I Burroughs sono una famiglia di fuorilegge. Il loro clan vive da sempre di traffici illegali. A Bull Mountain, Georgia, nel cuore della foresta, sono padroni di un impero selvaggio, costruito sul traffico di whiskey e poi “evoluto” nella coltivazione di marijuana e nella produzione di droghe sintetiche. La montagna, quella montagna, è il loro regno, e niente è più importante. Rye è morto proprio per questa ragione: perché non si possono tagliare impunemente le radici che legano quella stirpe alla sua terra e alle sue leggi implacabili; neanche un Burroughs può farlo. Oggi tocca a Clayton sfidare il destino. Reietto lo è da un pezzo, da quando ha deciso di fare lo sceriffo, proprio lì, a Bull Mountain. Ora un agente federale, Simon Holly, gli propone uno strano patto: convincere il fratello Halford, il capo della famiglia, a incastrare l’organizzazione di Miami che fornisce al clan le armi; in cambio c’è la promessa di graziare tutta la banda, purché rinunci ai suoi affari. Clayton sa che rischia la vita. Ma non sa ancora che il motivo per cui rischia tutto non è soltanto la tenace violenza del fratello. Holly, infatti, porta con sé un disegno segreto. C’è uno spettro del passato che incombe su Bull Mountain. E vuole vendetta: una sentenza che, pagina dopo pagina, si lascia scoprire in tutta la sua ferocia.

L’opera prima di Panowich, già musicista girovago e pompiere volontario in un piccolo paese della Georgia, è un godibile intreccio tra Mario Puzo, Lansdale, McCarthy e Don Winslow. Cocktail di questo tipo, così tremendamente modalioli nel mainstream di genere, rischiano di essere indigesti, di deludere, di esplodere sin dal principio per eccessiva intenzione corrosiva. Ma non è il caso. Primo: nel romanzo domina un binomio di successo, terra e famiglia, matrice irrinunciabile e cornice ideale di qualsiasi tragedia ben riuscita, specialmente quando si tratta di narrare un’epopea malavitosa e cruenta. Secondo: il libro funziona anche come sceneggiatura, già pronta e finita, da proiettare sull’epico e spietato scenario di un Dixieland mai veramente scomparso e sempre affascinante. Faulkner e Capote l’hanno battezzato per l’eternità, perciò la sua resa è tuttora sicura, e qui si riesce a percepirlo, a vederlo, a toccarlo. Terzo: c’è un quid pluris. L’Autore aggiunge alla ricetta un pizzico di noir. È il vero tocco originale del racconto, se si vuole il meno americano, tanto che viene quasi da pensare a Derek Raymond. Il fatto è che questo sapore veicola il mood più giusto per interpretare correttamente il finale della storia, altrimenti un po’ scontato (che nessuno possa sfuggire a se stesso non è una grande novità…). A conti fatti, tutto si tiene in Bull Mountain, anche dal punto di vista fisico: EnneEnne si conferma come editore che tiene molto alla qualità della grafica di copertina, dalla quale ammicca, coerentemente, una natura oscura e terribilmente incombente. Insomma, Bull Mountain è davvero un oggetto gradevole.

Recensioni (di Elisabetta Favale; di Angel Luis Colón)

Intervista a Panowich

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Pietro Zambelli, detto Zambo, prende il suo zaino ed esce da Genova. Vuole raggiungere a piedi una casa in Maremma, un lontano lascito del padre, che vi aveva trascorso i momenti più intensi della guerra partigiana. Il suo percorso è lungo, ma lui non ha fretta e parte determinato, accompagnato dal cane Tobia. Il programma è inoltrarsi nelle montagne, per passare attraverso gli Appennini. Il viaggio, tuttavia, si interrompe presto. Zambo incontra una strana famiglia, che abita in un vecchio rifugio: si ferma con loro per qualche tempo e conosce Agnese. Poi riparte, ma si accorge che non trova più la pistola che aveva con sé. Avvia allora un’ostinata ricerca, tornando anche sui suoi passi, inutilmente, e raggiungendo così la baita del vecchio Dindon, antico amico del padre. È qui che viene a contatto con il lupo, un esemplare ramingo che un’associazione di animalisti vuole monitorare e proteggere, e che lui, invece, libera di nascosto. Da quel momento l’avventura sembra procedere, apparentemente senza sorprese. Zambo raggiunge la casa e comincia a ristrutturarla, conosce la figlia di Dindon, ritrova e riperde la misteriosa Agnese, e ritrova anche il lupo, con il quale finisce per condividere la lotta per la sopravvivenza in quota. In ballo, però, c’è qualcosa di più che il rischio di una vita selvaggia. Dindon gli ha rivelato un segreto profondo, che spiega la morte del padre e il significato della casa in Maremma. La sua missione, dunque, non è ancora finita, e dovrà tornare nuovamente indietro, con il lupo, per restituire alla natura tutte le sue ragioni.

È da tempo che la montagna è al centro della scena letteraria italiana: come luogo del ritorno alle origini; mezzo per riscoprire se stessi; occasione per sperimentare il senso del limite; teatro di un predominio naturale riaffermato come irrinunciabile; spazio della resa di conti. Caccia sceglie quest’ultima opzione, perché sullo sfondo c’è da risolvere definitivamente un enigma familiare, risvegliando anche le zone d’ombra della guerra di Liberazione. Ma il protagonista è anche attratto da un magnetismo che lo spinge a cercare in ogni caso un nuovo equilibrio personale. Fino a qui non si direbbe un romanzo originale. E non suona bene – perché un po’ retorica – anche la scelta di inframmezzare il racconto con spezzoni della memoria di Zambo, che ricorda il rapporto con il padre, nell’infanzia e in un passato più recente. Sennonché il libro si rivela ugualmente avvincente. L’Autore riesce a costruire una relazione di singolare connivenza tra l’asprezza delle leggi di natura e il carattere implacabile della legge morale, in un crescendo in cui tutto si fonde, anche biologicamente, nel finale freddo e sorprendente. La Natura, in questo romanzo, non è solo matrigna; è fisiologicamente spietata, incombente, onnivora. In altre parole, è americana, come nei migliori orizzonti del Grande Sud letterario. Anche la copertina, particolarmente azzeccata, sembra suggerire questa direzione: la foresta, il bosco sovrastano anche il lettore, programmaticamente. Da non sottovalutare, poi, le partecipazioni straordinarie di due grandi ex della scena punk italiana: fanno la loro buona comparsa, infatti, Giovanni Lindo Ferretti, il barbarico, con la sua passione per i cavalli, e Massimo Zamboni, fonte pressoché certa d’ispirazione, per la creazione di Zambo e per il tema familiare / resistenziale, oggetto di un altro bel libro.

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Nella classica notte buia e tempestosa, lungo una strada fangosa delle montagne dell’Alto Vicentino, una ragazza viene accoltellata. Prima di morire, però, riesce a consegnare alcuni misteriosi documenti a Gigi Marcante, un giovane geometra che, pur restando anonimo, non esita a denunciare l’accaduto ai carabinieri, ai quali trasmette anche copia di quelle strane carte. Entrano subito in gioco tutti gli altri personaggi: il maresciallo Piconese e i suoi uomini, da una parte; il giornalista Andrea Rezzonico, la postina Silvana e suo fratello Nello, dall’altra. Cercano di risolvere il caso, per trovare l’assassino, ancora a caccia del suo prezioso bottino, ma anche per capire se gli enigmi nascosti dietro le parole e i segni di quello strano e composito lascito vi sia la possibilità di recuperare un tesoro. È un rebus in piena regola e l’intreccio è subito intrigante: alcune tracce, infatti, portano verso una singolare comunità religiosa, abbarbicata su quelle montagne e devota custode delle antiche radici del popolo cimbro. Tra eretici dimenticati, ruderi maledetti ed eredità altrettanto sinistre, si procede passo dopo passo, con altre morti e con nuovi sospetti, e anche con l’apporto di figure che appaiono comprimarie e che, invece, finiranno per rivelarsi determinanti.

Il romanzo è ambientato nell’inverno tra il 1975 e il 1976, e il geometra Marcante è impegnato nei rilievi che porteranno al famoso progetto del prolungamento a nord dell’autostrada della Valdastico, opera tuttora al centro di un grande e tormentoso dibattito. Tuttavia questa è solo la cornice, la buccia del racconto, e anche le avventure di Gigi, Andrea, Silvana e Nello sono solo un pretesto: a Matino interessa tornare sul luogo dei suoi precedenti delitti, per raccontare ancora il passato di un territorio ricco di leggende e per dare testimonianza appassionata del popolo cimbro. Così era già stato con La valle dell’orco e con L’ultima anguàna, che assieme a quest’ultima prova formano un trittico divertente e piacevole. È vero, però, che in Tutto è notte nera c’è un gusto ancor più accentuato per l’intrattenimento, con un effetto che rende ancor più forte il desiderio di studiare meglio la storia locale e la sua insospettabile ricchezza; le dense e succose appendici critiche che l’Autore ha accorpato al testo non sono per nulla superflue e rappresentano un primo valido alimento per la curiosità che la lettura arriva a suscitare immancabilmente. La differenza tra questo Matino e i due fortunati precedenti non è solo la nuova veste editoriale: qui si apprezza maggiormente la consapevolezza dello scrittore, la volontà di scherzare costruendo maschere simpatiche e affiatate nelle quali provare a riconoscersi per qualche ora di riposo.

I libri di Umberto Matino

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1978: Lucilla è innamorata di Ilio, alpinista estremo; vive l’esplosione della sua passione come una fondamentale opportunità di rinascita, nella quale la maternità si palesa come un evento quasi provvidenziale, rispetto ad un passato di emarginazione e alcolismo. Nel 2012, nello stesso paese della montagna trentina, Anna si trova a tavola con i suoi più stretti familiari e sta vivendo un dramma terribile: la nascita improvvisa, inattesa, incompresa, di un bambino di cui non aveva mai percepito la presenza, confuso con i sintomi di un dolore lontano e massacrante, il risultato della solitudine cui è stata condannata dalle persone da cui si sarebbe aspettata amore e protezione. Nel 1627 Gheta, originaria di quel medesimo luogo, è accusata di stregoneria e viene torturata brutalmente; per le autorità la responsabilità della povertà del raccolto e degli eventi naturali che hanno piagato il territorio non può che essere imputata alla donna più eccentrica, a chi sostiene di aiutare le altre donne a liberarsi delle loro malattie e paure, a colei che può essere accusata anche di aver ucciso il proprio figlio. Lucilla sente e vede, nel sonno, il dolore di Gheta; Anna cerca aiuto nei consigli di una vecchia e preveggente Lucilla; Gheta sa già come tutto andrà inevitabilmente a finire. E così Ilio muore in una spericolata spedizione himalayana e Lucilla impazzisce dal dolore, rifiutando il frutto di quell’amore, entrando in cortocircuito con se stessa e con gli altri, e finendo in un ospedale psichiatrico giudiziario; Anna viene nuovamente tradita da chi le sta più vicino, in un percorso di negazione e rinnovata solitudine che non può che finire al cospetto del carcere; Gheta viene graziata, sicché la sua morte non sarà sul rogo, ma sul ceppo della decapitazione.

L’unico Sartori che avevo letto, prima di questo, è quello di Sacrificio. Era già un pullulare di roghi, diversi ma pur sempre accesi, in egual modo, nell’incrocio di storie di abbandono, disperazione e violenza. Anche quello era un romanzo alpino; e il merito di questo agronomo-scrittore – oltre a quello di un linguaggio pulito e scolpito – è di aver utilizzato i cocktail corrosivi di certe e ordinarie cronache di valle per rappresentare duramente la fatale operatività di alcuni meccanismi di controllo sociale e di esclusione in contesti di crisi morale e culturale. In questa nuova prova, inoltre, l’espediente della sovrapposizione di tre vicende femminili, così lontane e così vicine, perché accomunate dall’assurdo abisso dell’infanticidio, funziona bene. L’universalità della sofferenza che può generare tragedie apparentemente incomprensibili è enfatizzata dal senso totalizzante del viaggio nel tempo, se non di una atemporalità definitiva, senza possibilità di scampo. Forse, e l’accostamento non sembri tirato, nel ricorso a queste riuscite connessioni intertemporali Sartori ricorre volutamente alla tecnica narrativa che Valerio Evangelisti ha sperimentato con altrettanta efficacia nel fortunato ciclo di Eymerich. È proprio questo espediente a suggerire l’esistenza di un eterno femminino alternativo, di una tradizione, cioè, non di bellezza e mistero, ma di incomprensione e minorità che, tuttavia, anziché costituire un fattore di debolezza, può nascondere una radice e una coscienza indistruttibili. Ciò detto, Rogo presenta un limite che si riscontrava anche in Sacrificio. Il suo Autore evoca atmosfere e situazioni complesse, degne di Dostoevskij, ma lo fa con un realismo che tradisce fin troppo l’onniscienza del narratore e che produce l’effetto di degradarne i messaggi, troppo semplicemente, a meri stereotipi. Un appunto finale, per vero positivo, riguarda l’editore: il volume è confezionato molto bene; se è vero che, in tema di libri, l’occhio e il tatto vogliono la loro parte, CartaCanta sceglie sempre le sue copertine in modo azzeccato.

Recensione (di Carlo Martinelli)

Un estratto del romanzo, con una breve introduzione di Sartori 

Un’intervista all’Autore

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È rimasto a riposo per molto tempo, questo libro; prima di scrivere queste osservazioni, ma anche prima della sua stessa lettura. La ragione ha un nome, anzi, un titolo: Stoner. Che è il primo dei romanzi di Williams tradotti da Fazi per il pubblico italiano, con un successo che ha motivato l’editore a creare un vero e proprio blog. Il fatto è che si tratta di uno dei romanzi intoccabili per eccellenza, perché sa suscitare un turbamento che poche opere riescono a risvegliare. Certo, la storia di quel normalissimo professore universitario è lontana anni luce da Butcher’s Crossing, che sin dal principio assume la forma di un Bildungsroman ambientato nel più classico Far West. Ma è tutta apparenza, visto che anche la vicenda del giovane William Andrews, studente di Harvard catapultatosi nel bel mezzo della prateria più selvaggia, si alimenta di una fortissima tensione tragica, ben oltre la metafora (fin troppo scontata) sulle ambiguità del sogno americano. L’Autore ci avverte subito, già dalle citazioni che offre in testa al volume, una di Emerson e una di Melville: di fronte alla Natura l’esperienza umana che ne fa inevitabilmente parte è drammaticamente chiamata ad oscillare tra la potenza delle suggestioni trascendentaliste e la sovrana e infine soverchiante dominanza di una Legge spietata e inspiegabile. Ecco, Williams è il campione assoluto di quest’ultima, destinata ad avere sempre la meglio.

“Ciò che cercava era l’origine e la salvezza del suo mondo, un mondo che sembrava sempre ritrarsi spaventato dalle sue stesse origini, piuttosto che ricercarle come la prateria lì intorno, che affondava le sue radici fibrose nella nera e fertile umidità della terra, nella natura selvaggia, rinnovandosi proprio in questo modo, anno dopo anno”. È con questi pensieri che William Andrews arriva all’estremo avamposto di Butcher’s Crossing. Conosce Mc Donald, un commerciante di pelli, e si invaghisce di Francine, una prostituta dell’unico saloon del paese. La voglia di gettarsi in una grande caccia al bisonte prende il sopravvento e William si aggrega alla squadra guidata dall’esperto Miller e composta da Schneider e da Charley Hoge. Il viaggio è duro, ricco di nuovi insegnamenti, e anche la caccia fa crescere William, in un susseguirsi di esperienze e di emozioni, di possibili certezze e di improvvisi contrasti. Qui la grande maestria pittorica di Williams esplode e raggiunge un apice cromatico di tutto rispetto, uno stile che sembra placido e che è capace di ipnotizzare e tranquillizzare. Gli elementi, però, all’improvviso, si scatenano. L’avventura e la paura non mancano, e così anche i colpi di scena, sia sulla strada del ritorno, sia nelle scoperte che il protagonista, diventato ormai adulto, compie in una Butcher’s Crossing quasi irriconoscibile. Il tempo della consapevolezza è ormai arrivato ed è terribile, anche per i compagni superstiti. E i lettori? Sono davvero sicuri di essere tutti pronti a questo tempo?

Recensioni (di Chiara Biondini, di Nicholas Lezard)

Da Stoner a Augusto, la vita anonima di un genio letterario perduto e ritrovato (di Matteo Nucci)

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Assunto una volta all’anno, nei suoi tipici capitoli brevi dei suoi altrettanto tipici piccoli libri, è quasi una medicina, da centellinare post prandium. Martinelli – che può essere facilmente confuso per il Corona trentino e che, tuttavia, nonostante l’ampia produzione, rimane fedele ed ostinato valligiano non solo nella libera e variopinta repubblica degli scrittori – non è costruttore di trame avvincenti. Malgrado ciò la sua penna è felice, sa creare l’atmosfera, ci porta per mano in un mondo armonico, semplice e in gran parte perduto. E consente il dolce e carezzevole pensiero di un rimpianto impossibile, un po’ mitico e forse un po’ finto, ma (perché no) molto rassicurante.

La Vallarsa e il paese di Obra sono sempre riferimenti obbligati. Né manca “un” signor Broz, protagonista affezionato dell’universo autoctono. In questa storia, però, si tratta di Ivan Broz, una figura realmente esistita, quella di un famoso studioso della lingua croata, operante a cavallo tra Ottocento e Novecento, che Martinelli immagina figlio di un vallarsero “doc” emigrato in altre terre dell’Impero Asburgico. Ivan si trova a Innsbruck, per frequentarvi l’università, e da lì decide di intraprendere un lungo viaggio, a piedi, per tornare al paese del padre e riscoprire una vecchia e famigerata miniera. Il viaggio effettivamente gli riesce, anche grazie all’aiuto economico dello zio e alle rendite del suo primo e importante libro. Approda, così, sulle Piccole Dolomiti e incontra un suo parente, Angelo, che lo ospita con calore e lo coinvolge in un’improvvisa battuta di caccia, dopo averlo aiutato in una bella scoperta.

I suoni, i colori e le tante risorse della montagna sono i reali eroi di una novella che ha tutte le fattezze di una classica favola della buonanotte e che mescola ad una fantasia compiaciuta e giocosa luoghi, fatti e persone veramente esistite, ma liberamente reinventate. Paolo Orsi è stato un famoso archeologo roveretano: qui lo vediamo nei panni di un rude pastore. Basilio Arlanch, detto il Polenta, era davvero il proprietario del giacimento su cui ruota il romanzo e di cui si torna ciclicamente a dare notizia anche nella stampa locale. Ci si imbatte, poi, in una citazione letteraria, visto che Ivan Broz, nel suo peregrinare, entra per caso nell’Osteria del Magazin, raccontata dai libri di Arturo Zanuso, già interprete di quella stessa porzione di confine italo-austriaco. Il camminatore è un passatempo spensierato, niente di più. Ma, appunto, almeno una volta all’anno, ascoltare la voce di Martinelli non fa affatto male, come non lo farebbe seguire i lunghi itinerari che Broz percorre in quota e che, come all’inizio del romanzo, gli consentono di godere di una prospettiva vertiginosa ancora indispensabile.

L’Autore presenta il suo festival (v. “Tra le rocce e il cielo”)

La lettura dell’anno scorso (Lo strano inverno del brigadiere)

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Ieri Linkiesta.it ha pubblicato un racconto di Jack London. Non l’ho ancora letto, in verità. Ero impegnato a finire La pelle dell’orso, che comincia con un tono da vecchia storia di montagna e termina, però, con immagini degne del grande cantore del Klondike e della forza severa della natura. Non sono molte pagine, pertanto decido di onorare subito il regalo ricevuto. Con buona soddisfazione. Ora, da qualche parte, in rete, vedo che Matteo Righetto è definito come il più americano dei nostri scrittori. Forse è vero. Le buie foreste e le mitiche vette dolomitiche che fanno da scenario a questo breve romanzo non profumano solo di Rigoni Stern o di Buzzati; c’è anche un pizzico del miglior Lansdale, quello de In fondo alla palude. Alla tipica novella invernale, da stufa e tisana calda, si accompagna uno spunto epico, che, anziché falsare il contesto, attribuisce alla scrittura una tinta decisamente vera e i ritmi di una sceneggiatura potenzialmente assai efficace.

L’azione si svolge nell’ottobre del 1963, nel bel mezzo della terra ladina. Il protagonista è il giovanissimo Domenico, che vive nel piccolo borgo di Colle Santa Lucia e viene coinvolto dal padre Pietro in una pericolosa caccia all’orso. Pietro è animato da un’insopprimibile voglia di riscatto; il figlio spera che, dopo la scomparsa prematura della madre, l’avventura lo possa finalmente legare al padre, divenuto scontroso e violento. E così accade, visto che la ricerca dell’enorme e diabolico plantigrade li affiata. Domenico scopre cose che non sapeva e si commuove, Pietro si comporta da vero padre e gli fa conoscere anche l’eccentrica e anziana figura di Pepi Zelger. Finché non arriva il momento che durante la caccia si fa lentamente attendere: lo scontro con la furia del terribile e grande carnivoro. Quello che succede da questo momento in poi è la parte americana del libro, tutta da scoprire, e senza che vi sia un epilogo lieto. Anche i giorni – le date – in cui i fatti si verificano acquistano all’improvviso un significato fondamentale. Domenico, così, si ritroverà immediatamente adulto, provato e sgomento, di fronte alla durezza della natura e di un destino tristissimo, certo, ma ancor più solo, scosso e disperato per la testarda stupidità degli uomini.

Si potrà dire che il libro è un po’ furbo, visto che gioca con le emozioni semplici e fortissime che solo alcuni eventi sono in grado di comunicare. Tuttavia bisogna anche riconoscere che siamo spesso assuefatti alle invenzioni più ricercate e che la grande letteratura non sta solo nel registro più difficile. Inoltre l’Autore è riuscito, simultaneamente, in tante e diverse cose: rievocare un mondo popolare affascinante e forse scomparso; descrivere colori, odori e suoni del bosco in modo particolarmente evocativo; collegare la favola alla storia, sulle orme di una tradizione italiana di tutto rispetto; sovrapporre la narrazione di un classico momento iniziatico alla rievocazione di un fatto collettivo tanto drammatico quanto decisivo per la formazione di un’intera identità territoriale. Non è poco.

Recensione (di Ferdinando Camon, di Paolo Perazzolo, di Roberto Alfatti Appetiti)

Il sito dell’Autore

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Di Ferretti conosco bene qualche spezzone musicale, gli attimi di una vita che egli stesso, a partire da Reduce e Bella gente d’Appennino, dice di aver superato. Di questi due libri, al tempo, ho avuto solo una semplice notizia, non li ho letti; e così approfitto di quest’ultimissima pubblicazione per provare a capire. Mi pongo allora, in modo scontato, la domanda che tanti si fanno: come è possibile che lo storico frontman dei CCCP Fedeli alla linea si dica oggi “montano italico cattolico romano”? Dal punk sovietico e rivoluzionario Ferretti, che ha militato anche in Lotta Continua, è passato alla devozione religiosa più osservante; ha partecipato al meeting di CL e si è spinto a frequentare Atreju; ha rotto ogni legame con i suoi ex compagni del CSI e si è ritirato in quota, nell’antico borgo natio; ha abbandonato gli orizzonti progressivi della trasgressione e della liberazione per assumere ritmi e modelli di monaco benedettino, dedicandosi ai cavalli e lavorando a Sāgā, “opera equestre” e sua ultima produzione musicale. Che dire, dunque, di tutte queste mutazioni?  

In primo luogo bisogna riconoscere che i cavalli c’entrano, eccome. A Barbarico, infatti, l’Autore avrebbe preferito il titolo “pensieri della stalla”. E non è una postura di understatement bucolico. È l’immagine dell’adesione sincera ad un canone primitivo, fatto di confini precisi, di emozioni semplici, di gesti lenti e rituali. Ed è parte, poi, di quella che ci viene descritta come una ricerca più vasta, alla riscoperta di una religiosità radicale, che non si nutre solo di ambizioni ascetiche o di illuminazioni intellettuali: Ferretti cita e rielabora il magistero papale, e la prosa talvolta assume il tono del catechismo più dogmatico. In questa visione è naturale che il passato diventi qualcosa di sbagliato, da giudicare con durezza, assieme a tutto ciò che il relativismo avrebbe prodotto nella politica, nella sensibilità collettiva, nella cultura. Qui, a dire il vero, la difficoltà di comprendere Ferretti si fa ancora più forte. Le sue non sono solo le parole di un conservatore. Questo Ferretti sembra complice di un irrazionalismo quasi codino, che in più punti accarezza con semplicismo disarmante posizioni decisamente ruvide (ad esempio in tema di aborto). A stupire, del resto, è anche qualche ardito accostamento, che suscita l’impressione, qua è là, di una generale confusione: onore al merito per la citazione de La prima radice di Simone Weil, ma pensare che una pari ammirazione possano suscitare i romanzi di Buttafuoco è davvero complesso…

C’è tuttavia, in Barbarico, anche un Ferretti pienamente comprensibile e convincente, che forse può dare qualche possibilità di spiegarsi anche all’altra sua dura controfigura. Così è quando parla, dolcemente, di sua madre, o quando rievoca la quiete delle giornate piovose, trascorse nella lettura, e le escursioni (ancora a cavallo) nei paesi ormai disabitati sul crinale tra Toscana ed Emilia. In queste pagine, passo dopo passo, ci si avvede che Ferretti, soprattutto in seguito agli scuotimenti di una terribile malattia, ha scelto coerentemente una via artistica completamente alternativa a quella precedente, con un “capriccio” di Parmigianino post-moderno: che, nel suo caso, si isola sui monti e nella fede per meditare, trovare la fonte più pura e fissare in un’acquaforte gli irriducibili contrasti delle sue spontanee ed innate intuizioni estetiche, che lo vogliono sempre sull’orlo delle estremità più acuminate. Da questo punto di vista, il Nostro può ancora dirsi Fedele alla linea (come recita anche il titolo del recente film di Germano Maccioni). E Barbarico è il diario di un artista a tutto tondo, la cui vita si mette a nudo, e le cui contraddizioni – o metamorfosi, palesate con rarissima onestà – non sono altro che angoli di un personale e raffinato atelier. Questo Ferretti incute rispetto e merita una visita, forse più di una, anche a costo di mal sopportarne il doppio così spinoso.

Recensioni (di Paolo Giordano e di Camillo Langone)

Sull’opera equestre di Ferretti (da lastampa.it, ilsussidiario.net, tracce.it)

Due interviste all’Autore (da lettera43.it e da ilfattoquotidiano.it)

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Il titolo allude ad una pista da sci particolarmente bella in quel di Champoluc, Val d’Ayas. Ma il nero non è soltanto il noto segno distintivo del grado di difficoltà del tracciato. Accanto alla pista, in una delle scorciatoie che sono percorse dai gatti delle nevi, viene ritrovato il corpo di un uomo. La pista nera, così, è anche quella di una morte violenta e misteriosa, che, suo malgrado, il vicequestore incaricato delle indagini, Rocco Schiavone, deve ricostruire. Suo malgrado, si: perché Rocco è stato spedito ad Aosta per punizione; perché è svogliato e demotivato; perché, a dirla tutta, non è uno stinco di santo; e perché è tormentato da un passato enigmatico che continua ancora ad occupare tutto il suo presente, e che all’improvviso comprende anche il lettore, in modo disarmante, solo alla fine. Eppure, questo romanissimo poliziotto – che finisce per trascinare nelle sue losche e pericolose abitudini anche un suo giovane e brillante sottoposto – comincia a muoversi sfrontato sulla neve, inzuppando le sue Clarks e assommando indizi su indizi, tra intuizioni non comuni e metodi decisamente anticonvenzionali. La soluzione del caso gli riesce quasi naturale, nel contesto di un plot forse troppo lineare, ma classicissimo e di certa soddisfazione.  

Il romanzo non è nuovo; ha un anno ormai. Avevo perso l’attimo e, data la stagionalità dell’ambientazione, non potevo che attendere un successivo inverno. Ho pazientato fino alle prime nevi e, fortunatamente, non sono rimasto deluso. Schiavone, infatti, è un personaggio che regge e che, pertanto, merita futuri episodi, anche per fargli avere il tempo di spiegare meglio la sua vita precedente e per dargli ulteriori possibilità di riscatto in quella futura. È sempre un’anima in pena, in bilico, cioè, tra opzioni inconciliabili, tra pensieri che non si accordano, tra un male al quale gli piace abbandonarsi e un bene che tuttavia avverte come una normale ma frustrante inclinazione. E poi è un bel mix di fascino, durezza e simpatia, doti che Manzini riesce a sfruttare anche per regalare sprazzi di facile e genuina comicità. È molto interessante, poi, l’idea con cui l’Autore costruisce la sua creatura, operazione in cui si risolve tutto il libro, e che si comprende veramente solamente nell’epilogo, quando lo strano rapporto con la figura della moglie Marina viene totalmente a galla. Manzini è uno sceneggiatore, dunque un piccolo sospetto sorge di per sé: e se questa fosse una sorta di “prova-Montalbano”? Sia chiaro, preferisco sempre un buon libro alla fiction di RaiUno, però devo proprio dire che una riduzione televisiva non sarebbe proprio male…   

Recensioni (di Bruno Quaranta, Luca Terzolo, Anna Quatraro)

Una breve intervista all’Autore

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A volte sono le situazioni a rammentarci tutta l’importanza di certe parole. E ciò può valere anche per alcuni versi, di cui ricordarsi proprio nei luoghi e nei gesti da cui essi volevano deliberatamente scaturire. Per chi li ha scritti, sono il prodotto più sincero di spazi e di momenti precisi. Sono il frutto, ad esempio, della fatica di percorrere un sentiero e di sperimentare in questo modo i movimenti sincronici e coordinati della camminata, e quindi anche della poesia, come ritmo congeniale di un equilibrio psico-fisico e come piena compartecipazione al destino delle cose. “La lirica è natura” – scrive Paola Loreto all’inizio di Attraversata in quota (p. 66) – “La stessa che mi abita / se metto con cura / un passo dietro l’altro”. È proprio vero. Questo libro si può capire solo affrontando la salita, il sudore e il contatto con tutto ciò che ci viene incontro nel percorso e che, forse, a sua volta, non si può comprendere, se non per mezzo di rapide intuizioni, magari con l’aiuto di questa limpida guida sentimentale alla montagna e alle sue altitudini, geografiche e mentali.

È una questione di direzioni, di scenari, di obiettivi, di motivazioni, di tutto ciò che è utile per il quotidiano Corpo a corpo (p. 72) cui siamo chiamati: “Perché quando procedi con fatica / su un sentiero che si inerpica sul monte / spezzato dal vento sferzante, / i capelli appiccicati alla fronte / e le dita intirizzite, / sei vicina alla vita”. La montagna è come una palestra, dove potersi misurare, ricostruire, ritrovare e temprare; un posto personale ma anche universale ed immutabile, del quale provare nostalgia e nel quale avvertire meraviglia, comunicandole con voce semplice e pulita; uno strumento per orizzontarsi e per gridare all’amore, almeno Fin che c’è (p. 95), visto che “La fine arriva sempre inaspettata / e non c’è verso di prepararsi: / si può solo star pronti a disfare il distacco, la fitta, il delitto”. Nel frattempo, resta la vetta, il punto d’arrivo, che è sempre la nuova scoperta, e che nello stesso tempo si rivela come metafora di un intenso dire di sì, a tutta la vita, a tutte le sue cose, belle o brutte, al senso immediato, intrinseco e spontaneo del viaggio, dell’ascesa e delle sue tappe.

Recensioni (di Gabriele Gabbia, Ottavio Rossani, Maurizio Cucchi)

Il sito dell’Autrice

Formula alchemica

Fondamentale

è come ti issi

sul piede

quando hai fatto

il passo.

Quanto peso porti

avanti e in alto.

Quanto equilibrio

domini. L’agilità

che elargisci. La fuga.

Fai leva sulle punte o

appoggi anche il calcagno.

Interrompi la corsa o

è uno il circolo del moto

il cerchio dei movimenti?

Alterni gambe e braccia:

mani che stringono

manopole, petto

che si alza e abbassa

a un ritmo eguale

di elastico ben teso

ma non esasperato

mai senza fiato.

Non c’è un uomo con te.

Non esiste la stessa ratio

peso/muscolatura

a ripeterti, identico,

altrove. È non c’è

calcolo, misurazione

che tenga del tutto:

che ti preveda

che ti programmi

che dica il vero.

Sei un organismo:

un individuo che sale

leggero o meno.

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