Di Ferretti conosco bene qualche spezzone musicale, gli attimi di una vita che egli stesso, a partire da Reduce e Bella gente d’Appennino, dice di aver superato. Di questi due libri, al tempo, ho avuto solo una semplice notizia, non li ho letti; e così approfitto di quest’ultimissima pubblicazione per provare a capire. Mi pongo allora, in modo scontato, la domanda che tanti si fanno: come è possibile che lo storico frontman dei CCCP Fedeli alla linea si dica oggi “montano italico cattolico romano”? Dal punk sovietico e rivoluzionario Ferretti, che ha militato anche in Lotta Continua, è passato alla devozione religiosa più osservante; ha partecipato al meeting di CL e si è spinto a frequentare Atreju; ha rotto ogni legame con i suoi ex compagni del CSI e si è ritirato in quota, nell’antico borgo natio; ha abbandonato gli orizzonti progressivi della trasgressione e della liberazione per assumere ritmi e modelli di monaco benedettino, dedicandosi ai cavalli e lavorando a Sāgā, “opera equestre” e sua ultima produzione musicale. Che dire, dunque, di tutte queste mutazioni?  

In primo luogo bisogna riconoscere che i cavalli c’entrano, eccome. A Barbarico, infatti, l’Autore avrebbe preferito il titolo “pensieri della stalla”. E non è una postura di understatement bucolico. È l’immagine dell’adesione sincera ad un canone primitivo, fatto di confini precisi, di emozioni semplici, di gesti lenti e rituali. Ed è parte, poi, di quella che ci viene descritta come una ricerca più vasta, alla riscoperta di una religiosità radicale, che non si nutre solo di ambizioni ascetiche o di illuminazioni intellettuali: Ferretti cita e rielabora il magistero papale, e la prosa talvolta assume il tono del catechismo più dogmatico. In questa visione è naturale che il passato diventi qualcosa di sbagliato, da giudicare con durezza, assieme a tutto ciò che il relativismo avrebbe prodotto nella politica, nella sensibilità collettiva, nella cultura. Qui, a dire il vero, la difficoltà di comprendere Ferretti si fa ancora più forte. Le sue non sono solo le parole di un conservatore. Questo Ferretti sembra complice di un irrazionalismo quasi codino, che in più punti accarezza con semplicismo disarmante posizioni decisamente ruvide (ad esempio in tema di aborto). A stupire, del resto, è anche qualche ardito accostamento, che suscita l’impressione, qua è là, di una generale confusione: onore al merito per la citazione de La prima radice di Simone Weil, ma pensare che una pari ammirazione possano suscitare i romanzi di Buttafuoco è davvero complesso…

C’è tuttavia, in Barbarico, anche un Ferretti pienamente comprensibile e convincente, che forse può dare qualche possibilità di spiegarsi anche all’altra sua dura controfigura. Così è quando parla, dolcemente, di sua madre, o quando rievoca la quiete delle giornate piovose, trascorse nella lettura, e le escursioni (ancora a cavallo) nei paesi ormai disabitati sul crinale tra Toscana ed Emilia. In queste pagine, passo dopo passo, ci si avvede che Ferretti, soprattutto in seguito agli scuotimenti di una terribile malattia, ha scelto coerentemente una via artistica completamente alternativa a quella precedente, con un “capriccio” di Parmigianino post-moderno: che, nel suo caso, si isola sui monti e nella fede per meditare, trovare la fonte più pura e fissare in un’acquaforte gli irriducibili contrasti delle sue spontanee ed innate intuizioni estetiche, che lo vogliono sempre sull’orlo delle estremità più acuminate. Da questo punto di vista, il Nostro può ancora dirsi Fedele alla linea (come recita anche il titolo del recente film di Germano Maccioni). E Barbarico è il diario di un artista a tutto tondo, la cui vita si mette a nudo, e le cui contraddizioni – o metamorfosi, palesate con rarissima onestà – non sono altro che angoli di un personale e raffinato atelier. Questo Ferretti incute rispetto e merita una visita, forse più di una, anche a costo di mal sopportarne il doppio così spinoso.

Recensioni (di Paolo Giordano e di Camillo Langone)

Sull’opera equestre di Ferretti (da lastampa.it, ilsussidiario.net, tracce.it)

Due interviste all’Autore (da lettera43.it e da ilfattoquotidiano.it)

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