonia è una dottoranda fiorentina che si è messa sulle tracce di questo lontano conflitto e che paga con la vita la sua ostinazione. Petra, la sua più cara amica, cerca di capire perché è scomparsa e di coltivarne la passione. Così facendo, intreccia la sua strada a quella di Aldo, ragioniere milanese disoccupato e disperato, e di Lorenzo, brillante e spregiudicato enfant prodige della più spinta e pericolosa finanza newyorkese: due vite diverse, eppure accomunate da un destino tragico. Il mondo nel frattempo è sconvolto dalla crisi economica e da un’escalation senza tregua di privatizzazioni selvagge, disordini e conflitti armati, nei quali i tre protagonisti sono completamente avviluppati, vittime e attori, allo stesso tempo, di una misteriosa lotta per l’affermazione di un’egemonia globale. Un oscuro clan plutocratico, infatti, trama nell’ombra e le sue manovre paiono assecondate con successo da un ordine pseudo-religioso plurimillenario e pronto a qualsiasi azione.

Tersite Rossi è l’identità fittizia di un originale duo di scrittori. Dopo l’esordio fresco e promettente, seguito da un tentativo più esplicito di new epic literature, probabilmente troppo ambizioso, Mattia Maistri e Marco Niro compiono una nuova e inattesa metamorfosi. Dalla narrativa di impegno civile il collettivo trentino si va dichiaratamente spostando verso un genere ancora indecifrabile, fra il thriller, il new age e il racconto distopico e apocalittico. Per gli Autori è “narrativa d’inchiesta” – così ne parlano – anche se nel libro si respira un certo irrazionalismo antimoderno, che trae evidentemente alimento da una riflessione sul presente più militante che problematizzata. Di suo questa ispirazione non ha nulla di male, le potenzialità sono alte, ma ci si deve sempre ricordare, in questi casi, di coltivare una verosimiglianza complessiva, che qui difetta, perché la storia non viene assistita da un sufficiente apparato di dettaglio (reale o immaginario che sia).  La sensazione, alla fine, è quella di aver letto il lavoro ancora acerbo di un ammiratore di Valerio Evangelisti e di James Rollins. Tuttavia non si può dire che manchino capacità e facilità di composizione e di montaggio. Né si può negare che ci siano singoli spezzoni molto convincenti, anche se sono tali solo quelli che rappresentano le emozioni e le derive esistenziali dei singoli personaggi, non quelli che costruiscono e giustificano la scelta del tema e la trama. Manca, in proposito, la chiara adesione ad un finale definito, di Bene o di Male, visto che anche quest’ultimo viene rappresentato come una sorta di scenario obbligato. È proprio qui, probabilmente, che si avverte il sintomo del sottile impaccio che continua a bloccare Tersite Rossi. Per essere convincente il suo modo di raccontare ha ancora bisogno di coltivare uno spazio di immedesimazione: la predizione di un fato invariabile e disperante può certo ospitare questo spazio, ma da sola non basta.

Il booktrailer

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Stati Uniti, Stato di Washington, 1899: la guerra civile è terminata da trent’anni, ormai. Abel Truman, un vecchio reduce confederato, vive ai bordi di una spiaggia selvaggia con la sola compagnia di un cane, venuto dalla foresta. I ricordi della guerra, atroce e sanguinosa, continuano a tormentarlo; è stanco e malato, e le tante ferite accumulate in battaglia non mancano di farsi sentire. Le sue notti, poi, sono turbate da fantasmi ancor più lontani, la morte della figlia e la scomparsa della giovane moglie, delle quali si è sempre sentito responsabile. Un giorno, all’improvviso, arrivano alla spiaggia due uomini, spietati, che feriscono Abel quasi a morte, per impossessarsi del suo cane e usarlo come animale da combattimento. Una famiglia di colore e un indiano, tutti in fuga da una cittadina vicina, scoprono Abel e lo salvano. Ed è così che, una volta rinvenuto, il soldato comincia il suo viaggio: per riprendersi il cane e affrontare il suo passato, che a spezzoni riemerge, in una drammatica rievocazione, a tinte forti, della durissima battaglia del Wilderness e del modo con cui Abel ha perso i suoi compagni ed è riuscito, tuttavia, a sopravvivere, esiliandosi, infine, nelle terre estreme del Nord del paese. Ma nel frattempo l’avventura di Abel continua e incrocia i destini, altrettanto travagliati, di Glenn Makers, della sua compagna Ellen e di un piccola bambina cinese, Jane, che compare, in verità, già all’inizio del racconto, situato nel 1965, e di cui si capiscono l’identità e l’importanza soltanto alla fine, dopo un crescendo di avvenimenti e redenzioni.

La ricetta di Weller, al suo libro d’esordio, è questa: un terzo del miglior Clint Eastwood (attore), magari quello di Impiccalo più in alto; un terzo del libro per eccellenza di Stephen Crane, Il segno rosso del coraggio; e un terzo di Faulkner, preso a piacere da qualsiasi fonte (eventualmente sostituibile con un McCarthy). Con questi ingredienti – noti e collaudati – non si possono che ottenere buoni risultati: una sceneggiatura da “filmone”, con violenza, dolore profondo e natura matrigna a più non posso, e uno scenario storico dal pedigree indiscutibile, che profuma di ennesima epopea del nationbuilding a stelle e strisce, con l’amara narrazione dello schiavismo e della comune sorte di tutti i vinti. Naturalmente c’è anche spazio per un momento conclusivo di commozione, che non guasta mai. Tutto, quindi, pare perfetto. Ma non lo è; meglio: non lo è ancora. Si ha l’impressione, cioè, che Weller possa fare molto meglio, magari cambiando soggetto e lasciando che la sua scrittura assecondi più liberamente la virtù che le è chiaramente riconoscibile, ossia la grande capacità di dare forma, colore, rumore e odore agli oggetti; uomini compresi, riscoperti nel loro essere parte sofferente di un ingranaggio ben più grande. È la furia dell’universo; è questo il teatro – e il protagonista – che meglio si addice all’Autore, che a tratti riesce anche ad esprimersi con singolare efficacia, restando, però, complessivamente avvinto dalla preoccupazione della trama e del disegno generale. È come se avesse avuto paura di non piacere, di non arrivare ad un punto che fosse in qualche modo riconosciuto e apprezzato dal pubblico; e così, forse, è stato tentato dall’operazione più discutibile, comprimere il libro in un altro libro, per nasconderlo e renderlo più comprensibile, più proporzionato e digeribile. In definitiva: ai buongustai la lettura piacerà molto; i mangiatori forti spereranno in prossime, e più genuine, portate.

Un’intervista a Lance Weller

Il sito dell’Autore

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In piena Guerra Fredda un matematico di fama mondiale racconta in prima persona la sua partecipazione a un misterioso progetto di ricerca del Governo degli Stati Uniti, un tempo segreto, dandone così la sua particolare versione. Il progetto aveva un nome in codice: la Voce del Padrone. Tutto era nato in modo un po’ rocambolesco. Ma l’ondata neutrinica che aveva investito il pianeta a più riprese, e che alcuni osservatori avevano registrato, non era un caso: forse era una lettera, un messaggio inviato da una civiltà superiore e lontana. Come decifrarlo? Nel bel mezzo del deserto, in una vecchia base costruita per sostenere un attacco nucleare, era stata allestita una task force di esperti. Dopo una prima fase, nel gruppo più ristretto veniva chiamato anche il protagonista, che rievoca, ora, a mente lucida, i tanti tentativi e le molteplici e grandi tesi che sono state avanzate e discusse dai diversi team di lavoro. Il suo è un racconto affascinante, sempre sospeso tra fisica, chimica, biologia, filosofia… Ma è anche la storia, tortuosa, del fallimento di un’impresa quasi impossibile. Il brillante matematico, anzi, ci confessa che tutti quegli sforzi – e tutte quelle menti – si erano rivelati pressoché inutili. Non c’entrava soltanto il limite intrinseco della scienza terrestre; c’entrava qualcosa di più grave. Era la posta in gioco ad aver paralizzato ogni possibile ragionamento: perché gli uomini, sulla Terra, si aspettano sempre che dalla scoperta di una forma più avanzata di conoscenza si possano trarre soprattutto, e forse soltanto, i vantaggi più temibili e distruttivi. Anche loro, di fronte alla Voce del Padrone, si erano comportati come “formiche”, che, trovato “un filosofo morto sul loro cammino”, ne hanno comunque ricavato un superficiale “beneficio”. Probabilmente però – così conclude il matematico – l’intelligenza cosmica che ha escogitato l’indecifrabile missiva aveva calcolato anche questo; e l’esito fallimentare si è trasformato in tal modo in una insospettata fonte di speranza.

È il primo libro di Lem che leggo, su consiglio – azzeccato – di un amico scrittore. C’è da restarne, a dir poco, frastornati: perché sembra davvero il resoconto autobiografico di uno scienziato; e perché il tema fantascientifico è quasi azzerato, dal momento che si tratta di un lungo monologo sulla scienza vera e propria, concepito con estrema cognizione di causa. Il bello è qui, non certo nella collocazione, quasi banale, dell’opera e del suo significato corticale: scritto nel 1968, ha come obiettivo immediato l’assurda escalation agli armamenti da parte di Stati Uniti e Unione Sovietica, un processo capace di asservire ogni conoscenza, e forse anche ogni logica, ai suoi scopi potenzialmente esiziali. Ma la fiction messa a punto da Lem è troppo articolata per fermarsi alla contingenza storica. Il libro discute soprattutto del (difficile, scivolosissimo) confine tra scienza e cultura, dei loro reciproci condizionamenti, forse paralizzanti, e del fattore, la politica, che li combina e ricombina in varianti di volta in volta (troppo) prevedibili. Se ciò è vero, si può accedere veramente alla natura e ai suoi segreti? La lunga e avvincente avventura dei tentativi di decifrare la Voce del Padrone – sempre che fosse sul serio un messaggio extraterrestre… – è la risposta che Lem cerca di fornire, rappresentandoci un circuito chiuso, una sorta di inestricabile e ineliminabile circolo ermeneutico, una condizione super-esistenziale di inganno sistematico, propria degli scienziati, certo, ma anche di tutti gli uomini. Quella di Lem, però, non sembra una mera e sconsolata raffigurazione di una condizione irrimediabile: non può esserlo, non potrà mai ambire all’immagine della verità. C’è un tono, piuttosto, specie nel finale, da sofisticata operetta morale, nella quale l’interlocuzione con un orizzonte scientifico e tecnologico superiore, sia o meno esistente, non ha lo scopo di tratteggiare la disponibilità di nuovi mondi, in ipotesi preclusa dalla pochezza dei riferimenti umani, ma gioca il ruolo di alterità critica, qui ed ora; di un confronto indispensabile, cioè, che per ciò solo può garantire fiducia in un futuro (migliore) che proprio così ci è reso afferrabile, curiosamente, e quindi anche a prescinderne.

Recensioni (da IlFoglio.it; da emilianodimarco.wordpress.com; da zlobone.com)

Un sito interamente dedicato a Lem

Le opere di Lem

Golem XIV a Torre del Greco (su Lem e Leopardi) (di Beppi Chiuppani)

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Marco ha studiato Lettere a Padova e poi, sfiduciato dalle prospettive che avrebbe potuto coltivare nell’accademia italiana, ha scelto di conseguire un PhD a Chicago. La sua storia viene ricostruita e raccontata da un amico, un altro italiano che si trovava negli Stati Uniti nello stesso periodo e per la stessa ragione, e che ora lavora a Milano. In principio Marco è rapito dal modello universitario americano, così lontano dal declino intellettuale e morale del suo Paese, e così capace di dare il meglio a chi voglia formarsi e perfezionarsi nello studio e nella ricerca. Anzi, a Marco pare addirittura che, oggi, tutte le sorti dell’umanesimo non possano che essere giocate in quel sistema, a suo giudizio l’unico contesto idoneo a riprodurre, nell’organizzazione degli spazi fisici del sapere come nella definizione e nell’applicazione delle regole della comunità scientifica, quell’ideale di serietà, rigore e approfondimento che può assicurare anche alla società civile la conquista di una vera libertà. Tutto milita, dunque, affinché la corsa di Marco verso il dottorato sia coronata dal successo, in un itinerario di crescita che presto lo vede affiancato alla bella e brava Sajani, una brillante collega americana di origine asiatica. Ci sono, però, nel cuore di Marco, dei problemi irrisolti, che risvegliano il suo senso critico e lo portano a mettere in dubbio l’adeguatezza, se non la validità stessa, della carriera universitaria d’Oltreoceano. Durante una visita ad un museo, al cospetto di alcuni capolavori del Rinascimento, Marco, all’improvviso, quasi fosse colpito da una sindrome di Stendhal, comincia a maturare una serie di riflessioni che lo conducono a lasciare Sajani e a distaccarsi, passo dopo passo, dall’orizzonte umano e formativo che aveva ritenuto irrinunciabile. La sua vita, infatti, è destinata a compiersi altrove, tra i colli della Pedemontana veneta, sulle tracce del sorriso della mai dimenticata Chiara e sulla strada di un fare letteratura più autentico e anticonformista, perché immerso nella realtà della terra d’origine.

Questo è il secondo romanzo di Beppi Chiuppani, dopo Medio Occidente, che a sua volta potrebbe essere considerato come l’opera che Marco – alter ego dell’Autore – concepirà dopo aver imboccato la nuova strada letteraria intravista al termine della sua esperienza americana. La prima cosa interessante del libro sta tutta qui: si autodefinisce, sin dalla copertina, come romanzo-saggio, ma è una dichiarazione di poetica, ed è anche un altro bell’esempio del periodare riflessivo e dell’andatura meditativa – e avvolgente – di uno scrittore che si conferma come particolarmente originale anche dal punto di vista stilistico, e che qui vediamo nel suo primo scoprirsi, nella messa a nudo, cioè, della sua vocazione e nelle premesse quasi biografiche, se non intime, dei suoi convincimenti. La seconda cosa rilevante, poi, è naturalmente correlata al merito delle osservazioni che il protagonista matura sull’American Way agli studi umanistici (e alle Human Sciences in genere). Per Marco, la sperimentazione diretta della tipica rat race di ogni postgraduate d’eccellenza è come un’immersione in un lago sconfinato, che da potenziale fonte per un nuovo e salvifico battesimo si può trasformare gradualmente in una sorta di efficiente, ma limitante, campo di addestramento. In questa prospettiva, non c’è dubbio che Quando studiavamo in America è il precipitato di una serie concatenata di intuizioni reali (Chiuppani sa personalmente di che cosa scrive…) e del tutto comprensibili (quanto meno alla cerchia di molti giovani studiosi, non solo italiani). In poche parole, e usando la terminologia di Marco, l’informale (e perciò potentissima) formalità della meritocrazia accademica d’Oltreoceano mette in grave pericolo la grande civiltà europea della conversazione colta: velocità, disinvoltura e standardizzazione si oppongono all’otium, all’introspezione e alla continua rimeditazione delle fonti. Questa, in effetti, è una delle impressioni che buona parte degli addetti ai lavori, soprattutto in Italia, condivide da tempo; con il rischio, però, di coprire in tal modo gli innegabili vizi del sistema nazionale. Ecco: Chiuppani prova a pensare che la difesa del vecchio mondo possa anche significare qualcosa di diverso dallo sposare gli alibi di chi ha contribuito, e contribuisce tuttora, a condannare all’immobilismo le sedi più antiche del sapere occidentale. La soluzione, per il Nostro, sta nel riconoscere nuovamente quale debba essere l’orizzonte irrinunciabile di un intellettuale: cogliere e affrontare il presente e le sue contaminazioni complesse con coraggio e creatività, senza per questo rinunciare ad un canone e ad una tradizione: come riuscire? La risposta è affascinante: provare a vivere, e a crescere, con il proprio paesaggio, semplicemente, rinnovandone la storia proprio dall’interno; perché fare letteratura, come fare scienza, non è un esercizio fine a se stesso, né può dirsi in funzione di finalità troppo contingenti o troppo personali. Scrivere e pensare sono cose sempre radicali.

L’Autore presenta il suo libro

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Nel 2467 Robert Spofforth, il robot più evoluto tra quelli finora costruiti, si aggira per New York. Vorrebbe suicidarsi, ma la sua programmazione non lo consente. È tormentato da alcuni sogni, che gli ricordano la vita passata dell’intelligenza umana che gli è stata impiantata all’inizio della sua attivazione. Forse l’entrata in scena di Paul Bentley, che è uno dei pochi uomini a saper leggere, può aiutarlo: Spofforth, che è anche il decano dell’Università di New York, lo incarica di registrare i dialoghi di antichi film muti, nella speranza di poter afferrare qualcosa che gli consenta di capire i presupposti della memoria che gli è stata installata. Ma il destino di Bentley sembra diverso: infatti, pur svolgendo diligentemente i compiti affidatigli da Spofforth, comincia a provare una sorta di inspiegabile disagio esistenziale e riporta per iscritto tutte le sue sensazioni, per memorizzare la propria vita. Inoltre si innamora di Mary Lou, una donna che vive nello zoo della città e che, diversamente da tutti gli altri, non prende farmaci e sembra del tutto indifferente ai grandi principi dell’era presente, ossia alla Privacy e all’Individualismo. Bentley le insegna a leggere. Spofforth, però, li scopre, denuncia Bentley – che viene incarcerato – e porta a vivere con sé Mary Lou, nel frattempo rimasta incinta. In prigione, tuttavia, Bentley, che come tutti (tranne Mary Lou) è stato allevato nei misteriosi Dormitori, diventa maturo, continua a leggere e a scrivere, e capisce che il mondo degli uomini si è improvvisamente e inspiegabilmente votato all’estinzione. Intraprende in questo modo un lento, ma inarrestabile, processo di apprendimento, alla ricerca della sua umanità perduta. Riesce così ad evadere e, dopo un lungo itinerario nella natura più selvaggia, si imbatte in una strana comunità religiosa, che vive attorno ai resti di una vecchia città-rifugio, cimelio di antiche guerre globali. Qui prova nuovamente l’amore, diventa autosufficiente e riparte alla ricerca di Mary Lou, a bordo di un autobus a pensiero particolarmente sensibile. Troverà la sua donna, e sua figlia, in una New York ormai annichilita. Lì scoprirà la verità su Spofforth, sulla sua incrollabile determinazione e sulla storia dell’umanità, diventando, forse, il primo uomo di un possibile nuovo mondo.

In lingua originale il titolo di questo grande romanzo è Mockingbird, vale a dire “mimo”, l’uccello (il tordo americano) cui allude anche il titolo di questa più recente edizione, la quale, a sua volta, riprende integralmente il verso di una poesia in cui quella parola compare: è il verso, cioè, che sempre risuona nella mente di Paul Bentley e che lo scuote nel profondo senza che egli riesca a comprenderne le ragioni. Al solo pensiero che al suo primo debutto italiano, nel 1983, il libro di Tevis avesse come titolo un banale Futuro in trance, viene da chiedersi che cosa si fosse capito, allora, di questo meraviglioso racconto distopico. Perché è proprio lo struggimento indotto dal linguaggio apparentemente non significativo dell’arte (della poesia come del cinema) a comunicare a Bentley la possibilità di un’esistenza molto diversa da quella cui il mondo è andato incontro. Da quest’ultimo punto di vista, il dato veramente stupefacente è che nel futuro di Tevis gli uomini non rischiano di estinguersi a causa della guerra o della distruzione del pianeta e delle sue risorse. L’uomo, dopo la Morte del Petrolio, ha imboccato una strada ancor peggiore, quella di una rinuncia, scientifica, a qualsiasi emotività spontanea, nella coltivazione (tecnicamente assistita) di un egoismo controllato e autosufficiente, elevato, paradossalmente, a cardine di qualsiasi forma di ordinata e civile convivenza. La società, in altri termini, si è assuefatta e narcotizzata, e si ritrova, per di più, governata dai robot in attesa di un esaurimento finale. Nel romanzo, però, c’è anche dell’altro: la vicenda di Spofforth non è solo l’emblema dell’irrinunciabilità (sulla terra), o dell’inafferrabilità (per il robot), di ciò che è tipico dell’uomo; essa è anche la proiezione della tragica fallibilità della tecnologia, sia pur di quella più evoluta e performante, che nonostante ciò è pur sempre fatta di ingranaggi suscettibili di incepparsi all’improvviso e incapaci, se lasciati soli, di vera immaginazione. Le rivelazioni del finale, sul punto, sono tanto drammatiche quanto illuminanti; e può essere anche interessante annotare che lo sguardo critico viene da un Autore costantemente immerso nelle esperienze più disincantate e fallimentari della società secolarizzata, eppure istintivamente e profondamente attratto da un afflato di matrice certamente religiosa. Occorre dire ad ogni modo, che quelli di Tevis sono sempre capolavori e che dai tempi de L’uomo che cadde sulla terra non possiamo più evitare di chiederci chi o che cosa vogliamo continuare ad essere.

Recensioni (di Sandro Pergameno; di Gian Paolo Serino)

La Prefazione (di Goffredo Fofi)

Un profilo biografico di Walter Tevis

Un bel pezzo sulle opere di Tevis

Una classifica personale:

  1. L’uomo che cadde sulla terra
  2. Solo il mimo canta al limitare del bosco
  3. Lo spaccone
  4. La regina degli scacchi
  5. Il colore dei soldi
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Guido Calabresi è uno dei giuristi più noti e autorevoli di tutto lo scenario globale. Le tre lezioni contenute in questo volume sono state svolte come primo appuntamento, nel 2012, delle “Alberico Gentili Lectures”, organizzate finora in tre edizioni presso l’Università di Macerata. In esse Calabresi racconta della sua esperienza di giudice negli Stati Uniti, patria adottiva sin da quando, a sei anni, nel 1938, ha abbandonato l’Italia con la famiglia, a causa delle leggi razziali. È nel mondo accademico americano, infatti, che Calabresi ha espresso le sue doti, diventando uno studioso di riferimento: nel contesto universitario, come uno dei padri dell’analisi economica del diritto e come maestro indiscusso del tort law; e ciò anche al di fuori della Yale Law School, della quale è stato preside per molti anni, fino a quando Bill Clinton lo ha nominato giudice della Corte d’appello federale del Secondo Circuito (per gli Stati del Vermont, del Connecticut e di New York).

La prima lezione ci cala subito nella complessità del sistema giudiziario americano, che viene tuttavia sciolta in pochi e chiari tratti: ragione e funzioni delle corti d’appello federali sono illustrate benissimo, Federalist Papers alla mano. Nel far questo, Calabresi non si limita a discutere dei profili organizzativi e delle motivazioni istituzionali e di contesto che li giustificano (e che sono determinanti in tutti i sistemi giuridici). La sua attenzione è dedicata soprattutto alle peculiarità del reclutamento dei giudici federali, provenienti da estrazioni e da esperienze socio-culturali e formative diversissime, e alla loro competenza “generalista”, che li obbliga sempre a spaziare tra questioni, materie e tipologie di giudizio altrettanto differenti. Ciò assicura, per un verso, che le sentenze obbediscano ad un “sistema di scelta generale” (“di idee, di principi, e non di come si deciderebbe un caso specifico in una materia specifica”); per altro verso, che tutti i giudici sviluppino capacità proprie di ogni fase o di ogni momento della funzione giurisdizionale (da quelle necessarie alla cognizione del merito a quelle indispensabili nel sindacato di costituzionalità). Quest’ultima peculiarità rende il giudice americano particolarmente predisposto al dialogo: con le altre corti del suo stesso sistema, statali e federali; con i giudici di altri ordinamenti; con gli altri poteri, in primis con quello legislativo e con quello esecutivo. La seconda lezione sviluppa il tema e descrive con ricchezza di esemplificazioni quali siano gli strumenti del dialogo, tra livello federale e livello statale, da un lato, tra i giudici comuni e la Corte Suprema, dall’altro. Calabresi affronta, allora, l’istituto della certification, la tecnica degli obiter dicta e il modo con cui si bilancia, tra principio di uguaglianza e istanze di due process, la necessità che intervenga la giustizia federale con l’opportunità che una questione resti allocata in capo ai giudici statali. Nei rapporti tra legislatore e giudice, inoltre, grande attenzione è dedicata al problema del countermajoritarianism, che “non è una difficulty, quanto una scelta strutturale di assegnare alle Corti il dovere di proteggere valori fondamentali da pressioni popolari momentanee”. Che fare, però, se il giudice è del tutto e apertamente contrario, nel suo intimo, a ciò che stabilisce una legge? La terza lezione porta in piena luce questo dilemma, dal momento che Calabresi affronta il rapporto tra giudice e giustizia “di fronte alla pena di morte”. Pur non rinunciando ad esprimere la sua personale avversione per la pena capitale, Calabresi respinge con vigore l’idea che ciò lo possa indurre a rinunciare a partecipare a collegi giudicanti che debbano esprimersi su casi in cui quella pena potrebbe venire in considerazione (perché anteporrebbe le sue convinzioni all’esigenza istituzionale che è intrinseca al suo ruolo di giudice). Allo stesso modo, viene rigettata anche l’ipotesi di poter denunciare facilmente l’incostituzionalità dell’eventuale legge che preveda la pena più estrema (poiché un giudice non può strumentalizzare la valutazione sulla legittimità costituzionale e far prevalere il suo giudizio su ciò che è il diritto). Al contempo, Calabresi invita tutti i giuristi a confrontarsi con il problema della bontà di discipline che siano percepite come tali soltanto perché espressione di una chiara volontà popolare: giacché il diritto deve sempre coltivare una posizione cauta, “nei confronti del formalismo della tradizione, delle Corti, dei valori del passato, e anche della maggioranza che innerva la legge”, così come “delle scienze sociali”. Il diritto, infatti, “si nutre della prospettiva di tutte queste risorse, si giova di ogni loro contributo ma, in definitiva, ciò che conta è accogliere tutto ma di tutto essere scettici”. Soprattutto, però, Calabresi – rifacendosi a San Tommaso Moro, per cui “Dio ci ha dato il cervello e l’intelligenza per evitare il martirio” – ricorda che un giudice attento studia i casi drammatici che gli si possono parlare di fronte ben prima che l’evenienza concreta si presenti, visto che proprio questo studio potrebbe consentirgli di evitare gli esiti più duri.

Le parole del senior judge italo-americano forniscono spunti notevoli, anche nelle digressioni o nelle piccole divagazioni che caratterizzano il tono pacato e quasi confidenziale di queste conversazioni. Ad esempio: è molto acuta l’osservazione che viene fatta in merito all’assenza, nel sistema dell’integrazione europea, di un’articolazione locale di corti propriamente sovrastatali; lo è anche il passaggio in cui l’Autore si sofferma sull’attenzione che ogni giudice deve porre al tema dell’esecuzione (in termini di eseguibilità effettiva) delle sue decisioni; o quello in cui si narra di un gustoso scambio di battute tra Aharon Barak e Dieter Grimm sull’esistenza o meno di limiti alla manifestazione di un pensiero razzista o violento; o quello, ancora, in cui si descrive il ruolo delle giurie, che, diversamente dai giudici, possono prendersi la libertà di non seguire meccanicamente ciò che la legge impone, poiché tale è la loro “funzione democratica”. E si potrebbe continuare, segnalando che, nell’argomentare di Calabresi, anche le immagini sono virtuosamente calzanti, come quella del giudice americano costantemente in bilico tra Burke e Bentham, tra tradizione e innovazione. Il mestiere di giudice è, in definitiva, un aureo libretto, che la ricca e ordinata bibliografia finale impreziosisce di stimoli per ogni altro approfondimento.

Le lezioni… dal vivo!

La registrazione della presentazione del libro presso il Consiglio di Stato

Una recensione (di Guido Melis)

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Esistono libri che non si possono raccontare, neanche parzialmente. Non tanto per le ovvie difficoltà che qualsiasi opinione avrebbe riguardo a storie di cui non si possono rivelare il finale o i colpi di scena che le animano. Talvolta è già la struttura che non si può comunicare, e altre volte ancora è complesso comprendere se il traduttore sia stato davvero in grado di rendere linguaggio, espressioni, ambiguità e doppi sensi. Palahniuk si diverte a fabbricare congegni narrativi di questo tipo, che tanto stordiscono e interrogano il lettore, quanto lo rendono semplicemente afasico dopo l’ultima pagina. Se poi ci si imbatte in questo Invisible Monsters – che, per essere chiari, è venuto prima, nella stesura, della fortunata apparizione di Fight Club (1996) e dei tanti successivi romanzi di successo – si capiscono sia il motivo dei tanti rifiuti che gli editori avevano opposto al giovane e sconosciuto scrittore, sia la ragione del radicamento di un vero mito letterario in larga parte del pubblico. Perché non si tratta, semplicemente, di un cocktail per stomaci forti; si tratta di un torcibudella emotivo dal sapore quasi psichedelico, come se Palahniuk si fosse divertito – cosciente o incosciente, che cosa importa? È il risultato quello che conta… – a miscelare Fëodor Dostoevskij, Philip Dick, Thomas Pynchon e Johnathan Swift, con qualche anticipazione, tra il drammatico e il grottesco, del contemporaneo J.T. Leroy. Sembra troppo, ma per questo Autore l’eccesso è una virtù, cifra ineludibile di ogni sub-cultura pop contemporanea.

La protagonista è Shannon McFarland, una modella brutalmente sfigurata da un colpo di fucile. L’avvio del romanzo, però, ci getta subito nel bel mezzo di un altro momento tragico, sulla scena di un clamoroso delitto che costituirà il finale della storia e che, quindi, necessita una spiegazione. Così la voce di Shannon, per farci capire, ci guida avanti e indietro nel tempo, miscelando spezzoni di vita presente e di esperienza passata: nella clinica in cui è stata ricoverata dopo l’incidente; nel suo lavoro di top model di seconda categoria; nelle periodiche visite a casa dei genitori ossessionati dalla scomparsa dell’altro figlio omosessuale; nelle uscite con la ricca collega, e amica, Evie, e con il fidanzato poliziotto, Manus; nel lungo girovagare tra gli Stati Uniti con la Principessa Brandi Alexander, transgender conosciuta in clinica, e con il loro eccentrico e mutante accompagnatore, tutti a caccia di medicinali e droghe di vario genere, da ingerire o vendere nei vicoli della grandi città. La narrazione si trasforma gradualmente in confidenza e confessione, e la verità si palesa, sorprendente, passo dopo passo, in un palcoscenico in cui gli attori – in primis i compagni di viaggio di Shannon – non sono ciò che dicono di essere. In superficie, li vediamo tesi alla disperata e dolorosa ricerca di una realizzazione fisica e psicologica artificiale e mai compiutamente disponibile; nel sottosuolo, li intuiamo anche lucidi interpreti di un destino paradossalmente condiviso e assecondato fino all’estremo, impossibile, e forse comune e programmato, traguardo. La lente di Palahniuk ci trasporta in un caleidoscopio di perversioni: nella famiglia e nel rapporto di coppia; nella moralità plastica della fashion society e delle addictions spersonalizzanti che finisce per ingenerare; nel disastro antropologico di un’umanità semplicemente nuda, e forse riscattabile, anche oltre l’indicibile, grazie a un gesto illusorio di amore altrettanto nudo e spietato. In verità, ciò che alla fine impressiona di più è la rappresentazione severa di un universo di relazioni dominate da un formidabile e invincibile egotismo.

Recensioni (di D. Marinacci, D. Montella, M. Lomunno, Z. Masud, G. Santini, L. Appia, S. Ghega, C. Bucolo, J. Greenya)

Il fan site dedicato a Palahniuk

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