
Se si è stati scout, o se si è passata qualche settimana in montagna con la parrocchia, o se si ha voglia, semplicemente, di trascorrere qualche ora di svago su un’amaca tra gli alberi, allora Il dio dei boschi è ciò che ci vuole. Durante un campo estivo all’interno della riserva dei monti Adirondack, nello Stato di New York, scompare una ragazza, Barbara Van Laar. È l’estate del 1975. Si mobilitano subito le guardie forestali e la polizia. Il caso suscita di per sé un certo clamore, perché nel 1961 anche Bear, primogenito dei Van Laar, era sparito in circostanze apparentemente simili. E perché quella famiglia, oltre ad essere particolarmente nota, facoltosa e influente, è proprietaria dell’intera riserva e ha una maestosa dimora in prossimità del campo. La cui ideazione, peraltro, risale ai tempi del capostipite, Peter Van Laar I, che aveva acquistato quelle terre alla fine dell’Ottocento. Dov’è finita, dunque, Barbara? Questo è l’interrogativo attorno al quale si sviluppa l’intera storia, che salta continuamente avanti e indietro nel tempo, in capitoli via via più piccoli e palpitanti, per seguire le traiettorie di più personaggi, il percorso delle indagini e le vicende della famiglia Van Laar. Fino alla graduale – e naturalmente inattesa – soluzione di tutti gli enigmi.
Questo romanzo – che costituisce sicuramente un’ottima lettura – si pone a metà strada tra un giallo e un thriller e si presta a numerose osservazioni. È un libro in tutto e per tutto americano, perché fonde assieme suggestioni e motivi tipici della cultura made in USA: il rapporto con la natura; il tema dell’adolescenza e della formazione individuale; la famiglia come epicentro di ogni possibile frattura esistenziale. È anche un testo a suo modo impegnato e orientato sul piano sociale. In primo luogo, le vere protagoniste sono donne, e nella trama vi è senza dubbio una rappresentazione negativa di uno specifico modello patriarcale (senza voler trascurare un certo e complessivo simbolismo, che si coglie pienamente solo alla fine, laddove il rinnovato destino di un classico, e costitutivo, ideale d’Oltreoceano viene collocato su spalle femminili). A ciò, inoltre, si affianca la esplicita contrapposizione tra ceti colti, ricchi e viziati e il mondo in salita delle persone comuni e radicate su cose concrete. Il mix, dunque, è interessante, e – tranne qualche caduta (la giovane investigatrice a tratti mima un po’ troppo la Clarice Sterling de Il silenzio degli innocenti) – la scrittura è efficace, i depistaggi narrativi (indispensabili per questo genere) funzionano abbastanza bene e il ritmo è incalzante. Se ne Il dio dei boschi si può trovate un limite, esso sta tutto nei suoi pregi di libro ben costruito, di prodotto, cioè, che è stato concepito appositamente per essere apprezzato. Talvolta sa di già visto e di eccessivamente positivo. Ma nel mese di agosto tanto può bastare per una sana distrazione.





Nella classica notte buia e tempestosa, lungo una strada fangosa delle montagne dell’Alto Vicentino, una ragazza viene accoltellata. Prima di morire, però, riesce a consegnare alcuni misteriosi documenti a Gigi Marcante, un giovane geometra che, pur restando anonimo, non esita a denunciare l’accaduto ai carabinieri, ai quali trasmette anche copia di quelle strane carte. Entrano subito in gioco tutti gli altri personaggi: il maresciallo Piconese e i suoi uomini, da una parte; il giornalista Andrea Rezzonico, la postina Silvana e suo fratello Nello, dall’altra. Cercano di risolvere il caso, per trovare l’assassino, ancora a caccia del suo prezioso bottino, ma anche per capire se gli enigmi nascosti dietro le parole e i segni di quello strano e composito lascito vi sia la possibilità di recuperare un tesoro. È un rebus in piena regola e l’intreccio è subito intrigante: alcune tracce, infatti, portano verso una singolare comunità religiosa, abbarbicata su quelle montagne e devota custode delle antiche radici del